Con
lo straordinario successo del film "The
Passion of the Christ" di Mel Gibson,
uscito nelle sale cinematografiche nel 2004 e che, per ammissione
dello stesso regista-attore, si basa integralmente sui racconti
delle visioni della Mistica-veggente tedesca, è tornata
prepotentemente attuale la vicenda di questo misterioso personaggio.
ANNA
KATHARINA EMMERICK nacque nel 1774 a Flamske,
presso Münster, in Germania, e fin da giovane manifestò
una particolare devozione alla passione del Signore. Entrata nel
1802 fra le agostiniane di Agnetenberg, subì non pochi
contrasti a motivo degli speciali doni soprannaturali di cui era
favorita. Quando, nel 1811, le leggi napoleoniche soppressero
il convento, venne accolta in una casa privata a Dülmen.
Nel 1812 ricevette le stimmate ai piedi e alle mani. Costretta
sempre a letto dalle malattie e da una debolezza continua, conobbe
nel 1818 Clemens Brentano (grande scrittore e poeta tedesco) che
prese a registrare le visioni-contemplazioni della passione del
Signore, di cui la Emmerick, in mezzo a gravi sofferenze, fu a
lungo favorita. Tra l'altro, rese noti alcuni particolari geografici
e storici non raggiungibili dalla scienza, come ad es. la presunta
casa di Maria a Efeso, che fu ritrovata dagli archeologi grazie
alle notizie fornite da lei. Morì il 9 febbraio 1824.
IL
cenacolo
Vidi un grande edificio in una zona alberata sul versante meridionale
del monte Sion, non lontano dalle rovine del palazzo di Davide. Nel
cortile spazioso di questa solida costruzione vidi altre case, tra le
quali quella del maestro di mensa e un'altra dove si radunavano la santa
Vergine e le pie donne dopo la morte di Gesù.
Il
Cenacolo come appare oggi
L'edificio
si trovava in pessime condizioni, quando di venne proprietà di
due buoni membri del sinedrio, Nicodemo e Giuseppe d'Arimatea. Essi
provvidero a ristrutturare la sala principale allestendola come cenacolo
per i banchetti pasquali degli stranieri. In questo locale vi avevano
abitato i prodi capitani di Davide.
Nel cenacolo non ho visto finestre: la luce scende dai fori praticati
nelle alte volte; dal soffitto pendono molte lucerne. Durante le feste
le pareti vengono coperte fino a metà altezza da meravigliose
stuoie e tappeti e un velo blu viene steso al di sopra di un'apertura
nel tetto. Una tenda simile separa la sala principale dei banchetti
dal vestibolo, al quale si accede da tre ingressi. Dietro la sala principale
si trova un locale interno, ai cui lati vengono deposti gli arredi e
gli oggetti del culto, e al centro c'è un focolare che serve
per cuocere i pani azzimi e arrostire l'agnello pa squale, ma viene
usato anche per bruciare gli incensi e gli avanzi del pasto.
La divisione del cenacolo in tre parti — vestibolo, sala centrale
e sala interna — è simile alla struttura del tempio: atrio,
santuario e santo dei santi.
Il
Cenacolo, interno, come appare oggi
I locali situati nell'altra ala dell'edificio servivano da deposito
per le grandi pietre tombali ed edilizie e come of ficina degli scalpellini,
poiché Giuseppe d'Arimatea possedeva al suo paese cave di pietre
della miglior qualità; egli commerciava in lapidi, ornamenti
architettonici e colon ne, e tutto veniva lavorato sotto la sua guida.
Nicodemo collaborava con Giuseppe nell'attività com merciale,
inoltre si occupava di sculture e lavori d'intaglio.
Eccetto i giorni di festa, lo si vedeva spesso in questa sa la intento
a scolpire disegni e ornamenti sulla pietra.
Preparativi dell'ultima cena
«Gesù mandò Pietro e Giovanni
dicendo: «Andate a prepara re per mangiare la Pasqua» (Luca
22,8).(Il giovedì santo, prima dalla sua passione, il
13 Nisan, cioè 29 marzo, Gesù aveva 33 anni e diciotto
settimane meno un giorno).
A Betania, dopo il pasto in casa di Simone il lebbroso, vidi Maria Maddalena
che ungeva il capo di Gesù. Questa scena scandalizzò Giuda
a tal punto che corse a Gerusalemme per consegnare il Signore nelle
mani dei sacerdoti del tempio.
In quella stessa giornata, poco prima dell'aurora, nostro Signore ordinò
ai due più fedeli apostoli, Simon Pietro e Giovanni, di recarsi
a Gerusalemme onde provvedere al banchetto pasquale nel cenacolo. Gesù
disse loro che avrebbero incontrato sul monte Sion un uomo che portava
una brocca d'acqua, nella cui casa l'anno precedente avevano già
consumato l'agnello pasquale. Essi avrebbero dovuto seguirlo fino a
questa casa e dirgli le seguenti parole:
«Il Maestro ti manda a dire che il suo tempo si avvicina e desidera
consumare il pasto di Pasqua da te».
A quelle parole costui avrebbe provveduto a tutto.
I due apostoli si recarono a Gerusalemme e salirono a Sion. Essi presero
un sentiero alberato che fiancheggiava un profondo ruscello. Giunti
in cima al monte, presso il cortile del cenacolo, incontrarono l'uomo
descritto da Gesù. Nell'apprendere il messaggio del Maestro,
costui disse subito che Nicodemo aveva preparato un banchetto, ma egli
non sapeva per chi fosse, adesso se ne rallegrava. L'uomo si chiamava
Heli, era cognato di Zaccaria di Ebron, lo stesso che aveva comunicato
a Gesù la dolorosa morte di Giovanni Battista.
Dopo che Pietro e Giovanni ebbero visitato il cenacolo, presero gli
ultimi accordi con Heli e si accomiatarono da lui.
I due apostoli attraversarono un ponte e discesero per un sentiero coperto
da cespugli, alla fine del quale si trovava l'abitazione del vecchio
Simeone, il sacerdote morto dopo la presentazione del Signore al tempio.
Adesso la sua casa era abitata dai suoi figli, alcuni dei qua li erano
segretamente discepoli di Gesù. Qui gli apostoli s'intrattennero
con uno di loro che lavorava nel tempio.
I tre s'incamminarono insieme verso il mercato del bestiame, situato
a nord del tempio. Sul lato meridionale del mercato vidi dei prati recintati
nei quali saltellavano dei graziosi agnellini. Dopo averli scelti, il
figlio di Simeone entrò nel recinto e ne prese quattro; gli animali
si erano strofinati contro di lui come se lo conoscessero assai bene.
Tre agnelli furono portati al tempio e uno al cenacolo. Vidi Pietro
e Giovanni mentre facevano acquisti e altre commissioni in città.
Passarono per la casa di Serafia dalla quale ricevettero degli utensili
in ceste coperte e un antico calice chiuso in una borsa. Esso sarebbe
servito al Signore per l'istituzione dell'Eucaristia.
Da diversi anni Serafia intratteneva ottime relazioni con la beata Vergine
e la santa famiglia.
Gesù si reca a Gerusalemme
Giuda Iscariota preparò con i farisei il piano per la cattura di
Gesù; a Gerusalemme conobbe perfino le guardie della spedizione
e ogni minimo dettaglio. Il traditore era posseduto interamente dalle
sue passioni, in modo particolare dall'invidia, dalla cupidigia e dall'ambizione,
nonostante avesse operato guarigioni e miracoli nel nome del Signore.
Intanto a Betania Gesù diede l'addio alla Madre. Egli parlò
con la santa Vergine, informandola che aveva inviato Simon Pietro, l'apostolo
della fede, e Giovanni, l'apostolo del l'amore, a preparare la Pasqua.
Di Maria Maddalena disse:
«Lei soffre molto per il suo amore indicibile, talvolta esce fuori
di sé perché il dolore è ancora carnale».
Quando Gesù annunziò alla Madre santissima il compi mento
della sua missione terrena e i prossimi avvenimenti, ella lo pregò
teneramente di farla morire con lui. Dopo aver la ascoltata attentamente,
il Redentore la esortò a restare calma nel suo dolore e le preannunciò
che sarebbe risorto e poi apparso a lei e agli apostoli. Le precisò
perfino il luogo dove le sarebbe apparso. La santa Madre non pianse più,
ma era molto triste e si raccolse nella sua desolazione. Gesù la
strinse al cuore con tenerezza e le promise di celebrare spiritualmente
con lei la Pasqua e il santo Sacramento.
Il Redentore accennò anche al prossimo tradimento di Giuda. La
Vergine Maria pregò compassionevolmente per il miserabile.
Il Signore si congedò amorosamente da tutti, dando gli ultimi insegnamenti.
Verso mezzogiorno Gesù si recò a Gerusalemme con no ve apostoli
e sette discepoli; all'infuori di Natanaele e Sila, erano tutti di Gerusalemme
e dintorni.
Durante il cammino, con un'espressione pietosa sul viso, il Redentore
parlò agli apostoli e disse che finora aveva dato loro il pane
e il vino, ma da quel giorno in poi avrebbe dato anche la sua carne, il
suo sangue e tutto quel lo che aveva. Purtroppo i discepoli e gli apostoli,
non essendo in grado di comprendere l'alto valore spirituale di questo
insegnamento, credettero che egli parlasse dell'agnello pasquale.
Giunti presso un bivio, i discepoli si separarono dagli apostoli giungendo
prima al cenacolo, dove, nell'atrio, lasciarono dei fardelli con le vesti
cerimoniali di Pasqua; poi si recarono a casa di Maria, madre di Marco.
Pietro e Giovanni s'incontrarono con Gesù e gli apostoli nella
valle di Giosafat.
Le pie donne furono le ultime a raggiungere il cenacolo.
L'ultima cena
«Venuta la sera, si mise a tavola insieme
ai dodici apostoli» (Matteo 26,20).
Nel cenacolo, dopo aver indossato gli abiti rituali, Gesù e i
suoi commensali si prepararono a consumare l'agnello pasquale.
Tre agnelli furono sacrificati e macellati nel tempio, secondo l'uso
ebraico; un quarto fu immolato e macellato nel vestibolo del cenacolo:
era quello destinato alla tavola di Gesù e dei suoi apostoli.
L'uccisione di quest'agnello suscitò un'immane commozione. Il
Signore fece presente che stava per aprirsi una nuova epoca e che il
sacrificio di Mosè e dell'agnello pasqua le stavano per trovare
compimento.
Disse inoltre che l'agnello era stato immolato come fu un tempo in Egitto,
«paese dal quale egli stava per condurli fuori»
Il sangue dell'agnello fu raccolto in una bacinella, in cui Gesù
immerse un ramo d'issopo e tinse la serratura e i due stipiti della
porta del cenacolo, infine fissò al di sopra di essa il ramoscello
bagnato di sangue. A questo punto gli apostoli e i discepoli intonarono
un salmo: «Beati coloro la cui via è immacolata, che camminano
nella legge di Dio. Beati quelli che osservano i suoi precetti e lo
cercano di tutto il cuore; che non commettono iniquità, ma camminano
nelle sue vie... » Il Signore dichiarò che l'angelo sterminatore
non sarebbe entrato là e che lui stesso era il vero Agnello pasquale.
Aggiunse che stava per compiersi un nuovo sacrificio e che iniziava
una nuova epoca, la quale sarebbe durata sino alla fine del mondo.
Così dicendo, Gesù, seguito dagli apostoli, versò
il sangue dell'agnello sul focolare, consacrandolo come altare, indi
l'intero cenacolo fu consacrato quale nuovo tempio.
Subito dopo gli apostoli e i discepoli si divisero in tre gruppi, ciascuno
formato da dodici persone più un capo tavola avente funzioni
di capofamiglia.
Gesù prese posto con i dodici apostoli nella sala centrale del
cenacolo. Nelle due sale laterali, divise da portici, si disposero rispettivamente
i due gruppi di discepoli: uno con Natanaele a capotavola e l'altro
con Eliachimo, figlio di Cleofa e di Maria Heli. Quest'ultimo era stato
discepolo di Giovanni Battista.
Dopo la preghiera, il maestro della mensa pose dinanzi al Redentore
il coltello d'osso per tagliare l'agnello pasquale. L'animale, preparato
dal figlio di Simeone, era stato infilzato in uno spiedo; le zampe anteriori
erano state legate a un pezzo di legno posto trasversalmente e quelle
posteriori erano distese lungo lo spiedo. L'agnello, così servito,
mi ricordò nostro Signore sulla croce!
Ogni commensale ne ebbe una parte su un pezzo di focaccia. Staccarono
la carne servendosi di un coltello d'osso; più tardi le ossa
dell'agnello furono bruciate.
Il Signore fece a pezzi un altro agnello, che fu servito a Maria santissima
e alle pie donne riunite in un'altra sala; la santa Vergine infondeva
serenità a tutte.
Il
Cenacolo, interno, particolare di capitello crociato
La tavola principale era a semicerchio: alla destra di Gesù erano
seduti Giovanni, Giacomo il Minore e Giacomo il Maggiore, all'estremità
del tavolo c'era Bartolomeo e, dall'altra parte, Tommaso e Giuda Iscariota.
Alla sinistra del Signore si trovavano Pietro, Andrea e Taddeo, dall'altro
lato Simeone, Matteo e Filippo. Giuda era appena arrivato, non aveva
assistito alla cerimonia di consacrazione perché si era attardato
a complottare con i farisei.
Il Salvatore spezzò un pane azzimo e lo distribuì, tenendone
per sé una parte, quindi benedisse per la seconda volta il vino
e disse:
«prendete e bevete il frutto della vite, poiché io non
ne berrò più finché non sarà venuto il regno
di Dio».
Durante il pasto Gesù parlò con lieta tenerezza, ma ad
un tratto si oscurò in volto, la sua voce si fece grave e, rivolto
agli apostoli, disse:
«Uno di voi sta per tradirmi. Costui è oggi a mensa con
me!».
Gli apostoli furono sconvolti e a turno domandarono a Gesù:
«Signore, sono forse io?».
Guardando Giuda mentre inzuppava il pane nel piatto, come facevano gli
altri apostoli, il Signore soggiunse:
«Ora, come è stato scritto, il Figlio dell'uomo sta per
andarsene, ma guai all'uomo che lo tradirà! Sarebbe meglio per
lui se non fosse mai nato!».
Pietro e Giovanni gli chiesero preoccupati:
«Chi è costui?».
Giovanni, che sedeva alla destra di Gesù, appoggiò spontaneamente
il capo sul petto del Signore e ne udì la voce dentro di sé:
«Quello a cui porgerò questo boccone di pane intinto».
Subito dopo Gesù intinse il pane nella lattuga e lo porse a Giuda
con grande amore Giovanni rassicurò Pietro con uno sguardo.
Giuda era completamente posseduto da un demonio; per tutto il tempo
della cena vidi un piccolo mostro giacere ai suoi piedi, talvolta gli
si allungava fino al suo cuore.
La lavanda dei piedi
«Se dunque vi ho lavato i piedi io, Signore
e Maestro, dovete anche voi lavarvi i piedi l'un l'altro» (Giovanni
13,14).
Consumato l'agnello pasquale, essi recitarono la preghiera solenne.
Subito dopo, il maestro della mensa con due servi sparecchiarono la
tavola; Gesù li pregò di por tare dell'acqua nel vestibolo.
Rimasto solo con gli apostoli, il Signore riprese a istruirli amorevolmente,
parlò del suo regno, del suo ritorno al Padre e disse che lasciava
a loro tutto quanto aveva. Poi parlò della penitenza, dell'esame
di coscienza e della confessione dei peccati, del dolore e della purificazione.
Compresi che questo insegnamento aveva qualche relazione con la lavanda
dei piedi. Vidi che tutti si erano profondamente pentiti dei loro peccati,
tranne Giuda.
Quando ebbe finito di parlare, il Signore inviò Giovanni e Giacomo
il Minore a prendere i catini d'acqua che i servitori avevano deposto
nel vestibolo. Allorché i due apostoli gli portarono i catini,
Gesù si cinse alla vita un asciugatoio e comandò agli
apostoli che si ponessero a sedere in modo che egli potesse lavare loro
i piedi.
Obbedienti, essi sedettero, dopo aver disposto le sedie a semicerchio
secondo l'ordine in cui erano seduti a tavola. Mentre Gesù si
cingeva con l'asciugatoio, gli apostoli si chiedevano quale fra loro
sarebbe stato il più grande, per ché il Maestro era prossimo
a lasciarli.
Gesù li riprese, dicendo che egli stesso era il loro servo e
nessuno era più grande di un altro; poi li esortò a restare
tranquilli.
Durante la lavanda dei piedi il cuore del Signore traboccava di amore
e di carità verso i suoi apostoli. Quando giunse a Pietro, questi
sobbalzò esclamando:
«Non mi laverai mai i piedi!».
Gli rispose Gesù:
«Se io non te li lavo, non sarai di me partecipe; più tardi
capirai meglio quello che sto facendo!».
Sottovoce, mi sembrò che gli dicesse:
«Simone, tu hai meritato che il mio Padre celeste ti rivelasse
chi veramente io sono e dove vado, tu solo lo hai professato e dichiarato;
perciò io voglio edificare la mia Chiesa su di te e le porte
dell'inferno non prevarranno mai su di essa. La mia forza resterà
nei tuoi successori fino al la fine dei tempi».
Allora il Signore lo indicò agli apostoli come suo successore
quando lui non ci sarebbe più stato.
A questo punto Pietro replicò:
«Signore, lavami i piedi, non solo, ma le mani e il capo»
Gesù aveva parlato della lavanda dei piedi quale purificazione
dai peccati quotidiani, perché i piedi sono a con tatto continuo
con la terra e soggetti a sporcarsi, se si cammina senza fare attenzione.
Questo gesto del Signore, come tutti gli altri, aveva un profondo significato
spirituale e valeva come assoluzione generale dei peccati. Ma Pietro
vide nell'azione del Maestro un'umiliazione troppo grande; egli ignorava
che entro breve Gesù si sarebbe umiliato perfino alla morte in
croce.
Lavando i piedi a Simon Pietro, il Signore disse:
«Chi ha fatto il bagno, è già del tutto puro, e
ha bisogno solo di lavarsi i piedi. Voi siete puri, ma non tutti!».
Pronunciate queste parole, il Redentore passò a lavare i piedi
a Giuda. Oltremodo commosso, Gesù fece l'ultimo tentativo di
salvarlo: abbassando il suo volto sui piedi del l'Iscariota, gli sussurrò
di riflettere bene che cosa stesse per fare, perché già
da un anno concepiva il tradimento. Giuda fingeva di non sentire e continuava
a discutere con Giovanni; Pietro ne fu scandalizzato e lo richiamò:
«Giuda, il Maestro ti parla! »
E l'iscariota rispose evasivo:
«Signore, lungi da me ciò che pensi!».
Gli altri non avevano udito le parole di Gesù, perché
ave va parlato sottovoce.
Il tradimento di Giuda fu il motivo del dolore più grande provato
dal Signore nella sua passione.
Quando il Salvatore lavò i piedi a Giovanni e a Giacomo parlò
dell'umiltà, disse che chi è servo di tutti è il
grande, e che essi dovevano seguire il suo esempio e lavarsi i piedi
reciprocamente.
Istituzione dell'Eucaristia.
«Il pane che io darò è la
mia carne per la vita del mondo» (Giovanni 6,51).
Dopo la lavanda dei piedi, il maestro di mensa, eseguendo l'ordine del
Signore, coprì la tavola con un panno su cui distese una tovaglia
rossa, sopra ne mise una bianca traforata e quindi vi posò due
anfore, una colma d'acqua e l'altra di vino.
Pietro e Giovanni presero la borsa contenente il calice di Serafia e
la posero sulla tavola davanti a Gesù. Quasi mi sembrò
che avessero trasportato un tabernacolo. Sulla tavola vidi anche un
piatto ovale con tre pani azzimi, bianchi e sottili, striati a righe
regolari.
Leggermente incisi da Gesù, essi erano stati coperti e posti
accanto al resto del pane del banchetto pasquale. Vidi anche due vasetti,
uno d'acqua e l'altro di vino, e tre piccoli contenitori, uno vuoto,
uno contenente olio grasso e l'altro olio liquido.
Compresi che Gesù stava per istituire il santo sacramento dell'Eucaristia,
prendendo spunto da un antico rito simbolico di amore fraterno.
Più tardi, fra i numerosi capi d'accusa, il Signore fu imputato
dinanzi a Caifa di eresia per aver introdotto un nuovo rituale nelle
celebrazioni pasquali. Ma Nicodemo, con le Scritture alla mano, provò
che dividere il pane e bere allo stesso calice faceva parte di un'antica
cerimonia d'accoglienza. Era un segno d'amore e di massimo riguardo
verso gli ospiti; infatti la cerimonia, in uso nella tradizione giudaica,
aveva luogo all'arrivo e alla partenza di questi ultimi.
Il posto del Signore a tavola era fra Giovanni e Pietro. Le porte erano
state ben chiuse e l'atmosfera si fece intima e solenne; allora Gesù
disse agli apostoli:
«Ho ardentemente desiderato di mangiare questa Pasqua con voi
prima di soffrire...».
Tolto il velo dal calice, il Signore pregò e parlò solennemente,
spiegando il significato e lo svolgimento della celebrazione.
Poi benedisse il pane e gli oli ed elevò al cielo la patena con
i pani azzimi, quale sublime offerta al Padre celeste.
Deposta la patena sull'altare, la ricoprì e prese il calice,
nel quale Pietro versò il vino e Giovanni l'acqua, indi Gesù
Io benedisse aggiungendovi dell'acqua con il cucchiaino.
Con indicibile amore, donando tutto se stesso, il Signore pregò
e sollevò il calice per istituire il santissimo Sacramento.
Subito dopo, deposto il calice sull'altare, Gesù spezzò
il pane che aveva segnato, pregò e mise i pezzettini sulla patena,
lasciandone cadere uno nel calice.
Nello stesso istante vidi la santa Vergine che riceveva spiritualmente
il Sacramento. Il Signore mi apparve trasfigurato, pregò e parlò
di nuovo.
Mi parve che ogni parola da lui pronunciata penetrasse come un fuoco
spirituale nel cuore degli apostoli.
Li vidi tutti estasiati nell'udire le parole del suo insegnamento, eccetto
l'Iscariota.
Gesù prese la patena con i frammenti del pane e pronunziò
le parole della consacrazione:
«Prendete e mangiate: questo è il mio corpo che dono a
voi». Quando mise il pane sulla lingua degli apostoli, che si
avvicinavano a due a due, vidi il volto di Giuda oscurarsi. Egli era
stato il terzo a prendere il corpo di Cristo. Il Signore, posandogli
il bocconcino sulla lingua, gli aveva sussurrato:
«Fai presto ciò che vuoi fare! »
Ogni cosa era circonfusa di luce, il pane scese nella bocca degli apostoli
come un bocconcino luminoso, riempiendoli di gioia. Solo Giuda restava
nella sala come un'ombra oscura e torbida. Mentre Gesù proferiva
le parole del la consacrazione e Giovanni versava il sangue divino nelle
sei coppe, una per ogni coppia di apostoli, il traditore uscì
dal cenacolo e corse via. Vidi tre demoni che lo guidavano.
ULTIMA
CENA, ALFREDO PETTINARI San Giovanni Battista
Tavazzano con Villavesco
Nell'orto degli Ulivi. L'angoscia mortale
di Gesù
«Cristo Gesù, pur possedendo la natura
divina, non pensò valersi della sua uguaglianza con Dio, ma annientò
se stesso pren dendo la natura di schiavo e divenendo simile agli uomini;
ap parso in forma umana, umiljò se stesso, facendosi obbediente
fi no alla morte, e alla morte in croce...» (Filippesi 2,6-8).
Dopo l'istituzione del santissimo Sacramento, in cui Gesù aveva
offerto se stesso immolato misticamente, il Signore e gli apostoli intonarono
un canto di ringraziamento e lasciarono il cenacolo.
Nel vestibolo incontrarono Maria, la Madre di Gesù, con Maria
figlia di Cleofa e Maria Maddalena. Le pie donne esortarono il Signore
a non recarsi nell'orto degli Ulivi per ché correva voce sulla
sua cattura. Ma Gesù le confortò e lasciò il cenacolo,
dirigendosi verso il monte degli Ulivi. Compresi che la sua anima era
profondamente turbata. At traversando la valle di Giosafat, Gesù
parlò agli apostoli metaforicamente, ma essi non capirono e attribuirono
al la stanchezza quel modo strano di esprimersi.
Quando giunsero al monte degli Ulivi era già notte. La luna,
benché non fosse ancora piena, illuminava tutta la montagna e
rifletteva la sua luce sul volto di Gesù e degli apostoli. Con
aria afflitta il Signore disse:
«Questa notte sarete indignati con me e vi disperderete, poi ché
è scritto: “Percuoterò il pastore e le pecore si
disperde ranno”... Ma quando sarò risuscitato vi precederò
in Galilea».
Gli apostoli, che da quando avevano ricevuto il santo Sacramento vivevano
la pace dello spirito, si strinsero affettuosamente attorno a lui e
lo rassicurarono della propria fedeltà. Pietro intervenne più
di tutti gli altri:
«Se anche tutti si scandalizzassero, io non ti lascerà
mai,Signore!».
Con il volto afflitto Gesu gli predisse:
«In verità, in verità ti dico che questa notte stessa,
prima ancora che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte».
Ma Pietro non si diede per vinto e replicò:
«Dovessi morire con te, Signore, non ti rinnegherò mai!'».
Così ribadirono pure tutti gli altri.
Attraversarono un ponte sul torrente Cedron e si fermarono nel giardino
del Getsemani. Era questo un luogo adatto alla meditazione e alla preghiera;
qualche volta veniva anche utilizzato dalle persone prive di un proprio
giardino per organizzarvi feste e banchetti.
Il Getsemani è ampio, circondato da una siepe, pieno di alberi
e di fiori. Vidi anche alcune capanne di frasche. Gli apostoli avevano
la chiave del giardino. Nelle notti precedenti Gesù vi si era
ritirato con i suoi apostoli per istruirli circa la scienza divina;
quella notte, però, scelse di pregare solo nell'orto degli Ulivi,
che è lì vicino, cinto da un muro.
Il Signore lasciò otto apostoli all'ingresso del Getsemani e
portò con sé soltanto i prediletti: Pietro, Giacomo e
Giovanni. Giunto nell'angolo più incolto dell'orto interno, in
cui si trovano piccole grotte e molti ulivi, Gesù di venne molto
triste perché sentì vicina la sua ora. L'angoscia di quel
momento si rispecchiava chiaramente sul suo volto. Allora Giovanni gli
domandò perplesso:
«Signore, come mai sei così triste, tu che ci hai sempre
dato conforto e coraggio e ci hai consolato nei tempi peggiori?».
Egli gli rispose:
«La mia anima è triste fino a morire!»
L'orto
dei Getsemani oggi
Guardandosi intorno vide avanzarsi nubi cariche d'immagini orrende:
erano le tentazioni della vicina prova. La sua passione spirituale stava
per avere inizio. Prima di ritirarsi nella solitudine orante, Gesù
disse ai tre:
«Mentre io vado a pregare nel luogo che ho scelto, resta te qui
e vegliate: pregate per non cadere nella tentazione. Ricordate che lo
spirito è pronto, ma la carne è debole!».
Così dicendo, nella sua sconfinata angoscia interiore, Gesù
scese per un piccolo sentiero ed entrò in una grotta profonda
sei piedi. Vidi spaventose figure affollare minacciose la stretta caverna
dove il Signore si era ritirato a pregare.
Fu qui, ai piedi del monte degli Ulivi, che Adamo ed Eva piansero disperati
il loro peccato. Vidi i nostri progenitori nello stesso luogo in cui
Gesù depose la sua divinità nelle mani della santissima
Trinità, affidando la sua innocente umanità alla giustizia
di Dio. Con questo sublime atto di carità il Redentore si donava
interamente al Padre quale vittima riparatrice dei nostri peccati.
Tutte le colpe del mondo, commesse dall'uomo fin dal la sua prima caduta,
gli apparvero a miriadi nella loro completa mostruosità. Nella
sua sconfinata angoscia, Gesù supplicò il Padre celeste
di perdonare i pensieri malvagi e le offese degli uomini, offrendogli
in cambio la sua suprema espiazione.
La grotta si era affollata di forme spaventose, immagini delle passioni,
dei vizi e delle malvagità del genere umano. Vidi il Redentore
abbandonarsi alla sua natura umana e prendere sopra di sé le
nefandezze del mondo. Era su dato, stremato e angosciato di fronte agli
innumerevoli peccati che Satana continuava a mostrargli come sue conquiste,
mentre gli diceva:
«Come?!... Anche questo vuoi prendere sopra di te e sopportarne
la pena?».
La sua umanità stava già per soccombere sotto l'enorme
peso dei nostri peccati, quando un solco di luce chiarissima scese dal
cielo, da oriente. Erano le schiere angeliche del paradiso inviate dal
Padre celeste per infondere rinnovato vigore al suo Figlio divino. Gesù
era al limite del le sofferenze spirituali, il peso delle colpe umane
continuava a gravare immensamente su di lui e a causargli dolori atroci,
mentre gli spiriti malvagi lo deridevano e i demoni gli facevano sentire
la loro orribile voce. Infine, nonostante le spaventose visioni, rincuorato
dagli angeli, Gesù misericordioso seppe accogliere tutto su di
sé. Egli amò immensamente Dio e anche gli uomini, vittime
delle loro stesse passioni.
Il demonio ignorava che Gesù fosse il Figlio di Dio; credendolo
soltanto un uomo giusto, lo tentò in tutti i modi come già
aveva fatto nel deserto. Satana lasciò scorrere'dinanzi alla
santa anima del Signore le sue opere di carità facendole apparire
come colpe contro il mondo e contro Dio. Tentò di dimostrargli
che esse non sarebbero valse a nulla e non erano state adatte a soddisfare
la giustizia divina, anzi erano state causa di scandalo e di rovina
per molti.
Come un arguto fariseo, Satana gli rimproverò le mancanze e gli
scandali che avevano suscitato i suoi apostoli e i discepoli, i disordini
che essi avevano provocato abolendo le antiche usanze e, tra l'altro,
incolpò Gesù di aver causato la strage degli innocenti
e una vita di tribolazioni ai suoi genitori. Inoltre l'accusò
di essersi rifiutato di operare diverse guarigioni e di non aver salvato
Giovanni Battista, e così continuò a lungo.
Gesù era rimasto perseverante nell'orazione, pur continuando
a sudare con tremiti convulsi. Egli aveva lasciato prevalere la sua
infinita misericordia permettendo al demonio di fargli soffrire le pene
dei comuni mortali, in particolare dei giusti, i quali in punto di morte
dubitano per fino delle loro sante opere.
Atterrito dall'immensa ingratitudine degli uomini verso Dio, il Signore
sentì piagare la sua anima e cadde in un violento dolore; allora
si alzò e rivolse la sua pena al Padre:
«Abbà, Padre mio, se puoi, allontana da me quest'amaro
calice!».
Ma subito soggiunse:
«Sia fatta, però, non la mia, ma la tua volontà!».
Sebbene la sua volontà e quella del Padre fossero strettamente
congiunte, la natura umana di Gesù tremava di fronte alla morte.
Lo vidi sfigurato in volto e le sue labbra erano livide. Barcollando,
uscì dalla grotta e si diresse verso i tre apostoli che aveva
lasciato fuori.
Vedendoli addormentati, il Signore, estenuato e sopraffatto dalla tristezza,
incespicò e cadde vicino a loro.
Ancora circondato dalle tremende visioni, rialzandosi lentamente, Gesù
disse:
«Perché dormite? Non potete vegliare nemmeno un'ora? ».
I tre, che frattanto si erano svegliati e si erano levati in fretta,
vedendo il Signore trafelato e madido di sudore, sta vano per chiamare
gli altri apostoli, ma Gesù fermò Pietro dicendo:
«Non chiamare gli altri, non voglio che mi vedano in queste condizioni,
dubiterebbero di me e cadrebbero in tentazione. Ma voi che avete veduto
il Figlio dell'uomo nello splendore, potete pure vederlo nell'oscurità
e nell'abbandono. Vegliate e pregate per non entrare in tentazione;
lo spirito è sveglio, ma la carne è debole e inferma».
Gesù non ignorava che anche i suoi amati apostoli erano caduti
in preda all'angoscia e alla paura. Allora parlò loro con amorevole
tristezza, mettendoli al corrente circa la dura lotta della natura umana
contro la morte. Dopo un quarto d'ora fece di nuovo ritorno alla grotta.
Erano quasi le undici di notte.
I tre apostoli, afflitti, si chiedevano:
«Cosa gli accade per essere così smarrito?».
Si coprirono la testa e si misero a pregare.
Frattanto, nella notte silenziosa di Gerusalemme, Ma ria santissima,
Maria Maddalena, Maria figlia di Cleofa, Maria Salomè e Salomè
avevano lasciato il cenacolo e si erano recate a casa di Maria, la madre
di Marco. Tutte erano molto preoccupate per la sorte di Gesù,
in modo particolare Maria santissima, la quale non dubitava più
sul tradimento di Giuda.
Con il cuore colmo d'amara tristezza, Gesù dunque era ritornato
nella grotta. Si gettò col viso al suolo e, con le braccia distese,
pregò il Padre in cielo.
Allora gli angeli consolatori gli mostrarono l'immagine beata dei nostri
progenitori nello stato di santa innocenza, ossia quando Dio dimorava
ancora nel loro cuore, facendogli vedere come la loro caduta l'avesse
deturpata.
In tale contesto il Salvatore vide le indicibili sofferenze che la sua
anima avrebbe dovuto superare per redimere l'uomo dal peccato d'origine,
causa di tutti i patimenti.
Gli angeli gli fecero notare che l'unica natura umana esente dal peccato
era quella del Figlio di Dio, il quale per prendere sopra di sé
il debito dell'intera umanità doveva superare la ripugnanza umana
per la sofferenza e la morte.
La sua santa anima vide le pene future che sarebbero gravate sugli apostoli,
sui discepoli e sui santi martiri. La crescita della Chiesa tra ombre
e luci, le eresie, gli scismi e tutte le forme di vanità e le
colpe scandalose del clero. La tiepidezza e la malvagità di numerosi
sedicenti cristiani. E ancora: la desolazione del regno di Dio sulla
terra e le or rende raffigurazioni dell'ingratitudine e degli abusi
degli uomini. Con il suo martirio egli avrebbe instaurato nel mondo
il precetto salvifico dell'amore e sarebbe stato il Salvatore divino
per quanti, nei secoli, avrebbero voluto sfuggire alle fiamme dell'inferno
e avvicinarsi alla luce beatifica di Dio.
L'umanità, corrotta dal peccato, che lui si preparava a riscattare
col proprio tributo di sofferenze indicibili, si sarebbe potuta salvare
solo alla sequela della sua imitazione. Era quindi necessario che egli
bevesse quest'amaro calice per trasfigurarsi nella “verità”,
nella “porta” e nella “via” al Padre.
Vidi Gesù versare lacrime di sangue di fronte all'immane ingratitudine
degli uomini; per quelle moltitudini che l'avrebbero odiato e si sarebbero
rifiutate di portare la croce con lui. Egli pativa affinché la
sua Chiesa fosse fondata sulla roccia, contro la quale le porte dell'inferno
non avrebbero prevalso.
Ecco perché il demonio per provocano gli aveva detto:
«Vuoi davvero soffrire per questa massa d'ingrati?».
Con forte dolore, vidi una fitta schiera di nemici del mio Sposo divino
mossi dal fanatismo, dall'idolatria e dall'o dio contro la Chiesa: ciechi,
paralitici, sordi, muti e persino fanciulli. Ciechi che non volevano
vedere la verità, paralitici che con la verità non volevano
camminare, muti per ché si rifiutavano di trasmetterla agli altri
e sordi perché rifiutavano di ascoltare le ammonizioni di Dio.
I fanciulli crescevano insensibili alle cose divine, istruiti dai genitori
e dai maestri alla vana sapienza del mondo. Questi mi fecero maggior
compassione perché erano stati oggetto del massimo amore di Gesù.
Non potrei mai finire se volessi raccontare tutti gli oltraggi fatti
a Gesù, dai sacerdoti indegni, nel santissimo Sacramento...
