Ricostruzione
schematica della cronologia dei principali eventi della vita di
Gesù, basata sugli studi dei Vangeli e Atti degli apostoli
Tra
il 7 el' 1 a.C. Nascita
di Gesù nella grotta di Betlemme tenendo conto della
tesi ebraica che ritarda la morte di Erode all'1 c.C.
ANNO
28°
marzo
Giovanni
Battista, figlio di Elisabetta, sorella di Maria, battezza Gesù
a Betania, in Perea, oltre il Giordano.
marzo
- aprile Gesù
digiuna per quaranta giorni nel deserto
inizio
aprile Al
ritorno recluta a Betania i primi discepoli nella cerchia di Giovanni
Battista. Fa con loro il viaggio a Cana, poi a Cafarnao. Più
tardi accompagna la famiglia a Nazareth.
28
aprile - 5 maggio Prima
pasqua a Gerusalemme. Incontro con Nicodemo.
maggio Attività
battesimale in Giudea
inizio
giugno Arresto
di Giovanni Battista. Gesù si reca in Galilea attraverso
la Samaria al tempo della mietitura. Comincia il suo ministero
organico in Galilea a partire da Cafarnao.
ANNO
29°
aprile
Prima
moltiplicazione dei pani, poco prima di Pasqua.
settembre? Festa, forse,
di Rosh Hashsnah.
13 - 20 ottobre Gesù
è a Gerusalemme per la festa delle Capanne. La sua famiglia
è partita verso il 10 ottobre
e Gesù la raggiunge a metà della festività.
ottobre - novembre Ritorno,
probabile, il Galilea da cui riparte in dicembre.
21 - 28 dicembre Gesù
è a Gerusalemme per la festa della Dedicazione. Fugge
sotto la minaccia di venire lapidato. 28 dicembre soggiorno
a Betania in perea, oltre il fiume Giordano.
ANNO
30°
metà
marzoGesù
resuscita Lazzaro. Aumentano le minacce contro di lui. Parte
per Efraim, città a 22 chilometri a nord di Gerusalemme
e ridiscende verso la capitale passando per Gerico.
venerdì
30 marzo Gesù
si reca a Betania dove viene invitato, per l'indomani, da Simone
il fariseo.
sabato
1 aprile Unzione
a Betania, (sei giorni prima di Pasqua).
domenica
2 aprile Trionfale
ingresso a Gerusalemme con corteo messianico delle palme. Gesù
viene acclamato dal popolo. Secondo le cronache Romane, anche
a causa della festività Pasquale, erano ad acclamarlo
"...decine di migliaia di persone..."; và considerato
che Gerusalemme contava abitualmente non più di 20.000
abitanti e tutta la Palestina ne contava circa due milioni.
giovedì
6 aprile Gesù
celebra la Pasqua e istituisce l'Eucarestia. Dopo la cena viene
arrestato nell'orto dei Getsemani e il suo processo ha inizio
presso l'ex-sommo sacerdote Hanna, che sembra farne l'istruttoria.
venerdì
7 aprile Al
mattino condanna di Caifa davanti al Sinedrio riunito. Poi,
verso mezzogiorno, condanna di Pilato. Morte di Gesù
verso le 15,00. La sepoltura, negoziata con Pilato, viene portata
a termine in fretta, entro le ore 18,00. I sommi sacerdoti iniziano
la celebrazione della Pasqua.
domenica
9 aprile Risurrezione
di Gesù all'alba. Prime apparizioni alle sante donne,
a Pietro, ai discepoli di Emmaus, poi ai dieci apostoli, (Tommaso
è assente).
domenica
16 aprile Seconda
apparizione agli apostoli, Tommaso compreso.
lunedì
17 aprile Partenza
degli apostoli per la Galilea, dove hanno luogo altre apparizioni.
18
maggio Ascensione
28
maggio Festa
della Pentecoste: lo Spirito Santo inviato dal Cristo fa nascere
la Chiesa in seno alla comunità dei centoventi cristiani
riuniti insieme ai dodici ed alla Vergine Maria.
30
maggio Cominciano
i primi battesimi ad opera dei discepoli
La
Palestina e Gerusalemme al tempo di Gesù
Un
paese grande come la Bretagna, ma di enorme importanza storica,
umana, culturale. Gesù non ha voluto oltrepassarne i confini,
tranne che per l'esilio in Egitto, (secondo Matteo 2,15), ed una
breve incursione a nord, in Sirio-Fenicia. La cartina mostra i
luoghi frquentati da Gesù secondo
i Vangeli. Tra la Giudea e la Galilea si trova la Samaria Scismatica,
in cui Gesù fece una significativa trasferta ecumenica.
In
Galilea Gesù compì il suo ministero principale e
quì avvennero la maggior parte delle manifestazioni divine.
Questo ministero non battesimale gravitava principalmente intorno
al lago di Genezaret, detto anche mare di Galilea e aveva la sua
base nella casa di Simon Pietro a Cafarnao, nella quale Gesù
si era stabilito fino dal suo primo viaggio con i discepoli
Nei
dintorni di Gerusalemme sono nati Giovanni Battista, (Ain-Karim),
e Gesù, (Betlemme). Dopo aver ricevuto il Battesimo Gesù
inizia il suo ministero battesimale in Giudea verso la Pasqua
dell'anno 28 e prosegue fino all'arresto del Battista, forse in
autunno. Ritornerà a Gerusalemme più volte per le
feste e nella Pasqua della sua morte
Questo
grande centro politico e religioso, situato a 735 metri di altezza,
parla per voce del suo Tempio, dei suoi palazzi e dei suoi bastioni.
Una Capitale che attira, unico luogo di culto di una Nazione soprovvissuta
alla distruzione politica. I tre grandi pellegrinaggi annuali,
soprattutto quello della Pasqua, quadruplicavano la popolazione
richiamando una folla di oltre centomila persone che si accampava
in tutti gli spazi disponibili. Gerusalemme esercitò una
grande attrazione dal punto di vista umano anche su Gesù.
che la conobbe e l'amò fin da bambino, fin dal suo primo
pellegrinaggio, (Luca 2,41-52). Secondo il Vangelo di Giovanni,
Gesù, durante il suo ministero, vi tornò per cinque
volte. Questo luogo di culto era gestito con cura e rigore da
un'amministrazione zelante e colta, ma soggetta alla politica
e sospettosa, che si riterrà in obbligo di eliminare Gesù.
Eppure Gesù amava la capitale; pianse sulla città
e rilasciò un giudizio severo: "Gerusalemme che uccide
i profeti".
Il
Tempio di Gerusalemme all'epoca di Gesù, visto arrivando
da Betania
Appellativi
di Gesù
Poiché
nell'antica cultura ebraica non si usava il cognome, per identificare
univocamente una persona occorreva far seguire al suo nome un appellativo.
