Mosè
Maimonide
e la profezia del Secondo Messia...
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Agli
inizi del XII secolo, la religione giudaica era in grave declino.
L'idea trainante del culto ebraico era quella del popolo eletto
che sarebbe stato guidato dal messia verso il proprio destino.
Era convinzione degli ebrei che l'avvento del messia sarebbe stato
preannunciato dal ritorno del profeta Elia all'esaurirsi
degli «ultimi giorni» del vecchio ordine, allorché
lo spirito del profeta sarebbe apparso nei panni di un rabbino
a proclamare il nuovo re.
Questa
dottrina incoraggiò gli studiosi giudaici a ricercare i
«segni dei tempi» e a tentare di predire la «fine
dei giorni».'
Nell'anno
1107 a Cordova, località che apparteneva allora alla Spagna
moresca e una delle poche dove i giudei erano ancora rispettati
e la loro abilità nei mestieri ben accetta, nacque un bimbo
ebreo di nome Mosheh ben Maimón. Ciò
avveniva nel giorno dell'anniversario della morte di Gesù,
alla vigilia della Pasqua ebraica dell'anno 4895, data corrispondente,
nel calendario cristiano, al 30 marzo 1135.
Benché il suo vero nome fosse Maimón, l'uomo era
conosciuto come Mosè Maimonide. Cresciuto
nella civiltà islamica moresca giunta all'apice della propria
evoluzione, in cui, a differenza delle aree occidentali di cultura
cristiana, l'erudizione e gli studi erano ammirati e incoraggiati,
fu ispirato dalla propria educazione religiosa allo studio dell'intero
retaggio del popolo ebraico che, come si sà, è molto
di più che una religione, giacché nella Legge sono
raccolte norme che regolano ogni singolo aspetto del vivere quotidiano.
In una lettera a un compagno rabbino, egli scriveva:
Sebbene la Tóráh mi sia
stata promessa in sposa sin dall'infanzia e continui a possedere
il mio cuore quale compagna della mia giovinezza nel cui amore
io trovo costante diletto, alcune strane femmine, che in un
primo tempo accolsi nella mia dimora perché le facessero
da ancelle, hanno finito per diventarle rivali, assorbendo gran
parte del mio tempo.
Queste «rivali», che rubavano l'amore e il tempo destinati
alla religione, altro non erano che le scienze in generale e quella
medica in particolare, che fecero di Maimonide uno stimato dottore
e, in breve tempo, il medico di corte di Saladino.
Egli
era uno scienziato brillante e i suoi scritti di argomento medico
contribuirono ad accrescerne la fama nel mondo delle scienze.
Questi libri erano di uso comune, non contenevano alcunché
di offensivo per le credenze religiose sia islamiche sia cristiane,
e così cominciarono a essere letti da tutti e persino tradotti
in latino da monaci cristiani.
L'interesse
per le opere mediche di Maimonide spinse spesso i lettori più
colti a ricavarne il pensiero dell'autore riguardo anche ad altre
questioni, al punto che egli assurse al rango di rabbino
ebraico più rispettato e rinomato dell'epoca medievale.
In grado di scrivere in diverse lingue, in un'opera composta in
arabo e intitolata Guida dei perplessi, egli
seppe armonizzare fede e ragione, giungendo a una conciliazione
tra gli insegnamenti tradizionali del giudaismo e il razionalismo
della filosofia aristotelica. In questo libro lo studioso si cimentava
nella trattazione di concetti complessi, quali la natura di Dio
e la creazione, il libero arbitrio e il problema della definizione
del bene e del male. Il suo pensiero, sofisticato ma chiaro, avrebbe
influenzato filosofi cristiani di spicco, come San Tommaso
d'Aquino e Sant'Alberto Magno
Quando dovettero affrontare un grave problema religioso, gli ebrei
dello Yemen trovarono perciò naturale affidarsi al consiglio
e alla guida di Maimonide, il quale replicò che:
...Il
potere della profezia avrebbe fatto ritorno in Israele nell'anno
1210 dC, seguita dalla venuta del Messia...
Nel 1170 lo sciita Mandi, governatore dello Yemen,
pretese improvvisamente che tutti gli ebrei residenti in quello
Stato fin dai tempi della Diaspora si convertissero all'islamismo,
pena la morte. All'epoca si assisteva nello Yemen a un ritorno
del messianismo ebraico che aveva cominciato a diffondersi anche
ad altri paesi, alimentando la convinzione generale che l'annunciato
arrivo del messia fosse imminente. Molti pii ebrei cominciarono
a pentirsi dei propri peccati e a sbarazzarsi delle proprie ricchezze,
donandole ai poveri.