Vidi gli angeli che seguivano con il dito le diverse immagini che essi
stessi producevano, ma non udivo quel che dicevano; compresi solo che
avevano molta compassione per le sofferenze del Signore. Le sofferenze
interiori di Gesù, per tali orribili peccati e concupiscenze,
furono così intense che il suo corpo versò fiotti di sangue.
Nello stesso tempo vidi la Vergine Maria patire a sua volta l'agonia
spirituale del Figlio. La Madre di Gesù si trovava ancora nel
giardino di Maria di Marco e veniva con solata dalle pie donne, particolarmente
dalla padrona di casa e dalla fedele Maria Maddalena. Perse più
volte i sensi mentre sollevava le mani imploranti verso il Getsemani.
Anche Gesù, con molto trasporto, contemplava nello spirito le
pene della sua santa Madre.
Fu una visione intensa e molto commovente.
Gli Otto apostoli, sbigottiti e afflitti dal dubbio, teme vano per la
sorte di Gesù e per la loro. Essi si chiedevano:
«Che faremo, se il Maestro verrà arrestato e morirà?
Abbiamo rinunciato a tutto per seguirlo e adesso siamo poveri ed esposti
al ridicolo. Forse abbiamo sbagliato affidandoci completamente a lui».
Fu così che gli apostoli entrarono in tentazione e si misero
a cercare un nascondiglio. Anche i discepoli furono assaliti da un grande
sconforto e andavano in giro per Gerusalemme con l'intento di apprendere
qualche notizia in torno alla sorte del Redentore.
Mancava poco alla mezzanotte. Gesù continuava l'intimo colloquio
con il Padre celeste, allorché si aprì la terra sotto
di lui e si trovò all'improvviso su un sentiero luminoso che
scendeva nel limbo. Il Maestro divino scorse Adamo ed Eva, gli antichi
patriarchi, i profeti e i giusti, i genitori di sua Madre, Giovanni
Battista e una moltitudine di sacerdoti, di martiri, di beati e di santi
della futura Chiesa. Tutti avevano il capo cinto dalle corone del santo
trionfo, conseguite grazie alle sofferenze patite e alla perseverante
lotta contro il male. Lo splendore ditale trionfo era legato unicamente
ai meriti della sua prossima passione. Essi lo circondarono, esortandolo
a compiere il sacrificio del suo sangue, sorgente di redenzione e di
vita spirituale per tutti gli uomini di buona volontà. Questa
visione rinvigorì Gesù che stava soggiacendo all'abbattimento
umano. Dopo quelle confortanti scene, gli angeli gli mostrarono in tutti
i particolari la passione che avrebbe subito tra poco. Quando il divino
sofferente si vide inchiodato sulla croce completamente nudo per espiare
l'impudicizia degli uomini, pregò fervorosamente il Padre di
risparmiargli quell'immane umiliazione. Questa preghiera sarebbe stata
esaudita per l'intervento di un uomo pietoso che l'avrebbe coperto.
Dopo la visione del suo martirio sulla croce anche gli angeli lo abbandonarono.
Egli cadde a terra sfinito come se fosse moribondo: il suo corpo era
agonizzante e in preda a un tremito convulso. Vidi la grotta illuminata
da tenui raggi lunari.
All'improvviso un'altra luce illuminò la grotta: era un angelo
inviato da Dio, indossava abiti sacerdotali e aveva nelle mani un piccolo
calice. Senza discendere al suolo, la creatura celeste accostò
il calice alle labbra di Gesù e, ciò fatto, disparve.
Così il Signore aveva accettato il calice delle sue pene, dal
quale ne trasse straordinarie energie. Restò ancora per alcuni
minuti in atto di gratitudine verso il Padre celeste, poi si rialzò,
si asciugò il volto con un sudario e fece ritorno dagli apostoli.
Quando Gesù uscì dal la grotta, vidi la sua faccia pallidissima
e spettrale: destava profonda compassione; notai però che il
suo passo era diritto. La luce lunare e lo splendore delle stelle mi
apparvero molto più naturali.
Pietro, Giacomo e Giovanni, spossati dall'angoscia, era no caduti di
nuovo nel torpore e si erano assopiti con la te sta coperta. Gesù,
pieno di amarezza, li chiamò ancora una volta e disse loro che
non era il momento di dormire ma di pregare, perché l'ora della
verità era venuta. Li avvertì che egli si sarebbe consegnato
ai suoi nemici senza opporre resistenza; chiese che assistessero sua
Madre ed ebbe parole di compassione per il traditore. Ma Pietro gridò:
«Noi ti difenderemo, vado a chiamare gli altri!».
Gesù lo fermò e gli fece segno di guardare nella valle,dall'altra
parte del torrente Cedron, dove una masnada di armati si avvicinava
alla luce di una lanterna.
L'arresto del Signore
«Mentre parlava ancora, giunse una turba,
e colui che era chiamato Giuda, uno dei Dodici, li precedeva e si avvicinò
a Gesù per baciarlo» (Luca 22,47).
Giuda era un ambizioso, e come tale aveva interpretato l'insegnamento
di Gesù in senso riduttivo e materiale; aveva creduto in un regno
temporale e, non vedendolo mai venire, aveva perso ogni fiducia nel
Signore. La sua anima era lontana da Dio ed era giunto a rubare dalla
cassa delle elemosine a lui affidata; infine, stanco di quella vita,
il miserabile aveva ordito il tradimento. Egli non immaginava le tremende
conseguenze che ne sarebbero derivate, cioè la morte e la crocifissione
di Gesù.
Durante il colloquio di Giuda con Anna e Caifa davanti al sinedrio,
vidi il traditore trattato con disprezzo dai sommi sacerdoti. Fu chiesto
all'Iscariota:
«Sarà possibile farlo prigioniero? Non ha numerose schiere
di armati che lo proteggono?».
A questa domanda l'infame traditore rispose con spavalderia:
«Egli è solo con undici discepoli pigri e timorosi; il
Nazareno stesso non ha più il coraggio di proseguire nella predicazione!».
I sacerdoti, però, erano in dubbio sull'opportunità di
arrestare Gesù nel corso delle celebrazioni pasquali. Per con
vincerli Giuda aggiunse:
«Se non verrà catturato adesso, non vi sarà mai
più possibile, perché Gesù vuole andar via e ritornare
con un gran de esercito per diventare re».
Queste parole ebbero l'effetto voluto: il sinedrio e i sommi sacerdoti
si convinsero della necessità di catturare Gesù prima
della Pasqua. Il vile traditore ricevette trenta denari d'argento e
fu guardato con severo biasimo; tre farisei lo guidarono in un atrio
dove si stava preparando la spedizione per la cattura del Signore. I
soldati avevano ricevuto l'ordine di sorvegliare attentamente il traditore
fin ché non avessero preso Gesù.
Le trenta monete erano di forma oblunga, forate all'estremità
rotonda e attaccate con degli anelli a una catena; recavano incisi alcuni
caratteri.
Giuda, per dimostrarsi un uomo pio, le offrì al tempio, ma non
furono accettate perché erano il prezzo di un tradimento.
Questo rifiuto lo ferì definitivamente e si sentì esasperato,
ma ormai era troppo tardi per ritornare sui suoi passi.
Nel frattempo un impiegato del sinedrio inviò sette schiavi a
procurare il materiale per costruire la croce. I lavori furono iniziati
dietro il tribunale di Caifa. Il legno della croce proveniva da un albero
cresciuto presso il torrente Cedron.
Il drappello, che avanzava per catturare Gesù, era composto da
venti soldati prelevati dalla guardia del tempio e da quella dei capi
dei sacerdoti; non tutti erano ebrei, alcuni erano originari di paesi
stranieri. Gli sgherri vestiva no quasi come i soldati romani ed erano
dotati di spade, fruste e catene, avevano con loro torce di pece, ma,
per via, accesero solo una lanterna. Giuda, il miserabile, era tenuto
stretto fra di loro. Sei membri del sinedrio guidavano il drappello:
un sacerdote confidente di Anna, un in caricato di Caifa, due farisei
e due sadducei, che erano anche erodiani. Altre trecento guardie erano
state dislocate nei punti nevralgici della città, fino al monte
degli Ulivi, in particolare nel piccolo borgo di Ofel.
Vidi il Signore e i tre apostoli prediletti muoversi tra il Getsemani
e il monte degli Ulivi; a loro si erano affiancati gli altri otto apostoli.
Spinti dalla curiosità e dall'inquietudine erano saliti lassù
anche alcuni discepoli, ma si mantenevano a distanza, pronti a fuggire.
Gesù, facendo segno ai suoi di starsene fermi, avanzò
verso le guardie e chiese a voce alta:
«Chi cercate?».
«Gesù di Nazaret!», gli fu risposto dal comandante
delle guardie.
Il Signore con voce ferma rispose:
«Io sono colui che cercate!».
A queste parole quasi tutti gli sgherri vacillarono e caddero a terra.
Si rialzarono e si avvicinarono di nuovo a Gesù, in attesa del
segno che avrebbe dato l'Iscariota baciando il Signore. Gesù
chiese ancora una volta:
«Chi cercate?».
Ed essi risposero:
«Gesù di Nazaret!».
«Sono io! Se cercate me, lasciate andare costoro», rispose
il Signore.
Quelli vacillarono di nuovo e, caduti a terra, si contorcevano come
epilettici.
Gesù disse alle guardie:
«Alzatevi!».
E quelli, tutti confusi, si alzarono e spinsero avanti Giuda. Sconvolto,
il traditore si accostò a Gesù e lo baciò sul la
guancia per dare il segnale convenuto. Lo udii dire:
«Salve, Signore!».
Gesù gli rispose con tristezza:
«Giuda, con un bacio tu tradisci il Figlio dell'uomo! Sarebbe
stato meglio per te che non fossi mai nato!».
Intanto, avuto il segno che attendevano, i soldati circondarono il Signore,
mentre gli altri sgherri ricacciavano in dietro gli apostoli che volevano
liberare Gesù a tutti i costi.
Pietro, il più audace di tutti, con un colpo di spada recise
l'orecchio di uno dei servi del sacerdote, un certo Malco, che cadde
a terra tramortito.
Vi fu un grande tumulto. Gesù disse:
«Pietro, chi di spada ferisce di spada perisce. Rimetti dunque
la spada dentro il fodero perché io devo compiere la volontà
del Padre mio!».
Quindi chiese che gli fosse avvicinato Malco affinché potesse
guarirlo. Accostatosi a lui pregò e, toccandolo, lo risanò
perfettamente. Di fronte a tale prodigio gli sgherri rimasero stupefatti,
ma subito si levò la voce dei farisei, i quali dissero che Gesù
era in combutta con il diavolo.
Subito dopo, le guardie, incitate dai membri del sinedrio, tentarono
di arrestare gli apostoli, ma questi abbandonarono il Signore e fuggirono
nella notte. Anche Giuda fuggì; però, poco avanti, fu
fermato dai discepoli di Gesù, che inveirono contro di lui, finché
fu liberato dai sinedriti.
Dopo la passione del Signore, tutti gli sgherri che erano caduti quando
Gesù dichiarò il suo nome, si convertirono e divennero
buoni cristiani, poiché il gesto del cadere e del rialzarsi è
simbolo di sensibilità, pentimento e conversione a Dio. Malco
si convertì subito dopo la sua guarigione. Invece Giuda, i sei
sinedriti e i quattro bruti che trascinarono il Signore con le funi,
non erano caduti davanti al santo nome di Gesù, perché
si erano chiusi alla grazia.
Le guardie legarono il Signore, accusandolo di essere in relazione con
il demonio.
Gesù disse loro:
«Siete venuti con aste e bastoni a prendermi di notte come se
fossi un assassino, mentre invece tutti i giorni insegnavo nel tempio,
e non avete mai osato mettermi le mani addosso. Adesso, però,
è giunta per voi l'ora delle tenebre».
Ma gli sgherri presero a ingiuriarlo e a maltrattarlo.
Gli legarono le mani in modo assai crudele, usando corde nuove fatte
con rami di salice: gli bloccarono il polso della mano destra al di
sopra del gomito sinistro, e il polso sinistro sul braccio destro; gli
strinsero attorno alla vita un'alta cintura munita di punte e vi fissarono
le mani di Gesù con lacci di vimini. Inoltre gli appesero al
collo un collare, dal quale partivano due corregge che, incrociandosi
su petto, scendevano legandosi alla cintura. Da queste partivano quattro
funi, che erano tirate a piacimento dai quattro bruti rozzi e muscolosi.
Così il Salvatore iniziò la dolorosa via della croce...
Il triste corteo, con le fiaccole accese, si mise in cammino:
aprivano la marcia dieci sgherri, dietro di essi veniva Gesù,
ingiuriato e tirato per le funi dai quattro bruti, poi seguivano i sinedriti
e le altre guardie. I discepoli e gli apostoli erano tutti fuggiti,
solo Giovanni seguiva il corteo; quando le guardie tentarono di arrestano,
egli riuscì a fuggire lasciando cadere il mantello.
Gesù venne condotto via in tutta fretta, tra crudeli martiri
e vili oltraggi. Per compiacere i farisei, gli aguzzini tiravano le
funi con feroce violenza aumentando le sue sofferenze.
I malvagi avevano in mano altre funi piene di nodi con le quali lo frustavano
come un animale che viene portato al macello, mentre lo riempivano d'insulti
e lo costringe vano a camminare a piedi nudi tra rovi e cespugli. In
fretta raggiunsero un ponte sul torrente Cedron; non era quello attraversato
da Gesù e dagli apostoli quando si erano recati al Getsemani,
ma un altro.
Prima ancora che giungessero al ponte, vidi Gesù cadere due volte
a causa dei maltrattamenti.
Arrivati al centro del ponte, i miserabili gettarono il Signore nell'acqua,
«affinché spegnesse la sua sete!».
La violenta caduta l'avrebbe ucciso se non fosse stato protetto dall'intervento
di Dio. Sulla roccia dove cadde rimasero miracolosamente le impronte
delle ginocchia, dei piedi, dei gomiti e delle dita. Queste orme sulla
roccia diventarono in seguito oggetto di venerazione da parte della
prima comunità cristiana.
Perfino la roccia aveva reso testimonianza al Signore ed era stata più
tenera e meno incredula degli uomini!
I crudeli sgherri fecero risalire Gesù sulla riva. Vidi che la
sua lunga veste di lana, divenuta pesante per l'acqua assorbita, si
stringeva alle sue membra.
Così impacciato, impedito a camminare, il Signore cadde a terra
più volte, malmenato dagli aguzzini e ingiuriato dai farisei.
Durante l'agonia spirituale de! Getsemani Gesù era stato assalito
da un'arsura terribile, ma non calmò la sua sete con un solo
sorso d'acqua; invece lo vidi bere l'acqua del torrente Cedron e lo
udii dire che si compiva un salmo profetico.
Siccome i farisei avevano notato la presenza di numerosi discepoli di
Gesù alle porte del piccolo sobborgo di Ofel, provvidero a rinforzare
il corteo con altri cinquanta soldati che facevano parte dei trecento
uomini dislocati un pò ovunque per reprimere eventuali sommosse
dei seguaci di Gesù.
In Ofel il Salvatore aveva risanato e consolato molta povera gente,
e per tale motivo era benvoluto dalla popolazione. Dopo la Pentecoste
la maggior parte degli abitanti si unì alla comunità cristiana.
Prima di entrare nel piccolo borgo, nostro Signore fu percosso con enorme
ferocia dagli sgherri seminudi. Lo vidi pallido, sfigurato, insanguinato
e pieno di lividi, con i capelli sconvolti e la veste inzuppata d'acqua
e di fango. Era una scena che lacerava il cuore: Gesù era caduto
già sette volte e non ce la faceva più a rialzarsi.
Un soldato pietoso, rivolto ai commilitoni, disse:
«Se dobbiamo condurre questo miserabile vivo davanti ai sommi
sacerdoti, è opportuno allentargli i ceppi alle mani. Mettiamolo
in condizione che possa aiutarsi quando cade».
Mentre gli allentavano i lacci, un altro di loro prese compassionevolmente
una ciotola di corteccia, come quelle usate dai pellegrini e dai soldati,
la riempì d'acqua di fonte e la porse al Signore.
Gesù bevve qualche sorso e, ringraziando quel buon soldato, accennò
a un altro passo profetico in cui si parla di una sorgente d'acqua viva.
Nell'udire questa frase tutti gli altri, particolarmente i farisei,
lo derisero, accusandolo di essere un bestemmiatore.
Mi fu rivelato che i due soldati misericordiosi, toccati dalla grazia,
si convertirono prima della morte del Signore. Irritati per le parole
proferite da Gesù, gli sgherri ripresero a percuoterlo con straordinaria
violenza.
Quando il triste corteo entrò in Ofel, una folla di miracolati
strinse da ogni lato il condannato e chiese ai soldati che venisse rilasciato.
Al passaggio del Signore uomini e donne, mossi a compassione, si gettavano
in ginocchio e gridavano:
«Liberatelo! Chi ci guarirà? Chi ci consolerà? Restituiteci
il Messia!».
Tendendo le mani protese verso di lui, la moltitudine lo implorava in
ginocchio di compiere il miracolo della sua liberazione. I soldati riuscirono
a respingere solo a mala pena la folla dei devoti. Ma giunti nella valle
del Cedron, il popolaccio, aizzato dai servi dei sacerdoti del tempio,
urlava e imprecava contro il Signore.
Vidi Gesù sospinto brutalmente verso Sion, per un sentiero chiamato
“Mulo”. A colpi di bastone, pallido e in sanguinato, il
Signore fu condotto alla casa di Anna.
Vidi Giovanni intento a raccontare alla Vergine gli in cessanti patimenti
sofferti dal suo amatissimo Figlio, fin ché ella ruppe in singhiozzi;
i due si trovavano nella dimora di Maria di Marco, nei pressi di Ofel.
Gli abitanti del borgo, già sconvolti dall'aver visto il loro
Maestro maltrattato e sofferente, condivisero profondamente il dolore
di Maria.
Pietro e Giovanni avevano seguito a distanza il corteo fino a Sion,
poi li vidi entrare nella casa di alcuni messi del tribunale.
Questi ultimi erano amici di Giovanni e avevano il compito di percorrere
la città allo scopo di convocare i membri del sinedrio e gli
eruditi del tempio.
Essi misero addosso ai due apostoli il mantello dei messi d'ufficio,
affidando loro alcune convocazioni da consegnare.
In tal modo, Simon Pietro e Giovanni ebbero libero accesso nella sala
del tribunale di Caifa.
Inoltre, così vestiti, gli apostoli s'incaricarono di avvertire
i membri del consiglio favorevoli a Gesù, come Giuseppe d'Arimatea
e Nicodemo, che i farisei avrebbero certamente “dimenticato”
di convocare.
Vidi Giuda correre lungo la costa meridionale di Gerusalemme, come se
avesse voluto sfuggire al demonio. In preda al delirio, tormentato dalla
più profonda disperazione, egli vagava tra i cumuli di rifiuti
e le ossa degli animali sacrificati.
I preparativi del processo
Anna e Caifa erano stati avvertiti della cattura di Gesù e avevano
iniziato i preparativi del processo.
Il cortile del loro tribunale venne illuminato, gli ingressi sorvegliati
da numerose guardie e i messi d'ufficio furono inviati in città
ad avvertire i membri del consiglio.
I sommi sacerdoti avevano affidato ai farisei, ai sadducei e agli erodiani
più avversi a Gesù il compito di raccogliere false testimonianze
contro il Signore. Essi volevano dimostrare a tutti i costi che il Galileo
era un impostore.
In quei giorni si trovavano a Gerusalemme molti nemici di Gesù,
giunti da Nazaret, Tirza, Gabara, lotapata, Silo e da altri luoghi per
celebrare la Pasqua.
Era una buona occasione per vendicarsi del Nazareno, che aveva predicato
la verità suscitando il loro odio. Tra i più accaniti
accusatori di Gesù vidi i mercanti scacciati dal tempio e i pavidi
dottori che erano stati pubblicamente ridotti al silenzio dal Signore.
Vidi pure quelli che non seppero perdonargli la sua prima istruzione
nel tempio, all'età di dodici anni; i peccatori impenitenti,
che egli rifiutò di sanare, e i peccatori recidivi, tornati subito
infermi. Vidi i giovani vani, che Gesù non aveva accettato come
discepoli; infine i perfidi e i malvagi seguaci di Satana, che infuriavano
contro ogni cosa santa, tanto più contro colui che era santissimo.
Vidi la feccia del popolo ebreo, manovrata dagli acerrimi nemici di
Gesù, agitarsi lungo le vie di Sion per accusare l'immacolato
Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo.
Frattanto gli amici di Gesù, ignorando i disegni divini, vagavano
sconsolati e afflitti, guardati con profondo sospetto dalla popolazione.
I più deboli, temendo per il loro avvenire, erano caduti in tentazione
ed erano passati dalla parte dei nemici di Gesù.
In verità, scarso rimase il numero dei veri fedeli, perché,
ieri come oggi, molti vogliono essere buoni cristiani, ma negano la
croce appena diventa scandalo. Infatti numerosi seguaci del Signore
si erano ritirati, delusi del Figlio di Dio che si lasciava tormentare
senza invocare la vendetta dal cielo. Gli apostoli e i discepoli più
fedeli, assaliti dal dubbio, continuavano a vagare nelle valli attorno
a Gerusalemme o restavano celati fra le grotte del monte degli Ulivi.
Il silenzio notturno a Sion era stato interrotto dai rumori e dal movimento
frenetico intorno al tribunale, illuminato a giorno dalle fiaccole e
dalle cosiddette “padelle” di pece ardente.
Vidi il mio Redentore spinto brutalmente dinanzi ad Anna.
Gesù condotto da Anna
«Intanto la coorte, il tribuno e le guardie
dei Giudei presero Gesù, lo legarono e lo condussero prima da
Anna, perché era suo cero di Caifa, il sommo sacerdote di quell'anno»
(Giovanni 18,12).
Verso mezzanotte Gesù fu condotto dinanzi ad Anna, che stava
assiso sul seggio più alto ed era circondato da venti quattro
consiglieri.
Scala
al Gallicantu, uno dei pochi luoghi "certi" in cui passò
Gesù, sia per recarsi abitualmente al Tempio, sia la notte dell'arresto
Vidi Gesù trascinato per le funi da alcuni sgherri. Il Signore
fu fatto salire sul primo dei gradini sotto il seggio di Anna.
I membri del consiglio erano già pronti ad accusare Gesù
per aver violato più volte l'integrità della dottrina.
Anna fremeva, impaziente di vedere Gesù condannato e giustiziato.
Vidi il Signore, insanguinato e con la veste inzuppata, davanti al crudele
sacerdote. Gesù aveva il capo chino.
Quel vecchio scellerato, dal volto scarno e con la barba rada, si rivolse
a Gesù con tono ironico e il sorriso beffardo. Non ricordo tutte
le sue parole, ma pressappoco furono queste:
«Oh! Sei proprio tu? Gesù di Nazaret, dove sono dunque
i tuoi discepoli? E il tuo regno? Adesso tutto ha preso un'altra piega!
Hai finito di profanare il sabato e di bestemmiare. Ho saputo perfino
che hai mangiato con i tuoi l'agnello pasquale in un giorno insolito
e in modo profano. Qual è dunque questa nuova dottrina religiosa
che vuoi introdurre?».
Gesù rispose in tono pacato:
«Io ho insegnato pubblicamente nel tempio e nelle sinagoghe, non
ho tenuto niente in segreto: non interrogare me, ma coloro che udirono
quel che ho detto!».
A questo punto Anna ebbe un moto interiore di rabbia; un servo se ne
accorse e, con la mano destra coperta da un guantone di ferro, colpì
Gesù in pieno viso dicendogli:
«Così rispondi al sommo sacerdote, farabutto?».
Scosso dal colpo, il Signore cadde dal gradino e finì a terra,
con il volto sanguinante. Allora nella sala echeggiarono mille rumori,
mormorii e ingiurie. Rialzato dalle guardie, come se nulla gli fosse
accaduto, Gesù disse serena mente:
«Se ho parlato a torto, devi provarmelo; ma se ho detto cosa giusta,
perché mi percuoti?».
Estremamente irritato da queste parole, e più ancora per l'estrema
tranquillità di Gesù, Anna passò a interrogare
i testimoni.
Si levò un coro di accuse ben concertate che tendevano a presentare
Gesù come un agitatore del popolo:
«Ha annunciato un nuovo regno di cui si è autoproclamato
re. Ha affermato nientemeno di essere Figlio di Dio. Opera guarigioni
nel giorno del sabato. Impreca contro Gerusalemme. Chiama adulteri i
farisei. Mangia con gli impuri e frequenta donne di cattiva fama. Davanti
alla porta di Ofel, a un uomo che gli portava da bere, ha detto che
gli avrebbe dato l'acqua della vita eterna per la quale non avrebbe
mai più avuto sete. Confonde il popolo con parole ambigue e abbaglia
gli ingenui!».
Segui centinaia di altre accuse, oltraggi e improperi. Ognuno gli andava
vicino per rivolgergli le più inaudite insolenze.
Mentre Gesù, tirato a destra e a sinistra dalle funi degli aguzzini,
barcollava, Anna gli si rivolse in tono beffardo:
«Sei tu il figlio del falegname di Nazaret o sei Elia venuto dal
cielo sul carro di fuoco? Dicono che egli viva ancora, potresti essere
tu, come lasci capire. Oppure sei Malachia, che non ebbe padre e potrebbe
essere un angelo, come forse oseresti spacciarti? Hai detto perfino
che sei più grande di Salomone! Su, giustificati! Ma stai tranquillo,
adesso ti conferirò il titolo di regalità».
E il perfido sacerdote scrisse su una pergamena le maggiori accuse mosse
a Gesù, poi l'arrotolò in un tubo che chiuse e che fissò
all'estremità di una canna che fu infilata tra le mani del Signore
nuovamente legate, dopo che durante il processo erano state liberate.
La canna era il simbolo derisorio dello “scettro regale”.
Il Signore venne con dotto da Caifa tra gli oltraggi della folla.
«Quelli che avevano preso Gesù, lo condussero dal sommo
sacerdote Caifa, dove si erano radunati gli scribi e gli anziani»
(Matteo 26,57).
La casa di Anna dista da quella di Caifa circa trecento passi. Mentre
percorreva questo breve cammino, sempre spinto dalle guardie, Gesù
fu deriso e malmenato da una massa di ebrei scalmanati e dai falsi testimoni
usciti dal tribunale di Anna.
Le guardie che lo scortavano riuscivano a fatica a con tenere la folla
piena di livore contro il Galileo.
Gesù davanti a Caifa
La via e i cortili che conducono alla casa di Caifa era no abbondantemente
illuminati. Il tribunale è preceduto da un primo cortile esterno,
attraverso il quale si entra in un altro interno, più grande,
che circonda l'intero fabbricato.
Un vestibolo a cielo aperto con diverse colonne laterali introduce nella
sala del tribunale. Su un'alta pedana a forma di ferro di cavallo ci
sono i seggi dei membri del consiglio; quello del sommo sacerdote si
trova al centro della pedana in posizione rialzata rispetto agli altri.
L'imputato sta al centro del semicerchio circondato dalle guardie; ai
due lati vi sono i testimoni. Tre porte alle spalle dei giudici danno
accesso alla sala delle deliberazioni. Questa sala rotonda comunica
per mezzo di alcune porte con il cortile interno, nel quale si vede
l'ingresso della prigione sotterranea; successivamente alla Pentecoste,
in una delle sue celle finirono Pietro e Giovanni dopo che avevano guarito
lo zoppo del tempio.
Quella notte l'intero palazzo era illuminato a giorno dalle numerose
fiaccole e lampade. Al centro dell'atrio principale vidi un gran fuoco
ardere in un enorme braciere, ai cui lati, ad altezza d'uomo, si trovavano
canne a forme di corni per assorbire il fumo. Intorno al fuoco si stringevano
le guardie del tribunale, più in là vidi i falsi testimoni
circondati da una folla di persone poco raccomandabili; alcune donne
vendevano focacce e una bevanda rossa.
All'interno dell'edificio e tutto attorno c'era una gran de confusione,
come avviene da noi l'ultima sera di carnevale. La maggior parte dei
convocati sedeva vicino a Gaifa, mentre giungevano i ritardatari.
I falsi testimoni avevano già riempito l'atrio.
Vidi Caifa sul seggio rialzato al centro della pedana; adesso era circondato
da tutti i settanta membri del sinedrio. Il sacerdote era un uomo dal
contegno solenne, ma il volto tradiva la sua vera natura violenta e
crudele. Portava un lungo mantello color porpora, adorno di fiori e
frange d'oro, fermato sulle spalle e sul petto da fibbie di metallo
lucente.
Giovanni riuscì a entrare dalla porta del cortile interno, mentre
Pietro avrebbe trovato serie difficoltà se Nicodemo e Giuseppe
d'Arimatea non lo avessero fatto entrare con loro. Appena furono nell'atrio,
i due apostoli restituirono ai veri messi i loro mantelli e si confusero
tra la folla.
Caifa era iroso e impaziente, discese perfino dal suo alto seggio per
chiedere quando sarebbe stato introdotto l'imputato, ma subito fece
ritorno al suo posto, perché vide il corteo entrare nell'atrio.
Il corteo fece il suo ingresso nella sala del tribunale, coperto dal
vociare e dagli insulti degli astanti contro Gesù.
Passando vicino ai due apostoli prediletti, il Signore li guardò
senza volgere la testa, per non farli scoprire. Appena Gesù uscì
dal colonnato e si mostrò alla presenza dei membri del consiglio,
Caifa gli gridò contro:
«Sei tu, dunque, il profanatore nemico di Dio che disturbi la
notte santa? ».
Poi lesse le accuse formulate dal primo tribunale e lo tempestò
di domande. Gesù restò tranquillo fissando gli occhi a
terra. Le guardie lo punzecchiarono con bastoni dalla punta di ferro
e lo percossero gridando:
«Rispondi al sommo sacerdote! Hai perduto la lingua?».
Ma egli continuava a tacere.
Si passò alle deposizioni dei testimoni. Prima di tutti parlarono
i farisei e i sadducei, i più accaniti nemici di Gesù,
seguiti dagli altri. Si ripeté quasi la stessa scena che si era
svolta da Anna: Gesù fu accusato di operare guarigioni e scacciare
i demoni con l'aiuto del capo dei demoni, inoltre di aver violato il
sabato, di non osservare i digiuni e di chiamare i farisei razza di
serpenti e generazione adultera; a queste, fecero seguito altre centinaia
di imputazioni. In effetti ogni suo insegnamento, parola o parabola,
veniva fraintesa o contorta intenzionalmente per farne altrettanti capi
d'accusa contro di lui.
L'accusa principale, che gli venne mossa da più parti, fu di
magia e stregoneria. I testimoni però erano confusi e le loro
testimonianze si contraddicevano. Qualcuno ebbe l'ardire di affermare
che Gesù era un bastardo, ma fu subito contraddetto da altri,
i quali dissero di aver conosciuto la Madre di Gesù come pia
donna del tempio e il padre come uomo timorato di Dio. Alcuni lo accusarono
di voler distruggere il tempio e di aver celebrato irregolarmente la
Pasqua per due anni consecutivi.
Riguardo alla celebrazione della Pasqua nel cenacolo, furono interpellati
Nicodemo e Giuseppe d'Arimatea. I due sinedriti provarono che, secondo
una legge antichissima, ai Galilei era permesso consumare l'agnello
pasquale un giorno prima. Aggiunsero che la cerimonia si era svolta
secondo le regole comuni e vi avevano partecipato anche impiegati del
tempio. Questa testimonianza sdegnò i nemici di Gesù,
e i testimoni furono afferrati dal dubbio. Molti astanti, colpiti dal
paziente silenzio di Gesù, dalle crudeltà esercitate su
di lui e dall'evidente farsa, si sentirono turbati nella coscienza,
anche perché l'odio dei farisei si era rivelato a tutti. Dieci
guardie si ritirarono con il pretesto di un malessere; più tardi,
indirizzate da alcuni discepoli, si rifugiarono sull'altro versante
del monte Sion, nelle caverne a sud di Gerusalemme.
Caifa, estremamente furibondo per l'andamento del pro cesso, dichiarò
che la confusione delle deposizioni era effetto dei sortilegi di Gesù,
poi si alzò dal suo seggio esce se alcuni gradini. Avvicinatosi
a Gesù, con voce quasi supplichevole, gli chiese:
«Ti scongiuro per il Dio vivente: dimmi se tu sei il Messia, il
Figlio di Dio Altissimo».
Adesso nella sala il tumulto era completamente cessato.
Gesù, fortificato dal Padre celeste, rispose con il tono dignitoso
della Parola eterna:
«Tu lo hai detto, io lo sono! E vi dico che presto vedrete il
Figlio dell'uomo venire sulle nubi del cielo, seduto al la destra dell'Altissimo!».
Nel pronunziare queste parole, Gesù fu irradiato da un magnifico
e indicibile splendore e il cielo si aprì sopra di lui; in quell'istante
percepii la luce di Dio onnipotente. Vi di i giusti pregare per Gesù
circondato dagli angeli. Invece sotto Caifa vidi una sfera incandescente
piena di orrende figure: era l'inferno, sul quale egli stava. Quando
il Signore dichiarò con voce ferma di essere il Cristo, il Figlio
di Dio,l'inferno tremò e rovesciò la sua diabolica rabbia
nella sala del tribunale. Vidi figure orribili uscire dalle tombe dell'altro
lato di Sion: credo che fossero gli spiriti del male. Vidi altre cose
tremende.
Forse anche Giovanni le vide, come mi fu rivelato.
Afferrato da un moto di collera, Caifa si strappò una par te
del suo magnifico mantello e urlò:
«Lo avete udito? Egli ha bestemmiato: servono ancora i testimoni?
Qual è dunque la vostra sentenza?».
Tutti i presenti gridarono più volte:
«E degno di morte!».
Constatata che la loro opera era finita, i testimoni abbandonarono il
tribunale con la coscienza offuscata. I più vili e falsi si ritirarono
nell'atrio e si misero attorno al fuoco per prendere il poco denaro
promesso, poi si trattennero a mangiare e a bere. Ispirato dall'inferno,
il sommo sacerdote consegnò Gesù alle guardie dicendo:
«Consegno questo re in vostra balìa, rendete a lui gli
onori dovuti!».
Detto questo, Caifa si ritirò con i suoi consiglieri nella sala
rotonda posta dietro al tribunale.
Giovanni, nel suo profondo dolore, pensava alla triste no tizia che
doveva recare alla santa Vergine. Allora gettò uno sguardo d'intesa
al Signore e lasciò la sala del tribunale.
Intanto Pietro, angosciato e intirizzito dal freddò, si era accostato
al grande braciere presso il quale si scaldava molta gentaglia. Egli
non si rendeva precisamente conto di quel che faceva, in ogni caso non
voleva allontanarsi dal suo Maestro.
Gesù oltraggiato e percosso nella
casa di Caifa
Non appena Caifa e i membri del consiglio lasciarono la sala del tribunale,
la folla si accanì bestialmente contro Gesù, abbandonandosi
a ogni eccesso di crudeltà. Solo due sgherri lo tenevano per
le funi perché gli altri due erano usciti. Già durante
il processo alcuni perfidi avevano strappato al Signore intere ciocche
di capelli, e così pure la barba; qualche pia persona le raccolse
furtivamente e le portò via, ma poco tempo dopo non le trovò
più.
Vidi Gesù coperto di oltraggi, sputi e percosse di ogni sorta,
schiaffi, pugni e bastonate. Gli sgherri, dopo averlo ferito con bastoni
acuminati, sputandogli continuamente in faccia, gli vuotarono sulla
santa testa un secchio di acqua sporca dicendogli:
«Ti rendiamo la tua unzione regale, così ti purifichiamo!».
Poi gli strapparono con violenza la veste e gli misero sul capo una
corona di paglia di frumento a guisa di mitra vescovile, quindi lo rivestirono
di un lurido manto che gli scendeva fino alle ginocchia. Non contenti
ancora, i torturatori appesero al collo di Gesù una catena di
ferro che terminava con due pesanti anelli, le cui punte gli ferivano
le ginocchia quando si muoveva.
