Chi
oggi si occupa da storico, da studioso di cose storiche, delle
tracce del Gesù storico, è fortunato: mai come oggi,
da quando esiste una seria ricerca su Gesù, le tesi della
ricerca hanno potuto fondarsi su di una simile dovizia di scoperte.
Quasi tutto ciò che oggi ci aiuta a comprendere l'epoca
e l'ambiente contemporaneo a Gesù è venuto alla
luce dopo la seconda guerra mondiale.
Il
Sepolcro
Tra
i percorsi di ricerca più interessanti c'è, ad esempio,
quello di Martin Biddle, professore dell'Università di
Oxford, archeologo e storico dell'architettura. Egli sta cercando
di ricostruire, attraverso la combinazione di testimonianze archeologiche
e documentarie, la storia della costruzione del Sepolcro vuoto
di Cristo nella chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme. Chi ha
avuto occasione di visitarla ricorderà quelle lunghe file
di turisti che premono, chinate all'apertura della Aedicula, per
gettare uno sguardo, tra le candele e le lampade a incenso, alla
lastra di marmo sotto la quale dovrebbe trovarsi il resto della
pietra sepolcrale. Se si gira intorno all'Aedicula, dalla parte
opposta un sacerdote copto mostra un altro resto della pietra.
Non c'è molto da vedere, anzi, si potrebbe dire che in
pratica non c'è nulla, poiché quasi tutto ciò
che era rimasto intatto per secoli del Sepolcro di Cristo fu distrutto
nell'XI secolo dal califfo Hakim. La costruzione che oggi si visita
all'interno della chiesa del Santo Sepolcro risale al XVI secolo
e viene faticosamente tenuta in piedi da supporti d'acciaio con
cui i britannici nel 1935, durante il loro mandato, vollero assicurarle
un po' di stabilità. Nessuna meraviglia che molti scettici
abbiano dubitato e dubitino di vedere qui veramente il Sepolcro
vuoto di Cristo. Eppure tutti gli storici più seri sono
sempre stati dell'opinione che proprio quello è il luogo
preciso della deposizione di Gesù. Infatti quel luogo,
e il cocuzzolo del Golgota che dista non più di cinquanta
metri e si trova anch'esso all'interno dell'odierna chiesa del
Sepolcro, corrisponde a tutti gli indizi che si ricavano dalle
fonti. Da molto tempo è assolutamente certo ad esempio
che le mura di Gerusalemme al tempo di Gesù correvano nelle
immediate vicinanze, ma in modo tale che entrambi i luoghi erano
situati esternamente, il che coincide con la descrizione del Vangelo
di Giovanni (19, 20): "Il luogo dove venne crocifisso Gesù
si trovava vicino alla città". Che aggiunge: "Ora,
nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel
giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora
deposto" (19, 41).
In
altre parole: entrambi i luoghi, la roccia del Golgota e il Sepolcro,
si trovavano appena fuori delle mura cittadine ed erano vicini
l'uno all'altro. I reperti odierni non potrebbero corrispondere
meglio a questa descrizione. E con ciò è contemporaneamente
confutata anche la teoria "rivale", sorta nel secolo
scorso, del "Giardino sepolcrale" presso la Nablus Road.
Sicuramente questo giardino è un posto estremamente suggestivo,
che ciascun visitatore di Gerusalemme dovrebbe vedere. Ma quel
Giardino non solo è troppo lontano dalle antiche mura cittadine:
lì non c'è alcun "sepolcro nuovo". I resti
che vi si possono osservare risalgono infatti al VI secolo avanti
Cristo.
All'interno
della chiesa del Santo Sepolcro c'è però anche una
costruzione sepolcrale più grande, nella cosiddetta Cappella
Siriana. Nelle guide turistiche essa viene denominata spesso come
"Sepolcro di Giuseppe di Arimatea". È distante
più di venti metri dal Sepolcro di Gesù, ed anche
questo gioca a favore dell'autenticità dell'antica tradizione;
poiché la tomba di Gesù non si trovava in mezzo
ad altre tombe anche se, com'era allora del tutto normale, il
terreno fu poi utilizzato per altri sepolcri. Partendo da questo
quadro, il professor Biddle e il suo collega londinese Michael
Cooper hanno compiuto notevoli passi in avanti nella ricerca.