Gesù viene spesso indicato nei Vangeli e negli altri testi
con i seguenti appellativi:
GESU'
CRISTO è il nome normalmente usato anche
oggi dai cristiani. Cristo (Christós) è la traduzione
greca dell'ebraico Messia (Mashìach). Ll Messia era un inviato
di Dio che gli ebrei dell'epoca attendevano, il quale avrebbe liberato
il popolo di Israele e ristabilito la legge di Dio. Letteralmente
la parola significa "unto", con riferimento all'unzione
che nel tempo dell'Antico Testamento si faceva ai re e ai sacerdoti.
GESU'
IL NAZZARENO secondo l'interpretazione più
diffusa (riportata anche da Matteo, 2,23) "Nazareno" significava
"di Nazareth", la cittadina dove, secondo i Vangeli, Gesù
visse la sua infanzia e giovinezza; è menzionata esplicitamente
per un totale di undici volte. Alcuni studiosi non accettano questa
interpretazione, ritenendo che Nazareth non esistesse o esistesse
con un altro nome all'epoca, ed avanzano l'ipotesi che Gesù
abitasse a Gamala, cittadina dell'attuale Golan che ha molti elementi
corrispondenti alle descrizioni della Nazareth evangelica. Esistono
tuttavia alcune evidenze archeologiche dell'esistenza di Nazareth
nel I secolo.
MAESTRO
Secondo una teoria, "Nazareno" è il titolo corrispondente
al livello di Maestro presente all'interno della comunità
degli Esseni. Tale teoria si basa sullo studio dei rotoli del Mar
Morto, ritrovati presso Qumran nel 1946.
NAZIREO
Secondo un'altra teoria, "Nazareno" potrebbe significare
nazireo, cioè colui che ha fatto un particolare tipo di voto:
tra l'altro il nazireo - contrariamente all'uso delle comunità
ebraiche del tempo - si lasciava crescere i capelli e la barba,
il che corrisponde all'immagine tradizionale di Gesù. D'altro
canto, le testimonianze sulla vita di Gesù non sempre si
adattano al comportamento di un nazireo (ad esempio il bere vino
non gli sarebbe stato consentito).
RABBI
. All'epoca in cui visse Gesù Rabbi, (maestro; contrazione
dell'attuale Rabbino), molte sette si presentavano sulla scena politica
e religiosa della palestina. I loro ispiratori e capi venivano definiti
Rabbi.
Figlio
di Giuseppe "Gesù figlio di Giuseppe",
in ragione di colui che era, "come si credeva" (Luca 3,23),
suo padre.
Figlio
di Davide "Gesù figlio di Davide",
in ragione della sua discendenza (tramite Giuseppe) dalla stirpe
del grande re di Israele. Un elenco dei presunti antenati di Gesù
è riportato all'inizio del vangelo di Matteo 1:1-17.
Figlio
dell'Uomo: quì inteso nel senso escatologico,
(dell’escatologia; relativo alla fine dell’uomo e del
mondo). Gesù nei vangeli non chiama mai se stesso Messia,
ma indica se stesso con l'appellativo di «Figlio dell'Uomo».
Poiché la comunità primitiva non usò mai questo
titolo per indicare Gesù, è certo che l'espressione
è tipicamente gesuana. Il problema è che cosa significasse.
I
commentatori fanno riferimento a Daniele 7,13-14. Ma dal libro di
Daniele non si ricava molto per capire come Gesù interpretasse
se stesso. Nel libro di Daniele la figura del Figlio dell'Uomo è
manifestamente un simbolo che sta ad indicare il popolo di Israele,
il popolo dei santi di Dio (Dn 7,27). Ma per Gesù il termine
non è una metafora per indicare Israele, è un titolo
o qualcosa del genere che egli applica a se stesso. La maggior parte
dei critici ha sempre cercato di capire il valore del termine deducendolo
dal contesto stesso dei vangeli e arrivando a una delle conclusioni
seguenti: Gesù chiama se stesso Figlio dell'Uomo per una
sorta di umiltà (cf. Bonsirven1 e Lagrange). Altri ci ha
visto un'assolutizzazione dell'uso che fece di questo termine Ezechiele
(Procksch). Altri (Vermes) hanno cercato di spiegare il termine
come una forma dialettale giudaica che vorrebbe dire soltanto «io».
Altri ancora hanno cercato addirittura nella letteratura greca -
il Poimandres - (Dodd). E fa stupore che un'opera seria come quella
recente di Conzelmann nelle pagine dedicate al Figlio dell'Uomo
non menzioni nemmeno il Libro
delle Parabole. Qualcuno (Mowinckel) ha intuito che
l'opera fondamentale da tenere presente per capire che cosa significasse
l’espressione «Figlio dell'Uomo» è il Libro
delle Parabole, ma resta piuttosto isolato. Ora il Libro delle Parabole
è datato con sicurezza a circa l'anno 30 a.C. e vi appare
una figura chiamata Figlio dell'Uomo che ha le seguenti caratteristiche:
è una persona, non una collettività; ha natura superumana,
perché è creato prima del tempo e vive tuttora; conosce
tutti i segreti della Legge e perciò ha il compito di celebrare
il Grande Giudizio alla fine dei tempi.
Questa
figura dotata delle funzioni di giudice escatologico doveva essere
ben nota alla gente, perché nessuno domanda mai a Gesù
che cosa mai sia questo Figlio dell'Uomo. Alla luce di quanto abbiamo
appreso dal Libro delle Parabole leggiamo qualche passo dei vangeli
a proposito del Figlio dell'Uomo. Si legge in Giovanni 5,27: «Dio
ha dato a Gesù il potere di giudicare, perché è
il Figlio dell'Uomo». Dunque, Giovanni sapeva, e si rivolgeva
a lettori che sapevano, cosa voleva dire «Figlio dell'Uomo»
(in questo caso nel greco manca l'articolo, ma si tratta di un problema
di sintassi greca, perché «Figlio dell'Uomo»
è predicato nominale). Un altro evangelista, Marco, mette
in bocca a Gesù (2,1ss). È l'episodio della guarigione
del paralitico. Gesù si trova in una casa e un gruppo di
persone che trasporta un paralitico su una lettiga cerca di avvicinare
Gesù, all'evidente scopo di ottenerne la guarigione. Poiché
c'è troppa gente, scoperchiano il tetto e calano il paralitico
davanti a Gesù, il quale, trovatosi davanti a quest'uomo,
gli dice: «Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati».
A questa sortita alcuni dei presenti protestano osservando che solo
Dio può rimettere i peccati. Allora Gesù interviene
e continua così il suo discorso col paralitico: «Che
cosa è più facile? Dire "ti sono rimessi i peccati"
o dire "alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina?”.