Senza mai cessare di percuoterlo con i pugni e i pesanti bastoni nodosi,
gli bendarono gli occhi con uno straccio sudicio e lo percossero, dicendogli:
«Gran profeta, indovina: chi ti ha percosso?».
Vidi Gesù pregare per i suoi perversi torturatori.
Nonostante il sangue, i lividi e i tormenti, vidi il Signore aureolato
di luce magnifica; la stessa non l'aveva più la sciato da quando
egli si era proclamato Figlio di Dio.
Trascinato per mezzo della catena attorno al collo, Gesù fu condotto
dalle guardie nella sala antistante dov'era riunito il consiglio, i
cui membri, appena lo videro, cominciarono a ingiuriarlo e a deriderlo.
Però le loro pesanti offese non sfioravano minimamente la gloria
della sua magnifica santità. Perfino quei perfidi percepirono
vaga mente la luce della grazia che splendeva sul Figlio di Dio.
Pietro rinnega tre volte il Signore
«“Forse anche tu sei dei discepoli
di quest'uomo?”. Pietro rispose: “Non lo sono!”»
(Giovanni 18,17).
Pietro, confuso e intimorito, restava seduto nell'atrio a scaldarsi
vicino al fuoco, ma la tristezza impressa sul suo volto lo rese sospetto
agli altri. La portinaia si avvicinò al fuoco e gli chiese:
«Sei discepolo del Nazareno?».
L'apostolo, vedendosi scoperto, impallidì, senza avere il coraggio
di rispondere. Un altro gridò:
«Sicuro, io l'ho visto, era con il Galileo!».
Fortemente spaventato, temendo di essere maltrattato da quella gentaglia,
Pietro negò per la prima volta il Signore:
«Io non lo conosco».
Proprio in quel momento mi sembrò di udire il canto del gallo.
Un'altra donna, che lo fissava attentamente, disse a quel li che le
stavano accanto:
«Anche costui era con quel Gesù di Nazaret!».
Quest'affermazione fu confermata da altre persone. Pietro, per timore
di essere arrestato, rinnegò Gesù per la seconda volta:
«Non conosco affatto quell'uomo!».
Afflitto per essere stato costretto a rinnegare Gesù una seconda
volta, Pietro, in preda alla disperazione, uscì dal vestibolo
e corse fuori.
Nel cortile esterno incontrò alcuni discepoli che gli chiesero
notizie del processo a Gesù, ma l'apostolo, senza rispondere,
consigliò loro di ritirarsi.
Dopo poco tempo, ansioso di rivedere Gesù, egli ritornò
e si sedette di nuovo vicino al grande braciere, poiché non vide
più la portinaia e quell'altro. Vicino a lui c'era no alcune
persone che parlavano del Signore come di un grande farabutto. Pietro
intervenne spontaneamente per dire qualche parola in favore di Gesù.
Fu così che uno di quelli lo riconobbe, trasalì e gli
disse:
«Tu sei un discepolo del Galileo, ti ho visto mentre tagliavi
l'orecchio di Malco!».
A tale accusa egli si sentì mancare e dichiarò solenne
mente di non conoscere affatto Gesù.
Con il cuore in gola, tormentato dalla paura e dalla vergogna, Pietro
udì il gallo cantare tre volte. Fattosi animo, l'apostolo si
confuse tra la folla e giunse sotto l'arco della sala rotonda, dove
vide il Signore sanguinante, con una corona di paglia intorno alla testa,
ingiuriato e maltrattato nel più orrendo dei modi. Gesù
gli rivolse uno sguardo di pietosa commiserazione, come a volergli ricordare
il compimento della sua profezia: Pietro l'aveva rinnegato tre volte
al sorgere dell'alba, prima che il gallo cantasse. Sotto quello sguardo
l'apostolo sentì cadere su di sé il peso della sua miseria
e fu angustiato dal dolore del sincero pentimento. Allora si coprì
la testa con il manto e decise di confessare il suo peccato di presunzione,
memore di aver detto al Signore: «Meglio morire piuttosto che
negarti!».
Immenso fu lo strazio della santa Vergine quando Pietro le confessò
che aveva rinnegato tre volte il suo Figlio diletto. Ella gli aveva
domandato:
«Simone, informami di quanto è avvenuto al mio amato Figlio...».
Molto turbato, l'apostolo non le rispose.
La Madre addolorata, avvicinandosi, gli chiese:
«Perché non mi rispondi?».
«Oh, Madre, non mi parlare! Hanno condannato Gesù a morte,
e io l'ho vergognosamente rinnegato tre volte...».
A queste parole la Madre di Gesù svenne proprio vicino alla porta
di Gerusalemme, lasciandosi cadere su una pietra dove rimasero impresse
le orme della sua mano destra e del suo piede.
L'apostolo fuggì via dalla vergogna. Un'altra causa di strazio,
per la Vergine, fu quando vide gli operai che preparavano la croce per
suo Figlio.
La veggente così raccontò al poeta Brentano: «Mi
accorsi che gli angeli impedivano gli operai nel loro lavoro, affinché
venisse eseguito secondo il modello voluto da Dio».
Gesù in carcere
Vidi Gesù in una piccolissima cella dal soffitto a volta; uno
spiraglio di luce penetrava da una fessura in alto. La prigione era
sotterranea al tribunale di Caifa.
Al Signore non gli era stata restituita la veste, era ricoperto solo
da una fascia sul basso ventre e sulle spalle portava uno straccio rosso
pieno di sputi. Non appena fu in carcerato, Gesù offrì
i suoi patimenti al Padre celeste per espiare i peccati del mondo e
dei suoi carnefici.
Subito dopo i maltrattamenti nella casa di Caifa, il Signore era stato
portato in quella segreta e legato a una colonna molto bassa al centro
della prigione. Questa posizione era abbastanza dolorosa perché
lo costringeva a tenersi sulle gambe spossate e i piedi feriti e gonfi,
mentre i carcerieri non cessavano di malmenarlo. Quando gli aguzzini
si davano il cambio, i nuovi arrivati, freschi e riposati, si accanivano
con maggior foga contro di lui. Intanto il Redentore continuava a pregare
incessantemente, volgendo il suo sguardo luminoso in alto, verso il
sole nascente che annunziava la sua passione. Lo udii sospirare e ringraziare
Dio per quel giorno ardentemente atteso dagli antichi patriarchi.
Vidi il primo raggio di sole risplendere sul capo del Signore, quale
benedizione mattutina del Padre al Figlio. Era il giorno del nostro
riscatto.
Nel vedere questa scena triste e commovente, lo supplicai con le lacrime
agli occhi:
«Oh, mio Sposo divino, lasciami partecipare alla tue sofferenze
causate anche dai miei peccati!».
Circondato di luce, Gesù apparve tanto santo e buono che perfino
i carcerieri non osarono più tormentarlo.
Disperazione di Giuda
Vidi Giuda introdursi nel recinto del tribunale di Caifa; sul suo volto
si leggeva la più completa disperazione.
Fino a quel momento aveva vagato come un folle tra i cumuli di rifiuti
alla periferia di Gerusalemme.
I trenta denari, prezzo del suo tradimento, erano nella borsa appesa
al suo fianco sotto il mantello. Quando egli entrò nel tribunale
il processo era già finito e la sala era immersa nel silenzio.
Profondamente turbato, Giuda chiese a una delle guardie l'esito del
processo a Gesù.
«E stato condannato a morte e sarà crocifisso», gli
fu risposto.
Le guardie aggiunsero che all'alba il Galileo sarebbe stato trascinato
di nuovo dinanzi al consiglio per essere con dannato pubblicamente.
Il traditore uscì dal tribunale e apprese dalla gente altre notizie
riguardo al Redentore. Udì raccontare con quanta durezza Gesù
era stato trattato e con quanta pazienza aveva sopportato i maltrattamenti,
gli schemi e le sofferenze.
Caduto nella più profonda disperazione, l'infame traditore si
nascose dietro la casa di Caifa; egli, come Caino, voleva sfuggire gli
uomini. Proprio in questo luogo alcuni operai erano intenti a costruire
la croce: i singoli pezzi erano in ordine l'uno vicino all'altro. Giuda
guardò quella scena con terrore e fuggì via spaventato:
quel patibolo era il frutto del suo orribile tradimento. Il miserabile
si celò nei dintorni in attesa di conoscere il giudizio definitivo.
Il processo
Alle prime luci dell'alba il sinedrio si radunò nella gran de
sala del tribunale. Il consiglio era formato dai sommi sacerdoti, Caifa
e Anna, dagli anziani e dagli scribi del popolo. Il giudizio su Gesù
della notte precedente era stato solo preliminare, adesso serviva un
giudizio definitivo valido pubblicamente, perché la legge non
consentiva che fosse emessa una sentenza durante la notte. Era la vigilia
di Pasqua e il tempo stringeva; i sacerdoti volevano condannare e crocifiggere
il Nazareno prima della festa. Vidi che dal consiglio erano stati esclusi
tutti coloro che coltivavano buone intenzioni verso Gesù, compresi
quelli che non erano suoi dichiarati nemici. Nicodemo, Giuseppe d'Arimatea
e gli altri membri esclusi avevano lasciato il tribunale e si erano
ritirati nel tempio.
Quando tutto fu pronto, Caifa ordinò che venisse introdotto Gesù
per la sentenza.
I carcerieri trascinarono Gesù nella sala con orribile brutalità,
tirandolo per una fune, tra beffe e percosse. Traboccando ira, Caifa
lo interrogò:
«Sei tu dunque l'Unto del Signore, il Figlio di Dio?».
Gesù, con somma pazienza e solenne gravità, gli rispose:
«Se io ve lo dico, non mi credete e non mi rispondere te, né
mi lascerete andare, perciò fin d'ora il Figlio dell'uomo starà
assiso alla destra di Dio».
I giudici si guardarono tra loro, poi dissero a Gesù con tono
sdegnoso:
«Tu sei dunque il Figlio di Dio?».
«Voi lo dite, io lo sono!», rispose Gesù con la voce
della Verità.
Allorché il Signore pronunziò queste ultime parole tutti
si levarono contro di lui indignati:
«Cosa vogliamo di più, oltre questa bestemmia? Quale altra
prova andiamo cercando?».
Dopo averlo ingiuriato, accusandolo di essere un vagabondo impostore,
lo fecero legare di nuovo e gli misero una corda al collo per inviarlo
dinanzi al procuratore romano come condannato a morte.
Il sinedrio aveva deciso di presentarlo a Pilato in qualità di
«criminale nemico dell'imperatore», allo scopo di legittimare
la condanna di Gesù.
Suicidio di Giuda
«Ecco perché quel campo è
chiamato anche oggi “Campo del sangue”» (Matteo 27,8).
Caifa fece inviare un messaggero da Pilato per pregar lo di giudicare
«il Galileo criminale» prima della festa solenne.
Davanti al palazzo di Caifa fu organizzato il corteo che doveva condurre
Gesù da Pilato: i sommi sacerdoti e alcuni membri del sinedrio
precedevano in abiti solenni, seguivano subito dopo i falsi testimoni
e un gruppo di perversi scribi e farisei, acerrimi nemici del Signore;
dietro di loro camminava Gesù, trascinato dagli sgherri con le
funi. La schiera partì da Sion diretta verso la città
bassa, dove si trovava il palazzo del procuratore romano.
Giuda, che era rimasto nei paraggi, udiva la voce del popolo:
«Il gran consiglio ha condannato il Galileo a morte, lo conducono
da Pilato. Sarà senz'altro crocifisso. Durante il processo ha
dimostrato un coraggio e una pazienza senza limiti, non ha mai risposto,
ha solo detto che presto siederà alla destra di Dio. L'hanno
ridotto davvero male! E stato venduto al sinedrio da un suo discepolo
che ha consumato con lui l'agnello pasquale. Questo miserabile meriterebbe
anch'egli la condanna a morte!».
Nell'udire queste parole il traditore fu afferrato da un'indicibile
angoscia, sentì improvvisamente il peso delle trenta monete nella
borsa appesa alla sua cintura: era come il peso dell'inferno.
Tormentato nell'anima, si mise a correre all'impazzata come se fosse
inseguito da un demonio.
Non andava a gettarsi ai piedi del Signore, a chiedergli perdono e a
morire con lui, ma correva al tempio con la speranza di sbarazzarsi
del vile tradimento.
Nel luogo di culto si trovavano molti membri del consiglio, essendovi
si recati subito dopo il processo a Gesù.
Fuori di sé, Giuda staccò dalla cintura la borsa con i
denari e la tese a quelli, poi con voce rotta dall'angoscia esclamò:
«Riprendetevi il vostro denaro, ma liberate Gesù! Io rompo
il patto perché riconosco di aver tradito un inno cente».
I membri del consiglio lo guardarono con alterigia e, di mostrandogli
tutto il loro disprezzo, gli dissero:
«E che c'importa che tu abbia peccato? Se tu credi di aver venduto
sangue innocente è una cosa che non riguarda noi, ma solo te!
Noi abbiamo condannato un uomo degno di morte e non vogliamo più
sentir parlare del denaro che ti abbiamo dato!».
E senza toccare il denaro, che Giuda tendeva loro con la mano destra,
si allontanarono.
In un impeto d'ira, il traditore strappò la borsa e gettò
le monete nel tempio; fatto questo fuggì dalla città.
Vidi Satana correre al suo fianco nella valle di Hinnon, luogo in cui
gli Ebrei avevano, un tempo, sacrificato i propri figli agli idoli.
Il diavolo sussurrava a Giuda tutte le maledizioni che i profeti avevano
scagliato sulla valle, come se le medesime ricadessero su di lui, vivo
esempio di quei delitti.
Il demonio gli ripeteva:
«Caino, dov'è Abele, tuo fratello? Che hai fatto? Il suo
sangue grida: Che tu sia maledetto sulla terra, dove andrai errando
senza pace!».
Nel volgere gli occhi verso il torrente Cedron, dov'era giunto, e verso
il Getsemani, udì le ultime parole che Gesù gli aveva
rivolto: «Giuda, con un bacio tu tradisci il Figlio dell'uomo!».
Allora sentì di perdere la ragione e fu pieno di orrore per se
stesso. Satana gli sussurrò all'orecchio:
«Qui Davide passò il Cedron fuggendo davanti ad Assalonne,
il quale morì appeso a un albero».
Con la mente completamente ottenebrata dalla pazzia, Giuda giunse in
una zona fangosa piena di immondizie e, in questo lurido luogo, Satana
la fece finita con lui sussurrandogli:
«Lo stanno conducendo a morte, perché tu lo hai venduto!
Miserabile, come potrai sopravvivere?».
Spinto dall'estrema disperazione, il traditore prese la cintura e si
impiccò a un albero. Subito dopo il suo corpo crepò e
io vidi le sue viscere spargersi a terra.
Gesù condotto da Pilato
«Condussero allora Gesù dalla casa
di Caifa al pretorio» (Giovanni 18,28).
Vidi Gesù trascinato con le funi: il suo viso era gonfio e contuso.
Egli appariva sfigurato dalle percosse e dagli oltraggi della notte,
indossava soltanto la tunica inconsutile, insudiciata di sputi e macchiata
di sangue. La plebaglia affluiva da ogni parte e seguiva il corteo lanciando
grida e invettive contro il Galileo. Nel vederlo in quelle condizioni,
sanguinante e pieno di lividi, molti amici esclusero Gesù dal
loro cuore, la loro fede si affievolì e si ritirarono scoraggiati,
mentre i più superficiali si unirono alla marmaglia. Essi non
riuscivano a persuadersi che il Signore, così barcollante e malandato,
potesse essere il Re, il Profeta, il promesso Messia e il Figlio di
Dio.
I farisei dicevano a quelli che osservavano dubbiosi:
«Vedete il vostro re? Riveritelo!».
Dopo una breve visita notturna al tribunale di Caifa, la Madonna era
rimasta nel cenacolo immersa nel suo muto dolore, in costante unione
spirituale con Gesù. Quando il Signore fu fatto uscire dalla
prigione per essere condotto nuovamente davanti ai giudici, ella si
alzò per andare a vedere personalmente il suo Figlio diletto.
La Vergine mise il velo e il manto, mentre diceva a Maria Maddalena
e a Giovanni:
«Seguiamo mio Figlio fino al palazzo di Pilato, lo voglio rivedere!».
I tre uscirono e percorsero un sentiero obliquo, quindi aspettarono
il corteo in un luogo dove sapevano che sarebbe passato.
Vidi la santa Madre nascosta dietro l'angolo di un edificio, e con lei
c'erano Giovanni e Maria Maddalena. Essi attendevano il passaggio dell'infame
corteo. Maria santissima aveva impresse nel cuore le sofferenze del
Figlio divino, tuttavia anche i suoi occhi interiori non potevano immaginare
come la cattiveria degli uomini lo avesse sfigurato.
Vidi la miserabile processione sfiorare la Madre: prima i diabolici
principi dei sacerdoti, poi gli accusatori, gli scribi e i farisei,
infine Gesù, seguito dalla plebaglia agitata che gli urlava contro
ingiurie e maledizioni.
Alla vista del suo diletto Figlio, così orribilmente sfigurato,
ella esclamò tra le lacrime:
«Questo è mio Figlio! Come hanno ridotto il mio Gesù!».
Il Signore la guardò commosso e la Vergine santa si sentì
mancare; Giovanni e Maria Maddalena la condussero subito via.
Davanti a Pilato
Ma egli non rispose neppure una parola, sicché
il procuratore se ne meravigliò assai» (Matteo 27,14).
Riavutasi da quell'orrendo spettacolo, la Vergine si fece condurre da
Giovanni e da Maria Maddalena al palazzo di Pilato.
Questo edificio è situato in una posizione sopraelevata e vi
si accede salendo per una gradinata di marmo. Esso domina un ampio piazzale
circondato da portici, sotto i quali ci sono i mercati. Il palazzo è
circondato da un grande muro di cinta interrotto dal “foro”,
ossia quattro ingressi disposti secondo i punti cardinali, presidiati
da un consistente corpo di guardia. Il palazzo di Pilato è congiunto
dal lato nord con il foro e dal lato sud con il pretorio, dove Pilato
pronunciava i suoi giudizi.
Di fronte alla colonna della flagellazione, presso il corpo di guardia,
si eleva una loggia chiamata “Gabbata” una sorta di tribunale
all'aperto, elevato e cilindrico, con i sedili di pietra, dove Pilato
emanava i giudizi più solenni; vi si accede per mezzo di alcuni
scalini.
Invece la scalinata di marmo, che sale al palazzo del pro curatore,
conduce a una terrazza scoperta dalla quale Pilato parlava con gli accusatori,
i quali sedevano su alcune panche di pietra all'entrata del foro.
Non lontano dal corpo di guardia e dalla colonna della flagellazione
si trovano le prigioni sotterranee in cui erano stati rinchiusi due
ladroni.
Dietro al palazzo del procuratore ci sono altre terrazze con chioschi
e giardini che conducono alla dimora di Claudia Procla, moglie di Pilato.
Erano circa le sei del mattino, secondo il nostro modo di calcolare
il tempo, quando il triste corteo raggiunse il palazzo di Pilato. Sfigurato
orribilmente dai maltrattamenti, Gesù fu condotto fin sotto la
scala del procuratore, mentre i sinedriti si erano disposti davanti
al pretorio senza varcarne la soglia per non contaminarsi. La striscia
che essi non dovevano oltrepassare era tracciata sul selciato del cortile.
Pilato stava sopra la grande terrazza sporgente, disteso su una lettiga;
davanti a sé aveva una piccola tavola a tre pie di sulla quale
erano collocate le insegne del suo rango.
Accanto a lui c'erano ufficiali e soldati con i fregi e le insegne del
potere romano.
Quando Pilato vide arrivare Gesù in mezzo a un gran de tumulto,
si alzò e parlò con un'aria sprezzante:
«Perché venite così presto? Come mai avete ridotto
quest'uomo in così miserabili condizioni? Cominciate di buon'ora
a percuotere e scorticare le vostre vittime!», e indicò
Gesù in mezzo a loro.
I Giudei, senza rispondere, urlarono agli sgherri:
«Avanti, conducetelo al tribunale!».
Poi si rivolsero a Pilato:
«Ascolta le nostre accuse contro questo malfattore. Noi non possiamo
entrare nel tuo tribunale, perché secondo la nostra legge ci
renderemmo impuri».
Solo gli sgherri salirono i gradini di marmo trascinando Gesù
sulla grande terrazza sporgente.
Pilato aveva spesso sentito parlare di Gesù di Nazaret, “il
Galileo”. Ora, nel vederlo così sfigurato e maltrattato,
sentì aumentare il suo disgusto per i sacerdoti del tempio. Con
tono imperioso e sprezzante il procuratore romano chiese loro:
«Di che cosa accusate quest'uomo?».
«Se non fosse un malfattore non te l'avremmo condotto»,risposero
irritati.
«E meglio che lo giudichiate secondo le vostre leggi», replicò
Pilato.
«Tu sai che abbiamo pesanti limitazioni riguardo alla pena capitale»,
risposero i sacerdoti con voce ansiosa, per ché volevano uccidere
Gesù prima della festa solenne.
Pilato dimostrò di non essere disposto a condannare Gesù
senza prove e intimò loro di produrre i capi d'accusa. Essi ne
presentarono tre, per ognuno dei quali erano pronti a deporre dieci
testimoni. I sinedriti volevano persuadere a tutti i costi Pilato che
Gesù era reo innanzi tutto contro l'imperatore, in modo che fosse
condannato dal procuratore romano.
Essi presentarono Gesù di Nazaret come agitatore delle masse,
colpevole di avere turbato l'ordine pubblico; aggiunsero che egli violava
il sabato perché operava guarigioni in quel giorno sacro. A questo
punto furono interrotti da Pilato:
«A quanto sembra, voi non siete malati, diversamente le sue guarigioni
non vi avrebbero scandalizzati».
Senza badare all'ironia del procuratore romano i sinedriti continuarono:
«Attira il popolo con insegnamenti orrendi, dice che per ottenere
la vita eterna bisogna mangiare la sua carne e bere il suo sangue».
Rendendosi conto dell'accanimento col quale essi presentavano le accuse,
Pilato, sorridendo ai suoi ufficiali, disse ai Giudei:
«Sembra che anche voi seguiate la sua dottrina, perché
avete fretta di mangiare la sua carne e di bere il suo sangue!».
Imperturbati, essi passarono al secondo capo d'accusa. Dissero che il
Nazareno sobillava il popolo a non pagare il tributo all'imperatore.
Nell'udire queste parole Pilato ebbe un moto di collera e li interruppe
con tono tagliente:
«Questa è una grande menzogna perché io l'avrei
saputo prima di voi!».
E, senza reagire, i Giudei mossero contro Gesù la terza accusa:
«Comunque sia, quest'uomo di bassa origine ha formato un grande
partito e ha profetato la caduta di Gerusalemme. Inoltre diffonde tra
il popolo parabole a doppio senso circa un re che prepara le nozze di
suo figlio. Costui ha radunato sopra una montagna una moltitudine di
gente che lo ha proclamato re.
Ma il Galileo ha trovato che il tempo non era ancora maturo per quest'evento
e si è tenuto nascosto, uscendo fuori solo recentemente per assumere
la dignità regale. Infatti è stato accolto trionfalmente
dalla folla osannante di Gerusalemme che lo acclamava: “Figlio
di Davide! Bene detto sia il regno del nostro padre Davide!”.
Si è fatto chiamare Cristo, re dei Giudei, l'unto del Signore,
il re promesso agli Ebrei!».
Su queste ultime parole, confermate da dieci testimoni, Pilato apparve
molto pensoso; passò nell'ultima sala del tribunale e ordinò
alle guardie di portargli Gesù per interrogarlo.
Pilato era un pagano superstizioso e alquanto superficiale, facile a
turbarsi. Aveva sentito parlare vagamente dei «figli degli dèi
romani»; non ignorava neppure che i profeti dell'antichità
giudaica avevano preannunciato «l'Unto del Signore», il
Messia promesso ai Giudei.
Sapeva inoltre che dall'Oriente erano venuti alcuni re a visitare il
vecchio Erode, il quale aveva fatto massacrare molti lattanti. Pilato
non credeva che Gesù, caduto in tali compassionevoli condizioni,
potesse essere il re della promessa, ma lo volle interrogare ugualmente
perché era accusato di voler usurpare i diritti dell'imperatore.
Quando Gesù gli fu dinanzi, Pilato, dopo averlo scrutato con
stupore, gli chiese:
«Sei dunque il re dei Giudei? ».
Gesù gli disse:
«Mi chiedi questo spontaneamente o altri ti hanno parlato di me?».
«Sono io forse un ebreo per interessarmi di simili miserie? Il
tuo popolo ti ha consegnato a me perché io ti con danni a morte.
Dimmi: che cosa hai fatto?», gli chiese Pilato in tono sprezzante.
L'interrogato rispose:
«Sì, sono re, come tu dici. Sono nato e venuto in questo
mondo per rendere testimonianza alla Verità. Chiunque è
dalla Verità ascolta la mia voce».
Pilato, alzandosi, lo guardò e disse:
«Cos'è mai la verità?».
Egli aveva ormai compreso che Gesù non poteva danneggiare l'imperatore
romano. Fece ritorno sulla terrazza e sentenziò, rivolto ai sinedriti:
«Non trovo alcuna colpa in quest'uomo!».
I nemici di Gesù reagirono scagliando contro di lui un mare di
accuse e d'improperi. Siccome il Salvatore restava silenzioso e orante,
Pilato gli disse:
«Non hai nulla da obiettare a queste accuse?».
Gesù non proferì parola.
Il procuratore romano aggiunse:
«Costoro inventano menzogne contro di te!».
Intanto gli accusatori gli continuavano a gridare furiosi:
«Non trovi colpa in un miserabile che ha sollevato la popolazione
dalla Galilea fino qui?».
Udendo nominare la Galilea, Pilato domandò:
«Ma quest'uomo è Galileo, quindi suddito di Erode?».
«Sì!», risposero i sinedriti. «La sua residenza
attuale è a Cafarnao e i suoi genitori hanno avuto dimora a Nazaret».
«Se è suddito di Erode, conducetelo dinanzi a lui. Egli
è qui per la festa e potrà giudicarlo».
Detto questo, Pilato inviò un messo a Erode e fece condurre Gesù
fuori del tribunale. Così fu felice d'aver evitato il giudizio
su Gesù, perché questo compito gli era assai increscioso.
Inoltre Pilato desiderava mostrarsi gentile con Erode, con il quale
era in urto per motivi politici. Il procuratore romano sapeva che il
tetrarca era molto curioso di vedere Gesù.
Furiosi per l'affronto subito di fronte al popolo, i sinedriti fecero
ricadere tutta la loro collera sul Redento re. Lo fecero frustare selvaggiamente
e, coprendolo di insulti, lo trascinarono da Erode. Attraversando la
folla che gremiva le vie di Gerusalemme giunsero alla reggia del tetrarca.
Origine della Via Crucis
La santa Vergine, Giovanni e Maria Maddalena avevano assistito con angoscia
a quanto si era svolto nel pretorio. Essi erano rimasti nascosti e avevano
udito le ingiurie pronunciate dai sinedriti.
Mentre Gesù veniva condotto da Erode, Giovanni fece percorrere
alla Vergine e a Maria Maddalena la Via Crucis. Dal palazzo di Caifa
a quello di Anna, fino al monte degli Ulivi e al Getsemani, essi unirono
le loro sofferenze a quelle del Signore, venerando i luoghi dove egli
era caduto e aveva sofferto in modo atroce. Maria santissima si prostrava
spesso al suolo baciando la terra santificata dalle cadute e dal sangue
del Figlio.
Con gli occhi pieni di lacrime, Giovanni cercava di con solare Maria
Maddalena e l'addolorata Vergine.
Questa fu l'origine della Via Crucis, la dolorosa con templazione della
passione di Gesù.
Pilato e il sogno della moglie Claudia
Procla
«Ora, mentre egli sedeva in tribunale, sua
moglie gli mandò a dire: “Non t'impicciare nelle cose di
quel giusto, perché oggi ho molto sofferto in sogno a motivo
di lui”» (Matteo 27,19).
Claudia Procla, la moglie del procuratore romano, osservava da una galleria
segreta il corteo che conduceva Gesù da Erode. Profondamente
turbata, inviò un domestico da Pilato perché desiderava
parlargli.
Claudia era una donna di bell'aspetto, portava sul capo un velo che
le scendeva sul dorso e un diadema fermava la sua folta capigliatura.
Sul petto aveva un fermaglio prezioso che manteneva la lunga veste ad
ampie pieghe.
La vidi parlare a lungo col suo sposo. Gli raccontò le meravigliose
visioni che aveva avuto in sogno riguardo al Figlio di Dio. Era pallida
in volto e scongiurò Pilato di non fare del male a Gesù.
Mentre Claudia raccontava a Pilato i sogni avuti quella notte, la maggior
parte di essi passò davanti alla mia vista interiore.
La consorte di Pilato aveva visto i principali episodi della vita del
Signore e aveva sofferto tutta la notte. Aveva appreso molte verità
penose, come il massacro degli innocenti, la profezia di Simeone, la
passione di nostro Signore e i dolori della sua santa Madre.
I nemici di Gesù si erano manifestati nel sogno visionario di
Claudia sotto forme mostruose.
La donna stava vedendo molti miracoli e verità meravigliose,
quando improvvisamente fu risvegliata dal rumore del corteo che conduceva
Gesù attraverso il foro.
Nel vedere il Signore così sfigurato e maltrattato, il suo cuore
ne fu assai sconvolto e mandò a chiamare Pilato.
Dopo aver ascoltato attentamente il racconto e la supplica della sua
sposa, che si era espressa con tanta tenerezza, egli la rassicurò:
«Non ho trovato colpa in quest'uomo, perciò non emetterò
nessuna condanna nei suoi confronti; ho riconosciuto la sua innocenza
e la malizia degli Ebrei»
Come pegno della sua solenne promessa Pilato le diede un anello. Così
si separarono.
Il procuratore romano era un uomo corrotto e superbo, capace di ricorrere
a qualsiasi bassezza pur di ottenere i suoi vantaggi, ma allo stesso
tempo era molto superstizioso.
La sua concezione religiosa era molto confusa; egli offriva segretamente
l'incenso ai suoi dèi per invocarne l'aiuto. Temeva che essi
si vendicassero di lui se avesse riconosciuto l'innocenza di Gesù,
nella quale egli tuttavia credeva. Le meravigliose visioni narrate da
sua moglie lo convinsero a liberare il Galileo. Il corpo di guardia
del pretorio fu messo in allarme e tutti i luoghi importanti di Gerusalemme
furono fatti presidiare dai soldati romani.
Gesù davanti a Erode Antipa
«Erode, insieme con le sue guardie, lo trattò
con disprezzo e si prese gioco di lui...» (Luca 23,11).
Il palazzo di Erode Antipa si innalza nella parte nuova della città,
non lontano dal pretorio. Vidi alcuni soldati romani che scortavano
il corteo dei Giudei con Gesù prigioniero.
Il popolo, intanto, istigato dai farisei, affluiva nella zona del mercato,
affollando i paraggi della reggia di Erode.
Il tetrarca, avvertito dal messo di Pilato, aspettava il Galileo nella
sala più sontuosa; lo vidi assiso su una specie di trono fatto
di cuscini, circondato dalla corte e da alcune guardie armate.
Erode si sentiva molto lusingato per il fatto che Pilato gli avesse
riconosciuto il diritto di giudicare un suo suddito alla presenza dei
sacerdoti del tempio.
Gesù giunse da Erode completamente sfigurato, con la faccia sanguinante
e la veste macchiata di sangue. Il tetrarca, assalito da un moto di
pietà mista a ribrezzo, disse ai sacerdoti:
«Come vi permettete di portarmelo in queste condizioni? Prima
lavatelo e pulitelo!».
Allora gli sgherri lavarono Gesù nell'atrio senza cessare di
tormentano, al punto di sfregargli un panno ruvido sul volto ferito.
Erode rimproverò aspramente i sacerdoti per la loro crudeltà,
ma fece questo solo perché voleva imitare Pilato.
Appena finirono di lavarlo, le guardie riportarono Gesù davanti
a Erode Antipa. Il quale dimostrò molta benevolenza verso il
Galileo, addirittura gli fece portare un calice di vino per farlo ristorare;
ma Gesù non bevve, restò silenzioso e fermo come una statua.
Erode invece parlò molto, rivolgendo parole elevate e cortesi
al Signore e facendogli una serie di domande. Gesù non pronunciò
parola e tenne lo sguardo fisso a terra.
Senza lasciar trapelare la sua ira e il suo disappunto per l'atteggiamento
di Gesù, l'Antipa continuò con le domande e le lusinghe,
invitandolo a fare un miracolo alla sua presenza:
«E vero che sei il Figlio di Dio... o chi sei veramente? Perché
taci? Mi hanno parlato molto dei tuoi discorsi, dei miracoli e delle
prodigiose guarigioni che riesci a produrre. Vuoi mostrarmi qualcosa?
Tu sai che io posso farti li berare»
Vedendo che Gesù restava impassibile, egli riprese le sue domande
con maggior vigore:
«Ho saputo di te cose meravigliose: hai reso la vista ai ciechi
nati, hai sfamato migliaia di persone con pochi pani, hai ridestato
Lazzaro dalla morte. Perché adesso non possiedi più questo
potere? Sei tu colui che sei sfuggito al la morte che fu data a numerosi
bambini sotto il regno di mio padre? Mi rammento che alcuni re dell'Oriente
erano venuti da mio padre per vedere un neonato re degli Ebrei; il neonato
di cui parlo eri tu? Oppure vuoi utilizzare quest'episodio per diventare
re?».
Poiché il Signore continuava a non degnare di uno sguardo quell'adultero
incestuoso, assassino di Giovanni Battista, Erode sentenziò con
voce grave:
«Non vedo in te niente di regale, vedo solo un pazzo!».
I sinedriti, approfittando del disgusto del tetrarca provocato dal silenzio
di Gesù, rinforzarono le loro accuse. Essi adoperarono gli argomenti
più convincenti per fare in modo che Erode intravedesse il suo
trono in pericolo se Gesù fosse stato rimesso in libertà.
Ciò nonostante, il tetrarca non era disposto a condannare il
Redentore per una serie di motivi: innanzi tutto per ché davanti
al Signore provava un intimo terrore e il rimorso per aver fatto uccidere
Giovanni; inoltre disprezzava i capi dei sacerdoti, i quali l'avevano
allontanato dai sacrifici a causa del suo adulterio; infine, non voleva
fare un affronto a Pilato che aveva dichiarato Gesù innocente.
Umiliato però dal persistente silenzio di Gesù, lo consegnò
ai servi e alle guardie della sua reggia, che erano più di duecento,
dando loro quest'ordine:
«Rendete a questo re da strapazzo gli onori che si merita!».
Il Salvatore venne trascinato in un grande cortile e colà fu
vittima di nuovi e crudelissimi oltraggi, mentre Erode si godeva il
supplizio da una terrazza di marmo.
Intanto Anna e Caifa tentavano con ogni mezzo di con vincere il tetrarca
a condannare Gesù a morte, ma egli disse loro:
«Condannarlo sarebbe da parte mia un delitto contro il giudizio
di Pilato, che ebbe la cortesia di mandarlo a me!».
Vedendo che questi era deciso a non condannare Gesù, i sacerdoti
incaricarono i farisei di sollevare il popolo contro il Galileo. Alcuni
dei più acerrimi nemici del Signore, temendo che Pilato lo rimettesse
in libertà, distribuirono denaro ai servi di Erode affinché
lo maltrattassero fino a provocargli la morte.
Vidi Gesù martoriato dai duecento servi di Erode. Gli misero
un gran sacco bianco come mantello e lo percossero a più non
posso, lo tiravano come per farlo ballare, poi lo gettavano a terra
trascinandolo per il cortile. Il suo sacro capo sbatté più
volte contro le colonne di marmo. Lo rialzavano e ricominciavano a martoriarlo,
sputandogli addosso e coprendolo d'insulti.
I servi, prezzolati dai nemici di Gesù, gli assestavano colpi
sul sacratissimo capo. Il Signore li guardava con compassione, mentre
sospirava per i dolori atroci; i suoi gemiti strazianti suscitavano
le risate deliranti dei suoi torturatori; nessuno sentiva pietà
di lui.