Con
l'aiuto della fotogrammetria essi hanno ricostruito l'intera storia
della edificazione del Sepolcro vuoto, procedendo all'indietro,
dallo stato attuale fino all'antico. La tecnica della fotogrammetria
o "misurazione delle immagini" rende possibile la ricomposizione
geometrica o strutturale di fotogrammi di territori e oggetti.
In questo modo, ad esempio, possono essere ricostruite graficamente
o isometricamente costruzioni che non si sono conservate o non
sono accessibili interamente. Si adotta per questo soprattutto
lo stereorilevamento: due figure vengono poste sotto due microscopi
oppure due strumenti di misurazione, e vengono fuse in un'unica
immagine. Biddle e Cooper hanno realizzato migliaia di foto del
Sepolcro con questo procedimento ed ora sono in grado di avere
un'immagine precisa al millimetro della Aedicula attraverso i
secoli. Naturalmente loro non utilizzano solo le proprie fotografie,
bensì analizzano anche disegni, incisioni in rame, monete
e altro, risalenti a varie fasi della costruzione, fino al IV
secolo. Alla fine si otterrà una minuziosa storia dello
sviluppo del luogo dal I al XX secolo, ed ogni pietra potrà
essere esaminata da qualsiasi angolo visuale.
Tra
i molti risultati finora ottenuti ce n'è uno che appare
sorprendente anche a prima vista: non è stata scoperta
alcuna antica epigrafe di pellegrini. Ma proprio questa apparente
lacuna è a sua volta un indizio a favore dell'autenticità
dell'antichissima tradizione del luogo. Nei primi decenni del
cristianesimo primitivo, quando ancora vivevano le generazioni
dei testimoni oculari, non c'era alcun interesse alla venerazione
particolare di determinati luoghi. Il Sepolcro vuoto di Cristo
era appunto vuoto, il Signore era risorto. Ciò era noto
e così ovvio, che neanche una volta Paolo sottolinea questo
fatto. Nelle sue Lettere ciò viene semplicemente presupposto.
Nella prima Lettera ai Corinti egli esorta i suoi interlocutori
ad interrogare i testimoni oculari del Risorto, nel caso che ancora
avessero qualche dubbio; ma in nessun passo c'è un invito
a recarsi a Gerusalemme e a visitare il Sepolcro vuoto.
Aelia
Capitolina
Questa
situazione mutò quando il cristianesimo si espanse sempre
più per tutto l'Impero romano e i Vangeli giunsero ovunque,
singolarmente o in Codici. Ciò avvenne nei primi trent'anni
del II secolo: ormai non viveva più alcun testimone oculare,
e la curiosità dei cristiani lontani crebbe. Ma appena
pochi anni dopo l'inizio dei viaggi in Israele da parte dei cristiani,
avvenne una catastrofe: scoppiò la cosiddetta rivolta di
Bar-Kochba e i romani, sotto l'imperatore Adriano, la stroncarono
con brutale violenza. Gerusalemme venne distrutta per la seconda
volta e nel 135 Adriano trasformò la città in una
colonia militare romana, che chiamò Aelia Capitolina. Per
impedire ai pellegrini di raggiungere i luoghi del Sepolcro vuoto
e della roccia del Golgota, l'imperatore vi fece costruire sopra
dei templi pagani. In quell'occasione venne naturalmente distrutta
gran parte delle costruzioni preesistenti; e se lì ci fossero
state epigrafi di pellegrini, esse sarebbero state senza dubbio
eliminate. Ma, per quanto ciò possa suonare strano, proprio
questi atti dell'imperatore Adriano confermano una volta di più
l'autenticità della tradizione del luogo. L'imperatore,
coprendo l'area del Golgota con templi pagani, da un lato confermò
che si trattava effettivamente del luogo della crocifissione e
della deposizione di Gesù, dall'altro mise il sito involontariamente
al sicuro dall'azione del tempo. Solo nel 326 la madre dell'imperatore
Costantino, Elena, poté far abbattere quei templi e far
tornare alla luce i luoghi autentici che vi giacevano sotto.