Ora, perché sappiate che il Figlio dell'Uomo ha il potere
sulla terra di rimettere i peccati, io ti ordino - disse al paralitico
- alzati, prendi il tuo lettuccio e va' a casa tua"».
Dunque, per Gesù il Giudice escatologico (questo lo sapevano
tutti) poteva rimettere i peccati al momento del Giudizio finale
e questo appare ben chiaro dalla lettura del Libro delle Parabole;
ma Gesù aggiunge «qui sulla terra». Se anche
non si identificò col Figlio dell'Uomo delle credenze del
tempo, Gesù affermò almeno di avere quei poteri che
si attribuivano comunemente alla figura del Figlio dell'Uomo e li
aveva già, cioè da sempre.
Iconografia
di Gesù
Nei
primi secoli del cristianesimo non si hanno rappresentazioni dirette
di Gesù, ma piuttosto simboli o immagini allegoriche, come
il pesce (il cui acronimo in greco aveva un significato religioso)
o il buon pastore, derivato dalla tradizione classica.
Nel periodo tardo antico, con la legalizzazione del culto cristiano,
si diffondono rappresentazioni dirette di Cristo, inizialmente raffigurato
come giovane imberbe.
Successivamente questa raffigurazione scompare, e Gesù viene
costantemente rappresentato fino ai giorni nostri come uomo barbuto
e dai capelli lunghi. In età bizantina l'iconografia di Gesù
viene codificata rigorosamente, anche a seguito della disputa sull'iconoclastia.
Non di minore importanza assume, nella Iconografia sacra, il ruolo
avuto e lo stupore creato dalle prime ostensioni del telo sindonico.
Dal Rinascimento si ha in Occidente un'evoluzione, rompendo la fissità
delle raffigurazioni bizantine. In quest'epoca la figura di Gesù
si laicizza e diventa il prototipo dell'uomo perfetto. Tale visione
avrà il suo massimo esponente in Michelangelo.
COMPIANTO
SUL CRISTO MORTO - Milano Galleria BRERA
Andrea
Mantegna (Isola di Carturo, 1431 – Mantova, 13 settembre
1506)
Gesù
secondo l'Ebraismo
Sebbene storicamente il cristianesimo sia nato in ambito ebraico,
l'ebraismo non riconosce in Gesù il Messia né tantomeno
le caratteristiche divine che i cristiani gli attribuiscono. L'ebraismo
ritiene inoltre che le profezie e i riferimenti all'Antico Testamento
che si trovano nel Nuovo Testamento (che non è considerato
canonico) non siano pertinenti.
L'ebraismo ortodosso ritiene che la venuta del Messia non si sia
ancora manifestata.
Interessanti riflessioni sulla figura di Gesù sono state
fatte da un punto di vista ebraico da Leo Baeck in un saggio pubblicato
in Germania nel 1938 (in piena dittatura hitleriana): "Il Vangelo:
un documento ebraico". In esso Baeck vuole dimostrare, attraverso
l'analisi filologica dei vangeli, che questi, "ripuliti"
dalle sedimentazioni paoline di carattere teologicamente antigiudaico,
contengono il messaggio profondamente ebraico di Gesù.
Le fonti ebraiche antiche, tranne Giuseppe Flavio, non citano Gesù.
Esistono alcuni testi più tardi con ricostruzioni polemiche
della sua vita (Toledot Yesu), fra le quali la nascita di Gesù
come frutto della seduzione di una donna ("quaestuaria"
secondo Tertulliano) di nome Myriam (Maria) da parte di un ufficiale
romano di nome Pandera o Panthera. Questo trova apparente adito
nel fatto che il nome Panthera era molto diffuso tra le truppe romane,
ma sembrerebbe che l'equivoco trova la spiegazione che Panthera
in questo caso era il gioco di parole dell'affermazione cristiana
secondo cui Gesù è "figlio della Parthénos"
cioè figlio della vergine.
Gesù
secondo l'Islam
I
seguaci dell'Islam onorano la figura di Gesù ma lo considerano
un profeta. Nel Corano è ricordato con il nome di 'Isà
ibn Maryam, "Gesù figlio di Maria". Lo considerano
infatti nato miracolosamente dalla vergine Maria ma non credono
che egli sia Dio incarnato. Per influenza forse della dottrina docetista,
i musulmani credono che Gesù sia stato assunto in cielo da
Dio senza perciò morire e che al suo posto i Romani abbiano
crocifisso un suo simulacro. Sotto vari aspetti Gesù è
considerato fra i massimi profeti inviati da Dio all'umanità
e, per concessione divina, in grado di guarire gli infermi e resuscitare
i morti. Una tradizione messianica islamica vuole che Gesù
tornerà sulla Terra alla fine dei tempi, annunciando il "Giorno
della religione" (yawm al-din), ovvero il Giorno del Giudizio
finale e che sarà visibile nella sua discesa dal cielo lì
dove - nella moschea degli Omayyadi di Damasco - sorge per l'appunto
il cosiddetto "minareto di Gesù" (manar ‘Isà).
I Vangeli
Apocrifi e Gnostici
Non
esiste una esplicita condanna della Chiesa contro il complesso degli
apocrifi; la sua posizione è tuttavia chiara nel condannare
ciò che trasmette errori ed eresie. Il Decretum gelasiano,
che avanza invece un'esclusione generalizzata degli apocrifi, ha
carattere privato. Di analogo tenore è la risposta che Innocenzo
I dà a Esuperio, vescovo di Tolosa (405) e della lettera
di Turribio, vescovo di Astorga, a Idacio e Ceponio riguardo agli
scritti in uso presso i priscillianisti in Spagna (445). Diversi
scrittori ecclesiastici ribadiscono questi pareri: Girolamo vede
negli apocrifi le stravaganze, le contraddizioni e le frasi di cattivo
gusto, ne propone la abolizione totale non intravedendo in essi
nessun profitto. Aggiunge che se qualcuno volesse leggerli, mosso
dal rispetto per i prodigi narrati, deve tener conto del falso nome
dell’autore e avere adeguata prudenza nel dar fiducia per
ciò che è narrato; Agostino (cfr. De Civitate Dei
XV 23,4) tiene la stessa posizione anche se sembra più tollerante.
Ci sono autori, sia occidentali che orientali, che si valsero o
non rifiutarono un compromesso con gli apocrifi: Clemente Alessandrino,
Esichio, Epifanio, Andrea di Creta, Giovanni Damasceno e altri padri
mostrano un'opposizione decisamente più blanda.