Completamente insanguinato, Gesù cadde tre volte sotto i feroci
colpi di bastone. Vidi gli angeli che gli ungevano il sacratissimo capo,
piangevano ed erano molto addolorati. Mi fu rivelato che senza la loro
celeste assistenza il Redentore sarebbe certamente morto.
Dopo quest'orrenda infamia, Erode Antipa rinviò Gesù da
Pilato.
Gesù ricondotto da Pilato
«Barabba era stato messo in carcere per
una sommossa scoppiata in città e per omicidio» (Luca 23,19).
Così ridotto, ancora coperto con il sacco bianco di cotone, Gesù
fu riportato a Pilato.
I sacerdoti erano furiosi perché neanche Erode aveva voluto condannarlo.
Pieni di rabbia, perché costretti a ripresentarsi davanti al
procuratore romano, essi tormentarono Gesù in tutti i modi.
Per mostrano in quello stato ignominioso, gli fecero per correre un
cammino due volte più lungo del normale. I sommi sacerdoti fecero
questo anche per lasciar tempo ai farisei di sobillare la popolazione
contro Gesù.
Per via gli aguzzini non cessarono un solo istante di torturare il Redentore.
Egli cadde più volte e fu fatto rialzare a furia di pugni, calci
e bastonate, mentre il popolo, facendosi sempre più numeroso
al suo passaggio, l'oltraggiava senza fine.
Stremato e deriso dalla marmaglia istigata dai farisei, Gesù
pregò il Padre di non farlo morire prima del tempo.
Alle otto e un quarto il corteo, attraversando il foro, giunse davanti
all'ingresso orientale del palazzo di Pilato. Il procuratore romano
era stato preavvertito da un messo di Erode sull'esito del giudizio.
Nel suo messaggio a Pilato, l'Antipa gli esternava la sua gratitudine
e lo pregava di riprendersi il Galileo, avendo visto in lui solo un
pazzo muto ma nessuna colpa. Il procuratore fu molto contento di apprendere
che Erode era stato del suo stesso parere e non aveva condannato Gesù;
allora gli inviò i suoi complimenti e i due divennero nuovamente
amici.
Vedendo il popolo in tumulto, scatenato dai farisei, Pilato aveva mobilitato
circa mille soldati provenienti dalle province italiche. Essi occupavano
il pretorio, il corpo di guardia, gli ingressi del foro e quelli del
suo palazzo.
La santa Vergine, Maria Maddalena e circa venti discepole si erano messe
in un luogo appartato da dove potevano vedere e udire ogni cosa. Giovanni
era con loro.
Gli sgherri spinsero Gesù sulla gradinata che conduce alla terrazza
di Pilato, il quale l'attendeva con i suoi ufficiali. A causa delle
spinte grossolane dei suoi aguzzini, il Signore incespicò nella
veste di cui era stato ricoperto e cadde sui gradini di marmo bianco,
macchiandoli col suo sangue. La plebaglia rise della sua caduta, ridacchiarono
pure i suoi aguzzini, i quali lo fecero rialzare a calci e lo costrinsero
a salire fino alla sommità della gradinata.
Il procuratore romano si alzò dalla sua lettiga, avanzò
sulla terrazza e disse con voce ferma:
«Mi avete presentato quest'uomo come un agitatore di popolo, ma
io, dopo averlo interrogato alla vostra presenza, non ho trovato in
lui nessuna colpa. Nemmeno Erode lo ha trovato colpevole, poiché
non ne avete ottenuto la sentenza di morte. Lo farò flagellare
e poi lo libererò».
Contro questa decisione di Pilato si levò un possente mormorio
di protesta. Il procuratore accolse con grande disprezzo quelle rimostranze
del popolo sobillato.
Manipolata dagli agitatori, prezzolati dai farisei, la folla chiese
che fosse liberato un prigioniero in occasione del la festa solenne.
Per indurre la massa a sollecitare la libe razione di Gesù, Pilato
fece comparire accanto al Salvatore un bandito della peggiore specie.
«E consuetudine che io, per la Pasqua, vi liberi un prigioniero.
Chi volete che vi liberi: Barabba o Gesù, il re dei Giudei, colui
che dice di essere l'unto del Signore?».
A questa domanda del procuratore, dopo una prima esitazione, la folla
gridò in coro:
«Barabba! ».
I farisei, guidati dai sacerdoti e dai sinedriti, si agitava no tra
la moltitudine distribuendo denaro e incitandola contro Gesù.
In disparte dalla folla, sotto un porticato, vidi la Vergine Maria,
Maria Maddalena e le altre pie donne profondamente afflitte dal dolore.
Giovanni andava in giro per il foro con la speranza di raccogliere qualche
buona notizia, poiché correva voce che Pilato volesse liberare
Gesù. Ben ché la Vergine santa sapesse che l'unico mezzo
di salvezza per gli uomini era la morte del Figlio, il suo cuore materno
anelava a strappano dal supplizio. E come Gesù, fattosi uomo,
soffriva le pene di un qualsiasi innocente torturato e inviato a morte,
così Maria pativa il tormento di una madre che vede il proprio
figlio sfigurato dal popolo ingrato e crudele. Questa Madre soffriva
in modo indicibile e supplicava Dio con le stesse parole pronunciate
da Gesù nell'orto degli Ulivi: «Se è possibile,
si allontani da me questo calice».
Intanto Pilato era stato chiamato da un servo di Claudia Procla, la
quale gli aveva rinviato l'anello da lui donato per rammentargli la
promessa.
Dopo aver restituito il pegno alla sua consorte per assicurarla che
avrebbe mantenuto la promessa, il procuratore ritornò sui loggione
e ripeté:
«Insomma, chi volete che vi liberi: Barabba o Gesù?».
Con profondo stupore, egli udì un grido unanime:
«Noi vogliamo libero Barabba! ».
Dsse ancora:
«Cosa debbo fare di Gesù, chiamato il Cristo, il re dei
Giudei?».
Un coro tumultuoso si levò in alto:
«Sia crocifisso! Sia crocifisso! ».
«Ma che cosa ha dunque fatto di male? Non vedo nulla in lui che
meriti la morte; per questo lo farò flagellare e poi lo rimetterò
in libertà».
A queste parole echeggiò un grido simile a un tuono:
«Crocifiggilo! Crocifiggilo! ».
Così Pilato liberò il malfattore Barabba e fece flagellare
Gesù.
L'orribile flagellazione
Per calmare la plebaglia con una punizione che la impietosisse, Pilato
diede ordine di flagellare Gesù, secondo l'uso romano, ma il
popolaccio, aizzato dai farisei, continuava a gridare:
«Sia crocifisso!».
Fra il tumulto e il furore popolare Gesù fu condotto da gli sgherri
sul piazzale.
Il Signore venne trascinato bruscamente vicino al corpo di guardia del
pretorio, dove si trovava la colonna di marmo munita di anelli e ganci;
essa era destinata esclusivamente alla flagellazione dei condannati.
I sei flagellatori, che svolgevano la funzione di carnefici nel pretorio,
provenivano dalle frontiere egiziane, erano bruni, bassi e tarchiati;
seminudi e mezzo ebbrì, sembravano bestie assetate di sangue.
Essi avevano nello sguardo qualcosa di diabolico; vicino a quella colonna
avevano fustigato a morte molti altri condannati.
Benché il Salvatore non avesse opposto alcuna resistenza, venne
trascinato con le funi, mentre i flagellatori gli assestavano pugni
e calci.
Gli strapparono di dosso il manto derisorio di Erode e fecero quasi
cadere il Signore a terra. Vidi Gesù tremare e rabbrividire davanti
alla colonna. Egli stesso si tolse la veste con le mani gonfie e sanguinanti.
Poi pregò e volse per un attimo lo sguardo verso la sua santa
Madre immersa nel dolore.
Gesù si rivolse verso la colonna e, poiché lo avevano
costretto a denudarsi completamente, disse ai suoi fustigatori: «Distogliete
i vostri sguardi da me!». Non so se Gesù avesse pronunciato
realmente queste parole, o fosse solo il suo pensiero, ma compresi che
Maria aveva udito quel la frase perché svenne tra le braccia
delle sue compagne.
I carnefici, senza cessare le loro orrende imprecazioni, legarono le
mani di Gesù a un grande anello fissato alla sommità della
colonna dell'infamia. Così facendo, gli tesero talmente le braccia
al di sopra della testa che i piedi legati fortemente alla colonna non
toccavano completa mente il suolo.
Due di quei bruti, assetati di sangue, iniziarono a flagellare il corpo
immacolato di Gesù provocandogli i più atroci tormenti.
Non mi è possibile descrivere nei parti olari le tremende atrocità
inflitte a nostro Signore.
Le prime verghe di cui si servirono gli aguzzini erano strisce di color
bianco, sembravano fatte di legno durissimo o nervi di bue.
Dorso, gambe e braccia venivano lacerati sotto i pesanti colpi del flagello,
finché la pelle a brandelli col sangue schizzò al suolo.
I gemiti dolorosi di Gesù sofferente era no soffocati dal clamore
della plebaglia e dei farisei, che continuavano a gridare:
«Fatelo morire! Crocifiggetelo! ».
Per imporre il silenzio, e continuare a parlare al popolo, Pilato faceva
suonare una tromba. Allora sulla piazza si udivano solo le sue parole,
accompagnate dall'orribile sibilo della frusta e dai gemiti del Signore,
come anche dalle imprecazioni degli ebbri carnefici.
Particolare commozione suscitavano i belati lamentosi degli agnelli
pasquali mentre venivano lavati nella Piscina delle Pecore; il loro
innocente belato si confondeva con i lamenti di Gesù.
La maggior parte del popolo manteneva una certa di stanza dal luogo
della flagellazione, solo alcuni andavano e venivano dai paraggi della
colonna per insultare il Signore. Altri si erano commossi; vidi su questi
aleggiare un raggio di luce.
Giovani infami preparavano verghe fresche presso il corpo di guardia,
altri cercavano rami spinosi per intrecciare la corona di spine.
I servi dei sacerdoti avevano regalato denaro ai flagellatori e avevano
dato loro delle brocche colme di un liquore rosso, del quale bevvero
fino a ubriacarsi.
Dopo un quarto d'ora i carnefici che avevano flagellato Gesù
furono Sostituiti da altri due. Questi ultimi si avventarono contro
Gesù con cieco furore, usando anche bastoni nodosi con spine
e punte. I colpi dei loro flagelli la ceravano la carne del Signore
fino a farne sprizzare il sangue sulle braccia dei carnefici. Presto
quel santo corpo fu ricoperto di macchie nere e rosse, il sangue colava
a terra ed egli si muoveva in un tremito convulso, tra ingiurie e dileggi.
Intanto si trovavano a passare per il foro diversi stranieri sui cammelli;
li vidi guardare con angoscia e commozione quella scena orribile. Tra
i viaggiatori c'erano alcuni battezzati da Giovanni e altri che avevano
udito il sermone della montagna.
La notte era stata insolitamente fredda e il cielo era rimasto coperto;
con grande meraviglia della gente, durante la mattinata era caduta la
grandine.
La terza coppia di carnefici si avventò con maggior foga delle
altre sul corpo martirizzato di Gesù. Per la fustigazione essi
si servirono di cinghie munite di uncini di ferro.
Eppure la loro rabbia diabolica non si placò. Gesù venne
slegato e poi di nuovo legato, questa volta col dorso contro la colonna.
Poiché il Signore non poteva più reggersi, gli passarono
delle corde sul petto e lo legarono con le mani dietro la colonna. Ripresero
così a fustigarlo. Gesù aveva il corpo ridotto a un'unica
piaga e guardava i suoi carnefici con gli occhi pieni di sangue, come
se implorasse la grazia. Ma, in risposta ai suoi flebili gemiti, la
loro furia aumentò e uno dei carnefici lo colpì al viso
con un'asta più flessibile.
L'orribile flagellazione durava già da tre quarti d'ora, quando
uno straniero d'infima classe, parente di un cieco sanato da Gesù,
si precipitò dietro la colonna con un coltello a forma di falce
e gridò con voce indignata:
«Fermatevi! Non colpite quest'innocente fino a farlo morire! ».
Approfittando dello stupore dei carnefici ebbri, lo straniero recise
le corde annodate dietro la colonna e subito disparve tra la folla.
Gesù cadde al suolo in mezzo al suo sangue; gli aguzzini lo lasciarono
e se ne andarono a bere. Il Signore, sanguinante e coperto di piaghe,
si trovava di steso ai piedi della colonna, quando vidi due prostitute
dall'aria sfrontata avvicinarsi a lui. Queste donne di malaffare si
tenevano per mano, lo guardarono e ne ebbero un moto di disgusto. Gesù
levò verso di loro il suo capo sofferente e il dolore si fece
più straziante. Esse si affrettarono ad allontanarsi, accompagnate
dalle parole indecenti del le guardie e degli aguzzini.
Durante l'orribile flagellazione avevo udito la preghiera con la quale
Gesù si offriva al Padre per espiare i peccati del mondo. Avevo
visto degli angeli piangenti vicino a lui. Mentre il Signore giaceva
immerso nel suo sangue, un cherubino ai piedi della colonna gli mise
sulla lingua un boccone lucente.
Al loro ritorno i flagellatori lo presero a calci per farlo rialzare.
Gesù, strisciando, fece per riprendersi la fascia che gli aveva
cinto i fianchi, ma i carnefici gliela spingevano sempre più
lontana, costringendolo a contorcersi al suolo nel suo sangue e a strisciare
come un verme; tutto questo avveniva tra i fischi, i motti e gli insulti
della gente. Infine lo rimisero in piedi, gli gettarono la veste sulle
spalle e lo sospinsero frettolosamente verso il corpo di guardia. Con
la veste egli si asciugava il sangue che gli fuoriusciva copioso dal
volto.
Invece di condurlo attraverso i porticati, i carnefici lo fecero passare
davanti ai sommi sacerdoti, i quali, appena lo videro, gridarono:
«A morte!», e distoglievano il capo con disgusto.
Gesù fu fatto passare per la corte interna del corpo di guardia;
in quel momento non c'erano soldati ma solo schiavi e miserabili della
peggiore specie.
Quando la crudele flagellazione ebbe fine erano circa le nove del mattino.
Poiché il popolo era in grande agitazione, Pilato fece interveniré
la guarnigione della fortezza Antonia. I soldati, schierati intorno
al corpo di guardia, si prendevano beffa di Gesù e ridevano divertiti
senza uscire dai ranghi.
Maria santissima durante la flagellazione
di Gesù
Durante il supplizio di Gesù la Vergine Maria rimase rapita in
un'estasi dolorosa. Ella soffrì nello spirito le stesse pene
provate dal suo divin Figlio: dalle sue labbra prorompevano dei gemiti
sommessi e i suoi occhi erano arrossati dal molto pianto.
La Madonna giaceva svenuta tra le braccia della sorella maggiore, Maria
Heli, che era già in età avanzata e aveva molta somiglianza
con sua madre Anna. Maria di Cleofa, figlia di Maria Heli, stava appoggiata
al braccio di sua madre. Le altre sante compagne di Maria santissima
e di Gesù erano tutte presenti, velate e tremanti per il dolore
e l'angoscia.
Le discepole si stringevano intorno alla santa Vergine, piangendo e
fremendo come se stessero aspettando la pro pria condanna a morte. Maria
santissima portava una lunga veste color cielo, sormontata da un lungo
mantello di lana bianca e da un velo giallo pallido. Maria Maddalena
appariva annientata dal dolore, con i capelli in disordine e gli occhi
gonfi dal pianto.
Nello stesso momento in cui Gesù era caduto ai piedi della colonna,
Claudia Procla aveva inviato alla Vergine un pacco di grandi teli di
lino. Non so se la consorte di Pilato credesse nella liberazione del
Signore o avesse avuto il presentimento della sua crocifissione; in
qualsiasi caso quei teli sarebbero stati utili per fasciare il suo corpo
piagato.
Quando riprese i sensi, Maria vide suo Figlio, con il corpo piagato
e insanguinato, trascinato via dai carnefici. Gesù si asciugò
il sangue dagli occhi con un lembo della veste per guardare la sua amatissima
Madre. Ella tese le braccia verso di lui e seguì con strazio
profondo le orme di sangue che lasciavano i suoi passi.
Allontanatasi la folla, la santa Vergine e Maria Maddalena si avvicinarono
alla colonna e, protette dalle pie donne, asciugarono dal suolo il sangue
del Signore con alcuni teli. Vidi alcuni discepoli di Gesù nel
tempio: sui loro volti erano ritratte la tristezza e l'angoscia.
L'aspetto della Vergine Maria e di Maria Maddalena durante la passione
del Signore
Vedo le guance della Madonna pallide e smunte, il naso di forma sottile
e gli occhi arrossati dal gran piangere.
Indescrivibile è il suo aspetto sconvolto, eppure nulla vi è
di scomposto o in disordine nel suo abbigliamento. L'ho vista errare
in mezzo alla folla di Gerusalemme e poi nel la valle di Giosafat.
Dalla sua figura traspare la luce della santità, i suoi movimenti
sono semplici, calmi e dignitosi; il suo contegno e il modo di guardare
sono regali, tutto in lei è semplice, degno, puro e innocente.
La sua veste azzurra è inumidita dal la rugiada notturna e dalle
abbondanti lacrime, mentre lei appare pulita e bene ordinata. La sua
indicibile bellezza, ineffabile e soprannaturale, esprime contemporaneamente
casta purezza, semplicità e santità.
Maria Maddalena ha un aspetto diverso: è più alta e robusta,
inoltre nella sua persona e negli atteggiamenti vedo qualcosa di più
accentuato che in Maria. Le sue vesti sono in disordine e lacere, sporche
di fango, i suoi capelli cadono sciolti sotto il velo umido ridotto
in cenci. Il pentimento e la disperazione l'hanno sconvolta e sfigurata,
non pensa ad altro che al suo Signore e ha l'aria d'una pazza. Molte
persone di Magdala, che si trovano a Gerusalemme in occasione della
Pasqua, l'insultano a causa della sua passata vita scandalosa e le gettano
fango adosso. Ma lei è tanto assorta nel suo dolore che non bada
a nulla.
Gesù oltraggiato e coronato di
spine
«Andandogli davanti dicevano: “Salve,
re dei Giudei!”, e gli davano schiaffi» (Giovanni 19,3).
Il lunedì dopo la quarta domenica di Quaresima, la pia suora
cominciò nuovamente ad avere le visioni sulla passione di Gesù;
fu afferrata da un accesso di febbre e da una sete ardente, tanto che
la sua lingua era interamente inaridita.
L'estatica iniziò la narrazione senza ordine alcuno, con molta
fatica e strazianti sofferenze; disse che le era impossibile narrare
tutti i maltrattamenti subiti da Gesù durante l'incoronazione
di spine. Suor Emmerick aveva chiesto a Dio la grazia di provare la
stessa arsura del Salvatore (Clemens Brentano).
Pilato parlò ancora al popolo, che gli rispose elevando un solo
grido:
«Condannalo a morte! Dovessimo noi pure morire tutti insieme!
».
E quando Gesù fu condotto all'incoronazione di spine i suoi nemici
gridarono:
«A morte! A morte! ».
Questo grido fu ripetuto più volte da nuove masse di Giudei che,
sobillati dai farisei, continuavano ad affluire nella piazza vicino
al pretorio.
Il procuratore si ritirò per offrire incenso agli dèi
e im partire ordini ai suoi soldati. Ci fu una breve pausa, i sacerdoti
e i sinedriti, seduti sulle panche davanti alla terrazza del procuratore,
si fecero portare dai loro servi qualcosa da mangiare.
Dopo aver asciugato le tracce del santo sangue di Gesù ai piedi
della colonna e tutt'intorno, la santa Vergine e le pie donne lasciarono
il foro ed entrarono in una casetta a ridosso di un muro; avevano con
loro i teli di lino intrisi di sangue.
L'incoronazione di spine fu eseguita nel cortile del corpo di guardia,
le cui porte erano aperte; nell'interno si trovavano una cinquantina
di aguzzini, servi e furfanti, i qua li presero parte attiva ai martìri
di Gesù.
La folla si accalcava da tutti i lati, finché l'edificio fu isolato
dai soldati romani.
Gesù fu spogliato nuovamente e rivestito di un vecchio mantello
militare color porpora, che gli arrivava fin sopra alle ginocchia. Il
mantello si trovava in un angolo della stanza e con esso venivano coperti
i criminali dopo la flagellazione.
Il Signore fu fatto sedere al centro del cortile, su un tronco di colonna
ricoperto di cocci di vetro e di pietre.
Indicibile fu il tormento di quella incoronazione: intorno al capo di
Gesù venne legato un serto intrecciato di tre rami spinosi, alto
due palmi, le cui punte erano rivolte verso l'interno. Nel legare posteriormente
la corona al santo capo, i carnefici gliela strinsero brutalmente per
fare in mo o che le spine grosse un dito si conficcassero nella sua
fronte e nella nuca. Poi gli infilarono una canna tra le mani legate,
si posero in ginocchio davanti a lui e inscenarono l'incoronazione di
un re da burla.
Non contenti gli strapparono di mano quella canna, che doveva figurare
come scettro di comando, e iniziarono a percuotergliela sulla corona
di spine, tanto che gli occhi del Salvatore furono inondati di sangue;
al tempo stesso i malfattori lo schiaffeggiavano e gli rivolgevano volgarità
di ogni tipo.
Non saprei ripetere tutti i violenti maltrattamenti che quei perfidi
miserabili riuscivano a inventare per far soffrire il nostro povero
Gesù. Nostro Signore era orribilmente sfigurato. Inoltre era
tormentato dall'arsura e dalla febbre violenta, causata dalle sue numerose
ferite. Tremava tutto e le sue carni erano dilaniate fino all'osso,
la lingua era ritratta convulsamente e solo il santo sangue che gli
colava dalla fronte rinfrescava la sua bocca riarsa.
I tormenti di Gesù, causati dall'infame incoronazione di spine,
durarono circa mezz'ora. I numerosi soldati che circondavano il pretorio
non avevano fatto altro che ridere e trarne godimento.
«Ecce homo»
«... Uscì Gesù, portando la corona di spine e il
manto di porpora. Filato disse loro: “Ecco l'uomo!”»
(Giovanni 19,5).
Con il mantello scarlatto sul dorso, la corona di spine sul capo e lo
scettro di canna tra le mani, Gesù venne ricondotto nel palazzo
di Pilato. Il Signore era irriconoscibile, il sangue gli riempiva gli
occhi e dalla fronte incoronata gli scorreva sul volto congestionato
fin nella bocca e in mezzo alla barba.
Il suo corpo era tutto una piaga, tanto che camminava curvo e malfermo.
Il povero Gesù giunse sotto la scalinata davanti a Pilato, suscitando
perfino in quest'uomo crudele un senso di compassione. Il popolo e i
perfidi sacerdoti continuavano a schernirlo.
Il procuratore romano, assalito da un forte fremito di ribrezzo, si
rivolse a uno dei suoi ufficiali e disse:
«Se il diavolo dei Giudei è così crudele, non si
può abitare nel loro inferno!».
Condotto faticosamente dagli sgherri, il Signore fu portato per la scalinata
davanti a Pilato. Il quale, sporgendosi sulla terrazza, fece suonare
la solita tromba per imporre il silenzio, poi parlò ai sacerdoti
e al popolo:
«Vedete, lo faccio venire ancora una volta davanti a voi perché
riconosciate che io lo trovo innocente!».
Allora il Signore fu condotto accanto a Pilato in modo che tutti potessero
vederlo così sfigurato.
Allorché egli comparve davanti al popolo, insanguinato, con la
corona di spine sul capo e la canna tra le mani, si levò nell'aria
un mormorio generale d'orrore.
Frattanto alcuni stranieri, uomini e donne in veste succinta, attraversavano
il foro per scendere nella Piscina delle Pecore e aiutare l'abluzione
degli agnelli pasquali. I lamenti di quelle bestiole si levavano alti
verso il cielo, quasi a testimoniare il prossimo sacrificio dell'Agnello
di Dio.
Gesù teneva gli occhi inondati di sangue diretti in basso sulla
folla ondeggiante, mentre Pilato, segnandolo a dito, gridava ai Giudei:
«Ecco l'uomo!».
I sacerdoti, i sinedriti e gli altri sobillatori, nel vedere Gesù
come implacabile specchio della loro coscienza, furono presi dal furore
e urlarono in coro:
«Sia tolto dal mondo! Sia crocifisso!».
Con voce risentita, Pilato gridò:
«Non ne avete abbastanza? Egli è stato trattato in modo
che non ha più voglia di farsi eleggere re!».
Ma quei forsennati urlarono nuovamente:
«Sia crocifisso!».
Dopo un altro squillo di tromba, il procuratore romano disse con rabbia:
«Prendetelo e crocifiggetelo voi, perché io non vedo in
lui nessuna colpa!».
I principi dei sacerdoti e i sinedriti ribatterono:
«Noi abbiamo una legge secondo la quale deve morire, perché
si è dichiarato Figlio di Dio».
Queste ultime parole risvegliarono in Pilato timori superstiziosi. Egli
fece portare Gesù in disparte e gli chiese:
«Da dove vieni?».
Ma siccome il Signore non rispondeva, il procuratore gli disse:
«Non mi dici nulla? Non sai che io ho il potere di crocifiggerti
o di liberarti?».
Gesù rispose:
«Non avresti alcun potere su di me se non ti fosse con cesso dall'Alto.
Perciò chi mi ha consegnato a te ha una colpa più grave».
Claudia Procla, timorosa per l'esitare del marito, gli ave va rinviato
il pegno per ricordargli la promessa, ma questa volta Pilato le diede
una risposta vaga, facendole sapere che si era affidato alla volontà
degli dèi.
I sacerdoti e i farisei, avendo avuto notizia dell'intervento di Claudia
in favore di Gesù, fecero circolare la voce di un'alleanza dei
Romani con il Galileo ai danni del popolo ebraico.
Vidi Pilato molto turbato per il diffondersi di queste false voci, per
le parole di Gesù e i sogni della sua consorte. Perciò
egli ripeté ai sacerdoti che non trovava nel Galileo alcuna colpa
degna di morte.
Ma poiché questi ultimi chiedevano con sempre maggior insistenza
la morte del Signore, volle ottenere da Gesù stesso una risposta
che potesse toglierlo da quel penoso stato d'animo.
Pilato rientrò nel pretorio e restò solo con lui. Guardando
il Signore così malridotto, egli pensava: «E mai possibile
che costui sia il figlio di Dio?». Poi lo scongiurò di
dirgli se fosse davvero il promesso re dei Giudei, fin dove si estendesse
il suo impero e a che genere di divinità appartenesse; infine
promise a Gesù la libertà se gli avesse dato queste risposte.
Il Signore gli rispose con tono grave e severo, di cui posso ricordare
solo il senso di quanto disse. Spiegò a Pilato che il suo vero
regno era quello dello Spirito di Dio, gli mostrò la verità
del mondo e gli ricordò tutti i delitti da lui commessi in segreto,
profetandogli la miserabile sorte che lo aspettava, cioè l'esilio,
la miseria e la terribile fine. Inoltre gli annunciò che il Figlio
dell'uomo avrebbe pronunciato su di lui un equo giudizio.
Irritato e spaventato dalle parole del Salvatore, il procuratore ritornò
sulla terrazza e riconfermò la sua decisione di liberare Gesù.
La folla rumoreggiò nel cortile del pretorio, mentre i sinedriti
gli gridavano:
«Se lo liberi, non sei amico dell'imperatore, perché chi
vuole farsi re è nemico di Cesare!».
Infine lo minacciarono dicendogli che l'avrebbero denunciato all'imperatore
e che era necessario farla finita, perché alle dieci dovevano
trovarsi al tempio. Il grido: «Crocifiggilo!» risuonava
adesso da tutte le parti, perfino dai tetti piatti del foro dov'erano
saliti numerosi furibondi.
Quel tumulto aveva in sé qualcosa di orrendo. Pilato, rimasto
isolato, fu preso dallo spavento e temette una rivolta. Fatta portare
dell'acqua in una brocca, se la fece versare sulle mani da un servo
e, rivolto al popolo, disse:
«Del sangue di questo giusto io sono innocente e voi so li ne
risponderete».
In quel momento si levò la possente voce del popolo, tra cui
si trovava gente di tutta la Palestina:
«Il suo sangue cada su di noi e sui nostri figli!».
Gli effetti della spaventosa maledizione.
Angeli e demoni
«Il sangue suo cada su noi e sui nostri
figli» (Matteo 26,25).
Ogni qual volta contemplo la dolorosa passione di Cri sto, risento quell'orribile
e poderoso grido dei Giudei: «Il suo sangue cada su di noi e sui
nostri figli!».
Gli effetti della spaventosa maledizione mi appaiono sotto l'aspetto
d'immagini terribili.
Vedo la folla urlare sotto il cielo cupo, coperto di nubi color sangue,
da cui guizzano verghe di fuoco che penetrano fino all'utero delle madri
di questo popolo.
Vedo la moltitudine immersa nelle tenebre e quell'urlo spaventoso uscire
dalla sua bocca sotto forma di fuoco. Esso ricade sopra alcuni come
una spada ardente e penetrante, e resta invece sospeso sopra i convertiti
al Signore.
Questi ultimi non furono pochi, poiché per tutto il tempo della
sua passione Gesù e la santa Madre avevano incessantemente pregato
per la salvezza dei loro persecutori.
Ho visto innumerevoli demoni agitarsi tra la folla: eccitavano i Giudei
animandoli contro Gesù, bisbigliando lo ronell'orecchio ed entrando
nella loro bocca; ma dopo li ho visti fuggire, sbigottiti di fronte
al puro amore del Signore.
Vedo gli angeli circondare Gesù, Maria e un ristretto numero
di santi, i cui volti e atteggiamenti hanno le sembianze delle opere
di misericordia che praticano: la consolazione, la preghiera, l'unzione
o altro.
Gesù è condannato a morte
«Non scrivere: “Il Re dei Giudei”,
ma che lui ha detto: “Io sono il Re dei Giudei”» (Giovanni
19,21).
Lo spirito vacillante di Pilato era colmo d'orrore per le parole di
Gesù. Il Signore lo aveva reso cosciente dei suoi peccati più
segreti e lo aveva convocato davanti al tribunale divino nel giorno
del giudizio. Nonostante il procuratore romano si ,sentisse molto irritato
dalle amare rivelazioni di Gesù, non avrebbe voluto condannarlo.
D'altra parte, per evitare di essere denunciato all'imperatore, si sentiva
spinto a compiere un ennesimo atto di viltà contrario alla giustizia,
alla propria convinzione e alla promessa che aveva fatto alla sua consorte.
Alla fine egli cedette alla paura e decise di abbandona re ai Giudei
il sangue di Gesù.
Per lavare la propria coscienza si fece versare sulle mani l'acqua e
disse:
«Io sono innocente del sangue di questo giusto. Voi so li ne risponderete!».
No, Pilato, anche tu dovrai rendere conto del tuo operato, perché,
quantunque lo riconosca giusto, lo condanni e versi il suo sangue innocente!
Sei un giudice ingiusto e senza coscienza!
Mentre continuava a echeggiare il grido: «Il suo sangue cada su
di noi e sui nostri figli!», Pilato rientrò nel suo palazzo
e si dispose a pronunciare la sentenza.
Si fece portare delle vesti da cerimonia, si pose intorno al capo una
specie di corona con una gemma lucente e, indossato un manto, impugnò
anche uno scettro. Circondato dai soldati e preceduto dai littori, seguito
dagli scribi muniti di rotoli e tavolette, il procuratore discese dal
palazzo e giunse nel Gabbata, la loggia rotonda dove pronunciava le
sentenze più importanti. Il corteo era preceduto dal suono di
tromba.
Pilato si assise sul seggio più elevato, di fronte alla colonna
della flagellazione. Il seggio era ricoperto da un drappo scarlatto
sul quale stava un cuscino azzurro con i bordi gialli; dietro ad esso
si trovava il banco degli assessori. Numerosi legionari romani avevano
circondato la terrazza e si erano assiepati sui gradini.
Il Salvatore fu trascinato attraverso la folla e venne posto in mezzo
a due ladroni condannati alla crocifissione. Gesù aveva il manto
rosso sulle spalle e la corona di spine intorno al capo martoriato;
la moltitudine furiosa lo scherniva e lo malediceva. I sacerdoti avevano
fatto ritardare l'esecuzione di questi ladroni della peggiore specie
con l'intenzione di umiliare maggiormente Gesù.
Le croci dei ladroni giacevano a terra accanto a loro; ma non vidi la
croce del Salvatore, probabilmente perché la sua sentenza di
morte non era stata ancora pronunciata.
Appena si fu assiso sul seggio, Pilato disse ancora una volta ai nemici
di Gesù:
«Ecco il vostro re!». Ma essi risposero:
«Crocifiggilo!».
Pilato replicò:
«Dovrò dunque crocifiggere il vostro re? ».
«Noi non abbiamo altro re all'infuori dell'imperatore!»,
risposero pronti i sommi sacerdoti.
Vidi Gesù, alla base della scalinata che conduce al tribunale,
esposto al dileggio dei suoi nemici.
La santa Vergine, che si era ritirata dopo la flagellazione di Gesù,
si gettò attraverso il furore della folla per udire la sentenza
di morte dell'amato suo Figlio e suo Dio.
Uno squillo di tromba interruppe il tumulto del popolo imponendo il
silenzio. Pilato pronunciò la sentenza di morte Con la disinvoltura
di un pusillanime.
Dopo un lungo preambolo espose i capi d'accusa contro Gesù:
«Condannato a morte dai capi dei sacerdoti per aver turbato l'ordine
pubblico e violato le leggi ebraiche, facendosi chiama figlio di Dio
e re dei Giudei».
Il procuratore romano disse che il popolo ebreo aveva chiesto all'unanimità
la crocifissione del Galileo.
Quando poi lo sentii aggiungere che egli stesso aveva trovato giusto
quel giudizio, mi sentii morire di fronte alla sua infame doppiezza.
E, facendo portare la croce, Pilato concluse con la con danna capitale:
«Condanno Gesù di Nazaret, re dei Giudei, alla crocifissione!».
Nel sentir pronunciare queste parole l'Addolorata svenne. Giovanni e
le pie donne la portarono subito via per ché non fosse sottoposta
all'onta dell'insulto; anche per non permettere a quella folla scatenata
di accollarsi un'altra colpa infame.
Non appena rinvenne, la Madonna volle unirsi al suo santo Figlio nello
spirito del dolore percorrendo i luoghi in cui egli aveva sofferto.
Le pie donne l'accompagnarono sul cammino della via dolorosa.
Pilato redasse la condanna a morte e gli scrivani la copiarono tre volte:
una copia venne inviata in un paese lontano. La sentenza scritta dal
procuratore romano differiva notevolmente da quella espressa verbalmente.
Vidi che mentre scriveva il suo spirito era assai turbato, come se un
angelo incollerito guidasse la sua penna. Il senso di questo scritto
era il seguente: «Costretto dalle insistenti pressioni dei sacerdoti
del tempio, da tutto il sinedrio e dalla minaccia di una sommossa popolare,
ho consegnato agli Ebrei Gesù di Nazaret, accusato d'aver turbato
la pace pubblica, di aver bestemmiato e violato le loro leggi. Ho pronunciato
la con danna di quest'uomo nonostante le accuse non chiare, per non
essere accusato dall'imperatore di aver provocato una rivolta dei Giudei.
L'ho consegnato alla crocifissione insieme a due criminali già
condannati dai Giudei».
Egli fece scrivere su una tavoletta di colore bruno iscrizione da apporre
sopra la croce i sommi sacerdoti, che si trovavano ancora nel tribunale,
protestarono indignati contro la formulazione della sentenza, poiché
Pilato aveva scritto che essi avevano fatto ritardare l'esecuzione dei
ladroni con il proposito di crocifiggere Gesù con loro. Inoltre
essi chiesero che sulla tavoletta non si scrivesse «re dei Giudei»,
bensì che «si era detto re dei Giudei». Pilato si
spazientì e rispose loro incollerito:
«Ciò che ho scritto, è scritto!».