La
roccia del Golgota
Perché
anche qui, negli ultimi anni, si sono registrate delle novità.
La scoperta più originale e forse anche più sorprendente
riguarda proprio ciò che invece manca presso il Sepolcro:
una epigrafe di pellegrini. Naturalmente non la si è rinvenuta
nella parte centrale della roccia - perché questa era stata
parzialmente asportata da Adriano e ricoperta da un tempio. Ma
la roccia del Golgota è una vasta area. Alcune parti di
essa si trovano ancora oggi ad esempio sotto la chiesa protestante
del Redentore, nel quartiere Muristan. E in uno dei versanti all'interno
dell'area dell'odierna chiesa del Sepolcro, nella cosiddetta cappella
di san Vartan, degli archeologi armeni hanno scoperto l'epigrafe
in latino di un pellegrino cristiano: il disegno inciso nella
pietra di una nave con l'albero rovesciato e la scritta sottostante
"Domine ivimus", "Signore, siamo arrivati";
un riferimento al Salmo 121, 1: "In domum Domini ibimus",
"Andiamo alla casa del Signore". Qui dunque erano giunti
dei pellegrini, ma non poterono raggiungere la parte centrale
della roccia, poiché su di essa c'era il tempio di Adriano.
Così essi realizzarono disegno e iscrizione un po' più
in là, ma pur sempre nell'area della roccia del Golgota.
E questo deve essere successo tra il 135 ed il 326, cioè
negli anni in cui il vero luogo della crocifissione era inaccessibile.
Ed anche questo conferma a sua volta quanto la tradizione del
luogo sia stata conservata con tenacia e con precisione attraverso
i decenni e i secoli.
La
croce di Cristo
Ma
la scoperta più sensazionale sul Golgota è recentissima
e non è ancora stata valutata in modo definitivo: si tratta
del dissotterramento dell'intera parte superiore della roccia
nella cappella greco-ortodossa del Golgota da parte dei due archeologi
ed architetti greci, George Lavas e Saki Mitropoulos, iniziato
alla fine del 1991. Durante la pulizia della roccia i due constatarono
che sotto le lastre di marmo della cappella greco-ortodossa del
Golgota si trovava uno strato di malta di calce rotondo, dello
spessore di 50 centimetri, rimasto evidentemente intatto da secoli.
Cautamente essi lo asportarono e vi scoprirono nel mezzo una cavità
rotonda, nella quale si trovava un anello di pietra di quasi 11
centimetri di diametro. Non c'era alcun dubbio che l'anello serviva
al fissaggio di una croce. Si infilava la croce nell'incavo, attraverso
l'anello fino ad incastrarvela, per poterla poi innalzare. Era
questo l'anello della croce di Cristo? Lavas e Mitropoulos si
sono astenuti da speculazioni. Secondo quest'ultimo, del ritrovamento
si possono dare due interpretazioni.
Poteva
trattarsi di un anello sistemato nell'anno 326. In quell'anno
Elena, madre dell'imperatore Costantino, preservò il luogo
della crocifissione e quello della sepoltura e suo figlio fece
costruire lì la chiesa del Sepolcro. Dunque si tratterebbe
di un anello costruito in memoria della crocifissione. E già
se fosse "solo" questo, quell'anello ci fornirebbe preziose
indicazioni. Poiché la pratica del fissaggio della croce
attraverso un anello, allora ancora sconosciuta da parte dell'archeologia,
doveva basarsi su ben precise conoscenze, su salde informazioni
tramandate. Chi altrimenti si sarebbe inventato un anello di 11
centimetri di diametro? Perché quel diametro significa
che la croce non poteva essere più alta di 2,40 metri.