Nonostante
alcune posizioni autorevoli che contrastavano l’uso degli
apocrifi, essi continuarono ad influire in modo rilevante sia nell’arte
che nella liturgia come nelle opere di scrittori e nella pietà
cristiana. Molte notizie attuali hanno il loro fondamento negli
apocrifi: i nomi dei genitori della Vergine, Gioacchino ed Anna;
la festa della Presentazione di Maria bambina al tempio (21 novembre);
la grotta, bue e asinello nella nascita di Gesù; i nomi dei
magi: Gaspare, Melchiorre e Baldassarre; la Veronica; il martirio
di Andrea (30 novembre), il Quo vadis tanti altri. Dal IV sec. in
poi gli artisti bizantini abbelliscono le chiese di Roma con motivi
tratti dagli apocrifi: il mosaico sull’arco trionfale di S.
Maria Maggiore a Roma (Sisto III, 435) e la vetrata della cattedrale
di Le Mans ritraggono le statue degli idoli crollate davanti a Gesù
Bambino (Ps. Matteo), sulle transenne del coro di Notre-Dame (Parigi).
La
lingua usata dagli autori apocrifi è la Koinè ma ben
presto sorsero versioni in lingue antiche e medievali: siriaco,
copto, armeno, arabo, ecc.). Nel sec. IX, grazie alla civiltà
cristiana bizantina, le leggende apocrife entrarono nel mondo slavo
dove sono vissute fino al XIX sec. Molte sono le versioni slave
e le iconografie. A diffondere questa letteratura furono i bogomili
(affini ai catari), eredi del dualismo manicheo, e il dominio turco-mongolo
(che impediva la diffusione di altri libri eccetto che questi).
In
Occidente la diffusione degli apocrifi ebbe anche molto successo,
soprattutto nel Medioevo. I testi veramente eretici erano quasi
del tutto scomparsi; rimanevano le elaborazioni ortodosse o gli
scritto apocrifi a carattere apologetico (puramente religioso ,
anedottico): l’arcivescovo di Genova, Giacomo da Varazze ricopiò
quasi per intero il Vangelo di Nicodemo nella sua Legenda aurea;
Così faceva anche Vincenzo di Beauvais nello Speculum historiale
Molti artisti, come già in precedenza, abbellirono le chiese
traendo spunto dagli apocrifi (Beato Angelico e Giotto) Gli scrittori
fecero riferimento a scritti apocrifi o a loro elaborazioni (Dante
nella Divina Commedia, Milton nel Paradiso Perduto, Klopstock nella
Messiade. Nella letteratura spirituale del XVI secolo, nonostante
il Concilio di Trento, fanno riferimento ad essi la vita della Vergine
negli scritti di Maria di Agreda e Caterina Emmerich, o testi come
la Vida de Nuestra Señora, inserita da P. de Ribadeneyra
in Flos Sanctorum, Madrid 1675. Nel XVIII secolo alla pietà
e alla devozione subentra la ricerca scientifica, facilitata dall’arte
tipografica che rende accessibili anche testi prima raggiungibili
a stento: cambia quindi il motivo della letteratura.
Il
primo tentativo di una raccolta di apocrifi è quello di Federico
Nausea, 1531; in quello stesso secolo abbiamo Bibliander (editio
princeps del Protovangelo di Giacomo, Basilea 1552, e Neander, Basilea
1564. Nel XIX sec. ha avuto inizio lo studio critico degli scritti
apocrifi, soprattutto dei vangeli. I massimi esponenti in questo
campo sono Thilo, con la sua opera rimasta incompiuta codex Apocryphus
Novi Testamenti; a lui segue il Tischendorf e Lipsius-Bonnet. Un
corpus completo sugli apocrifi rimane ancora oggi un desiderio,
lontano da una attuazione a causa dell’abbondanza dei testi
e per la diversità dei tantissimi mss. e versioni. Di molti
scritti si ha conoscenza solo per mezzo di elenchi o scarsi frammenti,
da citazioni di scrittori ecclesiastici (soprattutto per la produzione
eretica). La scoperta di nuovi mss., specie quelli di Nag Hammadi,
è di valore eccezionale
Di
seguito alcuni dei più controversi Vangeli apocrifi
PROTOVANGELO
DI GIACOMO
Del 200 circa. L’originale greco è stato ricopiato
senza soluzione di continuità fino al tardo Medioevo. Ci
sono oltre 150 correzioni, (alcune anteriori al sec. XI): questo
significa che c’era grande predilezione del testo sia in Oriente
che in Occidente. Il Papiro Bodmer V, dell’inizio del sec.
IV, riporta il testo completo. La condanna di Innocenzo I (a. 405),
e probabilmente anche il decreto pseudogelasiano (500 circa), fece
sparire il testo latino, anche se non completamente. In altre recensioni,
come lo Pseudo Matteo e il De Nativitate Mariae, crebbe rigoglioso
e libero. L’Editio princeps risale al 1564 a Neander, Basilea,
però poco prima il gesuita Postel ne pubblicò una
versione latina. Il testo completo ci è riportato da Tischendorf
che, ha usato anche testimoni indiretti: la versione latina di Postel
Ps Eustazio, comm. In Hexaem, sintesi dell’apocrifo, del sec.
IV-V Omelie sulla Vergine, del patriarca di Costantinopoli Germano
I (715-730) Omelie di Giorgio, Vescovo di Nicomedia (860 circa)
Omelie sulla vita di Maria, dalla concezione al matrimonio, di Giacomo,
monaco a Kokkinobathos (1005-1100) La versione del De Strycker completa
il materiale con: frammenti del V-VI sec. frammenti del IV sec.
frammenti del IX sec. Papiro Bodmer V del IV sec
FRAMMENTI
DI PAPIRO Ossirinco 840
Scoperto fine secolo scorso. Il frammento descrive una controversia
nel tempio e le discussioni di Gesù con un capo dei sacerdoti
(Levi) a proposito delle purificazioni. IV - V sec. d.C. Papiro
Egerton 2 150 d.C. Contiene quattro pericopi. E’ importante
per la datazione di Giovanni : parte della prima, la seconda e la
terza pericope contiene passi paralleli a Gv e ai sinottici.
CODICE
ARUNDEL 404
Si tratta di uno scritto apocrifo, riguardante la nascita e l'infanzia
del salvatore, risalente forse al VI secolo. In esso possiamo notare
che il destinatario della persecuzione di Erode era il piccolo Giovanni
Battista e che sulla sua persona incombeva la stessa predestinazione
regale che riguardava Gesù
VANGELO DI PIETRO
Il Vangelo detto "di Pietro" sembra essere uno dei più
antichi manoscritti che la Chiesa definisce apocrifi. Fino al 1886
era conosciuto, come oggi i Vangeli cosiddetti giudeo-cristiani,
solo per le citazioni effettuate dai Padri della Chiesa in alcune
loro opere.
Nel 1886, in Egitto, ad Akhmim, dentro la tomba di un monaco furono
trovate delle pergamene contenenti, fra l'altro, questo testo che
è stato identificato dagli studiosi come il vangelo di Pietro.