Tuttavia essi pretendevano che l'iscrizione fosse almeno soppressa,
rappresentando un insulto alloro onore. Pilato non esaudì la
loro richiesta, e così fu necessario allungare la croce mediante
l'aggiunta di un altro pezzo di legno, sul quale si poteva inchiodare
la tavoletta con la scritta.
Quando la croce di Gesù fu adattata in questo modo, risultò
più alta di quelle dei ladroni e assunse la forma di una Y, come
ho sempre contemplato; i due bracci risultarono più sottili del
tronco; infine si appose uno zoccolo di legno nel posto dei piedi per
sostenerli.
Dopo che Pilato ebbe pronunciato l'infame sentenza, la sua consorte
gli restituì il pegno e si separò da lui per sempre. La
sera stessa della sentenza la vidi uscire furtivamente dal suo palazzo
e correre verso gli amici di Gesù; fu nascosta in un sotterraneo
nella casa di Lazzaro, a Gerusalemme. Claudia Procla si fece cristiana
e seguì san Paolo.
Vidi poi un amico di Gesù scolpire su una pietra verdastra alla
base del Gabbata queste parole: «Claudia Procla - Judex injustus».
Il Signore venne abbandonato nelle mani dei carnefici. Gli restituirono
i suoi indumenti, poiché era usanza dei Romani rivestire coloro
che venivano condotti al supplizio.
Gli indumenti di Gesù erano stati lavati da persone compassionevoli.
Per poterlo rivestire, quegli ignobili lo denudarono un'altra volta
e gli slegarono le mani. Gli strapparono violentemente il mantello purpureo,
provocandogli con gran dolore la riapertura delle ferite. Egli stesso,
tremante, si cinse con la fascia che serviva a coprirgli le reni. Gli
fu gettato lo scapolare sulle spalle. Siccome a causa della corona di
spine era impossibile infilargli la tunica inconsutile, essi gliela
strapparono dalla testa causandogli dolori indicibili. Sulla tunica,
tessuta dalla sua santa Madre, gli fecero indossare l'ampia veste di
lana bianca, la larga cintura e il mantello. Intorno alla vita gli legarono
la cinghia munita di punte, dov'erano attaccate le corde con le quali
lo trascinavano. Tutto ciò fu eseguito con disgustosa brutalità.
I due ladroni stavano uno a destra e l'altro a sinistra di Gesù,
avevano le mani legate e portavano una catena at torno al collo. Erano
ridotti male: a causa della recente flagellazione i loro corpi erano
ricoperti di piaghe. Indossa vano una tunica senza maniche e una cintura
intorno alle reni, sul capo avevano un cappello di paglia intrecciata,
simile a quello che portano i bambini.
Il ladrone, che più tardi si convertì, era già
calmo, rassegnato e pensoso; l'altro, invece, era volgare e insolente:
egli si univa ai carnefici nel lanciare insulti e imprecazioni contro
Gesù, il quale offriva le sue sofferenze per la loro salvezza.
Vidi i carnefici occupati a sistemare gli attrezzi di tortura e a organizzare
il doloroso cammino del Redentore.
Dopo aver ricevuto una copia della sentenza, i sacerdoti si affrettarono
a raggiungere il tempio.
E mentre questi perfidi immolavano sull'altare di pietra gli agnelli
pasquali, lavati e benedetti, i brutali carnefici sacrificavano sull'altare
della croce l'Agnello di Dio, sfigurato e contuso.
Il primo era l'altare simbolico della legge; il secondo era quello della
grazia, della carità e del perdono.
L'iscrizione fu stilata in latino, greco ed ebraico, in modo che anche
gli stranieri potessero leggerla.
Dopo aver pronunciato la sentenza di morte, Pilato fece ritorno al palazzo.
Era trionfante, circondato dalle guardie e preceduto dagli squilli di
tromba. L'infame giudizio era stato pronunciato intorno alle dieci del
mattino.
Gesù
porta la croce verso il Calvario
Ventotto farisei armati arrivarono a cavallo per scortare il corteo
sui luogo dei supplizio, tra questi vidi i sei sinedriti che avevano
guidato la cattura di Gesù sui monte degli Ulivi.
Nel momento in cui i carnefici condussero Gesù al centro del
foro, parecchi schiavi entrarono dalla porta occidentale portando il
legno della croce. Avvicinandosi ai Signore, essi lo gettarono ai suoi
piedi con gran fracasso.
Altri servi portavano gli angoli, i pezzi di legno desti nati a sorreggere
i piedi e il prolungamento su cui si doveva inchiodare la tabella. Il
Signore s'inginocchiò accanto alla sua croce e l'abbracciò
tre volte. Contemporaneamente lo udii supplicare il Padre suo per la
redenzione del genere umano. Infine il Salvatore baciò la croce,
divenuta altare del suo cruento sacrificio.
Impazienti, i carnefici sollevarono Gesù e gli caricarono sulla
spalla destra il pesante fardello.
Egli rimase curvo sotto il grave peso, non sarebbe mai riuscito a sostenerlo
sulle spalle se gli angeli non l'avessero di nuovo soccorso. Mentre
Gesù pregava, le mani dei due ladroni furono legate saldamente
alle assi trasversali delle loro croci poste dietro la nuca.
I tronchi verticali delle due croci erano portati dagli schiavi; una
volta sul Golgota si sarebbe provveduto al montaggio.
La tromba della cavalleria di Pilato squillò per dare il segnale
della partenza. Uno dei farisei a cavallo si accostò a Gesù,
inginocchiato sotto il peso della croce, e gli disse:
«E terminato per sempre il tempo dei bei discorsi. Avanti, avanti!
Facciamola finita!».
Allora i carnefici rialzarono il Signore con terribile violenza, facendogli
sentire sulle spalle tutto il peso dell'intera croce. Così cominciò
la marcia trionfale del Re dei re, tanto ignominiosa sulla terra quanto
gloriosa in cielo.
Ai piedi del legno della croce erano state legate due corde, per mezzo
delle quali due carnefici la tenevano sollevata.
Altri quattro aguzzini tenevano delle funi attaccate alla catena che
cingeva la cintura di Gesù.
Il suo mantello era sollevato e trattenuto dalla cintura.
Gesù mi ricordò Isacco, che portava il legno destinato
alla propria immolazione.
Lo stesso Pilato si era messo al comando del distaccamento di soldati
per prevenire una sommossa popolare.
Il procuratore romano indossava l'armatura e procedeva a cavallo, protetto
dai suoi ufficiali e da una schiera di cavalieri, seguivano trecento
fanti provenienti dal confine tra l'Italia e la Svizzera. Il drappello
dei legionari romani si mise in marcia sulla strada principale della
città, mentre il corteo con i condannati attraversò una
viuzza laterale per non intralciare il popolo che si recava al tempio.
Precedeva il triste corteo un trombettiere che proclamava a ogni crocevia
la sentenza di morte. Qualche passo dietro a lui venivano i servi con
le funi, i chiodi, i cunei e tutti gli accessori delle croci dei due
ladroni.
Seguivano poi i farisei a cavallo e un giovinetto che portava sul petto
l'iscrizione della croce. Questo giovane non era del tutto perverso.
Infine veniva Gesù, il Cristo, curvo e straziato sotto il carico
della croce; era ferito in tutto il corpo e aveva i piedi nudi e sanguinanti.
Non aveva preso cibo né bevanda dalla sera prima ed era oltremodo
sfinito a causa delle perdite di sangue, della febbre e delle molteplici
sofferenze.
Il Signore sosteneva la pesante croce sulla spalla aiutandosi con la
mano destra, mentre con la sinistra tentava ripetutamente di sollevare
la lunga veste che gli ostacola va il passo.
Le sue mani erano ferite e gonfie a causa della brutalità con
la quale erano state legate, il suo viso era gonfio e insanguinato,
i capelli e la barba imbrattati di sangue raggrumato. La croce e le
catene gli premevano sul corpo la veste di lana riaprendogli le piaghe
con grande dolore.
Quattro carnefici tenevano a distanza le estremità delle corde
fissate alla sua cintura. Due lo tiravano in avanti e gli altri due
da dietro, così che il suo passo era malfermo.
Benché attorno a Gesù non ci fosse altro che derisione
e crudeltà, il suo sguardo era pieno di compassione e le sue
labbra si aprivano in preghiera al Padre.
Dietro di lui seguivano i due ladroni trascinati con le funi. Alcuni
farisei a cavallo chiudevano il corteo, mentre numerosi soldati romani
ne proteggevano i lati in modo che la folla non potesse entrarvi.
Nel percorrere quella stradina larga due passi, sporca e lunga, il Signore
subì molte sofferenze. I carnefici gli si stringevano addosso,
la plebaglia lo insultava dalle finestre, dalle terrazze, dalla strada
e dalle vie laterali, molti gli gettavano addosso fango, immondizie
e altre cose immonde; perfino i fanciulli, incitati dagli adulti, gli
lanciavano pietre e lo coprivano di ingiurie.
Erano gli stessi fanciulli che lui aveva benedetto e chiamato beati.
La gente accorreva da tutte le parti. Presto una folla considerevole
riempì la stradina e le vie laterali per veder passare la triste
processione. Molti altri si erano già recati al Calvario.
Al suo termine la stretta viuzza volge a sinistra e va un poco in salita;
in quel punto passa una specie di acquedotto sotterraneo che proviene
dal monte Sion. Ho udito il gorgoglìo dell'acqua.
Prima caduta di Gesù sotto la croce
Davanti alla salita vi è un avvallamento nel quale si accumula
acqua piovana e fango. Per facilitare il passaggio, vi era stata posta
una grossa pietra, come se ne vedono in molte vie di Gerusalemme.
Arrivato a quella pietra, con il grave peso sulle spalle, Gesù
non riusciva a proseguire. Tirato dai suoi carnefici, cadde e la croce
rovinò accanto a lui.
I carnefici lo colmarono di ingiurie e lo colpirono con calci e pugni.
Il corteo si fermò e ci fu un grande tumulto.
Invano il Signore tese la mano in cerca d'aiuto; allora esclamò:
«Sarà presto la fine!».
I farisei urlavano:
«Rialzatelo, altrimenti morirà prima della crocifissione!».
Ai lati della strada vidi alcune donne e fanciulli atterriti da quello
scempio.
Quando Gesù riuscì a riprendersi, quegli uomini abominevoli,
invece di alleviare le sue sofferenze, gli rimisero intorno alla testa
la corona di spine.
Lo fecero alzare a forza di maltrattamenti e gli misero la croce sul
dorso. Egli fu costretto a inclinare da un lato il capo straziato dalle
spine.
E Gesù, con questo nuovo supplizio, riprese il doloroso cammino
per la ripida strada.
Seconda caduta di Gesù sotto la croce.
Gesù incontra sua Madre
Dopo la sentenza pronunciata da Pilato, l'Addolorata si fece condurre
nei luoghi santificati dalle ultime sofferenze del suo adorato Figlio.
Ella voleva coprire con le sue calde lacrime il sangue di Gesù.
Con profonda devozione, Giovanni e le pie donne accompagnarono la Vergine
nel suo sacrificio mistico.
Con questa consacrazione, la santa Vergine divenne lei stessa Chiesa
vivente, Madre comune di tutti i cristiani.
Mentre visitava le stazioni della sofferenza di suo Figlio, la Vergine
udì il suono agghiacciante delle trombe che annunziavano la partenza
del triste corteo diretto al Calvario. Allora, non potendo più
trattenere il desiderio di rivedere il santo Figlio, pregò Giovanni
di condurla in uno dei luoghi presso i quali doveva passare Gesù.
Scesero dal quartiere di Sion e raggiunsero la piazza dalla quale era
partito il corteo con Gesù, e continuarono per le viuzze laterali
passando attraverso porte di solito chiuse ma che in quel giorno erano
aperte per consentire il transito della folla.
Poi Giovanni, la Vergine Maria, Susanna, Giovanna Cusa e Salomè
di Gerusalemme entrarono in un grande palazzo; mi sembra che questa
costruzione comunicasse, attraverso viali e cortili, con il palazzo
di Pilato, oppure con la dimora di Caifa.
Giovanni ottenne dal benevolo portiere il permesso di attraversare il
palazzo e uscire dal lato opposto. Costui li fece entrare e si prestò
ad aprire la porta orientale dell'edificio.
Nel vedere la Madre di Gesù pallida come una morta, con gli occhi
arrossati dal pianto, tremante e sfinita, avvolta in un mantello azzurro,
mi sentii morire per il dolore. Sempre più chiari si avvertivano
il clamore e gli squilli di tromba che annunciavano i condannati condotti
alla crocifissione.
Appena il portiere aprì la porta orientale il clamore si fece
ancora più distinto. L'Addolorata chiuse gli occhi, pregò
e poi chiese a Giovanni:
«Devo assistere a questo doloroso scempio oppure allontanarmi?
Come potrò sopportarlo?».
L'apostolo le rispose:
«Se tu non rimanessi, ne avresti poi sempre il rammarico».
Allora si fermarono sotto il portone e guardarono giù per la
via.
Un altro squillo di tromba, questa volta più vicino, trapassò
il cuore della santa Vergine. La triste processione era adesso visibile,
distava ormai un centinaio di passi dal portone. Il corteo non era preceduto
dalla folla, ma questa sta va soltanto ai lati e dietro.
Dopo il trombettiere avanzavano gli schiavi con aria insolente e trionfante;
essi portavano gli arnesi del supplizio. A quella vista la Madre di
Gesù incominciò a tremare, a singhiozzare e a torcersi
le mani.
Uno di quegli insolenti, pieno d'arroganza, chiese agli altri:
«Chi è quella donna che tanto si lamenta?». Gli fu
subito risposto:
«E la madre del Galileo».
Subito gli scellerati la colmarono di beffe e la segnarono a dito; uno
di essi presentò al suo sguardo addolorato i chiodi che dovevano
servire alla crocifissione del Figlio.
Vidi i farisei passare superbi sui loro cavalli, seguiti dal giovinetto
che recava l'iscrizione. A pochi passi di distanza seguiva Gesù
con l'orrenda corona di spine. Il Signore barcollava ed era sanguinante
sotto la pesante croce. Gli occhi spenti e arrossati del Cristo sofferente
gettarono sulla santa Madre uno sguardo compassionevole.
Toccata da quello sguardo colmo di misericordioso amore, la santa Vergine
giunse le mani e si appoggiò al portone per non cadere. Era pallida
ed aveva le labbra livide.
Il Signore inciampò e barcollò, poi cadde per la seconda
volta sotto il peso della croce.
La Madre di Gesù, accecata dal dolore, non vide più né
i soldati né gli altri, ma solo il Figlio sanguinante torturato
dagli aguzzini. Nell'impeto del suo amore, si precipitò in mezzo
ai carnefici nel tentativo di abbracciano, così cadde in ginocchio
vicino a lui e se lo strinse tra le braccia. Udii esclamare: «Figlio
mio!...», «Madre mia!...», ma non sono certa se queste
parole fossero state pronunciate realmente o solo nello spirito.
Vidi i soldati commossi di fronte a quella Madre straziata dal dolore:
essi avevano cercato di respingerla ma non ebbero il coraggio di farle
del male.
Vi fu un momento di confusione generale, in cui Giovanni e le pie donne
ne approfittarono per rialzare Maria. Gli sgherri la ingiuriarono e
uno le disse:
«Donna, che vieni a fare qui? Se tu lo avessi educato meglio,
ora non sarebbe ridotto in questo stato!».
Circondata da Giovanni e dalle pie donne, l'Addolorata fu portata via
e il corteo proseguì il suo triste cammino.
Mentre stava per rientrare, e voltava ormai le spalle alla lugubre processione,
la Madonna cadde in ginocchio contro la pietra angolare della porta.
La pietra, sulla quale era caduta aveva venature di verde: le ginocchia
della Vergine vi lasciarono dei buchi e le sue mani delle impronte nel
punto dove le aveva appoggiate.
La Madonna fu rialzata dalle due discepole e riportata nel palazzo,
la cui porta fu subito chiusa.
Frattanto la soldataglia aveva rialzato Gesù e gli aveva rimesso
la croce sulle spalle.
In mezzo alla masnada, che seguiva il corteo per ingiuriare il Signore,
vidi alcune donne velate piangere in silenzio.
Simone di Cirene.
«Nell'uscire, incontrarono un uomo di Cirene,
chiamato Simone, e lo costrinsero a portare la croce con lui»
(Matteo 27,32).
Proseguendo il suo triste cammino, il corteo passò sotto l'arco
di un antico muro della città. Davanti a quell'arco vi è
una piazza da cui si diramano tre vie trasversali. Vidi parecchie persone
ben vestite allontanarsi alla vista di Gesù per il farisaico
timore di contaminarsi.
Costretto ancora una volta a passare su una grande pietra, Gesù
barcollò e cadde a terra sotto la croce.
Molta gente, che si recava al tempio, esclamò con compassione:
«Ahimè, quel poveretto muore! ».
Siccome il Signore non riusciva più a sollevarsi, i farisei,
che precedevano il corteo, dissero ai soldati:
«Non arriverà alla crocifissione se non troveremo qualcuno
disposto ad aiutarlo a portare la croce».
Proprio in quel momento passava di là un pagano accompagnato
dai suoi tre figli: si chiamava Simone ed era nativo di Cirene. Egli
tornava dal suo lavoro e portava sottobraccio un fascio di ramoscelli.
Costui era giardiniere e ogni anno nel tempo pasquale veniva a Gerusalemme
a curare le siepi del muro orientale della città.
Avendolo riconosciuto per un pagano dagli abiti che indossava, i soldati
gli intimarono di aiutare il Galileo a portare la croce.
In un primo momento il Cireneo respinse quell'ingiusta imposizione,
ma vi fu ugualmente costretto; alcune conoscenti presero i suoi figli
in lacrime.
Simone provava una forte ripugnanza per lo stato miserabile in cui versava
il Signore, e per la sua veste macchiata di fango e di sangue. Poiché
Gesù piangeva e lo guardava con occhi pietosi, egli l'aiutò
a rialzarsi. I carnefici legarono sulle spalle del pagano l'albero della
croce e diedero a Gesù la trave trasversale. Il Cireneo seguiva
il Redentore, alleggerito dell'enorme peso.
Simone aveva circa quarant'anni ed era di costituzione robusta. Più
tardi, i due figli maggiori, Rufo e Alessandro, si unirono ai discepoli
del Signore, mentre il minore seguì santo Stefano.
L'iniziale senso di ripugnanza, provato dal Cireneo nei confronti del
Redentore, alla fine si mutò in un sentimento di dolorosa compassione.
Santa Veronica con il sudario
Non avevano fatto nemmeno duecento passi da quan o il Cireneo era venuto
a portare la croce del Signore, allorché vidi una donna uscire
da una casa e gettarsi davanti al corteo. Costei era alta e bella e
conduceva per mano una giovinetta.
La donna si chiamava Serafia ed era moglie di Sirach, un membro del
consiglio del tempio. A seguito dell'avvenimento di questo giorno fu
chiamata Veronica (da vera icon, vero ritratto). Serafia aveva preparato
a casa un eccellente vino aromatico per confortare Gesù sul doloroso
cammino.
Impaziente di compiere la sua offerta, la pia donna era uscita più
volte per andare incontro alla triste processione. Infatti l'avevo vista
correre al fianco dei soldati tenendo per mano la sua figlia adottiva
di circa nove anni.
Poiché non le era stato possibile aprirsi un varco tra i soldati
per raggiungere il Redentore, ella era rientrata a casa per attendere
il passaggio del corteo.
Giunto l'atteso momento, Serafia discese nella strada, velata e con
un sudario di lino sulle spalle. La bimba, tenendosi stretta vicino
a lei, manteneva nascosto sotto il grembiulino il vaso chiuso di vino
aromatico.
Questa volta Serafia attraversò d'impeto la folla venendo finalmente
dinanzi a Gesù. Invano i soldati avevano cercato di trattenerla.
Alla presenza del Figlio di Dio ella cadde in ginocchio: fuori di sé
dalla compassione, dispiegò per uno dei lati il sudario e gli
disse:
«Oh, fammi degna di tergere il volto del mio Signore!».
Gesù prese il velo con la mano sinistra e lo compresse sul suo
volto insanguinato, indi muovendo la sinistra col sudano verso la destra
che manteneva il capo della croce, strinse il lino con entrambe le mani
e glielo rese.
Serafia baciò la stoffa, se la mise sotto il manto e si rialzò.
Ma
quando la bambina tese timidamente il vaso di vino verso Gesù,
i soldati non glielo permisero. Il popolo fu subito in tumulto di fronte
all'ardire di quel pubblico omaggio reso al Salvatore. Il corteo si
era arrestato, i farisei e i carnefici, assai irritati, si misero a
colpire Gesù, mentre Veronica rientrò in fretta a casa
sua.
Appena fu rientrata, ella stese il panno insanguinato sul tavolo e perse
i sensi; la bimba si inginocchiò piangendo vicino a lei. Più
tardi, un conoscente le trovò svenute accanto al sudario sul
quale era impressa l'immagine del volto di Gesù.
L'uomo, colpito dal prodigio, le fece rinvenire e mostrò loro
il volto del Signore sul sudario spiegato. Con profonda emozione, Veronica
s'inginocchiò e disse:
«Ora che il Signore mi ha onorata del suo ricordo, voglio abbandonare
ogni cosa!».
Il lino era tre volte più lungo che largo, abitualmente lo si
portava attorno al collo; un'altra stoffa simile si portava pure sulle
spalle. A quel tempo, vi era l'uso di andare con i sudari dalle persone
malate, o in qualche modo afflitte, e di asciugare loro il viso in segno
di amorevole compassione.
Veronica appese il sudario al capezzale del suo letto e lo venerò
per tutta la vita. Dopo la sua morte, questo fu passato dalle pie donne
alla santa Vergine e poi alla Chiesa degli apostoli.
Serafia era nata a Gerusalemme ed era cugina di Giovanni Battista. La
pia donna aveva almeno cinque anni più della santa Vergine e
aveva assistito al suo matrimonio con san Giuseppe.
Aveva relazioni di parentela col santo vecchio Simeone e fu compagna
dei suoi figli fin dalla giovinezza. Si sposò tardi; da principio
suo marito era molto contrario a Gesù e lei ne soffrì
molto, finché Giuseppe d'Arimatea e Nicodemo indussero Sirach
a migliori sentimenti.
Durante l'infame giudizio del tribunale di Caifa, Sirach si dichiarò
a favore di Gesù e prese posizione con Giuseppe e Nicodemo, e
come loro si separò dal sinedrio.
Malgrado i suoi cinquant'anni, Serafia era ancora una bella donna. La
domenica delle Palme, per onorare l'entrata trionfale del Signore a
Gerusalemme, si era tolta il velo e l'aveva steso sulla strada dove
egli passava.
Fu questo stesso velo che ella porse a Gesù per alleviare le
sue sofferenze. Il santo velo è tuttora oggetto di venerazione
nella Chiesa di Cristo.
Il terzo anno dopo l'ascensione di Cristo, l'imperatore romano, molto
malato, inviò un suo fiduciario a Gerusalemme per raccogliere
informazioni circa la morte e la risurrezione di Gesù.
Il fiduciario ritornò a Roma accompagnato da Nicodemo, Veronica
e il discepolo Epatras, parente di Giovanna Cusa.
Vidi santa Veronica al capezzale dell'imperatore, il cui letto era elevato
su due gradini; una grande tenda appesa alla parete pendeva fino a terra.
La camera da letto era quadrata; non era grande e non vidi finestre:
la luce proveniva da un'ampia fessura posta in alto. I parenti dell'imperatore
si erano riuniti nell'anticamera.
Veronica aveva con sé, oltre al velo, un lenzuolo di Gesù.
Ella spiegò il velo davanti all'imperatore, che guardò
stupefatto l'impronta di sangue del santo volto del Signore.
Sul lenzuolo, invece, vi era impressa l'immagine del dorso del santo
corpo flagellato. Credo che fosse uno di quei grossi lini inviati da
Claudia, sui quali vi era stato adagiato il santo corpo del Signore
per essere lavato prima del la sepoltura.
L'imperatore guarì alla sola vista di quelle immagini, senza
nemmeno toccarle. Egli offrì a santa Veronica un palazzo con
gli schiavi, pregandola di stabilirsi a Roma, ma lei chiese il permesso
di far ritorno a Gerusalemme per morire vicino al santo sepolcro di
Gesù crocifisso.
Ella ritornò a Sion nel periodo della persecuzione contro i cristiani,
mentre Lazzaro e le sue sorelle conoscevano la miseria dell'esilio.
Santa Veronica fu costretta a fuggire con altre donne cristiane, ma
fu presa e incarcerata. Morì con il santo nome di Gesù
sulle labbra.
Ho visto il velo nelle mani delle pie donne, poi in quel le del discepolo
Taddeo a Edessa, dove la santa reliquia operò diversi miracoli.
Lo vidi ancora a Costantinopoli, e in fine fu consegnato dagli apostoli
alla Chiesa.
Mi sembra di aver visto il santo velo a Torino, dove si trova anche
la sindone del Redentore.
Le donne di Gerusalemme
«Il Signore gli farà ricadere addosso
il sangi versato e lo ri pagherà del suo oltraggio» (Osea
12,15).
Vicino alla porta sud-ovest di Gerusalemme i carnefici spinsero brutalmente
il Signore in un pantano.
Siccome Simone voleva passare al di fuori del pantano, la croce vacillò
e Gesù cadde nel fango. Era la sua quarta caduta.
Il Cireneo riuscì appena a trattenere la croce. Il Signore cadde
nel fango e udii la sua voce, flebile ma distinta, pronunciare queste
parole:
«Ahimè, ahimè! Quanto ti ho amata, Gerusalemme!
Volevo raccogliere i tuoi figlioletti, come la chioccia raccoglie i
suoi piccoli sotto le ali, ma tu mi cacci crudelmente fuori dalle tue
porte!».
I farisei, udendo queste parole, lo ingiuriarono:
«L'agitatore non è ancora soddisfatto, continua a straparlare!».
Allora i carnefici lo trascinarono fuori dal pantano e lo percossero.
Nauseato da queste crudeltà, Simone di Cirene esclamò:
«Se non smettete con le vostre infamie, getto via la croce, anche
se mi ucciderete!».
Dalla porta, attraverso la quale era uscito il Signore, si snoda un
sentiero angusto e roccioso che conduce sul monte Calvario.
All'inizio di questa viuzza era stato fissato un palo con un cartello
che annunciava la condanna a morte di Gesù di Nazaret e dei due
ladroni. Poco distante vidi un gruppo di povere donne che si lamentavano
e piangevano. Non tutte erano di Gerusalemme: erano venute da Betlemme,
da Ebron e dai luoghi vicini in occasione della Pasqua. Arrivato a quel
posto, Gesù cadde in deliquio, ma non stramazzò a terra,
perché Simone appoggiò la croce al suolo e lo sorresse.
Fu la quinta caduta del Signore sotto la croce.
Nel vederlo in quello stato miserevole, le giovani e le donne si batterono
il petto per il forte dolore.
Esse gli tesero dei sudai con i quali potesse asciugarsi il sangue e
il sudore.
Gesù, rivolgendosi a loro, disse:
«Figlie di Gerusalemme, non piangete per me, ma piangete su voi
stesse e sui vostri figli, perché verrà un tempo in cui
si dirà: “Felici le sterili, i corpi che non hanno partorito
e le mammelle che non hanno allattato!”. Allora si comincerà
a dire alle montagne: “Piombateci addosso; e voi colline copriteci!”.
Perché se questo avviene per il legno verde, che sarà
di quello secco?».
Il Signore aggiunse altre parole piene di profondo significato, il cui
senso era: le loro lacrime sarebbero state ricompensate e da questo
momento avrebbero camminato per altre vie.
Ai piedi del Golgota la triste processione fece una breve sosta, mentre
gli inservienti si avviarono sul monte. Essi portavano gli arnesi del
supplizio ed erano seguiti da un centinaio dì soldati romani.
Pilato, che aveva scortato a di stanza il corteo, rientrò in
città con i suoi legionari.
Gesù sul Golgota.
Il corteo riprese il cammino. Gesù, piegato dai brutali colpi
dei carnefici, curvo sotto il suo fardello, fu costretto a salire penosamente
il tortuoso sentiero che conduce al Calvario.
Al punto dove lo scabroso sentiero piega a sud, Gesù cadde per
la sesta volta. Questa caduta fu la più dolorosa di tutte le
altre; gli aguzzini percorsero il Signore con inaudita violenza. Arrivati
sulla cima del Calvario, egli cadde ancora sotto il peso della croce
perché era stremato. Fu la sua settima e ultima caduta.
Il Cireneo, anch'egli maltrattato e sfinito, era fuori di sé
dalla collera e dalla compassione verso Gesù, che avrebbe voluto
aiutare a rialzarsi. Ma i carnefici lo scacciarono dalla montagna battendolo
e oltraggiandolo.
Con lui, furono fatti allontanare tutti quelli del corteo dei quali
non si aveva più bisogno.
Poco tempo dopo Simone si unì ai discepoli del Signore.
Dalla cima del monte Calvario si domina tutta la città.
Il luogo delle crocifissioni è di forma circolare, come un'ampia
piazza dalla quale si snodano cinque sentieri. Cinque strade, o sentieri,
si trovano dappertutto in Palestina, in particolar modo presso le fonti
d'acqua usate per bagnarsi o per battezzare, come la Piscina di Bethsaida.
Molte città hanno anche cinque porte.
In Terrasanta quest'antica tradizione ha un significato profondo e profetico,
che trova compimento nelle sacre piaghe del Signore: le cinque vie aperte
alla, nostra redenzione.
I farisei a cavallo raggiunsero il luogo delle croci da ponente, dove
il pendio e più agevole e meno ripido, mentre i condannati venivano
fatti passare dal lato opposto, più aspro e scosceso.
I cento soldati romani si erano disposti intorno al promontorio delle
crocifissioni per impedire eventuali disordini. Alcuni di essi vigilavano
sui ladroni, che ancora non erano stati condotti sulla cima della collina.
I due condannati giacevano al suolo, sul dorso, con le braccia legate
agli assi trasversali delle loro croci.
La plebaglia — schiavi, gentili e pagani — non temeva l'impurità
e perciò aveva preso posto attorno al luogo delle croci; i fanciulli
furono fatti allontanare. Le montagne vicine e la parte occidentale
del monte Gihon traboccavano di pellegrini per la Pasqua.
Erano le dodici meno un quarto quando Gesù, giunto sulla cima
del Calvario, cadde sotto il peso della croce. Fu, come già detto,
la sua settima e ultima caduta. I carnefici lo risollevarono con violenza
e gettarono al suolo i pezzi della croce. Che spettacolo pietoso vedere
il Signore Gesù in piedi vicino alla sua croce, pallido come
un morto e completamente sfigurato!
I miserabili lo gettarono di nuovo a terra ed esclamarono:
«Vieni, gran re, prendiamo le misure per il tuo trono!».
Vidi Gesù stendersi da solo sulla croce per permettere agli aguzzini
di prendere le misure per la chiodatura delle sue mani e dei suoi piedi;
contemporaneamente i farisei si facevano beffe di lui.
Quando ebbero finito, lo fecero rialzare e lo condussero più
in là, vicino a una specie di caverna scavata nella roccia, nella
quale ve lo spinsero così brutalmente che si sarebbe spezzato
le ginocchia contro la roccia, se non ci fosse stato l'intervento divino.
Udii i suoi gemiti di dolore e vidi gli angeli vicino a lui.
I carnefici chiusero la porta della prigione e vi lasciarono a guardia
due uomini.
Nel punto più alto del Golgota furono iniziati i preparativi
del supplizio. Il luogo delle crocifissioni era un'altura tondeggiante
che si elevava circa due piedi dal suolo e vi si accedeva per mezzo
di alcuni gradini. In questa specie di piattaforma naturale si preparò
la buca per fissarvi dentro la croce di Gesù quando sarebbe stata
elevata.
All'estremità dei due tronchi della croce si praticarono i fori
per conficcarvi i chiodi. In alto si fissò la tavoletta della
sua condanna e in basso uno zoccolo per posarvi i piedi. In mezzo al
tronco verticale furono praticate alcune incavature che avrebbero dato
spazio alla corona di spine e avrebbero sostenuto il dorso del Signore,
in modo che il suo corpo rimanesse sorretto e il peso non gravasse tutto
sulle mani.
Maria santissima e le pie donne si recano
al Calvario
Dopo il doloroso incontro con il Signore la santa Vergine aveva perso
i sensi; le compagne la ricondussero nel palazzo per sottrarla alla
plebaglia infuriata. Il portone si chiuse tra lei e il Figlio carico
della croce.
Le pie donne trovarono immediato rifugio nella casa di Lazzaro, luogo
di conforto per Maria santissima. Presto ella fu presa di nuovo dall'ardente
desiderio dì soffrire accanto al Figlio, il che le rese i forza
di ripercorrere la via della passione. Ripartì con Maria Maddalena
e le pie donne. Erano in diciassette, velate e piene di dolore. Marta,
Maria Maddalena e le altre piangevano sulle sofferenze del loro Signore,
indifferenti alle ingiurie e al sarcasmo della plebaglia. Ciò
nonostante, imponevano a molti un senti mento di rispetto.
Le vidi baciare la terra su cui Gesù era stato caricato della
croce, quindi proseguirono il doloroso cammino da lui percorso.
L'Addolorata mostrò alle pie discepole le varie stazioni santificate
dal sangue e dai dolori del suo amatissimo Figlio, e tutte fecero oggetto
di venerazione. Così esse diedero pubblicamente inizio alla devozione
più commovente nella tradizione della Chiesa, fissata per la
prima volta nel cuore della Vergine dalla profezia del vecchio Simeone.
Fin dai tempi più antichi gli Ebrei venerarono i luoghi santi
della loro storia e vi si recavano a pregare.
Allo stesso modo nacque il culto della Via Crucis, affermatosi mediante
i dolorosi pellegrinaggi della Vergine e delle pie donne, non già
per un disegno meditato, ma per servire i disegni di Dio sul suo popolo.
Le pie donne ripararono a casa di Veronica per non incontrare Pilato
con i suoi cavalieri che stava rientrando per la stessa via.
Le vidi molto commosse di fronte al santo volto di Gesù impresso
nel sudario.
Più tardi, presero il vaso di vino aromatizzato e si di ressero
verso il Golgota.
Giunte in cima al Calvario, la Madre di Gesù, sua nipote Maria,
figlia di Cleofa, e Salomè avanzarono fino al promontorio delle
croci. Con loro c'era anche Giovanni. Marta, Maria Heli, Veronica, Giovanna
Cusa e Susanna si man tennero più distanti, accanto a Maria Maddalena
che sembrava uscita fuori di sé. Più lontano si trovavano
altre set te donne circondate da alcune persone compassionevoli.
E impossibile descrivere il dolore della Vergine Maria quando vide il
luogo della crocifissione: la terribile croce, i martelli, le corde,
i chiodi spaventosi e gli orrendi carnefici, i quali, mezzo nudi e ubriachi,
compivano il loro lavoro lanciando continue imprecazioni. Il suo sguardo
andò oltre, posandosi sui farisei a cavallo, che, impazienti
di vedere Gesù crocifisso, impartivano ordini e andavano su e
giù dal promontorio.
Di fronte a quella scena tremenda, la Madre di Gesù si sentì
morire e patì interiormente le sofferenze del suo Figlio dilettissimo.
Il martirio della Vergine fu ancora più doloroso perché
non vide Gesù e tremava al pensiero degli indicibili tormenti
a cui sarebbe stato sottoposto.
Dall'alba fino alle dieci, ora in cui era stata pronunciata la condanna
del Signore, grandinò a tratti, poi il cielo si rischiarò,
ma verso mezzogiorno una nebbia rossastra velò completamente
il sole.
Gesù è spogliato delle vesti.
La compassione di Jonadab
«Gli offrirono vino mescolato con mirra»
(Marco 15,23) ».
Gesù,
richiuso nella piccola caverna, aveva pregato il Padre di dargli la
forza necessaria per affrontare il supremo supplizio. Quattro sgherri
lo fecero uscire dalla prigione e lo trascinarono verso la croce.
Nemmeno questa volta gli risparmiarono calci, pugni e maltrattamenti
d'ogni genere. Non era di meno il popolo che insultava il Signore facendo
uso dei più abominevoli improperi. I soldati romani mantenevano
l'ordine con atteggiamento altero e distaccato.