E questa invero modesta altezza contraddice le nostre aspettative,
contraddice anche tutto ciò che fino ad oggi - ad esempio
nelle arti figurative - si è rappresentato al di sotto
del Signore innalzato sulla croce. I Vangeli, dal canto loro non
dicono nulla sull'altezza della croce. In questo la scienza archeologica
è affidata solo a se stessa.
Ma
c'è anche l'altra possibilità, e cioè che
questo anello appartenesse veramente alla croce di Gesù
e che sia rimasto conservato fino ad oggi. A ciò si potrebbe
obiettare subito che, come abbiamo detto dianzi, l'imperatore
Adriano nel 135 fece distruggere Gerusalemme per la seconda volta
e fece edificare sopra i luoghi del Golgota e del Sepolcro vuoto
dei templi, per impedire l'accesso ai pellegrini, ai cristiani
giunti lì. Proprio questo atto di Adriano potrebbe però
aver contribuito alla conservazione della cavità e dell'anello.
Poiché l'imperatore asportò ampie parti della roccia
e lasciò stare solo la parte centrale, che spianò.
E infatti è stata ritrovata solo una cavità e non
anche le due degli altri che furono crocifissi con Gesù;
e poi per il compimento di tale azione non era necessario distruggere
l'interno della cavità di centro. Bastava riempirla e spianarla
in modo da potervi costruire sopra. Proprio questo accadde, come
indicano chiaramente i reperti archeologici. La cavità
e l'anello possono dunque essere autentici, protetti - per quanto
possa suonare strano - grazie alle disposizioni di Adriano. Al
momento l'anello e la malta di calce vengono accuratamente analizzati
a Salonicco. Si spera che in tempo ragionevole sia possibile attribuire
loro una datazione il più possibile esatta.
"Le
rocce si spezzarono"
Nel
corso dei lavori dei due archeologi greci si è pervenuti
ad un'ulteriore conferma dell'autenticità di questa roccia
del Golgota. Sotto la malta di calce ora rimossa è emersa
per tutta la roccia fin sotto alla Cappella di Adamo una frattura.
Gli scettici, sulla base della parte inferiore della roccia, l'unica
prima visibile, avevano finora creduto che si trattasse di un
difetto naturale della roccia. Ora invece è sicuro che
la frattura è stata causata da un evento naturale di particolare
impatto. Georg Lavas e Saki Mitropoulos sono sicuri che si tratti
della conseguenza del terremoto menzionato nel Vangelo di Matteo.
Lì è scritto (27, 52), nel racconto di ciò
che seguì immediatamente alla morte in croce di Gesù:
"La terra si scosse, le rocce si spezzarono".
Chi
in questi giorni va a Gerusalemme può vedere chiaramente
la parte anteriore della frattura. La cavità dell'anello
della croce si trova dietro l'altare sotto una pesante lastra
di vetro blindato e non è normalmente accessibile.