Si tratta, probabilmente, di uno scritto composto nel secondo secolo
da una comunità cristiana che potrebbe avere attinto a fonti
giudaico-cristiane.
VANGELO
DI MARIA MADDALENA
Si tratta di uno scritto gnostico che fu rinvenuto nel cosiddetto
Papiro 8502 di Berlino, di cui si hanno notizie dal 1896, ma che
fu pubblicato solo nel 1955. La Maria a cui è attribuito
è Maria Maddalena. Questo scritto attribuisce una importanza
fondamentale alla figura di Maria Maddalena, come discepolo che
Gesù avrebbe anteposto persino ai suoi apostoli maschi.
VANGELO COPTO DI TOMASO
Si tratta di uno scritto gnostico che fu rinvenuto nel 1945 presso
Nag Hammadi, in Egitto. In quell'occasione fu scoperta una intera
collezione di scritti gnostici, in lingua copta, che erano ormai
dati per scomparsi da secoli. Questo testo, le cui origini possono
essere fatte risalire al II secolo, è un complesso di 114
sentenze, introdotte generalmente dalla formula "Gesù
disse". I Vangeli gnostici non hanno l'impostazione biografico-narrativa
tipica dei vangeli cosiddetti canonici. Quest'opera "...si
rivela uno scritto esoterico contente parole che non devono essere
svelate ai profani, la comprensione delle quali è apportatrice
di vita. Ogni detto forma un'unità indipendente e solo raramente
si osserva un piccolo raggruppamento di detti (o loghia) collegati
ad un tema, da parole chiave o da riferimento dell'uno all'altro...
i detti sono per lo più assai brevi e hanno la forma di prescrizioni,
sentenze, aforismi; qualche volta si incontrano brevi conversazioni
con i discepoli, con Simon Pietro, con Maria, con Matteo e Tomaso...
Qualche detto è molto vicino a parole o parabole dei vangeli
canonici..." (Luigi Moraldi, Apocrifi del Nuovo Testamento,
UTET, 1975)
VANGELO DI FILIPPO
Si tratta di uno scritto gnostico che fu rinvenuto nel 1945 presso
Nag Hammadi. Questo testo, le cui origini possono essere fatte risalire
al II° secolo, è un complesso di 127 sentenze contenenti
spesso linguaggi criptici per iniziati
VANGELO DI TOMMASOdi Marcello Craveri
Fra
i testi copti scoperti nel 1945 a Khenoboskion si è subito
rivelato di eccezionale interesse quello contenente il così
detto "Vangelo di Tommaso", di cui si conosceva l'esistenza
soltanto attraverso allusioni e qualche citazione nella letteratura
patristica. Sebbene scarse, tali notizie avevano creato negli studiosi
l'impressione che dovesse trattarsi di un documento assai importante,
e grande era quindi il rammarico di esserne all'oscuro. La scoperta
ha confermato le opinioni che si avevano al riguardo, tanto che
non si è esitato a considerare il Vangelo di Tommaso come
il "quinto Vangelo" ed a ritenerlo degno di essere incorporato
ai sinottici.
Il
primo a prendere conoscenza del manoscritto e a darne traduzione,
con ampio commento, è stato l'archeologo francese Jean Doresse,
ma il suo lavoro presenta ancora numerose imperfezioni, che in gran
parte sono state corrette da studi successivi. In una sua relazione
al Convegno di Lovanio del 1961, Hans Quecke elencava già
un centinaio di lavori riguardanti il Vangelo di Tommaso e questo
numero è ancora notevolmente aumentato dopo tale data.
Il
testo critico del Vangelo, che era accessibile soltanto in una riproduzione
fotografica, è stato approntato dal noto orientalista H.
C. Puech, con la collaboraziovedi altri specialisti, e fornito di
una nuova traduzione che in molti punti discorda da quella del Doresse.
Altre correzioni e integrazioni sono state suggerite in seguito
da diversi studiosi.
Il manoscritto copto di Khenoboskion appartiene al IV secolo, ma
è ormai opinione comune che l'originale debba risalire alla
prima metà del II secolo. Questo fatto colloca il Vangelo
di Tommaso tra i primi documenti cristiani, molto vicino alle date
di composizione dei Vangeli canonici, e solleva la questione delle
reciproche influenze e dell'ambiente religioso di cui esso esprimeva
il pensiero.
Il
Vangelo di Tommaso, infatti (che non ha nulla a che vedere con il
Vangelo dell'infanzia dello Pseudo-Tommaso, con cui veniva confuso
prima della scoperta di Khenoboskion), presenta una serie di oltre
cento logia di Gesù, che in gran parte hanno forma identica
o molto simile a quella di versetti contenuti nei quattro Vangeli
canonici - soprattutto di Matteo e di Luca - o che, pur differenti
nella formulazione, hanno uno stretto rapporto concettuale con passi
neotestamentari. Ma molti di essi, per la loro collocazione o per
l'aggiunta di qualche particolare, risultano differenti nel significato.
Altri hanno una struttura e un significato che ben si accorda con
lo spirito dei testi canonici, ma un contenuto assolutamente nuovo.
Infine, un terzo circa dei paragrafi di cui è composto il
Vangelo non ha alcuna corrispondenza, né come forma né
come contenuto, con i testi canonici. Proprio questi paragrafi costituiscono
l'aspetto più interessante del Vangelo di Tommaso ed anzi
dànno la chiave per una interpretazione diversa, non solo
delle parti che si differenziano dai testi noti, ma spesso anche
di versetti formalmente identici. Essi, infatti, sono tutti chiaramente
ispirati alla dottrina gnostica.
Questa
constatazione propone agli studiosi un grave quesito: ci troviamo
di fronte ad una modificazione, in senso gnostico, del kerygma tramandato
dai Vangeli canonici o ad un'interpretazione gnostica di una fonte
comune, interpretazione contemporanea e indipendente dalla redazione
dei Vangeli canonici? Se il Vangelo di Tommaso come è indubitabilmente
accertato, pur presentando notevoli legami con i canonici, non deriva
da essi, si deve senz'altro supporre una fonte comune, (o una collezione
scritta di detti o una tradizione orale), da cui abbiano preso le
mosse tanto i Vangeli canonici quanto il Vangelo di Tommaso.
A
scagionarlo dalla grave accusa di «eresia» dovrebbe
bastare il fatto che molte affermazioni di esso, ispirate allo gnosticismo,
trovano esatta rispondenza in passi di Giovanni e delle lettere
paoline. La conclusione può essere che, al momento della
primitiva stesura dei Vangeli di Tommaso e di Giovanni e delle lettere
di Paolo, la tendenza all'interpretazione gnostica era ancora perfettamente
legittima, ma che in Giovanni e in Paolo essa è rimasta in
parte soverchiata da altri motivi, mentre in Tommaso essa appare
prevalente, anzi esclusiva.