Le pie donne diedero del denaro ai carnefici affinché permettessero
a Gesù di bere il vino aromatizzato di Veronica, ma i furfanti
presero il denaro e si bevvero il vino.
I carnefici avevano portato due vasi di color bruno, dei quali uno conteneva
aceto e fiele e un altro vino mescolato a fiele. Da quest'ultimo ne
presentarono una coppa a Gesù, che bagnò appena le labbra
riarse, ma non bevve.
Sul promontorio delle crocifissioni vidi diciotto sgherri: i sei che
avevano flagellato Gesù, i quattro che l'avevano trascinato,
i due che avevano tenuto le funi attaccate alla croce e sei crocifissori.
Erano uomini piccoli e forti dal l'aspetto truce, quasi animalesco;
servivano per denaro i Romani e i Giudei.
Vidi quegli uomini crudeli guidati da figure demoniache che li ispiravano
a compiere le azioni più infami.
Sopra il Salvatore vidi gli angeli piangenti, e anche sulla Vergine
e i fedeli di Gesù si libravano creature celesti.
Gli sgherri strapparono a nostro Signore il mantello, la cintura di
ferro e la sua propria cintura, quindi gli tolsero la veste di lana
bianca facendola passare sopra la sua testa. Non riuscendo a sfilargli
la tunica inconsutile, impedita dalla corona di spine, gli strapparono
quest'ultima con violenza, riaprendogli tutte le ferite del capo.
Il Signore rimase con un panno attorno alle reni e lo scapolare di lana
che gli proteggeva le spalle; il medesimo si era appiccicato alle piaghe
del corpo ed egli patì dolori strazianti quando glielo strapparono.
La profonda ferita scavata sulla spalla dall'enorme peso della croce
gli provocava una sofferenza indicibile; il dorso e le spalle erano
lacerati fino all'osso, il corpo nudo era orribilmente sfigurato, gonfio
e piagato.
Gesù, sfinito per questi ultimi tormenti, minacciava di perdere
conoscenza. Tuttavia i carnefici lo fecero sedere su un masso, gli rimisero
la corona di spine e gli presentarono il vaso colmo di fiele e aceto,
ma egli chinò il capo in silenzio e anche questa volta non bevve.
Allorché gli aguzzini lo aiutarono ad alzarsi e gli strapparono
la fascia dalle reni, si sollevarono tra i suoi amici grida di dolore
e morii d'indignazione per questa ennesima ignominia.
Sua Madre pregava ardentemente e già pensava di precipitarsi
da suo Figlio per coprirlo col proprio velo, quando vide che Dio l'aveva
già esaudita: un uomo uscì dalla folla e si gettò
ai piedi del Signore tendendogli un lino con il quale Gesù si
avvolse le reni.
L'uomo, inviato da Dio in seguito alla preghiera della Vergine, impressionò
i carnefici per il suo coraggio. Egli mostrò loro il pugno e
disse:
«Lasciate che questo poveretto si copra! ».
Poi scomparve rapidamente tra la folla.
Costui si chiamava Jonadab, era nipote di san Giuseppe e abitava nei
dintorni di Betlemme; non aveva mai avuto interesse per l'insegnamento
di Gesù e durante la crocifissione si trovava nel tempio per
assistere alle celebrazioni. All'improvviso, sentendosi profondamente
indignato dalle crudeltà che il Signore stava soffrendo, ebbe
la santa intuizione di correre sui Golgota per coprirne la nudità.
Dopo il magnifico atto di carità, Jonadab sentì il suo
cuore purificato. Ancora commosso, rientrò a casa e narrò
a sua moglie la crocifissione di Gesù, il Cristo, che lui aveva
servito per ispirazione divina.
Jonadab restò illuminato in Cristo e si unì alla comunità
cristiana.
Gesù, vera immagine di dolore, fu disteso dai carnefici sul letto
della sua morte. Dopo avergli sollevato il braccio destro, questi poggiarono
la sua mano sul foro praticato nel braccio della croce e ve la legarono
strettamente. Poi uno dei due crocifissori pose il ginocchio sui sacratissimo
petto del Signore, mentre gli manteneva aperta la mano che si contraeva,
e subito l'altro gli conficcò nel palmo di quella stessa mano
un chiodo spesso e lungo, dalla punta acuminata. Quindi gli diede sopra
dei pesanti colpi di martello.
Il Salvatore emise un gemito di dolore e il suo sangue sprizzò
sulle braccia dei carnefici.
Contai i colpi di martello, ma ne ho dimenticato il numero.
I mazzuoli dei carnefici erano di ferro, avevano pressappoco la forma
dei martelli da falegname, però erano più grandi e formavano
un pezzo unico col manico. I chiodi, la cui dimensione aveva fatto fremere
Gesù, erano talmente lunghi che quando furono conficcati nelle
mani e nei piedi del Redentore uscivano dietro la croce.
Dopo aver inchiodato la mano destra di Gesù al legno della croce,
i carnefici si accorsero che l'altra mano non arrivava al foro praticato
nell'asse sinistro della croce. Allora legarono una fune al braccio
sinistro di Gesù e, puntando i piedi contro la croce, lo tirarono
con tutte le loro forze, finché la sua mano raggiunse il foro.
Gesù soffriva indicibilmente perché gli avevano slogato
interamente il braccio.
I crocifissori s'inginocchiarono sopra le braccia e sui petto del Signore
e conficcarono il chiodo nella sua mano sinistra, che subito sprizzò
un gettito di sangue.
I gemiti di dolore del Salvatore si udivano attraverso il rumore dei
pesanti colpi di mazzuolo.
La santissima Vergine risentiva nel corpo e nello spirito la crocifissione
di Gesù; il suo viso era pallido come la cera e interrotte esclamazioni
di dolore uscivano frementi dalle sue labbra. Fu condotta più
indietro, accanto alle pie donne, per evitare gli insulti che le indirizzavano
i farisei.
Maria Maddalena era come uscita di senno, si graffiava il volto e aveva
gli occhi e le gote insanguinate.
Sul piede della croce, a circa un terzo della sua altezza, era stato
collocato uno zoccolo di legno che doveva servire a sostenere Gesù,
in modo che egli fosse più in piedi che appeso alla croce. In
quel pezzo di legno era stato praticato un foro per il chiodo che doveva
trapassare i piedi, nel legno della croce era stato inciso un incavo
per appoggiare i talloni.
I carnefici distesero le gambe del Signore, che si erano ritratte verso
il corpo a causa della violenta tensione delle braccia, e le legarono
con le corde. Non riuscendo però a far arrivare i piedi al supporto
di legno destinato a sostenerlo, essi rinnovarono gli insulti contro
di lui. Intervennero alcuni crocifissori propensi a fare nuovi fori
per i chiodi conficcati nelle mani perché sembrava difficile
spostare lo zoccolo di legno che avrebbe dovuto sostenere i piedi, altri
però esclamarono:
«Non vuole allungarsi? Ebbene, lo aiuteremo noi!».
Detto questo, legarono con le funi la gamba destra e la tirarono con
violenza crudele finché non raggiunse lo zoccolo di legno, provocando
a Gesù un'orribile stiramento. Era così estrema la tensione
del corpo, che il petto di Cristo crepitò. Egli gemendo esclamò:
«Mio Dio! Mio Dio!».
Essi gli avevano legato il petto e le braccia perché le mani
non si staccassero dai chiodi. Poi legarono il piede sinistro sopra
il destro, presero un chiodo ben più lungo di quello delle mani
e glielo infissero, conficcandolo fin nel legno della croce. Io guardai
quel chiodo trapassare i due piedi del Signore e il supporto di legno.
La chiodatura dei piedi fu più crudele di ogni altra, a causa
della tensione di tutto il corpo.
Gesù è crocifisso
«Al di sopra del capo posero scritta la
causa della sua condanna» (Matteo 23,37).
Ho contato trentasei colpi di martello, tutti accompagnati dai dolorosi
gemiti del Signore.
Durante l'orribile supplizio vidi molti angeli in lacrime.
La santa Vergine era appena ritornata sul promontorio delle crocifissioni.
Quando udì i gemiti di suo Figlio misti ai colpi del martello,
e vide l'atroce chiodatura dei piedi, cadde di nuovo svenuta fra le
braccia delle sue compagne. I farisei a cavallo le si avvicinarono per
coprirla d'ingiurie. I suoi amici la trasportarono distante.
Gesù pregò ininterrottamente fino alla morte. I suoi gemiti
sommessi interrompevano appena le preghiere e i passaggi dei salmi e
dei profeti, che egli recitò nei diversi momenti della sua passione.
Ho ripetuto con lui le sue sante parole, ma sono tanto oppressa dal
dolore che non saprei ripeterle.
Il centurione aveva fatto attaccare sulla croce l'iscrizione di Pilato,
e poiché i Romani ridevano del titolo di re dei Giudei, numerosi
farisei fecero ritorno in città per chiedere di nuovo al procuratore
un'altra iscrizione.
Intanto si continuava a lavorare di scalpello intorno alla buca in cui
doveva essere piantata la croce di Gesù. Straordinariamente la
buca risultava sempre troppo piccola e il suolo era durissimo in quel
punto.
I carnefici, che avevano bevuto il vino aromatico di santa Veronica,
si erano ubriacati e sentivano in corpo un fuoco tale che li aveva resi
frenetici, chiamavano Gesù stregone ed erano furiosi per la sua
paziente sopportazione.
A turno, discesero più volte il Calvario per bere il latte d'asina
e rinfrescare il loro ventre infiammato, poiché sotto al monte
si trovavano alcune donne che mungevano due asine e ne vendevano il
latte.
Era circa mezzogiorno e un quarto quando la croce fu innalzata con Gesù
crocifisso.
Nello stesso momento si udirono le trombe del tempio che annunziavano
il sacrificio dell'agnello pasquale.
Innalzamento della croce
Quando
la croce fu innalzata, e fu lasciata cadere di peso nella buca, tremò
tutta per il contraccolpo. Gesù levò un profondo gemito
di dolore, le sue ferite si allargarono, il sangue ne sgorgò
più copioso e le sue ossa slogate si urtarono. La testa, cinta
dalla corona di spine, sanguinò violentemente.
La croce fu fissata nella buca con cinque cunei attorno al suo piede,
uno a destra, uno a sinistra, uno davanti e due dietro. Il legno della
morte oscillò e poi s'innalzò fra gli insulti dei carnefici,
dei farisei e della marmaglia. Fu un momento molto drammatico.
Verso il Crocifisso non si levarono solo insulti e improperi, ma anche
le voci sofferenti dei suoi devoti. Le sante voci dell'Addolorata, delle
pie donne e di tutti coloro che avevano il cuore puro salutarono con
tristi lamenti l'elevazione del Verbo incarnato.
Durante la crocifissione di Gesù, e la successiva erezione della
croce, le pie donne avevano lanciato grida di orrore e di sgomento:
«Perché mai la terra non inghiotte questi miserabili? Per
ché il fuoco del cielo non scende a consumarli!».
A queste parole i nemici di Gesù avevano risposto con tremende
offese.
I carnefici appoggiarono le scale alla croce e slegarono le funi che
avevano trattenuto il santo corpo di Gesù durante la chiodatura;
in tal modo il sangue riprese a circolare improvvisamente affluendo
alle sue piaghe. Ciò causò al Signore altri indicibili
dolori.
Sfinito dalle sofferenze, Gesù chinò il capo sul petto
e rimase come morto per circa sette minuti.
Subentrò un profondo silenzio, in cui tutti sembrarono rapiti
da un sentimento sconosciuto fino allora.
Il suono delle trombe del tempio era svanito nell'aria e tutti i presenti
erano sfiniti di rabbia o di dolore.
I puri di cuore tesero in alto le loro mani, verso lo Sposo delle loro
anime.
Perfino l'inferno restò annichilito dalla pesante scossa della
croce: per alcuni minuti cessò di ispirare bestemmie e oltraggi
ai suoi seguaci.
Vidi le anime dei defunti sospirare di gioia perché quel la croce
piantata nella terra apriva le porte della loro sospirata redenzione.
Di fronte ad essa molti cuori pentiti compresero le parole di Giovanni
Battista: «Ecco l'Agnello di, Dio che toglie i peccati dal mondo».
I piedi di Gesù si trovavano a un'altezza tale che i suoi amici
potevano venerarli. Il suo volto era girato verso nord ovest.
Crocifissione dei due ladroni
«Venivano condotti anche due malfattori,
per essere giustiziati insieme con Gesù» (Luca 23,32).
Durante la crocifissione del Signore i due ladroni erano rimasti sul
lato orientale del Calvario sorvegliati dalle guardie. Entrambi erano
stati condannati per l'assassinio di una giovane donna ebrea e dei suoi
figli.
Il cosiddetto ladrone di sinistra, il più anziano, era stato
il corruttore e il maestro di quello che poi si sarebbe convertito.
I due sono chiamati Dismas e Gesma; il primo è il buon ladrone.
Avevano fatto parte di quella banda di assassini sotto il cui tetto
aveva pernottato la santa famiglia durante la fuga in Egitto. Dismas
era il ragazzo lebbroso sanato nell'acqua dov'era stato bagnato il bambino
Gesù.
La guarigione miracolosa fu il frutto della carità e dell'amore
che sua madre aveva usato verso la Vergine.
Dio aveva reso possibile, per mezzo dell'intercessione della Vergine,
la salvezza fisica di quell'anima sciagurata, la cui salvezza spirituale
sarebbe avvenuta sulla croce con la promessa di Cristo.
Dismas non aveva una natura cattiva, si era pervertito col tempo; non
poteva ricordarsi di Gesù, ma la mite pazienza del Signore l'aveva
commosso profondamente. In attesa della propria crocifissione egli così
discuteva col suo compagno:
«Questa gente si comporta in modo orribile contro il Galileo,
forse egli ha commesso qualche delitto più grave del nostro,
ma ha una pazienza enorme e un potere grandissimo sopra tutti gli uomini».
Rispose Gesma:
«Ma che potere avrebbe mai costui sugli altri? Se fosse davvero
potente, come dice, potrebbe liberarsi e aiutare noi».
Così parlavano tra loro, quando vennero gli sgherri e dissero:
«Ora tocca a voi!».
Slegarono i ladroni e li portarono vicino ciascuno alla propria croce,
in tutta fretta, poiché il cielo si era oscurato e si preannunciava
un forte temporale. Sulle croci erano state montate le assi trasversali.
Dopo averli spogliati delle misere tuniche, diedero loro a bere aceto
e mirra e li costrinsero a salire sulle scale a pioli tempestandoli
di calci e di pugni. Furono legati sulle croci con solide corde fatte
di corteccia d'albero. Li legarono così stretti che le giunture
e le ossa delle mani e dei piedi scricchiolarono e i loro muscoli sanguinarono.
Tra le atroci sofferenze, il buon ladrone disse ai carnefici:
«Se ci aveste maltrattati come quel povero Galileo, non avreste
più avuto bisogno di legarci qui sopra».
La veste di Gesù è giocata a sorte
«Essi divisero le sue vesti tirandole a
sorte» (Luca 23,34).
Vidi
i crocifissori di Gesù che avevano fatto dei suoi indumenti piccoli
mucchietti per dividerseli. Il mantello, più stretto sopra che
sotto, fu lacerato in lunghe strisce; si divisero anche il suo scapolare,
la cintura e la biancheria.
Decisero di giocare a sorte la tunica inconsutile già lacera,
perché quei brandelli, se divisi, non sarebbero serviti loro
a nulla.
Avevano appena preso i dadi nelle mani, quando giunse un inviato di
Nicodemo e Giuseppe d'Arimatea ad avvertirli che ai piedi del monte
si trovava gente disposta ad acquistare le vesti di Gesù. I crocifissori,
raccolti in fretta gli indumenti, corsero giù e li vendettero.
Così quelle sante reliquie entrarono in possesso dei cristiani.
Gesù in mezzo ai due ladroni
«Crocifissero lui e i malfattori, uno alla
sua destra e uno alla sua sinistra» (Luca 23,33).
Piena di dolore guardavo nostro Signore in croce.
Il mio cuore era colmo di languore e di profondo amore per lui. Credetti
che fosse già morto.
Sentivo la mia testa come se fosse incoronata di spine, mentre il mio
intelletto si perdeva nel nulla. Le mani e i piedi mi bruciavano come
se fossero arsi dalle fiamme, mentre le membra e le viscere mi procuravano
tormenti inauditi. Queste tremende sofferenze non erano altro che amore
puro per Gesù Salvatore. Nelle cupe tenebre io vedevo solo il
mio Sposo in croce che recava consolazione alle anime del mondo.
Contemplai con tenera compassione il mio Signore con l'orribile corona
di spine, il sangue che gli riempiva gli occhi, la bocca semiaperta,
la chioma e la barba insanguinata, il capo abbattuto sul petto. Dopo
lo svenimento, a causa del peso della corona di spine, egli rialzò
la testa con fatica. Il suo petto si era rialzato, scavando al di sotto
una depressione profonda, l'addome era cavo e rientrato; le spalle,
i gomiti, i polsi, le cosce e le gambe tutte slogate. Le sue membra
erano tese e i muscoli dilaniati, al punto tale che era possibile contarne
le ossa.
Il suo santo corpo era ricoperto di macchie orribili, nere, blu e giallastre.
Il sangue gli colava dalle mani lungo le braccia e scorreva dal foro
prodotto nei suoi sacratissimi piedi, irrorando la parte inferiore dell'albero
della croce.
Il sangue, dapprima rosso vivo, divenne alla fine pallido e acquoso.
Eppure, anche così sfigurato, il santo corpo del Signore, simile
a un cadavere dissanguato, conservava un'esprimibile luce di maestosa
potenza.
Nonostante i maltrattamenti e le atroci torture, il Figlio di Dio restava
bello e santo in quel corpo d'Agnello pasquale, immolato sotto il peso
dei peccati del mondo.
Il petto di Gesù era alto e ampio, non era villoso come quello
di Giovanni Battista.
Le sue ginocchia erano forti e robuste, tipiche di un uomo che ha viaggiato
spesso e si è inginocchiato a pregare; le gambe erano lunghe
e muscolose. I suoi piedi avevano una forma solida e graziosa, sotto
la cui pianta la pelle era divenuta callosa a motivo del molto camminare;
le mani erano belle, con dita lunghe e delicate.
Il collo era moderatamente lungo, robusto e muscoloso, la testa non
troppo grande, la fronte alta e spaziosa, l'ovale del viso era ben tratteggiato
dalla carnagione pallida, simile a quella della santa Vergine. Il suo
aspetto era purissimo.
Gesù aveva i capelli bruno dorati, lunghi e ricadenti sul le
spalle; la barba non era lunga, ma terminava a punta ed era divisa in
due parti sotto il mento.
Adesso, sulla croce, la sua capigliatura era in parte strappata e piena
di sangue raggrumato, il corpo era una piaga sola e si era talmente
assottigliato che non copriva nemmeno interamente l'albero della croce.
La croce di Gesù era stata costruita con alcuni legni di color
bruno e altri giallastri. Il tronco era di colore scuro, come quello
del legno che è stato a lungo immerso nell'acqua. Tra le croci
dei ladroni e quella del Signore vi era uno spazio sufficiente per il
passaggio di un uomo a cavallo.
I due ladroni presentavano uno spettacolo ripugnante, sopratutto Gesma,
quello che era stato crocifisso alla sinistra del Signore. Era completamente
ebbro e ripeteva pesanti imprecazioni e ingiurie.
I due corpi sospesi erano slogati, i loro volti erano lividi con gli
occhi iniettati di sangue.
Il dolore causato dalle corde strappava loro grida spaventose.
La prima parola di Gesù in croce
Dopo la crocifissione dei ladroni, i carnefici raccolsero i loro strumenti
e lanciarono al Signore gli ultimi insulti prima di ritirarsi.
I farisei, a loro volta, passando a cavallo davanti a Gesù gli
indirizzarono alcune parole oltraggiose e poi si ritirarono anch'essi.
Cinquanta soldati romani, al comando dell'arabo Abenadar, diedero il
cambio ai primi cento.
Dopo la morte di Gesù, Abenadar si fece battezzare prendendo
il nome di Ctesifon. Il comandante in seconda si chiamava Cassio, e
anch'egli divenne cristiano col nome di Longino.
Sopraggiunsero sul monte altri dodici farisei, dodici sadducei, dodici
scribi e parecchi anziani. Tra questi ultimi si trovavano coloro che
avevano chiesto a Pilato di modificare l'iscrizione e erano esasperati
perché il procuratore non aveva voluto nemmeno riceverli. Quelli
a cavallo fecero il giro della piattaforma e scacciarono la santa Vergine
chiamandola donna perversa.
Giovanni la condusse tra le braccia di Maria Maddalena e di Marta.
I farisei, arrivati di fronte a Gesù, scuoterono la testa con
disprezzo e lo beffeggiarono con queste parole:
«Vergognati, impostore! Come farai a distruggere il tempio e a
ricostruirlo in tre giorni? Hai sempre voluto aiutare gli altri e non
hai neppure la forza di aiutare te stesso. Se sei figlio del Dio d'Israele,
discendi da quel la croce e fatti aiutare da lui!».
Anche i soldati romani lo schernivano dicendo:
«Se tu sei il re lei Giudei e il Figlio di Dio, salva te stesso!».
Gesù stava crocifisso privo di sensi. Allora Gesma disse:
«Il suo demoni l'ha abbandonato!».
Intanto un soldato romano pose sopra un bastone una spugna inzuppata
di aceto e l'innalzò fino alle labbra di Gesù, il quale
ne gustò un poco. Compiendo quel gesto, il sol dato fece da eco
al ladrone e disse:
«Se sei il re di Giudei, aiutati da te stesso!».
Il Signore sollevò un poco la testa e disse:
«Padre, perdona loro, perché non sanno quel che fanno.
Poi proseguì la sua preghiera in silenzio.
Nell'udire qu parole, Gesma gli gridò:
«Se tu sei il Cristo, aiuta te e noi!».
E così dicendo continuò a schernirlo.
Ma Dismas, il ladrone alla destra, si commosse profondamente quando
udì Gesù pregare per i suoi nemici.
Udendo la voce di suo Figlio, la Vergine Maria si precipitò verso
la croce seguita da Giovanni, da Salomè e da Maria di Cleofa,
incapaci di trattenerla.
Il centurione di guardia non li respinse e li lasciò passare.
Appena la Madre si avvicinò alla croce, si sentì confortata
dalla preghiera di Gesù. Nello stesso momento, illuminato dalla
grazia, Dismas riconobbe che Gesù e sua Madre l'avevano guarito
nella sua infanzia, e con voce forte e rotta dall'emozione gridò:
«Come potete ingiuriare Gesù mentre prega per voi? Egli
ha sofferto pazientemente tutte le vostre ingiurie e i vostri affronti.
Costui è veramente il Profeta, il nostro Re e il Figlio di Dio».
A quelle parole di biasimo, uscite dalla bocca di un assassino sul patibolo,
scoppiò un grande tumulto fra gli astanti. Molti presero delle
pietre per lapidarlo, ma Abenadar non lo permise, li fece disperdere
e ristabilì l'ordine.
Rivolto al suo compagno, che continuava ad ingiuriare Gesù, Dismas
gli disse:
«Non temi dunque il Signore, tu che sei condannato al lo stesso
supplizio? Noi ci troviamo giustamente qui per ché la pena l'abbiamo
meritata con le nostre azioni, ma lui non ha fatto nulla di male, ha
sempre consolato il prossimo. Pensa alla tua ultima ora e convertiti!».
Quindi, profondamente commosso, confessò a Gesù tutti
i suoi peccati dicendogli:
«Signore, se tu mi condanni, è secondo giustizia; ma, ciò
nonostante, abbi pietà di me!».
Gesù gli rispose:
«Tu proverai la mia misericordia!».
Così Dismas ottenne la grazia di un sincero pentimento.
Tutto quanto è stato narrato avvenne tra mezzogiorno e mezzogiorno
e mezzo. Mentre il buon ladrone si pentiva, si verificavano nella natura
segni straordinari che riempirono tutti di spavento.
Verso le dieci, momento in cui fu pronunziato il giudizio di Pilato,
aveva grandinato a tratti, poi il cielo si era schiarito ed era uscito
il sole. A mezzogiorno, nubi fitte e rossastre coprirono il cielo; a
mezzogiorno e mezzo, che corrisponde alla cosiddetta ora sesta dei Giudei,
vi fu l'oscuramento miracoloso del sole.
Per grazia divina «ho vissuto molti particolari di quel l'avvenimento
prodigioso, ma non riesco a descriverli in modo adeguato».
Posso solo dire che fui trasportata nell'universo, dove mi ritrovai
fra miriadi di vie celesti che si incrociano in un'armonia meravigliosa.
La luna, simile a un globo di fuoco, apparve a oriente e si mise rapidamente
davanti al sole già coperto dalle nubi.
Poi, sempre in spirito, discesi a Gerusalemme, da dove, con spavento,
vidi al lato orientale del sole un corpo oscuro che presto lo coprì
interamente.
Il fondo di questo corpo era giallo scuro, aureolato da un cerchio rosso
come il fuoco.
Un poco alla volta, il cielo intero s'incupì e si tinse di rosso.
Uomini e bestie furono afferrati dalla paura; il bestiame fuggì
via e gli uccelli cercarono riparo verso le col line del Calvario. Erano
così spaventati che passavano rasenti al suolo e si lasciavano
catturare con le mani. Le strade della città erano avvolte in
una fitta nebbia, gli abitanti cercavano il cammino a tentoni. Molti
giacevano a terra con il capo coperto, altri si battevano il petto gemendo
di dolore. Gli stessi farisei guardavano con timore il cielo: essi erano
talmente spaventati da quelle tenebre rossastre che cessarono perfino
d'ingiuriare Gesù. Tuttavia cercavano di fare intendere questi
fenomeni come naturali.
Le tenebre. Seconda e terza parola di Gesù in croce
«Era quasi l'ora sesta, quando le tenebre
si stesero su tutta la terra, fino all'ora nona» (Luca 23,44).
Ma molti non si lasciarono convincere e, continuando a torcersi le mani,
gridavano:
«Che il suo sangue ricada sugli assassini!». Quindi, gettandosi
in ginocchio, imploravano il perdono del Signore. Gesù volse
i suoi occhi sofferenti verso di loro.
Con l'intensificarsi delle tenebre molte persone hanno abbandonato la
croce, tranne la santa Vergine e gli amici più fedeli di Gesù.
Profondamente pentito, Dismas rivolse al Signore parole di timida speranza:
«Signore, pensa a me quando sarai nel tuo regno!».
Gesù gli rispose:
«In verità ti dico: tu sarai oggi con me in paradiso».
Adesso la Madre di Gesù, Maria Maddalena, Maria di Cleofa e Giovanni
stavano fra la croce di Gesù e quelle dei ladroni, e guardavano
il Signore. Maria santissima prega va interiormente il Figlio di permetterle
di morire con lui. Il Salvatore comprese quella preghiera e la guardò
con ineffabile tenerezza, poi rivolse lo sguardo a Giovanni e disse
a sua Madre:
«Donna, ecco tuo figlio. Egli ti sarà tale più che
se tu lo avessi generato!».
Quindi disse a Giovanni:
«Ecco tua Madre!».
Giovanni abbracciò rispettosamente la Madre di Gesù divenuta
ormai anche la sua.
A queste ultime disposizioni del Figlio, accasciata dal dolore, la Vergine
cadde priva di sensi sotto la croce; fu subito sorretta dalle pie donne
e fatta sedere su un terrapieno poco distante.
Giovanni, l'apostolo spirituale, era divenuto figlio di Dio perché
Cristo già viveva in lui. Non fa meraviglia, infatti, che il
Signore abbia dato Giovanni per figlio a colei che l'angelo aveva salutato
«piena di grazia», perché il nome Giovanni significa
appunto “grazia”.
Il tempio durante le tenebre. Angoscia
di Pilato
La gente, gemendo per la paura, vagava disorientata per le strade o
si era rinchiusa in casa.
Vidi Pilato nella casa di Erode. I due scrutavano costernati il cielo:
si trovavano sulla medesima terrazza dalla quale Erode aveva guardato
il Signore in balìa della marmaglia.
Essi erano convinti che tutto quello che stava accadendo aveva certamente
relazione con la condanna di Gesù.
Più tardi, scortati da numerose guardie, si recarono al palazzo
del procuratore romano; con il cuore angustiato, attraversarono a grandi
passi il loro deserto. Pilato non osò nemmeno guardare il tribunale
detto Gabbata.
Rientrato nel suo palazzo, egli fece convocare gli anziani del popolo
ebraico per conoscere la loro opinione riguardo i segni del cielo. Il
procuratore sosteneva davanti ai sinedriti che la crocifissione del
Galileo, provocata dalla loro ostinazione, era la causa della collera
degli dèi e aveva suscitato i segni contrari della natura. Ma
i Giudei, niente affatto pentiti, continuavano a considerare quei sinistri
presagi come fenomeni naturali. Molti altri però si erano già
convertiti, come le guardie che erano cadute davanti al santo nome del
Signore.
Davanti al palazzo di Pilato vidi un grande affollamento. La gente urlava:
«Il suo sangue cada sui suoi assassini! Abbasso il giudice iniquo!».
Erano gli stessi che al mattino avevano gridato: «Crocifiggilo!».
Il miserabile Pilato replicò, gridando, che egli non c'entrava
nulla con la condanna del Galileo; disse che i Giudei l'avevano voluta
e che costui era il loro re e profeta, e non il suo.
Anche nel tempio aveva regnato l'angoscia durante l'immolazione dell'agnello
pasquale. Quando il cielo si era oscurato completamente, i fedeli erano
caduti in preda al terrore. Alcune volte crollarono, il velo del “santo
dei santi” si squarciò e i fedeli videro i morti risuscitati.
I sommi sacerdoti avevano tentato in tutti i modi di tranquillizzare
la folla. Accesero perfino tutti i candelieri, il panico era continuato
a crescere.
Lasciai la città mentre l'oscurità si faceva sempre più
cupa. Alla periferia nord-est di Gerusalemme, vicino al muro di cinta,
si aprì il terreno che copriva alcune tombe.
Abbandono di Gesù.
Quarta parola in croce
«Egli portò i nostri peccati nel
suo corpo sul legno della cr ce» (iPietro 2,24).
In un primo momento l'oscurità non fu notata sul Calvario, perché
vi regnava una grande agitazione: i crocifissori occupati a rizzare
la croce e a lanciare bestemmie, le urla dei due ladroni sulle croci,
gli insulti a Gesù da parte dei farisei a cavallo, il cambio
dei soldati romani e la tumultuosa partenza dei carnefici ebbri... Poi
venne il pentimento di Dismas, e i farisei si sdegnarono contro di lui.
Ma quando le tenebre divennero fitte produssero un'impressione terribile
nei presenti, i quali, molto preoccupati, si allontanarono dalla croce.
Fu allora che Gesù raccomandò sua Madre a Giovanni e la
Vergine fu subito dopo allontanata perché svenne.
Seguì un momento di silenzio solenne, in cui la maggior parte
degli astanti rivolse gli occhi al cielo e alle stelle, che scintillavano
di luce vermiglia. Alcuni guardarono il Crocifisso e conobbero la grazia
del pentimento: in tal modo la loro coscienza si risvegliò straordinariamente
alla vera vita.
Infine quasi tutti andarono via e la calma regnò intorno alla
croce. Vidi una schiera di angeli levarsi accanto al Salvatore crocifisso,
abbandonato nelle profondità del suo martirio.
Fu l'unico conforto prima di restare solo nell'oscurità.
Il Signore concludeva nelle tenebre più scure la sua missione
umana, in intimità di preghiera con il suo Padre celeste. Lo
pregava con amore raccomandandogli i suoi nemici, mentre recitava i
salmi che andavano compiendosi. Egli patì l'angoscia più
profonda, come un povero uomo privato di ogni consolazione umana e divina.
Quando la fede, la carità e la speranza restano vuote e spoglie
nel deserto della prova, questo dolore è inesprimibile.
Abbandonato completamente nell'oscurità più fitta, Gesù
donò se stesso e tutti i suoi infiniti meriti per noi peccatori,
affinché non dovessimo più discendere soli nella notte
interiore.
Verso le tre Gesù si lamentò:
«Eh, Eh, lama sabachtani!», che significa: «Mio Dio!
Mio Dio! Perché mi hai lasciato?».
Con questo grido di dolore filiale il Signore permise agli afflitti
di riconoscere Dio come Padre.
Nell'udire il suo lamento lacerante, uno di quelli che lo oltraggiavano
disse:
«Chiama Elia!».
Un altro intervenne:
«Vedremo se Elia verrà a soccorrerlo!».
La Vergine santa corse di nuovo ai piedi della croce, seguita da Giovanni,
da Maria figlia di Cleofa, da Maria Maddalena e Salomè.
Una trentina di cavalieri stranieri, provenienti dai dintorni di Giaffa,
nel vedere Gesù sopra la croce, gridarono con rabbia:
«Se non vi fosse il tempio di Dio, questa città meriterebbe
di essere bruciata! ».
Il grido di sdegno, uscito dalla bocca di quegli uomini di rango, provocò
la protesta dei Giudei rimasti vicino alla croce.
Tra questi ultimi si erano formati spontaneamente due gruppi: da uno
provenivano gemiti di dolore, dall'altro, che protestò al grido
degli stranieri, si levavano solo ingiurie e bestemmie contro il Redentore.
I farisei erano diventati meno arroganti e, temendo un'insurrezione
popolare, chiesero al centurione Abenadar di chiudere la porta più
vicina alla città; furono pure richiesti consistenti rinforzi
a Pilato e a Erode.
Appena dopo le quindici, il cielo si schiarì e la luna incominciò
ad allontanarsi dal sole nella direzione opposta, ma il sole apparve
annebbiato, privo di raggi e rosso. A poco a poco riapparvero i raggi
del sole e le stelle scomparvero, e tuttavia il cielo rimase offuscato.
Con il ritorno della luce i nemici di Gesù ripresero la loro
baldanza, ma il centurione Abenadar impose l'ordine, impedendo che Gesù
fosse lapidato.
La morte di Gesù.
Quinta, sesta e settima parola
«Sapendo Gesù che già tutto
era compiuto, affinché si adempisse la Scrittura, disse: “Ho
sete”» (Giovanni 19,28).
Quando tornò la luce del giorno, si vide il santo corpo del Signore
appeso alla croce, esangue, livido e più bianco di prima a causa
del sangue versato.
Gesù era moribondo; con la lingua riarsa pronunciò:
«Ho sete».
Ma poiché i suoi amici fedeli continuavano a guardarlo dolorosamente
senza far niente, il Signore chiese:
«Non potreste darmi una goccia d'acqua?».
Egli voleva intendere che durante l'oscurità nessuno li avrebbe
visti. Giovanni rispose addolorato:
«Oh, Signore! Ti abbiamo dimenticato!».
Questa dimenticanza da parte dei suoi più intimi amici deluse
Gesù al punto tale che egli sussurrò interiormente:
«Anche i miei più prossimi dovevano dimenticarmi e non
darmi da bere, affinché ciò che sta scritto trovasse compimento».
Gli amici di Gesù offrirono denaro alle guardie perché
gli portassero un po' d'acqua, ma anche questi ultimi presero il compenso
e non gli diedero nulla. Uno di loro immerse una spugna nell'aceto,
in un bariletto di scorza, e vi aggiunse del fiele per darglielo a bere.
Il centurione Abenadar non lo permise: strappò dalle mani del
soldato la spugna, la svuotò e l'impregnò d'aceto puro.
Poi l'adattò a una canna d'issopo e la pose in cima alla sua
lancia, che portò fino alla bocca del Signore. Gesù pronunciò
alcune parole, di cui ricordo solo queste:
«Quando io non avrò più la mia voce, parlerà
la bocca dei morti!».
L'ultima ora del Signore era ormai prossima. Egli lotta va contro la
morte come un uomo comune; un sudore freddo gli copriva tutto il corpo
e il petto ansimava sempre più forte.
Giovanni, sotto la croce, gli asciugava i piedi con un sudario.
Maria Maddalena, distrutta dal dolore, era appoggiata dietro la croce.