La
tomba di Caifa
Un'altra
eccezionale scoperta ci porta ad una migliore comprensione dell'ambiente
religioso di Gesù. Questo non era costituito solo dagli
esseni, che attualmente attraverso i bestseller scandalistici
Dossier segreto: Gesù di Michael Baigent e Richard Leigh,
oppure L'uomo Gesù di Barbara Thiering, vengono presentati
come i veri cristiani. Perlomeno di pari importanza furono i sadducei,
classe sacerdotale da cui provenivano le migliaia di preti del
Tempio, e naturalmente anche i farisei, dai quali vennero maestri
di rilievo come Gamaliele e il suo discepolo Saulo - più
tardi divenuto Paolo. Riguardo al confronto che Gesù ebbe
con tali gruppi ci riferiscono i Vangeli. Particolarmente aspro
ed ultimamente mortale fu il conflitto di Gesù con la famiglia
dei sommi sacerdoti, soprattutto con Caifa ed Anna. Gesù
bolla questi e i loro seguaci come "ipocriti" più
di una volta. Egli mette a nudo la loro insincera condotta di
vita ed il loro menzognero pensare e parlare. Quanto Gesù
avesse davvero ragione è ora diventato ancor più
evidente grazie ad una scoperta archeologica. L'archeologo Zvi
Greenhut ha trovato la tomba di famiglia della tribù di
Caifa. Si trova su di una collinetta a Talpiot est, un sobborgo
sud-orientale di Gerusalemme. Da lì si ha una veduta impressionante
della città vecchia e del monte del Tempio. Chi oggi cerca
la tomba nel frattempo ricoperta, la riconosce per uno strano
tubo azzurro chiaro, ripiegato alla sommità, che sale quasi
ad altezza d'uomo dal terreno. Gli ebrei ortodossi lo hanno piazzato
lì di recente affinché le "impurità"
della tomba possano fuoriuscire. Solo così è loro
permesso di percorrere il terreno al di sopra della tomba e di
utilizzare la strada che passa di lì.
Ma
è di decisiva importanza quel che si è trovato nella
tomba: non solo un ossario splendidamente adornato che, secondo
l'epigrafe: "Joseph Bar Kaiaphas", appartiene evidentemente
a quel Caifa menzionato dal Nuovo Testamento e dallo storico ebreo
Giuseppe Flavio, bensì anche un contenitore più
piccolo, in cui si trovano i resti di un altro membro della famiglia,
Miriam, come rivela l'iscrizione. E qui è stato trovato
perfino l'intero teschio. E nel teschio, sul palato, una moneta
ben conservata del re Erode Agrippa I, che regnò dal 41
al 44 dopo Cristo. La moneta in bocca non è altro che l'uso
pagano, tratto dalla mitologia greca, di pagare al conducente
dei morti il prezzo della traversata nel regno degli inferi. Nel
bel mezzo della famiglia del sommo sacerdote dunque, al tempo
di Gesù e della comunità primitiva, in evidente
ed eclatante contraddizione con la legge ebraica, con la fede
nel Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, veniva praticata una superstizione
pagana. Quando dunque da questo ambiente veniva l'intimazione
di giustiziare Gesù come traditore della fede dei padri,
si trattava in effetti di una forma di ipocrisia, difficilmente
immaginabile più clamorosa di così.
Gli
"anni nascosti" di Gesù
Si
parla spesso degli "anni nascosti" di Gesù, del
periodo di Nazareth, tra l'ultima apparizione pubblica del dodicenne
Gesù al Tempio e i primi atti dell'uomo maturo a Cana e
al lago di Genezareth. Dai Vangeli non pare sia deducibile altro
se non che egli svolse lo stesso mestiere di Giuseppe: entrambi
facevano il mestiere di tekton, che viene tradotto con "carpentiere".
Già da tempo numerosi studiosi, tra cui il professore svizzero
Walter Bühlmann e il professore tedesco Benedikt Schwank,
hanno corretto l'errore di questa traduzione. Tekton significa
"costruttore". Le ricerche archeologiche compiute a
Nazareth e dintorni hanno mostrato che lì non c'era quasi
per nulla legno e che soprattutto anche le case degli allora duecento
abitanti erano fatte piuttosto di pietra oppure erano grotte;
sicché già solo per questi tre motivi è evidente
che la famiglia di Giuseppe non poteva guadagnarsi da vivere a
Nazareth nel modo in cui noi normalmente pensiamo.
Ora
però è stato appurato che, proprio negli anni giovanili
di Gesù, ad appena sei chilometri da Nazareth, c'era uno
dei maggiori cantieri di Galilea. Sepphoris, la città distrutta
dai romani con un'azione punitiva, era stata ricostruita e Erode
Antipa l'aveva prescelta come capitale del suo dominio. Antipa
era un amico dei romani; la città ricevette così
il volto tipico di ogni capitale culturale dell'Impero romano.