Difficile da stabilire se la comunità da cui è sorto
il Vangelo di Tommaso fosse quella dei naasseni o dei basilidiani,
per la scarsa conoscenza che abbiamo della vita di questi gruppi.
Piuttosto, la scoperta del Vangelo di Tommaso ha anche permesso
di risolvere il problema di una buona parte dei Papiri di Ossirinco.
Si tratta di un piccolo gruppo di frammenti greci che, scoperti
tra il 1897 e il 1908 a Behnesa, (antica Oxyrhynchus), contengono
passi evangelici assai mutili, di difficile integrazione; ora è
possibile anche la lettura esatta di alcuni di essi, poiché
è risultato che altro non sono se non il testo greco di paragrafi
del Vangelo di Tommaso.
Quanto
alla suddivisione del Vangelo stesso in paragrafi (che non è
data dal testo copto): poiché nella maggior parte dei casi
i Iogia sono introdotti dall'intercalare: « Gesù disse...»,
tanto il Doresse, quanto il Puech e i suoi collaboratori sono partiti
col proposito di dare una numerazione progressiva ogni volta che
si presenta questo intercalare; ma, oltre al fatto che in alcuni
casi sono stati costretti a fare eccezione a questa regola, la loro
suddivisione (diversa l'una dall'altra) non sempre rispetta il senso
compiuto dei vari passi, anzi talvolta trascina gli autori ad accostamenti
arbitrari e quindi ad interpretazioni errate. Io ho preferito invece
separare I paragrafi secondo l'argomento, anche quando non iniziano
con l'intercalare «Gesù disse... » Il Vangelo
mi risulta così composto di 121 paragrafi, mentre il Doresse
ne conta 118 e il Puech 114.
E' vero che, per il suo carattere di collezione di logia, di parabole
e, raramente, di dialoghi tra Gesù e i discepoli, il Vangelo
di Tommaso ha un aspetto assai meno affascinante dei Vangeli canonici,
con la loro cornice narrativa, e appare frammentario e disordinato;
ma in realtà - a parte alcune ripetizioni e riprese - esso
segue una certa linea logica riunendo a gruppi esortazioni alla
gnosi, parabole ed esposizioni dottrinali.
Qualunque sia la disposizione di chi legge ad accettare l'interpretazione
del cristianesimo in chiave gnostica, non si può rimanere
insensibili di fronte al fascino di o un così ardente misticismo.
IL
VANGELO DI GIUDAdi Andrea Nicolotti
Risale
all'aprile del 2006 la pubblicazione di un nuovo vangelo apocrifo,
attribuito all'apostolo Giuda, ritrovato nel deserto dell'Egitto.
I mezzi di comunicazione di massa hanno già dato ampia risonanza
all'avvenimento, solleticando l'interesse del pubblico.
Il
codice all'interno del quale è stato ritrovato il testo del
vangelo di Giuda è denominato Codex Tchacos, dal nome di
Dimaratos Tchacos, il padre di colei che nel 2000 ha acquistato
il codice. Esso contiene, oltre al vangelo di Giuda, una recensione
della Prima Apocalisse di Giacomo e della Lettera di Pietro a Filippo
e alcuni frammenti di un testo provvisoriamente denominato Libro
di Allogene. Il codice risale al 400 d.C. circa.
Il
Codex Tchacos era stato scoperto negli anni '70 presso El Minya,
in Egitto, e di lì fu trasportato prima in Europa e successivamente
negli Stati Uniti. Qui vi rimase per sedici anni, conservato in
una cassetta di sicurezza di una banca di Long Island; il brusco
abbandono del clima desertico che lo aveva preservato per quasi
due millenni ne ha causato un grave e veloce deterioramento, ben
rappresentato da questa immagine:
Acquistato
da Frieda Nussberger-Tchacos nell'aprile del 2000, fu trasportato
nel febbraio del 2001 alla Maecenas Foundation for Ancient Art di
Basilea, in Svizzera, per essere restaurato ed esaminato, in vista
di una sua futura e definitiva collocazione al Museo Copto del Cairo.
A
Basilea il documento è stato sottoposto ad un restauro conservativo,
accompagnato da accurate verifiche. La National Geographic Society
ha finanziato l'opera di restauro e le indagini sul manoscritto:
datazione con il radiocarbonio, analisi dell'inchiostro, indagine
multispettrale, esame paleografico e contenutistico. Una volta arrestato
il processo di deterioramento, ogni frammento è stato ricollocato
al proprio posto. Le pagine del codice così ricomposte sono
state quindi collocate tra due lastre di vetro in modo da permetterne
la definitiva conservazione e l'esposizione. In soli cinque anni
il documento è stato reso pubblico. Sono oggi disponibili
la trascrizione del testo copto e la traduzione inglese di questo
vangelo, sulla base dell'edizione curata dal gruppo di studiosi
capeggiati dall'insigne coptologo Rudolph Kasser (l'ultimo a destra
nell'immagine qui sotto). Un volume contenente la traduzione del
testo (senza originale copto) accompaganta da alcuni saggi di commento
è appena uscito in traduzione italiana: Rodolphe Kasser,
Marvin Meyer, Gregor Wurst, Bart D. Ehrman (a cura di), Il Vangelo
di Giuda, Vercelli, National Geographic Society - White Star, 2006
(18 euro).
L'esistenza del vangelo di Giuda era già nota; Ireneo vescovo
di Lione nel suo trattato Contro le eresie (180 circa) ci informa
che la setta gnostica dei Cainiti "ha prodotto una composizione
da loro chiamata Vangelo di Giuda" (I,31,1). Si sapeva dell'esistenza
di questo testo, dunque, ma fino ad oggi non se ne conosceva il
contenuto.
L'originale fu scritto in greco, ma il codice ce ne restituisce
solamente una traduzione in lingua copta (cioè egiziana).
L'autore di questo Vangelo rimane ignoto, ma non si tratta certamente
dell'apostolo Giuda: nell'antichità era abbastanza diffusa
l'usanza di attribuire i propri scritti all'autorità di un
apostolo, per conferire ad essi una maggiore credibilità.
D'altra parte la provenienza gnostica di questo scritto e il suo
contenuto ci suggeriscono di datare la stesura dell'originale non
più tardi del 180 d.C. (epoca in cui Ireneo già ne
testimonia l'esistenza) ma certamente non prima dell'inizio del
II secolo. Una datazione probabile si aggira verso la metà
del secolo.
Il
contenuto del vangelo conferma le notizie di Ireneo. La setta gnostica
dei Cainiti forniva una diversa interpretazione dell'episodio del
tradimento di Giuda, descrivendolo e spiegandolo come un espediente
che aveva procurato la salvezza dell'umanità.