La Vergine si manteneva in piedi fra la croce di Gesù e quella
del buon ladrone, sostenuta da Salomè e da Maria di Cleofa.
Giunto all'estremo, Gesù disse:
«Tutto è compiuto! ».
Sollevò il capo e gettò un grido forte e soave che penetrò
il cielo e la terra:
«Padre, nelle tue mani rimetto il mio spirito!
Quando il Signore chinò il capo e rese lo spirito, erano passate
da poco le ore quindici. Vidi la sua anima discendere nel limbo come
una figura luminosa.
Giovanni e le pie donne caddero con la fronte nella polvere.
Tutto si era ormai compiuto, l'anima del Signore aveva abbandonato il
santo corpo. L'ultimo grido del Santo dei santi aveva fatto tremare
la terra e quelli che lo avevano udito; la roccia del Calvario si spaccò
e numerose case crollarono.
Le poche persone ancora presenti sul Golgota si percossero il petto
e si affrettarono a rincasare. Le vidi profondamente commosse, mentre
si laceravano le vesti e si cospargevano il capo di polvere.
Giovanni e le pie donne si rialzarono e prestarono amorevoli cure alla
Vergine.
Abenadar, dopo aver presentato l'aceto al Salvatore, rimasto stranamente
impressionato: fermo sul suo cavallo, egli non poteva più distogliere
gli occhi dal santo volto di Gesù coronato di spine.
Perfino il cavallo abbassò il capo e il centurione gli allentò
le redini.
In quel momento la luce della grazia lo illuminò ed e, si sentì
trasformato. Il cuore orgoglioso del fiero centurione si era infranto
come la roccia del Calvario. Egli gettò lontano la lancia, si
battè il petto con forza ed emise il grido dell'uomo nuovo:
«Benedetto sia il Signore onnipotente, il Dio d'Abramo, d'Isacco
e di Giacobbe! Questi era certamente un giusto, ed è veramente
il Figlio di Dio!».
I suoi soldati gli fecero eco, perfino alcuni farisei si batterono il
petto.
Pronunciate le parole di redenzione, Abenadar consegnò il cavallo
a Cassio e gli affidò il comando, poi prese commiato dai suoi
soldati e lasciò il Calvario. Lo vidi annunciare la morte del
Salvatore ai discepoli nella valle di Gihon, infine si diresse al palazzo
di Pilato.
Il Signore aveva ormai affidato la sua anima al Padre e abbandonato
il suo santo corpo alla morte. Egli aveva pagato il suo debito d'amore
all'umanità.
Con un'estrema convulsione, il corpo di Cristo divenne esangue e impallidì
in modo straordinario, mentre le sue ferite, dalle quali era fuoruscito
il sangue in abbondanza, risaltavano come macchie scure. Il suo volto
si era allungato, perché le gote erano afflosciate, il naso sembrava
più affilato e gli occhi pieni di sangue erano rimasti aperti
a metà.
Nell'affidarsi completamente alla morte, Gesù aveva sollevato
la sua testa coronata di spine lasciandola ricadere sotto il peso dei
dolori; le sue labbra, divenute livide e contratte, si erano socchiuse
senza più alcuna tensione, così le sue mani sostenute
dai chiodi si distesero, come anche le braccia.
Il suo dorso si irrigidì lungo la croce e tutto il peso del corpo
poggiò sui piedi, le ginocchia si piegarono tutte da un lato
ed i suoi piedi trafitti si girarono un poco intorno al chiodo.
La Vergine guardò quel santo corpo, concepito per opera dello
Spirito Santo nella più assoluta purezza, come carne della sua
carne, ossa delle sue ossa, cuore del suo cuore, adesso privato di ogni
bellezza e separato dalla sua anima santissima.
La Madre lo contemplò con una sofferenza indicibile:
sospeso alla croce, tra i due ladroni, sfigurato e disprezzato da coloro
che era venuto a salvare.
Adesso, pur così sfigurato, il santo corpo del Signore imponeva
rispetto e toccava il cuore degli uomini. La sua dolorosa passione e
l'atroce morte sulla croce ispirarono profondamente la conversione di
numerosi peccatori. Gesù stesso aveva detto: «Se il seme
non muore non porta frutto ! ».
I ladroni erano in preda a frequenti convulsioni. Dismas pregò
per tutto il tempo del suo supplizio sulla croce.
I farisei tentarono di misurare con le corde la profondità della
spaccatura della roccia, ma non riuscendo a toccarne il fondo lasciarono
il Calvario, salutati dai lamenti degli amici di Gesù.
I soldati romani andarono a rinforzare quelli che custodivano le porte
della città, perché si temeva una sommossa.
Il silenzio e il lutto regnavano intorno al corpo del Signore. Di fronte
alla croce vidi solo gli amici di Gesù.
Dalle valli circostanti qualche discepolo del Signore guardava con inquietudine
verso il Calvario.
L'aria si era rinfrescata, ma la luce del sole era ancora offuscata.
Giuseppe d'Arimatea chiede a Pilato il
corpo di Gesù
«C'era un uomo di nome Giuseppe, membro
del sinedrio, per sona buona e giusta. Non aveva approvato la decisione
né l'operato degli altri. Egli era di Arimatea, una città
della Giudea, e aspettava il regno di Dio. Andò da Filato e chiese
il corpo di Gesù» (Luca 23,50-52).
Appena la città ebbe un po' di quiete, il sinedrio chiese a Pilato
che fossero rotte le gambe ai condannati e tolti i corpi prima della
festa imminente
Il procuratore romano inviò subito degli uomini allo scopo.
Giuseppe d'Arimatea si recò da Pilato e gli chiese la salma del
Messia. Il buon sinedrista desiderava seppellire il corpo del Signore
nel suo giardino vicino al Calvario.
Pilato fu molto turbato nel constatare che un uomo di tale rango voleva
rendere gli estremi onori al corpo di Gesù, colui che egli aveva
fatto crocifiggere. Così venne assalito dal rimorso del suo errore
fatale.
Il procuratore romano si meravigliò che Gesù fosse morto
così presto, perché generalmente i condannati alla crocifissione
vivevano più a lungo, e per questo aveva inviato i soldati a
fìnirli
In seguito alla relazione del centurione Abenadar, che descrisse i particolari
della morte di Gesù e parlò senza timore della sua conversione,
Pilato concesse la salma del Messia a Giuseppe.
Il procuratore romano era stato toccato dalle ultime parole di Gesù
sulla croce, riportate dal centurione, ma acconsentì a Giuseppe
anche per fare dispetto ai sommi sacerdoti del tempio, i quali avrebbero
voluto vedere Gesù gettato nella fossa comune con i due ladroni.
Il procuratore inviò qualcuno al Calvario per far eseguire la
consegna del corpo del Signore. Credo che quest'incarico fosse stato
affidato ad Abenadar, perché lo vidi collaborare alla deposizione
di Gesù dalla croce.
Intanto Nìcodemo era andato ad acquistare le erbe aromatiche
per imbalsamare il santo corpo di Cristo.
A sua volta, Giuseppe acquistò una sindone di cotone finissimo
per avvolgere la salma del Salvatore. Il lenzuolo funebre era lungo
sei braccia.
I servi di Giuseppe prepararono tutto il necessario per pulire e imbalsamare
il santo corpo di Gesù: le erbe, i balsami e le bende furono
deposti su una lettiga che si chiu devacome un baule.
Apertura del costato di Gesù.
Morte dei due ladroni
Sul Golgota regnava la più assoluta disperazione. Il cielo era
cupo e la natura sembrava in gran lutto. La Vergine Maria, Giovanni,
Maria Maddalena, Maria, figlia di Cleo fa, e Salomè stavano col
capo coperto di fronte alla croce e la contemplavano con il cuore contrito.
Molte delle pie donne avevano fatto ritorno in città.
Alcuni soldati sedevano sul terrapieno, avevano le lance piantate a
terra e discutevano con gli altri commilitoni più lontani.
Il luogotenente Cassio cavalcava da una parte all'altra. Era un giovane
di venticinque anni, la cui aria d'importanza e lo strabismo suscitavano
spesso la derisione dei suoi subordinati.
Sul promontorio delle croci giunsero sei carnefici che recavano scale,
picconi e pesanti mazze di ferro per spezzare le gambe ai moribondi.
Alla loro vista gli amici di Gesù si allontanarono un poco. La
santa Vergine soffrì nuove angosce al pensiero che essi avrebbero
oltraggiato ancora il corpo del Figlio.
I carnefici appoggiarono le scale alla croce e scuoterono il santissimo
corpo di Gesù per provare se fosse ancora vivo, e quantunque
avessero visto benissimo che era bianco, freddo e rigido, non sembrarono
convinti della sua morte.
In seguito alle insistenze di Giovanni e delle pie donne, per il momento
essi lo lasciarono e salirono sulle croci dei due ladroni.
Con le pesanti mazze di ferro spezzarono a questi le ginocchia, le gambe
e i gomiti, Dismas dette un gemito e spirò. Fu uno dei primi
martiri che rivide il suo Redentore. Gesma invece lanciò urla
orrende, i carnefici per finirlo gli assestarono altri tre colpi al
petto.
Poi vennero staccate le funi e i due corpi martoriati caddero a terra;
furono subito sepolti nella fossa comune dei condannati, tra il Calvario
e le mura di Gerusalemme.
Subito dopo i carnefici ritornarono al corpo del Signore, gli amici
di Gesù temettero che gli fossero spezzate le gambe.
In quel momento Cassio ebbe un'improvvisa ispirazione, mediante la quale
tolse ogni dubbio sulla morte di Gesù: spronò il suo cavallo
verso la croce e conficcò a due mani la lancia nel costato destro
del Signore, trafiggendogli il cuore da parte a parte. Ne sgorgò
un fiotto abbondante di sangue e acqua, che sprizzò sul volto
di Cassio come una fontana di salvezza e di grazia.
Allora il giovane centurione smontò da cavallo, cadde in ginocchio,
si batté il petto e riconobbe ad alta voce Gesù.
In quel momento riacquistò miracolosamente l'uso completo della
vista e i suoi occhi si raddrizzarono.
La Vergine era rimasta svenuta tra le braccia delle pie onne, come se
la lancia avesse attraversato anche il suo cuore.
Subito dopo l'episodio prodigioso Cassio divenne umile di cuore e lodò
Dio alla presenza di tutti. Gli occhi della sua anima, come quelli del
corpo, si erano aperti alla luce della verità.
Toccati dal miracolo, anche i soldati si gettarono spontaneamente in
ginocchio e, battendosi il petto, riconobbero Gesù come Dio.
Frattanto il sacratissimo sangue di Cristo frammisto ad acqua aveva
riempito la cavità della roccia ai piedi della croce.
Cassio, Maria Maddalena e la Vergine, che adesso si era ripresa, lo
raccolsero in ampolle e asciugarono quel luogo con i lini. Le loro lacrime
si mischiarono al sacratissimo sangue. Il centurione convertito a Cristo
da quel momento si chiamò Longino; portò sempre con sé
un'ampolla col preziosissimo sangue.
Questo miracolo presso la croce era avvenuto poco dopo le quattro, mentre
Giuseppe d'Arimatea e Nicodemo procuravano tutto il necessario per la
sepoltura di Gesù.
I carnefici si ritirarono dal Golgota, avendo ricevuto l'ordine di lasciare
la salma del Signore a Giuseppe d'Arimatea. Gli amici di Gesù
appresero subito la notizia.
Giovanni e le pie donne ricondussero la santa Vergine al cenacolo per
farla riposare.
Il giardino di Giuseppe d'Arimatea e il
sepolcro
Ho visto il giardino di Giuseppe d'Arimatea: si trova presso la Porta
di Betlemme [di Efraim], poco distante dal Calvario. E un bel giardino
di forma irregolare che sale fino alle mura della città; è
pieno di grandi alberi, di panche e di luoghi ombrosi. La vegetazione
è ricca di cespugli, di fiori e di erbe aromatiche.
A levante, dal lato dove il terreno è in salita, si vede una
grotta sepolcrale circondata da una siepe verdeggiante, accanto vi è
una grande pietra orbicolare per ostruire l'ingresso. Qualche palma
si trova davanti alla tomba.
Non lontano da quest'ultima vi sono altri due sepolcri in grotte più
piccole e uno stretto sentiero che conduce al lato occidentale del giardino.
Per accedere al sepolcro bisogna discendere alcuni passi. La grotta
è molto pulita e l'ambiente interno ben lavorato; è piuttosto
spaziosa, tanto che otto persone, quattro per lato, possono restare
addossate alle pareti senza impedire i movimenti di coloro che depongono
la salma.
In fondo alla grotta, proprio di fronte all'ingresso, c'è una
specie di nicchia abbastanza ampia scavata nella pare te rocciosa. La
cavità ha la forma di un altare, è sopraelevata dal suolo
ed è appoggiata alla roccia da un solo lato.
La porta del sepolcro è di rame e si apre a due battenti. Appena
sarà deposto il corpo di Gesù, la pietra orbicolare verrà
rotolata davanti all'apertura.
Il masso sepolcrale è bianco, ricoperto d'erba, e presenta venature
rosse e turchine.
La deposizione del corpo di Gesù
Il venerdì santo 30 marzo 1820, mentre suor Anna Katharina Einmerick
contemplava la deposizione di Gesù dalla croce, svenne improvvisamente,
al punto di sembrare morta.
Quando si riebbe, nonostante le sue sofferenze non fossero cessate,
così proferì: «Mentre contemplavo il corpo di Gesù
steso sul le ginocchia della Madre dissi a me stessa: Guarda come è
forte Maria, non ha nemmeno un istante di debolezza!» (Clemens
Brentano).
Cinque uomini si avvicinarono al Calvario, levarono gli occhi alla croce
e si dileguarono. Forse erano discepoli di Gesù che venivano
dalla valle di Betania. La croce era sorvegliata solo da poche guardie.
Ho visto tre volte Nicodemo e Giuseppe d'Arimatea sul Calvario: quando
fecero riscattare le vesti del Signore durante la crocifissione; mentre
osservavano il popolo che rientrava pentito a Gerusalemme; e infine
per attuare il piano di recupero del santissimo corpo di Cristo. Dopo
di che rientrarono in città e iniziarono a raccogliere tutto
il necessario per l'imbalsamazione, mentre i loro servi prende vano
le scale e alcuni attrezzi con cui effettuare la deposizione di Gesù
dalla croce.
La donna, presso la quale Nicodemo aveva acquistato cento libbre di
balsamo e le erbe aromatiche, aveva preparato con gran cura la merce.
Giuseppe d'Arimatea portava un vaso con un unguento prezioso, i servi
recavano sulla portantina vasi, otri, spugne e altri attrezzi vari;
vidi anche del fuoco in una lanterna chiusa. I servitori precedettero
i loro signori sui Calvario passando per un'altra porta.
Vidi la santa Vergine e altre quattro donne seguire a qual che distanza
i servi dei due sinedriti.
Esse portavano grossi involti di tela sotto gli ampi mantelli neri.
Ebbi l'impressione che vestissero a lutto
Giuseppe e Nicodemo erano avvolti in ampi mantelli grigi con il cappuccio,
che servivano anche a nascondere gli involti preziosi. Essi si diressero
verso la porta principale che conduce al Calvario.
La maggior parte della popolazione di Gerusalemme si era chiusa in casa.
Le strade pullulavano solo di soldati.
Giunti alla porta della città, Giuseppe e Nicodemo presentarono
il lasciapassare di Pilato ai soldati, i quali spiegarono che, dopo
il terremoto, la porta si era inceppata e non poteva più aprirsi.
Ma appena i due amici di Gesù misero mano al chiavistello, la
porta si aprì suscitando lo stupore dei presenti.
Quando i due buoni sinedriti giunsero sul Calvario, il cielo era ancora
cupo e nuvoloso. Essi trovarono le pie donne piangenti sotto la croce.
Cassio e alcuni legionari convertiti, con umile deferenza, si mantenevano
a rispettosa distanza dalle discepole.
Giuseppe e Nicodemo narrarono alla Vergine e a Gioanni tutto quanto
avevano fatto per sottrarre Gesù all'ignominiosa morte. Essi
spiegarono che adesso la profezia aveva trovato il suo compimento.
Infine si parlò dell'episodio miracoloso vissuto da Cassio a
seguito del colpo di lancia al costato di Gesù.
Appena arrivò il centurione Abenadar, gli amici di Gesù
si prepararono a rendere gli ultimi onori al loro Signore, provvedendo
alla sua deposizione dalla croce.
La santa Vergine e Maria Maddalena erano sedute ai piedi della croce
in mesto raccoglimento, mentre le altre donne erano intente a preparare
i lini, gli aromi, l'acqua, le spugne e i vasi.
Tutti erano piegati dal dolore, ma allo stesso tempo re stavano silenziosi
e raccolti. Alcune pie donne, di tanto in tanto, non potevano trattenere
dei gemiti sommessi. Maria Maddalena, soprattutto, si era abbandonata
interamente al suo patimento, da cui nessuno poteva distoglierla.
Dopo aver collocato le scale dietro la croce, Nicodemo e Giuseppe vi
salirono e legarono all'albero della stessa il santo corpo di Cristo,
poi ne fissarono le braccia al tronco trasversale e iniziarono a sfilare
i chiodi, battendoli da dietro. Giuseppe tolse il chiodo di sinistra,
lasciando che il braccio di Gesù ricadesse col laccio che lo
circondava. Nello stesso momento, Nicodemo fissò alla croce il
santo capo del Signore, che si era tutto piegato sulla spalla destra,
e tolse il chiodo di destra, lasciando ricadere il braccio di Gesù
sul corpo. I chiodi delle mani subito caddero dalle piaghe ingrandite
per il peso del corpo; Abenadar, in vece, strappò faticosamente
il lungo chiodo che trapassa va i piedi. Cassio raccolse con gran rispetto
i chiodi e li depose ai piedi della Vergine.
Una volta che ebbero estratto tutti i chiodi, Giuseppe e Nicodemo collocarono
le scale sulla parte anteriore della croce, vicino al santo corpo del
Signore.
Con molta cura lo liberarono dolcemente dalle corde e lo lasciarono
calare con grande attenzione.
Il centurione, salito su uno sgabello, lo raccolse tra le sue braccia,
al di sopra delle ginocchia, mentre Giuseppe e Nicodemo, sostenendolo
dall'alto, lo facevano scendere adagio.
Ad ogni piolo delle scale essi si soffermavano, usando ogni precauzione,
come se portassero il corpo di un amico fraterno gravemente ferito.
Così la salma martoriata del Salvatore giunse fino a terra.
Le pie donne, i soldati convertiti e qualche altro amico di Gesù,
con il cuore straziato, seguivano i movimenti del la sua discesa dalla
croce. Essi esprimevano con le lacrime l'indicibile dolore che li stava
attraversando. Qualcuno levava le braccia al cielo e gemeva.
Le manifestazioni di dolore, come tutti gli altri movimenti compiuti
da questa gente, si svolgevano nella massima compostezza, che rivelava
sincera umiltà verso la suprema volontà di Dio.
Al rumore dei colpi di martello, Maria santissima, Maria Maddalena e
tutti gli altri che avevano assistito alla crocifissione, avvertirono
un fremito di angoscia nel proprio cuore. Quei colpi rammentavano loro
le sofferenze di Gesù.
Dopo la deposizione, il santissimo corpo di Cristo venne ricoperto con
un panno di lino dalle ginocchia ai fianchi, poi fu deposto fra le braccia
della Madre addolorata.
La santa Sindone
«Essi presero il corpo di Gesù e
lo avvolsero in bende di lino con aromi, secondo il modo di seppellire
in uso presso gli Ebrei» (Giovanni 19,40).
Vidi la Vergine seduta al suolo sopra una coperta, col dorso appoggiato
su alcuni mantelli arrotolati. Aveva il ginocchio destro un poco rialzato,
sul quale riposava il santo capo di Gesù, il cui corpo era steso
sul sudario.
La santa Madre teneva per l'ultima volta tra le braccia le sacre spoglie
del Figlio amatissimo, al quale, durante il lungo martirio, non aveva
potuto dare alcuna testimonianza d'amore. Ella baciava e adorava quel
corpo orribilmente sfigurato e insanguinato, contemplandone le profonde
piaghe e i terribili patimenti, mentre Maria Maddalena abbandonava delicatamente
il volto sui suoi sacratissimi piedi.
Nel contempo gli uomini si erano ritirati in un piccolo avvallamento
a sud-ovest del Calvario per preparare gli oggetti necessari all'imbalsamazione.
Cassio e i soldati convertiti erano rimasti a rispettosa distanza in
attesa di prestare aiuto.
Giovanni si prodigava tra il gruppo degli uomini e quello delle donne,
le quali porgevano a questi primi i vasi, le spugne, i lini, gli unguenti,
gli aromi e tutto quanto serviva. Fra le pie donne vidi Maria di Cleofa,
Salomè e Veronica. Maria Maddalena stava sempre accanto a Gesù.
Maria Heli, seduta, contemplava tutta la scena. Accanto al gruppo delle
discepole vidi degli otri e un vaso pieno d'acqua collocato sopra un
fuoco a carbone.
Nel suo indicibile dolore la santa Vergine conservava una magnifica
prontezza d'animo. Ella non poteva lasciare il corpo di suo Figlio in
quell'orribile stato, perciò incominciò a cancellare le
tracce degli oltraggi che aveva sofferto.
Con estrema delicatezza gli tolse la corona di spine, aprendola dal
lato posteriore, quindi posò la corona vicino ai chiodi.
Servendosi di una specie di tenaglia rotonda, tolse le spine che erano
rimaste nel capo del Signore e le mostrò mestamente alle pie
donne e ai discepoli. Anche queste vennero raccolte vicino ai chiodi
e alla corona; alcune furono conservate a parte.
Vidi la Vergine lavare il capo e il volto insanguinato del Signore,
passando la spugna bagnata sui suoi capelli per toglierne il sangue
raggrumato. Via via che ella detergeva il santo corpo del Figlio, contemplandone
le numerose piaghe, aumentavano la compassione e la tenerezza per le
immani sofferenze che egli aveva subito.
La santa Vergine gli lavò le piaghe del capo, il sangue che riempiva
gli occhi, le narici e le orecchie, con una spugna e un piccolo lino
steso sulle dita della mano destra. Allo stesso modo gli pulì
la bocca semiaperta, la lingua, i denti e le labbra.
Poi la santa Madre suddivise la capigliatura di suo Figlio in tre parti,
una per ogni tempia e l'altra dietro il capo. Quando ebbe sgrovigliati
i capelli davanti e li ebbe resi lucidi e lisci, li fece passare dietro
le orecchie. Una volta ripulito il capo, dopo aver baciato il Figlio
sulle guance, passò infine a ripulire il collo, le spalle, il
petto, il dorso, le braccia e le sue tenere mani piagate.
La Madonna addolorata lavò e ripulì, ad una ad una, tutte
le numerose e orribili piaghe. Allora solamente le fu possibile vedere
in tutti i minimi particolari gli spaventosi martìri subiti dal
Figlio.
Le ossa del petto e le giunture delle membra erano tutte slogate e non
si potevano piegare. La spalla conservava la spaventosa ferita della
croce e la parte superiore del santissimo corpo era coperta dalle lividure
e dalle ferite del lo staffile.
Al lato sinistro del petto si trovava una piccola piaga, da cui era
uscita la punta della lancia di Cassio; al lato destro si apriva la
larga ferita dov'era entrata la lancia che aveva attraversato il cuore
da parte a parte.
Maria Maddalena, in ginocchio, aiutava la santa Madre, senza lasciare
i piedi del Signore. Li bagnava per l'ultima volta con le sue lacrime,
li asciugava con la sua capigliatura e vi appoggiava il suo pallido
volto, con il quale, per rispetto, non osava toccare quello di Gesù.
Il santissimo corpo, che aveva assunto un colore bianco bluastro, perché
dissanguato al suo interno, riposava sul le ginocchia di Maria, la quale,
lavati il capo, il petto e i piedi del Figlio, li coprì con un
velo e iniziò a passare il balsamo su tutte le sante piaghe.
La pie donne, in ginocchio, davanti a lei, le passavano di volta in
volta una scatola, dove ella prendeva gli unguenti e i preziosi balsami
con cui ungeva le ferite del Figlio.
Maria santissima gli unse anche i capelli, poi prese nella sua mano
sinistra entrambe le mani di Gesù e le baciò con profondo
rispetto, alla fine riempì con un unguento i larghi buchi prodotti
dai chiodi, e lo stesso fece con la profonda piaga del costato.
L'acqua che era servita a lavare le ferite non veniva gettata, ma era
raccolta solertemente in otri di Cuoio in cui venivano spremute anche
le spugne. Vidi Cassio e i soldati attingere acqua alla fontana di Gihon.
Quando la santa Vergine ebbe imbalsamato tutte le ferite, avvolse il
sacro capo nei lini, ma senza coprire ancora il santo volto. Ella chiuse
gli occhi semiaperti del Signore, lasciando riposare sopra la sua mano;
poi gli chiuse anche la bocca, baciò il santo corpo e accostò
il suo viso a quello del Figlio. Fu interrotta da Giovanni, che la pregò
di separarsi dal corpo del Figlio perché il sabato era vicino
e lo si doveva seppellire. Obbediente, ella abbracciò per l'ulti
ma volta le sante spoglie e se ne distaccò con profonda commozione.
Dopo averle tolte dal grembo materno, gli uomini portarono le sante
spoglie nell'avvallamento del Golgota dove avevano preparato tutto il
necessario per l'imbalsamazione.
Lasciata di nuovo ai suoi dolori, Maria santissima, con il capo coperto,
cadde svenuta tra le pie donne.
Maria Maddalena, come se fosse stata derubata del suo amato Sposo, fece
qualche passo avanti tenendo le braccia protese verso il corpo del Signore,
poi ritornò vicino alla Vergine.
Il corpo del Salvatore venne adagiato su un lino lavorato a maglia.
Probabilmente il lino era lavorato a giorno per lasciar colare meglio
l'acqua. La parte superiore del sacro corpo fu coperta con un altro
lenzuolo.
Nicodemo e Giuseppe s'inginocchiarono e, mettendo le mani al di sotto
del lenzuolo, tolsero il lino col quale avevano cinto le reni di Gesù
subito dopo la sua deposizione dalla croce, poi gli tolsero anche la
cintura che gli aveva portato Jonadab prima della crocifissione. Passarono
delle spugne sotto il lenzuolo e gli lavarono il corpo, tenendolo celato
a ogni sguardo. Continuarono a lavarlo finché le spugne non diedero
acqua chiara. A questo punto versarono acqua di mirra su tutto il santo
corpo e, trattandolo con rispettoso amore, gli fecero riprendere la
sua lunghezza, perché era rimasto curvo com'era morto sulla croce.
Vidi che le ginocchia erano rimaste sollevate come al momento della
morte.
Successivamente l'unsero bene e lo riempirono di aromi e di pacchetti
d'erbe, che misero in abbondanza tra le gambe per tutta la loro lunghezza.
Il tutto fu cosparso con una polvere preziosa che Nicodemo aveva portato
con sé.
Quando si giunse alla fine, Giovanni ricondusse accanto alle sacre spoglie
la santissima Vergine e le altre pie donne.
Inginocchiatasi vicino al volto di Gesù, la Madonna gli avvolse
strettamente un lino finissimo intorno al capo e al le spalle. Ella
aveva ricevuto questo lino dalla moglie di Pilato, e lo portava avvolto
al collo sotto il mantello.
Aiutata dalle pie donne, la Vergine riempì di erbe, di aromi
e di polvere odorosa lo spazio tra le spalle e le guance del Signore,
mentre Maria Maddalena versava un flacone di balsamo nella piaga del
costato. Le pie donne gli disposero delle erbe intorno alle mani ed
ai piedi.
A loro volta, gli uomini riempirono di balsamo gli incavi delle ascelle
del Signore, poi gli incrociarono sul petto le braccia irrigidite e
avvolsero il santo corpo in un grande lino, come se fasciassero un neonato.
Poi le sacratissime spoglie vennero messe nel grande lenzuolo funebre
acquistato da Giuseppe d'Arimatea.
Mentre rendevano l'estremo omaggio alla santa salma di Gesù,
si manifestò un prodigio assai commovente: l'immagine del Cristo
apparve impressa sul lenzuolo funebre che lo ricopriva. I suoi amici
compresero che il Signore aveva voluto lasciare la sua effigie per gratitudine
verso le loro amorevoli cure. Essi, piangendo, la baciarono con pro
fonda devozione.
La loro meraviglia fu tanto più grande quando essi sollevarono
la sindone e videro il lino e tutte le bende sotto stanti bianche, constatando
così che solo quella prima aveva ricevuto la miracolosa impressione.
Anche la parte del lenzuolo funebre sul quale il santo corpo era coricato
aveva ricevuto l'impronta dorsale del Redentore. Non erano impronte
sanguinanti, essendo stata la salma di Gesù curata e ricoperta
di aromi.
Vidi alcuni episodi della storia posteriore della santa Sindone, ma
non li ricordo nei particolari. Posso solo dire questo: dopo la risurrezione
del Signore fu custodita dalla prima comunità cristiana, operò
molti miracoli e fu oggetto di aspre contese.
La sepoltura
Gli amici di Gesù deposero le sante spoglie sopra una barella
di cuoio, la ricoprirono con una coperta di colore bruno e vi adattarono
due lunghi bastoni ai lati.
Quell'immagine mi richiamò alla mente l'arca dell'alleanza.
Nicodemo e Giuseppe misero sulle spalle le stanghe dal la parte anteriore,
Abenadar e Giovanni quelle della parte posteriore. Dietro di loro seguivano
la Vergine Maria, Maria Heli, Maria Maddalena e Maria di Cleofa, e poi
le pie donne rimaste più distanti dalla croce: Veronica, Giovanna
Cusa, Maria madre di Marco, Salomè moglie di Zebedeo, Maria Salomè,
Salomè di Gerusalemme, Susanna e Anna, una nipote di san Giuseppe
cresciuta a Gerusalemme.
Cassio e i soldati convertiti chiudevano il corteo.
Maroni di Naim, Dma la Samaritana, Mara la Sufanita e le altre pie donne
erano rimaste a Betania con Marta e Lazzaro.
Due soldati con le fiaccole accese illuminavano la via che conduceva
al sepolcro.
Il funerale entrò nel giardino di Giuseppe d'Arimatea intonando
i salmi con aria malinconica.
Vidi Giacomo il Maggiore, fratello di Giovanni, che osservava la scena
dalla cima di una collina. Subito dopo egli corse a informare gli altri
discepoli nascosti nelle caverne.
Quando il corteo fu giunto davanti al sepolcro, gli uomini levarono
la coperta dalla barella e ne tolsero la salma. Entrati nella grotta,
i due buoni sinedriti deposero il santo corpo del Signore sul letto
tombale, mentre Giovanni e Abedenar ripiegarono uno sull'altro i lembi
della sindone.
Le pie donne avevano preso posto davanti all'ingresso della grotta.
Il letto di roccia, che aveva ricevuto la santa salma, era stato precedentemente
ricoperto con un grande lino e diverse erbe aromatiche.
La grotta era stata precedentemente ben pulita dai servi di Nicodemo,
che vi avevano bruciato perfino incensi profumati. L'interno era abbastanza
presentabile e, sulla parete in alto, vi era scolpita una bella decorazione.
Questi amici fedeli gli attestarono il loro amore baciandolo per l'ultima
volta, quindi uscirono dalla grotta versando calde lacrime.
Subito dopo vi entrò la santa Vergine, si sedette dal lato della
testa e si chinò a piangere sulle sacre spoglie del Figlio.
Appena ella uscì, Maria Maddalena si precipitò a sua volta
nel sepolcro e gettò sopra al corpo di Gesù fiori e fronde,
poi congiunse le mani piangendo e baciò i suoi piedi, finché
gli uomini l'avvertirono che dovevano chiudere il sepolcro.
Conclusosi il pietoso ufficio, fecero rotolare il masso da vanti all'ingresso.
L'inumazione era avvenuta alla luce delle fiaccole.
Vidi alcuni discepoli di Gesù aggirarsi come ombre notturne nei
pressi del sepolcro.
Gli amici di Gesù durante il sabato
santo
Nicodemo e Giuseppe ritornarono a Gerusalemme passando per una porticina
del giardino a cui avevano accesso solo gli amici di Gesù.
Anche Maria Heli con Maria di Marco e altre pie donne ritornarono a
Gerusalemme, mentre la Vergine, Giovanni, Maria Maddalena e alcune discepole
salirono al Calvario per pregare.
Intanto Cassio era andato da Pilato per informarlo circa gli ultimi
avvenimenti; portava con sé la lancia che aveva trafitto il cuore
di Cristo.
Prevedendo che gli Ebrei avrebbero chiesto la custodia del santo sepolcro,
il centurione promise a Pilato un rapporto dettagliato se vi fosse stato
inviato al comando del corpo di guardia.
Il procuratore romano acconsentì, pur considerando Cassio un
po' fanatico. Tuttavia, assalito da un'inspiegabile superstizione, si
fece lasciare la santa lancia davanti alla porta.
Vidi la Vergine e le sue compagne che facevano ritorno dal Calvario,
dove avevano pianto e pregato. Esse si ritirarono dalla via per non
farsi scorgere dai soldati, che, alla luce delle fiaccole, risalivano
il monte per togliere le croci.
A Gerusalemme, Giuseppe e Nicodemo incontrarono Pietro, Giacomo il Maggiore
e Giacomo il Minore, i qua li andavano alla ricerca dei discepoli dispersi.
Pietro, in preda a una crisi di dolore, abbracciò i due sinedriti
e si accusò di non essere stato presente alla crocifissione del
Signore, poi li ringraziò per aver dato onorevole sepoltura a
Gesù.
Essi concordarono un segnale di riconoscimento, mediante il quale sarebbe
stata aperta la porta del cenacolo ai discepoli.
Vidi Abenadar e altri nuovi convertiti entrare nel cenacolo. A poco
a poco la maggior parte degli amici di Gesù vi si trovò
riunita quale prima comunità cristiana. I nuovi venuti mostravano
un grande rispetto verso Giovanni, perché il Signore gli aveva
affidato sua Madre. L'apostolo non si era inorgoglito e continuava ad
essere molto semplice e buono con tutti.
Quando le pie donne fecero ritorno al cenacolo, costernate e avvilite,
accesero le lanterne e si riunirono attorno alla santa Vergine.
Più tardi, nella notte, giunsero Lazzaro, Marta, la vedova Maroni
di Naim, la Samaritana e Maria la Sufanita provenienti da Betania. Si
parlò della crocifissione e della sepoltura di Gesù. Tutti
piansero con profonda amarezza e cercarono di darsi consolazione a vicenda.
Ho visto gli amici di Gesù assorti nella lettura delle Scritture.
Essi si preparavano a osservare il riposo sabatico secondo il precetto.
Nell'ala riservata alla Madre di Gesù vi erano state adattate
alcune celle per permettere il riposo notturno alle pie donne. Le vidi
mentre spiegavano le coperte, si levavano i sandali, le cinture e una
parte degli indumenti, quindi si avvolsero in lunghi veli e si distesero
sui loro giacigli. Si alzarono a mezzanotte, si vestirono e si prepararono
per la preghiera notturna.
Gli Ebrei usavano recarsi al tempio all'alba del sabato, cioè
il giorno successivo a quello in cui avevano consumato l'agnello pasquale.
Anche Maria santissima e le pie donne si avviarono al tempio alle tre
del mattino; la Vergine voleva congedarsi dal santo luogo dove aveva
adorato l'Altissimo.
Le donne erano accompagnate da Giovanni e da alcuni discepoli di Gesù.
Secondo l'uso del tempio, quella mattina le porte erano spalancate,
i lumi accesi e l'atrio dei sacerdoti era accessibile al popolo. Ma
a causa dei nefasti avvenimenti della vigilia, la cui eco era ancora
viva, il luogo di culto era quasi deserto, si vedevano solo alcune guardie
e qualche inserviente.
I figli di Simeone e i nipoti di Giuseppe d'Arimatea accompagnarono
gli amici attraverso il tempio. Osservarono in silenzio i segni della
collera di Dio. Tra il sacrato e il “santo dei santi” i
muri si erano spaccati e il tendaggio che velava quest'ultimo giaceva
ancora al suolo.