Il
tumulto messianico sembrò peggiorare la situazione dei
giudei che vivevano nello Yemen, al punto che Jacob al
Fayumi scrisse a Maimonide per interrogarlo sul da farsi.
La
risposta di Maimonide fu la celebre lettera agli ebrei dello Yemen
nota come Iggert Ternari.
In questa epistola, divenuta famosa nei centri di cultura europei,
lo studioso incluse dei commenti sulla venuta del messia giudaico,
elaborati sulla base dei suoi ampi studi della letteratura ebraica,
secondo la quale il messia si nascondeva nel Grande Mare di Roma.
La
profezia sosteneva senza possibilità di fraintendimenti
che il messia atteso sarebbe apparso come un membro della Chiesa
cattolica, pur essendo segretamente il nuovo messia di Jahvè!
Scrivendo ai giudei dello Yemen, il rabbino sintetizzò
la tradizione popolare del messia e riconfermava il suo significato
contemporaneo:
...Il re messia sorgerà e riporterà
il regno di Davide al suo stato originale ... Il messia sarà
un essere mortale, che morirà e sarà succeduto
dai suoi eredi, i quali regneranno dopo di lui ... Allora il
Signore tuo Dio abolirà la tua prigionia e verrà
a raccoglierti...
La scelta lessicale di Maimonide desta da sempre la curiosità
degli storici.
Lo
studioso aveva aggiunto alla parola "Messia"
il termine qualificativo "Re" , come
a far intendere che ci fosse anche un "Messia Sacerdote"
Non solo; Egli aveva divagato sull'argomento per essere sicuro
che ogni ebreo capisse appieno che questo Re salvatore avrebbe
restaurato la stirpe regale di Davide, una dinastia monarchica:
concetto ben lontano dall'idea dell'Uomo Dio propria del culto
cristiano.
La profezia di colui che era riconosciuto come la più alta
figura del giudaismo medievale fu esaminata dagli esperti cristiani
di tutta l'Europa: essa si sarebbe rivelata estremamente importante
per la Chiesa romana, che certo non si augurava l'avvento di alcun
messia, poiché una simile ipotesi sarebbe andata a minare
l'autorità derivatale dal primo messia. Molte persone ben
informate erano state avvisate del fatto che uno dei più
importanti rabbini ebraici di tutti i tempi aveva predetto la
venuta imminente di un messia, che sarabbe stato legato alla Chiesa
cattolica.
Un altro personaggio, anch'egli nato, come Maimonide, nel 1135,
giocò un ruolo determinante nel diffondersi dell'idea dell'avvento
di un nuovo profeta. Si trattava di Gioacchino da Fiore,
citato anche da Dante Alighieri nella "Commedia", in
seguito diventato abate, detentore di una visione apocalittica
del futuro fondata su un metodo numerico di analisi biblica insolito
e alquanto elaborato. Secondo Gioacchino esisteva un sistema numerico
di collegamento dal mondo interno a quello esterno, così,
con i suoi calcoli, egli metteva in relazione gli eventi dell'Antico
Testamento con quelli del Nuovo.
Gioacchino
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Il
teologo stimò che «l'epoca del Figlio»,
prossima alla fine, avrebbe presto lasciato spazio alla nascente
«epoca dello Spirito Santo». Quarantadue
generazioni avevano separato Adamo da Gesù;
di conseguenza, l'attesa nuova epoca sarebbe iniziata, a sua detta,
allo scadere delle quarantadue generazioni successive alla venuta
di Cristo e, quindi, intorno all'anno 1260.
L'abate
ammoniva che il passaggio da un'epoca all'altra non sarebbe stato
dolce, poiché si sarebbe combattuta una lunga battaglia
con l'Anticristo, prima che, sconfittolo, cominciasse la nuova
era.
Alla
sua scomparsa, le idee di Gioacchino divennero di dominio pubblico
e furono presto sviluppate in modi diversi da altri pensatori.
Fra
questi ci furono alcuni che fondarono, nell'anno 1260, la
Confraternita dei Fratelli Apostolici. Essi intrapresero
una resistenza armata contro la Chiesa di Roma, convinti che Dio
avesse esautorato il pontefice e tutto il clero, i quali quindi
sarebbero stati presto annientati nell'imminente battaglia che
avrebbe aperto le porte all'«epoca dello Spirito
Santo».
Nel
1304 gli Apostolici, guidati allora da Frà Dolcino,
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furono
costretti a darsi alla macchia nelle valli alpine piemontesi,
in attesa della fine del mondo, che per loro, (come anche per
i Templari), giunse nel 1307, quando furono massacrati dalle milizie
ecclesiastiche del Vescovo Raniero di Vercelli
al Monte Rebello, sopra la città di Biella.