Due altri scrittori dell'antichità, Epifanio e lo pseudo-Tertulliano,
avevano accennato all'esistenza di due gruppi di Cainiti, entrambi
accomunati dalla positiva considerazione della figura di Giuda ma
divisi sull’interpretazione di quella di Gesù, che
una delle due sette non avrebbe avuto in grande stima. Secondo alcuni
Cainiti il gesto di Giuda sarebbe servito per favorire la redenzione
del genere umano, provocando quella crocifissione che le potenze
malvagie avrebbero voluto ostacolare. Secondo altri, invece, Giuda
sarebbe stato indotto a tradire Gesù dopo essersi accorto
che questi aveva intenzione di pervertire la verità. Se in
un caso la figura di Gesù ne risulta oscurata rispetto alla
tradizione, in entrambi i casi Giuda riveste un luogo positivo e
provvidenziale.
Il
vangelo di Giuda, come altri Vangeli gnostici, parla di una rivelazione
privata sui "misteri del regno" che Giuda avrebbe ricevuto
da Gesù; egli soltanto, non gli altri discepoli.
La figura di Gesù risulta molto evanescente, probabilmente
non del tutto umana; egli proviene, secondo Giuda, dal "regno
immortale di Barbelo" (gnostico eone femminile). Il vangelo
contiene il racconto di una celebrazione eucaristica, una visione
del Tempio e un’interpretazione della generazione umana, il
tutto accompagnato da evidenti accenni alla cosmologia gnostica.
Conclude l’opera il racconto del tradimento di Gesù
da parte di Giuda, che è comunque ormai stato elevato da
Gesù stesso ad una condizione superiore rispetto a quella
degli altri discepoli.
Il
vangelo di Giuda costituisce un'importante testimonianza della dottrina
gnostico-cainita del II secolo. Negli anni a venire gli studiosi
avranno modo di collocare meglio questo documento all'interno di
quanto già si conosce dell'ideologia gnostica[1]. Trattasi
comunque di un documento che non apporta modificazioni alla nostra
conoscenza del Gesù storico: siamo di fronte a elaborazioni
gnostiche, non a una nuova testimonianza storica da paragonarsi
o contrapporsi efficacemente a quella delle fonti tradizionali,
in particolare i quattro vangeli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni.
Gli avvenimenti raccontati in questo vangelo, pertanto, vanno ricondotti
all'ambiente in cui questo vangelo è sorto, come già
è stato fatto con gli altri testi gnostici finora ritrovati
e già da tempo disponibili
Gli Apostoli
Secondo
i racconti dei vangeli sinottici gli apostoli erano dodici:
« Chiamò a sé i suoi
discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede il nome di apostoli
»
* Simone, chiamato
in seguito Cefa, (Pietra)
* Andrea, fratello
di Pietro
* Giacomo, figlio
di Zebedeo
* Giovanni, fratello
di Giacomo, tradizionalmente identificato con l'autore del vangelo
di Giovanni
* Filippo
* Bartolomeo
* Tommaso
* Matteo, tradizionalmente
identificato con l'autore del vangelo di Matteo
* Giacomo il Minore
o Giacomo di Alfeo
* Giuda Taddeo,
il vangelo di Luca riporta al suo posto Giuda di Giacomo
* Simone il Cananeo;
"Simone, chiamato Zelota"
* Giuda Iscariota,
Negli
"Atti degli Apostoli" dopo la morte e l'Ascensione di
Gesù viene nominato apostolo, Mattia,
in sostituzione di Giuda, in modo da ricomporre il numero di dodici
apostoli
Nel testo bibblico emergono grandi lacune nella storia della vita
di gesù. La Chiesa ha scelto i quattro vangeli che la raccontano
nel nuovo testamento, ma ci sono altri vangeli. Altre storie sono
state scritte su di Lui. La Chiesa ha voluto che fossero distrutti
e così è stato. Con l'eccezione di un corpus di opere
rimaste nascoste in Egitto fino ad appena 50 anni fa.
Gli
storici ritengono che questi documenti siano stati originariamente
nascosti da un monaco di un monastero vicino a Nag Hamadi, verso
la fine del quarto secolo. Nello stesso periodo il vescovo di Alessandria
ne ordinò la distruzione.
Si
tratta del Vangelo di Tommaso, del Vangelo della verità e
di quello di Filippo. Un altro frammento è stato chiamato
Vangelo di Maria Maddalena. Sono i "Vangeli gnostici":
significa che coloro che li hanno redatti affermano di avere una
speciale conoscenza che riguarda Gesù. In questi Vangeli
si afferma, tra l'altro, un particolare legame esistente tra Gesù
e Maria Maddalena.
Scoperta
la Tomba di Giacomo il Giusto
L'annuncio della eccezionale scoperta è stato dato a Washington
il 21 ottobre 2002 in una conferenza stampa organizzata dalla
"Biblical Archeology Review".
Un 'urna funebre è stata rinvenuta in Israele e sembra
offrire una traccia materiale dell'esistenza di Gesù di
Nazareth. L' ossario di pietra calcarea che gli archeologi hanno
datato al 63 dopo Cristo riporta una sorprendente iscrizione in
lingua aramaica:
y’
qwb br ywsp ‘hw ywsw’
“
Giacomo, figlio di Giuseppe, fratello di Gesù ”
E'
doveroso ricordare che recentemente l ’Autorità Israeliana
per le Antichità ha dichiarato che l’Iscrizione è
un falso, in quanto sembra risultare che la scritta sia posteriore
all'urna, ciò perchè anche la patina che ricopre il
manufatto sembra essere interessata dall'incisione del testo: sembra
quindi che qualcuno avrebbe inciso l'epigrafe in un secondo tempo
su un manufatto realmente molto più antico.
In ogni caso l'autenticità del reperto era già stata
verificata dai più qualificati esperti del settore tramite
test effettuati sia sulla pietra calcarea dell'ossario che sui residui
di terra e altri elementi in esso rinvenuti. Andrè
Lemaire , professore di Filologia ed Epigrafia ebraica alla Sorbona
di Parigi, infatti spiega : “Ho analizzato
l’ iscrizione e l’ossario e non ho trovato nulla che
potesse farmi pensare ad un falso..".
Le lettere sono state incise con un carattere corsivo usato solo
dal 10 al 70 d.C.”. Tutto ciò avvalora la scoperta
in quanto la morte di Giacomo è datata nell’anno 62
d.C. Per quanto riguarda l’urna, è uguale a quelle
usate dagli ebrei per i riti funebri tra il 20 a.C. e il 70 d. C.
. Si tratta di una scatola in pietra calcarea larga 25 centimetri
, alta 30,5 e lunga 50,5 in cui venivano riposte le ossa del defunto
un anno dopo la sua morte. L’urna di Giacomo è stata
trovata nei pressi del Monte degli Ulivi , una zona ad est di Gerusalemme
in cui si trovano molte antiche tombe ebraiche.