Le pie donne passarono attraverso la breccia nel muro e videro l'interno
del “santo dei santi”. Dappertutto erano visibili le macerie
dei muri crollati, le colonne rovesciate e i pavimenti sfondati.
La Vergine contemplò i luoghi santificati dalla predicazione
e dalle sofferenze del Figlio, si prostrò, li baciò e
versò molte lacrime, imitata dagli amici di Gesù.
Poi mostrò a quelli che l'accompagnavano i luoghi in cui era
stata allevata ed educata, si era unita in matrimonio con san Giuseppe
e aveva presentato il bambino Gesù, infine indicò loro
dove Anna e Simeone avevano profetizzato l'atroce morte del Signore.
A quell'ultimo ricordo la Vergine non poté trattenere le lacrime.
Prima di uscire, mostrò ai compagni la cattedra dove Gesù
fanciullo aveva insegnato ai dottori.
Con profonda tristezza, Maria santissima abbandonò il tempio
desolato mentre le risuonavano alla memoria le parole del Figlio: «Abbattete
questo tempio e io lo ricostruirò in tre giorni».
Dopo, rimase in ansiosa attesa della risurrezione del Figlio al terzo
giorno, quando la sua parola avrebbe trovato compimento.
Era ancora mattina quando la Madonna e gli amici di Gesù rientrarono
al cenacolo.
Le pie donne si ritirarono sul lato destro dell'edificio e gli uomini
si unirono ai discepoli nella sala principale. Tra scorsero l'intero
sabato in preghiera.
Vidi le pie donne attorno a Maria, poi si rivolsero verso il muro e
pregarono. Avevano il capo coperto con un velo nero.
Solo le più deboli mangiarono qualcosa, tutte le altre digiunarono.
Le porte e le finestre erano sbarrate e in tutta la casa regnava un
silenzio straordinario.
La sera precedente la risurrezione
La sera del sabato Giovanni si recò nella sala delle pie donne,
pianse con loro, le consolò e andò via; più tardi
sopraggiunsero Pietro e Giacomo il Minore, che non vi rimasero a lungo.
Subito dopo le discepole si separarono, si avvolsero nei mantelli e
si sedettero nelle loro celle su casse cosparse di cenere.
Intanto la santa Vergine pregava con fervore, finché le comparve
un angelo di Dio. La creatura celeste l'invitò a recarsi presso
la porticina del giardino di Giuseppe, dove il Signore voleva incontrarla.
Col cuore palpitante Maria si avvolse nel suo mantello e uscì
in tutta fretta, senza dire a nessuno dove si recasse.
Erano all'incirca le nove di sera quando la Vergine raggiunse la porticina.
Improvvisamente il suo sguardo fu rapito in alto, sopra le mura della
città. Si fermò e vide di scendere dal cielo l'anima santa
del Salvatore circonfusa di luce: non portava tracce di ferite ed era
circondata dalle anime degli antichi patriarchi. Il Signore, indicando
ad esse Maria, disse:
«Questa è la Madre mia! ».
Mi parve che il Salvatore l'abbracciasse e, senza pronunciare parola,
scomparve con il corteo delle sante anime. Pervasa di gioia, la Vergine
s'inginocchiò e baciò la terra dove il Figlio le era apparso.
Durante la sua assenza le discepole si erano recate in città
a procurarsi erbe e fiori con cui intendevano ricoprire il santo corpo
del Signore. Quando Maria rientrò al cenacolo le vide intente
a mescolare varie specie di unguenti e di aromi. Le pie donne sembravano
pervase da un'indicibile tristezza. Lei non disse quello che aveva visto,
ma col rinnovato vigore ricevuto dalla visita del Figlio poté
consolarle e rinforzarle nella fede.
Il lungo tavolo era coperto da un grande panno sul quale vi erano disposti
diversi involti di erbe, flaconi d'unguento, acqua di nardo, fiori freschi
e un giglio. Appena ebbero finito di preparare, le pie donne avvolsero
le miscele in lini freschi e andarono a riposare.
La notte della risurrezione
«Non avevano ancora compreso la Scrittura, secondo la quale egli
doveva risuscitare dai morti» (Giovanni 20,9).
Vidi il santo sepolcro di Cristo immerso nel più assoluto silenzio;
era sorvegliato da tre guardie, altre quattro si erano recate a Gerusalemme.
Le torce collocate davanti alla grotta diffondevano un vivo bagliore
nello spazio circostante. Mi avvicinai al santissimo corpo di Cristo
per adorarlo: era circonfuso di splendore e riposava tra due angeli
in perenne adorazione. Essi sedevano ai piedi e al capo del Salvatore,
indossavano vesti sacerdotali e avevano le braccia incrociate sul petto;
mi ricordarono i cherubini dell'arca dell'alleanza.
Il Signore e gli angeli adoratori furono certamente visibili anche agli
occhi interiori di Cassio, assorto di fronte al sepolcro.
Mentre contemplavo il sacratissimo corpo di Gesù, vidi la sua
santa anima entrare nella tomba. Era seguita da una schiera di spiriti
redenti. Il Signore mostrò loro il martirio del suo corpo.
Tutte le bende che lo avvolgevano caddero da parte, così che
le sue piaghe, le infermità e tutti i suoi dolori furono riconosciuti
anche esteriormente. A quella vista le anime dei padri furono prese
da un'indicibile riverenza, sembravano tremare e piangere di compassione.
In quel momento la roccia del sepolcro tremò. Le tre guardie
che vegliavano caddero al suolo e persero conoscenza. Cassio percepì
subito l'evento straordinario...
Le
pie donne, dopo aver preparato gli aromi, si erano ritirate nelle loro
celle senza addormentarsi, perché volevano recarsi al sepolcro
prima dell'alba.
Alle undici di notte la santa Vergine fu presa dall'irresistibile desiderio
di ripercorrere la Via Crucis.
Si alzò dal letto, si avvolse in un mantello grigio e lasciò
il cenacolo.
Attraversò gran parte della città, percorrendone le vie
deserte e fermandosi nei luoghi dove il Salvatore aveva sof ferto i
più gravi oltraggi.
L'accompagnai in spirito nel suo triste cammino e pre gai con lei nei
limiti delle mie forze. La santa Madre giunse vicino alla casa di Caifa
e poi a quella di Pilato, si prosternava a terra e baciava perfino le
pietre, venerando il sacro sangue di Cristo.
Tutte quelle stazioni del dolore, santificate dal sangue di Gesù,
apparivano piene di luce allo sguardo della Vergine.
Continuando a elevarsi nell'adorazione del santo Figlio, ella giunse
lentamente sul Calvario. Era ormai prossima al promontorio delle croci,
quando all'improvviso le apparve Gesù nel suo santissimo corpo.
Il Signore era preceduto da un angelo e affiancato dai due spiriti adoratori
visti nel sepolcro, e lo seguivano innumerevoli anime redente.
Gesù non faceva alcun movimento, pur librandosi nel la luce.
Annunciò alla santa Madre che stava per risuscitare col corpo
trasfigurato. Aggiunse che ella avrebbe dovuto attenderlo al Calvario,
dove egli era caduto sotto il peso della croce.
Mancava poco alla mezzanotte quando la Vergine andò a inginocchiarsi
sulla stessa pietra che aveva causato la caduta del Figlio.
Il santo corteo del Signore percorse la Via Crucis. Durante il cammino
Gesù mostrò alle anime redente i martìri a cui
era stato sottoposto. Gli angeli raccolsero tutti i frammenti del corpo
che gli erano stati strappati durante la passione. A quelle anime fu
anche mostrata la chiodatura e l'elevazione della croce, l'apertura
del costato, la deposizione e la composizione della sua salma. Allo
stesso tempo, tutte queste cose venivano contemplate dalla santa Vergine.
Vidi la luce delle lanterne accanto al sepolcro, ma non vidi più
la santa salma del Signore.
Il primo giorno dopo il sabato, appena il cielo iniziò a schiarirsi
verso oriente, Maria, Maddalena, Maria, figlia di Cleofa, Giovanna Cusa
e una ricca signora lasciarono il cenacolo.
Erano avvolte nei mantelli e portavano le erbe aromatiche e i fiori
in panni di lino; una di esse portava la lanterna accesa sotto il mantello.
Timidamente, le discepole giunsero alla porticina del giardino di Giuseppe.
Risurrezione del Signore (particolari)
«Ed ecco che ci fu un gran terremoto, un
angelo del Signore era sceso dal cielo e, avvicinatosi, ribaltò
la pietra e vi si sedette sopra...» (Matteo 28,2).
Nella notte della risurrezione
la santa anima di Gesù mi apparve splendente di gloria
tra due angeli guerrieri; questi non erano gli angeli in abiti sacerdotali
visti in adorazione del suo corpo. Circondata da numerose figure luminose,
la santa anima scese nella tomba e penetrò nel suo corpo sacratissimo,
le cui membra subito si mossero.
Il corpo splendente del Signore uscì fuori dal sudario da un
lato rimasto socchiuso, come se uscisse fuori dalla ferita del costato.
Mi ricordai di Eva, che venne fuori dal fianco di Adamo.
La grotta era inondata da una radiosa luce celeste. Nel lo stesso momento
vidi uscire dalle profondità del sottosuolo, da sotto la tomba,
una forma mostruosa con la coda di serpente. Il mostro furioso volgeva
contro il Signore la testa di drago, oltre la quale, se mi ricordo bene,
aveva anche una testa d'uomo.
Il Risorto aveva in mano un bastone bianco, alla cui estremità
sventolava un piccolo stendardo.
Gesù calpestò la testa del drago e percosse col bastone
tre volte la sua coda; ad ogni colpo la bestia rimpiccioliva, finché
ricadde nell'abisso; solo la testa d'uomo aveva continuato a guardare
in alto.
Avevo già visto un serpente simile in occasione della concezione
di Gesù; mi ricordo pure del serpente del paradiso, ma questo
a due teste era ancora più orribile.
Nella visione del drago con la testa schiacciata si era manifestata
la vittoria di Cristo sulla morte. Infatti da quel momento non vidi
più la sua salma.
Credo che questa visione si riferisca alla famosa profezia che dice:
«il seme della donna schiaccerà la testa al serpente»
Dopo aver vinto il serpente, Gesù, splendente di luce, si elevò
attraverso la roccia, la terra tremò, un angelo luminoso scese
dal cielo come una saetta, rovesciò la pietra del sepolcro e
vi si sedette sopra.
Quello fu il momento in cui le guardie ebbero un moto di paura e caddero
a terra svenute.
Cassio, preso dall'emozione, cadde anche lui, ma si riebbe poco dopo.
Si avvicinò prudentemente alla tomba, vide il sudario senza il
santo corpo e si ritirò. Prima di da re la notizia a Pilato,
attese nella speranza di comprende re meglio cosa fosse accaduto.
In quel momento il Salvatore, ammantato di gloria, apparve a sua Madre
sul Calvario.
La sua veste fluttuava nel vento e risplendeva ai raggi del sole.
Egli mostrò alla Vergine le sue grandi piaghe, nelle qua li sarebbe
entrato un dito. Esse splendevano di luce abbagliante, i cui raggi andavano
dal centro delle mani fino alle punta delle dita. Le labbra di tali
ferite serbavano le linee di tre triangoli equilateri che s'incontravano
nel punto medio di un circolo.
Le anime dei patriarchi s'inchinarono dinanzi alla Madre di Dio.
E poiché ella si prostrava a terra per baciargli i piedi, il
Signore la prese per mano, la rialzò e scomparve.
Vidi l'orizzonte schiarirsi sopra Gerusalemme e la fievole luce delle
lanterne accanto al sepolcro.
Era l'alba della risurrezione!
Le pie donne al sepolcro. Apparizioni del Signore risorto
«Ed ecco che Gesù si fece loro incontro e disse: “Salute
a voi!”» (Matteo 28,9).
Le quattro discepole entrarono nel giardino di Giuseppe, ma non sapevano
ancora dei prodigi che erano avvenuti nel sepolcro. Esse non sapevano
neppure che questo fosse sorvegliato dalle guardie, perché il
sabato non vi si erano recate. Adesso si domandavano preoccupate:
«Chi ci aiuterà a rimuovere la pietra che chiude l'ingresso
del sepolcro?».
Infatti, nel loro fervente desiderio di onorare Cristo, non avevano
affatto pensato a tale difficoltà. Le pie donne desideravano
ardentemente completare l'inumazione del corpo di Gesù cospargendolo
di aromi e di fiori.
Salomè aveva portato la maggior quantità di oli aromatici.
Questa non era la madre di Giovanni, ma una ricca signora di Gerusalemme
parente di san Giuseppe.
Dopo essersi consultate fra loro, le pie donne concordarono di aspettare
davanti al sepolcro qualche discepolo che venisse ad aprire.
Giunte davanti alla grotta, videro le lanterne accese e le guardie a
terra, stordite dalla paura. Le due discepole meno audaci indugiarono
e non andarono avanti. Invece Maria Maddalena avanzò, seguita
a breve distanza da Salomè: erano le stesse che avevano preparato
gli aromi con maggior fervore. Così, non senza timore, le due
coraggiose en trarono nel luogo della sepoltura. La pesante pietra circo
lare giaceva al suolo riversa, la porta di rame era stata socchiusa
probabilmente ad opera di Cassio. Maria Madda lena aprì e fu
colta da un forte sgomento: Gesù non era più nella tomba,
le bende stavano ripiegate a terra e la sindone era distesa allo stesso
posto in cui avevano riposto il Signore! La donna uscì rapidamente
dal giardino e corse concitata verso il cenacolo.
Intanto Maria Salomè informò le altre due compagne dell'accaduto.
Esse ne furono turbate e allo stesso tempo si sentirono confortate,
ma non osarono andare fino alla tomba.
S'inoltrarono nel giardino solo quando incontrarono Cassio, che le mise
al corrente di quanto aveva visto. Egli era diretto in città,
avendo ormai perduta la speranza di vedere Gesù.
Le due compagne, giunte alla porta del sepolcro, si videro innanzi i
due angeli nella splendente veste sacerdotale. Sbigottite da quella
visione esse si prostrarono col vi so a terra.
Un angelo disse:
«Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non
abbiate timore! So che cercate Gesù, ma egli non è più
qui, perché è risorto! Guardate il luogo dove il Signore
era stato deposto».
Tremanti di gioia, le pie discepole, dopo che furono ripartite, si fermavano
di tanto in tanto a guardare se avessero potuto incontrare il Signore
o se Maria Maddalena stesse per tornare.
Nello stesso momento, Maria Maddalena, tutta trafelata, bussava rumorosamente
alla porta del cenacolo. Le aprirono Pietro e Giovanni. Gli altri apostoli
dormivano ancora. Gridò:
«Hanno portato via il corpo del Signore e non sappiamo dove sia
adesso! ».
Detto questo, senza aspettare niente, la discepola fece ritorno al sepolcro
seguita dai due apostoli. Giovanni correva più veloce di Pietro.
Marìa Maddalena era fuori di sé per il dolore e lo stupore,
con la lunga capigliatura che sventolava nell'aria.
Essendo giunta per prima, non si arrischiò ad entrare nella grotta,
ma rimase fuori.
Qui s'inchinò a guardare e, mentre respingeva indietro i capelli
che le cadevano sul viso, vide i due angeli, uno a capo e l'altro ai
piedi della tomba.
Uno dei due le disse:
«Oh, donna, perché piangi?».
Allora Maria Maddalena gridò il suo dolore:
«Hanno portato via il mio Signore e non so dove l'abbiano messo!».
Lei aveva parlato senza che l'apparizione degli angeli l'avesse impressionata,
perché non pensava ad altro che al suo Signore. Dicendo questo,
e vedendo ancora una volta il sudario vuoto, Maria Maddalena lasciò
il sepolcro e si mise a cercare il Signore nei dintorni, poiché
ebbe il presentimento che egli fosse vicino a lei e che avrebbe finito
col ritrovarlo.
Stava a circa dieci passi dal sepolcro, verso oriente, quando vide uscire
dai cespugli una grande figura biancovestita, che le chiese:
«Donna, perché piangi? E chi vai cercando?». Quest'uomo
aveva in mano una pala e sulla testa un cappello piatto, simile a un
pezzo di corteccia. Maria Maddalena, credendo che fosse il giardiniere,
gli rispose:
«Se l'hai portato via tu, dimmi dov'è e andrò a
prenderlo».
Vidi quella figura senza luce alcuna, come di un uomo vestito di bianco
nell'ora del crepuscolo.
Mentre lei si guardava ancora intorno, come se avesse smarrito la strada,
Gesù con la sua voce consueta la chiamò:«Maria!».
Subito ella, riconoscendone la voce, lo chiamò come una volta:
«Rabbunì!» (cioè “Maestro”).
Si prostrò a terra e protese le braccia verso i piedi di lui.
Gesù, sollevando la mano per allontanarla, le disse:
«Non toccarmi adesso, perché non sono ancora asceso al
Padre mio; ma va' dai miei fratelli e di' loro che io salgo al Padre
mio e Padre vostro, al Dio mio e Dio vostro».
Così dicendo, disparve.
Gesù aveva detto: «Non toccarmi», perché Maria
Maddalena, nello stato concitato in cui si trovava, credeva che tutto
fosse come prima, dimenticando la potenza miracolosa della trasfigurazione
del Signore. Quanto alle sue parole: «Non sono ancora asceso al
Padre mio», mi fu rivelato che egli non si era ancora presentato
al Padre celeste per ringraziarlo della vittoria sulla morte.
Tornata in sé, Maria Maddalena corse di nuovo al sepolcro. Quando
vide gli angeli ancora seduti sopra la tomba, si sentì finalmente
sicura e uscì dal giardino in cerca delle sue compagne.
Maria Maddalena era appena uscita dal giardino, quando Giovanni vi entrò
seguito da Simon Pietro.
All'ingresso del luogo della sepoltura, il primo si fermò e si
chinò a guardare dentro la grotta, mentre Pietro vi entrò
e vide i lini con gli aromi ripiegati da un lato, così pure il
lenzuolo che aveva ricoperto il santo corpo. Il velo che aveva coperto
il volto del Signore non era ripiegato con gli altri, ma giaceva a terra
più vicino alla parete.
Giovanni seguì Pietro e vide anch'egli il letto tombale vuoto.
I due apostoli compresero quanto egli aveva detto e credettero nella
risurrezione del Signore.
Pietro mise quei panni sotto il mantello e i due apostoli tornarono
in città attraverso la porticina di Giuseppe.
Vidi i due angeli seduti al capo e ai piedi della tomba, sia durante
la visita di Maria Maddalena, sia durante quella dei due apostoli, come
anche già prima, per tutto il tempo che il corpo di Gesù
era restato nella tomba.
Non credo che Simon Pietro abbia visto gli angeli. Vidi però
Giovanni assicurare i discepoli di Emmaus che aveva visto un angelo
nel sepolcro del Signore. Forse egli aveva lasciato entrare Pietro per
primo nella grotta perché era rimasto impressionato dalla vista
di quell'angelo.
Vidi le guardie riprendere i sensi, si rialzarono in preda alla paura
e rientrarono in città. Essi passarono attraverso la porta per
la quale Gesù era stato condotto al Calvario.
Maria Maddalena, intanto, incontrò le due discepole e narrò
loro di aver visto il Signore risorto e gli angeli. Le sue compagne
risposero che anch'esse avevano visto gli angeli e ritornarono al sepolcro
con la speranza d'incontrare Gesù. Maria Maddalena rientrò
al cenacolo. Entrate nel giardino, esse incontrarono le guardie che
uscivano e scambiarono con loro solo poche parole.
Avvicinatesi all'ingresso della grotta, videro Gesù avvolto in
una veste candida e lunga che gli copriva anche le mani. Rapite dall'emozione,
le due discepole si avvicinarono a lui e gli baciarono i piedi.
Il Signore disse:
«Salve!», e rivolse loro qualche parola. Poi indicò
con la mano una direzione e scomparve.
Le due donne si precipitarono al cenacolo e dissero ai discepoli che
avevano veduto il Signore.
Il lieto annuncio rese increduli questi ultimi, come già non
avevano creduto a Maria Maddalena. Essi erano con vinti che il racconto
della risurrezione di Gesù fosse partorito dalla fantasia femminile.
Anche Pietro e Giovanni, confusi e sbalorditi per quel lo che avevano
visto, fecero ritorno al cenacolo per comunicare a loro volta la lieta
notizia agli amici. Sulla strada, i due incontrarono Giacomo il Minore
e Taddeo, profondamente emozionati perché il Signore era apparso
loro davanti al sepolcro.
Nelle visioni riguardanti la risurrezione di Gesù, vidi il Signore
accanto a varie persone, ma non tutte erano capaci di vederlo.
Vidi Gesù passare vicino a Simon Pietro e Giovanni, mi sembrò
che Pietro lo avesse visto perché era assai commosso; ignoro
però se Giovanni lo avesse veduto.
Anche per gli angeli fu la stessa cosa.
Le pie donne non sempre videro i due angeli seduti sulla tomba; qualche
volta ne videro uno solo e altre volte li videro chiaramente entrambi.
Uno solo, però, parlò ad esse.
L'angelo che come una folgore discese dal cielo, levò il masso
dalla tomba e vi si sedette sopra, aveva la figura di un guerriero e
fu visto solo da Cassio e dalle tre guardie.
Dio dispone ogni cosa nel migliore dei modi per il bene degli uomini.
Fine delle contemplazioni quaresìmali
La domenica successiva alla Pasqua, i Giudei pulirono e purificarono
il tempio. Sparsero dappertutto erbe aromatiche e cenere di ossa dei
morti, offrirono sacrifici espiatori, rimossero le macerie e nascosero
con assi e tappeti le tracce del terremoto. Infine ripresero le cerimonie
interrotte.
I farisei, i sadducei e gli erodiani dichiararono che la celebrazione
e i sacrifici della Pasqua erano stati interrotti a causa del terremoto
e della presenza di persone impure nel luogo sacro.
Per sostenere la loro dichiarazione adattarono allo scopo una visione
di Ezechiele sulla risurrezione dei morti.
Inoltre minacciarono di punire e di scomunicare chiunque avesse diffuso
notizie diverse dalla versione ufficiale.
Siccome molti si sentivano colpevoli dell'iniqua condanna di Gesù
e dei fatti accaduti, fu facile ottenerne il silenzio.
I migliori, però, finirono per credere agli apostoli e abbracciarono
la nuova fede. A Gerusalemme, come altrove, numerose persone si convertirono
segretamente, altri lo fecero pubblicamente dopo la Pentecoste.
I sommi sacerdoti assistettero impotenti al diffondersi della fede in
Gesù: già al tempo del diacono Stefano tutto il quartiere
di Ofel e la parte orientale di Sion erano completamente cristiani.
La comunità cristiana si estese fin nella valle di Cedron.
Vidi per un'ultima volta Anna. Era furioso e agiva come se fosse posseduto
dal demonio; fu rinchiuso e non vide più la luce del giorno.
Caifa, da parte sua, si sentì toso dalla rabbia.
Il giovedì dopo Pasqua suor Anna Katharina Emmerick pronunziò
queste parole:
Pilato fece cercare invano sua moglie, la quale si era nascosta nella
dimora di Lazzaro, a Gerusalemme. La casa non era sospettabile, perché
era stata preclusa alle donne. Stefano, il cugino di Paolo, che era
ancora poco noto come discepolo, vi entrava e usciva, le portava il
cibo e la introduceva alla conoscenza del vangelo.
Simone di Cirene fu battezzato e ammesso nella comunità cristiana.
Così si concludono le visioni della venerabile Anna Katharina
Emmerick sopra la passione del Sìgnore, durate dal 18 febbraio
al 6 aprile 1823, una settimana dopo la santa Pasqua.
DOPO LA RISURREZIONE DEL SIGNORE
Le apparizioni del Risorto Sulla via di
Emmaus
«Non ardeva forse il nostro cuore quando
egli, lungo la via, ci parlava e ci spiegava le Scritture?» (Luca
24,32).
Vidi i discepoli e gli apostoli riuniti nella casa di Giovanni Marco
mentre discutevano sulla risurrezione di Gesù. Molti erano ancora
dubbiosi.
Più di tutti gli altri, Luca e Cleofa esitavano a credervi.
Volendo meditare sul loro dubbio, i due decisero di ritirarsi nella
solitudine di Emmaus. Per evitare di essere visti insieme, uno prese
il sentiero di destra e l'altro percorse una strada diversa.
Luca aveva con sé un sacco di cuoio e un bastone, spesso si allontanava
dai margini del sentiero per cogliere erbe medicinali.
Egli era stato battezzato da Giovanni e aveva seguito saltuariamente
gli insegnamenti del Signore. Dopo la passione di Gesù andò
ad abitare con gli altri apostoli.
Vidi Luca e Cleofa incontrarsi su una collina distante da Gerusalemme.
Erano ancora turbati dal fatto che il Signore aveva permesso ai suoi
nemici di crocifiggerlo. Discutevano fra loro e di tanto in tanto salmodiavano,
finché Gesù risorto li avvicinò a metà strada.
Essi lo videro, ma non lo riconobbero, anzi rallentarono il passo affinché
“il pellegrino” passasse avanti. Ma anche Gesù rallentò
il passo e, avvicinandosi ai due, chiese di quale argomento discutessero.
Allora lo udii parlare di Mosè, di ciascun profeta e delle Scritture:
in particolare di tutti i passi che lo riguardavano. Vidi i due discepoli
molto stupiti di questo strano viandante e della vastità della
sua scienza celeste.
Giunti in prossimità di Emmaus, un grazioso borgo immerso nella
natura, il Signore fece finta di prendere la strada verso Betlemme,
ma i due lo esortarono a restare e lo invitarono in una locanda del
paese.
Occuparono una tavola molto pulita e già apparecchiata nella
sala principale.
L'oste servì loro del miele e una grande torta di forma quadrata;
di fronte al Signore, in quanto straniero e ospite di riguardo, depose
un piccolo pane azzimo sottile e soffice come i pani pasquali.
Dopo aver recitato una preghiera in comune, Gesù cenò
con loro, prese il pane azzimo, vi segnò tre porzioni con un
coltello d'osso e lo mise sopra un piatto. Poi si alzò in piedi,
pregò, benedisse il piatto e lo levò verso il cielo, tenendolo
con entrambe le mani.
In quel momento vidi il Signore trasfigurato: i due discepoli lo riconobbero
e furono subito rapiti in estasi.
Aureolato di luce, Gesù rimise il piatto sul tavolo, spezzò
il pane e lo portò alla loro bocca; poi, prendendo la sua parte,
disparve.
I due discepoli si abbracciarono commossi fino alle lacrime.
Nel cenacolo
«Metti il tuo dito qui e guarda le mie mani, porgi la tua mano
e mettila nel mio fianco, e non essere più incredulo, ma credente...»
(Giovanni 20,27).
Dopo l'apparizione del Signore, Cleofa e Luca ritornarono indietro alla
volta di Gerusalemme.
Arrivati alla porta del cenacolo, bussarono e fu loro aperto.
Davanti al vestibolo si trovavano la santa Vergine e le pie donne, le
quali assistevano alla preghiera e alle istruzioni degli apostoli. Questi
ultimi erano là radunati, ad eccezione di Tommaso. Quando i due
entrarono nella sala, pieni di gioia, rivelarono quel che avevano veduto.
Allora fu interrotta perfino la preghiera perché tutti vollero
sapere i particolari di quell'incontro straordinario. Subito dopo, gli
apostoli, con rinnovato fervore, si disposero in cerchio e ripresero
la preghiera. In quel medesimo istante, nonostante la porta fosse chiusa,
entrò Gesù, vestito d'una lunga tunica bianca. Gli apostoli
si sentirono illuminati dalla grazia, tuttavia non riuscivano ancora
a credere alla reale presenza del Signore.
Vedendoli intimoriti, il Salvatore andò a mettersi in mezzo a
loro e chiese del cibo. Gli apostoli ne ebbero gioia e conforto, misti
a turbamento. Gesù mostrò loro le mani e i piedi piagati
e si scoprì il petto per mostrare la ferita del la lancia. Pietro
prese un piatto dalla dispensa, contenente un pesce e del miele, e lo
mise innanzi a lui. Dopo aver benedetto quegli alimenti, il Signore
offrì una porzione del pesce ad alcuni apostoli, alla sua diletta
Madre e al gruppo delle pie donne, quindi mangiò il rimanente.
Per tutto il tempo che Gesù fu in mezzo a loro, la santa Madre
non cessò di contemplano, e i suoi occhi sprigionavano amore
e gioia.
Maria, la Madre di Gesù, dopo l'ascensione
del Figlio
La mattina del 13 agosto 1823, in occasione della festa del l'Assunzione
di Maria santissima, la veggente di Dùlmen iniziò la narrazione
della vita della Madonna.
La Vergine Maria, dopo l'ascensione di nostro Signore al cielo, visse
ancora tre anni a Sion, tre a Betania e nove a Efeso. Qui fu condotta
da Giovanni quando si scatenò la persecuzione degli Ebrei contro
Lazzaro e le sue sorelle. Giovanni la portò a Efeso e fece costruire
per lei una piccola abitazione non molto distante dalla città.
La seguirono un gruppo di discepole e altri fedeli della Palestina.
Molte famiglie e pie donne di questa prima colonia cristiana dimorarono
nelle spelonche delle rupi e nelle cavità che offriva il terreno.
Il suolo era fertile e i cristiani avevano orti e frutteti. Altri gruppi
abitavano nelle tende o avevano costruito piccole capanne. L'uso delle
tende iniziò a diffondersi tra i cristiani fin dall'inizio delle
persecuzioni, perché spesso erano costretti a trasferirsi da
un luogo all'altro. Solamente la casa di Maria era di pietra. Pochi
passi dietro la casa c'era un monte che si alzava ripido fino alla vetta,
dalla quale si godeva una bella vista sul mare, su Efeso e sulle sue
numerose isole. Non distante dal monte scorreva un bel fiumiciattolo.
Per questa contrada non passava quasi mai nessuno.
Nei pressi della colonia cristiana vidi un castello in cui abitava un
re detronizzato. Giovanni lo convertì alla nuova fede. Tempo
dopo il castello divenne sede vescovile.
La casa della Vergine era quadrata, solo la parte posteriore era di
forma circolare, aveva le finestre molto sollevate dal suolo e il tetto
era piatto.
L'abitazione era divisa al centro dal focolare. A destra e a sinistra
di questo si accedeva nella parte posteriore della casa, dove c'erano
l'oratorio e alcune piccole stanzette. Questa parte della casa, di forma
circolare, era scarsamente illuminata ma addobbata in modo grazioso.
Al centro del muro, dal focolare al tetto, c'era un'incavatura simile
ai nostri condotti per il fumo: serviva, infatti, a guidare il fumo
a un'apertura superiore. Una tortuosa canna di rame si alzava al di
sopra della casa.
Nelle piccole stanzette laterali, formate con pareti mobili di giunchi,
dormivano l'ancella di Maria santissima e le donne che talvolta venivano
a visitarla.
Le pareti erano ricoperte di vimini intrecciati che terminavano superiormente
in forma di volta.
Nell'oratorio, in una nicchia al centro del muro, vi era un tabernacolo
in cui la Vergine teneva una croce lunga al l'incirca un braccio. Essa
aveva le due braccia laterali a forma di Y, come ho sempre visto la
prima croce di nostro Signore.
La croce non aveva ornamenti, anzi era intagliata in modo rudimentale
come lo sono quelle che ancor oggi giungono dalla Terrasanta. Io penso
che l'avessero intagliata Giovanni e Maria santissima. Era composta
di quattro specie di legno e fissata in un supporto di terra o di pietre,
com'era la croce di Cristo sul Calvario. Ai piedi della croce si trovava
un pezzo di pergamena su cui era scritto qualcosa, forse le parole del
Signore. Sul legno vidi scolpita l'immagine del Redentore, molto semplice,
spoglia d'ogni vano ornamento e con linee di colore scuro. Le linee
più marcate da una tinta nera rendevano ancor più chiara
la figura di Cristo.
Nelle diverse qualità del legno, ravvisai le varie contemplazioni
fatte dalla santa Vergine. Due vasi di fiori stavano l'uno a destra
e l'altro a sinistra della croce.
Vicino a questi vasi vidi un lino: mi sembrò che fosse quello
con cui la Madre di Dio s'era servita per asciugare il sangue e le piaghe
del corpo di Cristo.
Nello scorgere questa pezzolina, vidi Maria santissima asciugare le
sacre piaghe del Redentore. Il panno era simile alla tela con cui i
sacerdoti puliscono il calice dopo aver bevuto il sangue di Cristo.
Ella conservava pure alcune vesti di Gesù, tra le quali la tunica
inconsutile.
Quando Giovanni andava a visitarla, si scopriva il tabernacolo e, davanti
al crocifisso, essi s'inginocchiavano e pregavano a lungo.
Nei dintorni della sua casa la Vergine aveva disposto dodici pietre
commemorative delle stazioni della Via Crucis.
La vidi percorrere con la sua ancella i luoghi simbolici della passione
del Signore. Ella meditava e pregava sui patimenti del Figlio.
Ad ogni stazione, baciando la terra, le due donne ricordavano le sofferenze
del Signore.
La piccola casa della santa Vergine era adiacente un bosco ed era circondata
da alberi; la quiete e il silenzio dominavano il paesaggio circostante.
L'ancella, più giovane del la Vergine, andava nei dintorni a
procurare il cibo. Esse conducevano una vita di preghiera, tranquilla
e ritirata.
Negli ultimi tempi che dimorò in questo luogo, la Madonna divenne
sempre più silenziosa e raccolta, pareva quasi dimenticare di
prendere il nutrimento necessario. Durante gli ultimi anni della sua
vita terrena la vidi bere un succo simile a quello di uva. Solo il suo
corpo sembrava ancora di questo mondo, poiché lo spirito pareva
già passato a felice dimora. Tutto in lei faceva trasparire la
continua preoccupazione dello spirito.
Nelle ultime settimane della sua vita passeggiava per le stanze appoggiata
al braccio della sua fedele ancella.
Portava spesso una veste bianca, il suo viso era senza rughe, angelico
e spiritualizzato.
Dopo tre anni di soggiorno ad Efeso, accompagnata da Giovanni e da Pietro,
la Madre di Dio fece ritorno a Gerusalemme, spinta dal desiderio di
rivedere i luoghi santificati dal sangue del Figlio.
Vidi in questa città gli apostoli radunati per un concilio; c'era
anche Tommaso.
La Vergine li assisteva con i suoi consigli.
Essi gettarono le basi concrete della Chiesa futura; dopo di che andarono
a portare il vangelo nelle terre lontane.
Quando la Vergine giunse a Gerusalemme imbruniva appena. Prima di entrare
in città si recò a visitare il monte degli Ulivi, il Calvario,
il santo sepolcro e tutti gli altri luoghi santi che sono intorno a
Gerusalemme.
Sui luoghi della passione Maria non cessava di sospirare:
«Oh, Figlio mio! Figlio mio!...».
Giunta alla porta del palazzo dove aveva incontrato Gesù sotto
la croce, cadde svenuta. Gli apostoli credettero che ella avesse cessato
di vivere.
Fu portata al cenacolo, in cui abitò le stanze dell'atrio. Maria
santissima fu così grave e sofferente che si pensò di
prepararle una tomba in una caverna del monte degli Ulivi.
Ma dopo che la tomba fu preparata, Maria si ristabilì in salute
e tornò ad Efeso.
Il bel sepolcro scavato per lei a Gerusalemme fu tenuto in grande considerazione.
Più tardi lì vicino fu costruita una magnifica chiesa.
Giovanni Damasceno, seguendo una diffusa tradizione, scrisse che la
Madonna si era addormentata nel Signore ed era stata sepolta a Gerusalemme.
A me, però, fu rivelato che, per volontà di Dio, i particolari
del transito, della sepoltura e dell'assunzione della santa Vergine
in cielo erano oggetto soltanto di una tradizione incerta.
Il tempo in cui la Chiesa commemora il transito di Maria santissima
è giusto, ma non tutti gli anni cade nello stesso giorno.
Nell'anniversario della sua morte ho visto numerose anime salire in
paradiso.
Quando la santa anima della Vergine lasciò il santo corpo, era
l'ora nona, la stessa in cui era spirato il Salvatore.