Epigrafi mostrano che gli ebrei colà residenti come anche
i pagani, parlavano greco e che i tipici bagni purificatori degli
ebrei credenti sorgevano direttamente sulle strade costruite secondo
le regole architettoniche greco-romane, con file di botteghe,
edifici amministrativi, negozi, banche. Vertice del programma
di costruzioni era però il teatro, che disponeva di seimila
posti, dunque inusualmente capiente e che perciò faceva
da magnete culturale per l'intera zona. Ed era l'internazionalità
il presupposto del luogo, poiché in questa parte dell'Impero
romano si faceva teatro solo in lingua greca.
Il
professor Walter Bühlmann sostiene che Giuseppe e Gesù
potrebbero aver partecipato alle costruzioni di Sepphoris. A favore
di questa tesi sta non solo il fatto che essa era l'unico grande
cantiere a quel tempo, in cui c'era sufficiente lavoro a lunga
scadenza, ad una distanza percorribile a piedi da Nazareth. C'è
anche il fatto che il giovane Gesù negli anni successivi
del suo insegnamento fa riferimento ad ambienti e tipi umani di
cui avrebbe potuto fare esperienza solo qui. I grandi proprietari
terrieri, i banchieri, i commercianti, sono figure che appartenevano
a Sepphoris e ai suoi dintorni.
La
lingua di Gesù
Inoltre
a Sepphoris Gesù potrebbe avere imparato anche il greco.
La città era abitata in maggioranza da parlanti greco,
retta da un sovrano che promuoveva efficacemente la cultura greco-romana.
Che Gesù parlasse correntemente il greco oggi non è
più messo in dubbio. Tra gli esempi più evidenti
nel Nuovo Testamento c'è l'incontro con la donna siro-fenicia
nella zona di Tiro. Marco (7, 26) la descrive espressamente come
di lingua greca. Anche il dialogo con il centurione di Cafarnao
e l'interrogatorio davanti a Pilato - entrambi senza interprete
- possono essere avvenuti solo in lingua greca (o magari in latino).
Rispetto
al teatro di Sepphoris si può procedere di un ulteriore
passo. Il professor Benedikt Schwank qualche tempo fa, sulla scorta
di dettagliate analisi linguistiche, ha dimostrato che Gesù
nella discussione sulle tasse imperiali parlò greco. Nel
mezzo di Gerusalemme egli parla ai farisei ed alle persone circostanti
in greco, ed il passo del suo discorso, quella famosa battuta
"Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che
è di Dio" poteva essere detta in quel modo solo in
greco, non in ebraico o aramaico; essa non può neanche
essere ritradotta nelle due lingue. Monete con iscrizioni ebraiche
a quel tempo non c'erano; la moneta d'argento che Gesù
teneva in mano, doveva avere una iscrizione greca, forse latina,
in ogni caso non ebraica né aramaica. Così, presupposto
di questo dettaglio è che tutti i presenti a quel discorso
potevano cogliere con padronanza giochi di parole e battute in
lingua greca.
Che
Gesù sapesse parlare greco lo si può evincere dunque
da alcuni particolari contenuti nei Vangeli. Che egli fosse "costruttore",
non "carpentiere", è un fatto filologicamente
incontestabile. E comunque, se si prende sul serio il Nuovo Testamento
come fonte storica, allora bisogna anche approfondire la questione
di dove Gesù, negli anni precedenti la sua comparsa in
pubblico, abbia potuto acquisire quelle conoscenze. Che ciò
sia accaduto davanti alla sua porta di casa, a Sepphoris, può
essere un'ipotesi che aiuta a comprendere il quadro storico dei
Vangeli.
Così
Gesù - che secondo la professione di fede atanasiana è
"vero uomo e vero Dio", dunque appunto anche vero uomo
- diventa nel suo ambiente più comprensibile come uomo
del suo tempo, che è stato inviato da Dio in un determinato
punto della terra ad una determinata data, che in tale occasione
si è servito degli strumenti che quel suo ambiente gli
metteva a disposizione.