Nessun
manufatto ricollegabile direttamente a Gesù di Nazareth era
stato mai rinvenuto, le testimonianze storiche in nostro possesso
erano fino ad oggi connesse esclusivamente agli scritti evangelici,
questo fattore conferisce all'ossario di Giacomo grande importanza
culturale, a ogni livello, storiografico, cristologico, archeologico,
teologico o religioso in genere.
Lo
strettissimo legame di parentela con Gesù Cristo e l’importanza
di Giacomo, ( Iácobos Minor, detto “...il Giusto, figlio
di Maria e Giuseppe, fratello del Signore il quale si spegnerà
nella morte, ma verrà trovato vivo...”) nell'ambito
della chiesa primitiva sono da decenni oggetto di prolungate controversie
politico-religiose, ciononostante trovano conferma in numerosi documenti...
eccone
alcuni qui di seguito
Giuseppe
Flavio, 'Antichità Giudaiche' XX, 9, 1
"...convocò una sessione del sinedrio e vi fece comparire
quel fratello di Gesù, detto Cristo, che si chiamava Giacomo..."
Paolo Epistola ai Galati I 19 (lettera alle Chiese della Galazia,
controversia sul giudaismo)
"...e non vidi nessun altro degli apostoli; ma solo Giacomo,
il fratello del Signore..."
Marco VI 2-3 "...si mise ad insegnare nella sinagoga. E molti,
udendolo dicevano: non è costui il falegname, il figlio
di Maria, il fratello di
Giacomo... e le sue sorelle non sono qui fra noi?..."
Matteo XIII 55 "...Non è questi il figlio del falegname?
Sua madre non si chiama Maria e i suoi fratelli, Giacomo ...?
E le sue sorelle non sono tutte tra di noi?..."
1Corinzi IX 5 "...non abbiamo noi il diritto di condurre
attorno una moglie, che sia una sorella in fede, come fanno anche
gli altri apostoli, i fratelli del Signore e Cefa?..."
Matteo XXVII 56 "...fra di loro c'era Maria Maddalena. Maria
madre di Giacomo..."
Marco XV 40 "...tra di loro vi erano anche Maria Maddalena,
Maria madre di Giacomo il minore..."
Marco XVI 1 "...passato il sabato, Maria Maddalena e Maria
madre di Giacomo..."
Luca XXIV 10 "...Or quelle che riferirono queste cose agli
apostoli erano Maria Maddalena, Giovanna, Maria madre di Giacomo
e le altre donne..."
un legame molto particolare, evidentemente fraterno, fra Giacomo
e Gesù si evince anche nel loghion 12 del Vangelo di Tommaso
(altro documento ritenuto scottante dalla Chiese Istituzionalizzate)
che riporta:
I discepoli dissero a Gesù: “Sappiamo che ti allontanerai
da noi. Dopo di te chi ci farà da guida?”
Gesù rispose loro: «Giunti a quel punto andrete da
Giacomo, il Giusto, a cui spettano le cose che riguardano il cielo
e la terra» questo brano del Vangelo di Tommaso mostra chiaramente
che nelle volontà di Gesù il primato nell'avvicendamento
spettava al fratello Giacomo e non a Pietro come alcuni, erroneamente,
continuano a credere. Inoltre in numerosi documenti, ivi compresi
il Libro degli Atti e le Epistole di Paolo, Giacomo era a capo
della Chiesa di Gerusalemme.
Ecco
infine ulteriori brevi informazioni sulla figura di Giacomo, il
fratello di Gesù, sulla sua importanza nella primitiva comunità
cristiana e alcuni pareri degli studiosi
Epistola
di Giacomo
A Giacomo il Giusto, fratello del Signore — che ricordo fu
lapidato nel 62, su istigazione del sommo sacerdote Anano II e denominato
"il Minore" per distinzione da Giacomo "il Maggiore",
martirizzato invece nel 44 sotto Erode Agrippa — viene anche
attribuita una Epistola, scritta intorno all'anno 60, la quale si
compone di cinque capitoli.
In essa sono presenti inizialmente esortazioni alla costanza e all'importanza
di accompagnare la fede con le opere e più avanti riflessioni
sulla vera e falsa sapienza, sulla pace, la concordia, nonché
numerosi ammonimenti ai ricchi senza cuore.
in Atti XII 17 nel punto in cui si legge "...riferite
questo a Giacomo..." è chiaro che Pietro sente
il dovere di informare Giacomo per primo della propria scarcerazione,
a riprova della supremazia del fratello di Gesù sulla comunità
cristiana.
Inoltre sempre a proposito di Giacomo, Saulo e Pietro, così
si esprimono gli autori de "La Chiave di Hiram", Robert
Lomas e Christopher Knight:
«...la pretesa avanzata da Paolo di
godere del sostegno di Simone Pietro era soltanto una componente
dell'impalcatura di menzogne che egli andava innalzando, perchè
fu lo stesso Pietro ad ammonire i discepoli contro l'emergere di
un' autorità altra da quella nazorea: "Pertanto siate
assolutamente prudenti verso qualsivoglia maestro, ché solo
si deve prestar fede a chi rechi con sé la raccomandazione
di Giacomo, fratello del Signore, in Gerusalemme".. ..Le
interpretazioni dei manoscritti del Mar Morto attribuite a Robert
Eisenman soccorrono l'ipotesi dell'identità di Paolo con
la "fonte di menzogne" che si scontrò con Giacomo,
il "Maestro di Giustizia".. ..Il manoscritto intitolato
Pesher su Abacuc accenna a un individuo che "fece versare su
Israele acque di menzogna" e "allontana i fedeli dalla
retta via, conducendoli in un deserto senza strada", dove il
gioco di parole costruito sul termine "strada" allude
alla "trasgressione dei termini di confine" della legge.
Noi diamo credito all'ipotesi che individua in Paolo il nemico di
Giacomo. Paolo è il "Menzognero" che pronunciò
il falso riguardo alla propria educazione fariseista, che inventò
la missione di Cristo, che predicò la funzione provvisoria
della Legge e autorizzò l'accesso alla chiesa agli individui
incirconcisi...».
Luigi
Moraldi annota: "...da sottolineare il
rilievo straordinario dato alla persona di Giacomo, uno dei «fratelli
del Signore»..."
Marcello
Craveri così scrive interpretando il loghion 12 del Vangelo
di Tommaso:
"...il passo ricorda le discussioni tra gli apostoli, su chi
di loro fosse da considerare il più grande * [...] La tradizione
di un primato di Giacomo, fratello del Signore Gesù, o almeno
di una sua autorità pari a quella di Pietro, è confermata
dagli Atti, dalle Lettere Paoline, dal Vangelo degli Ebrei, da Gerolamo
(Comm. in Mich. VII 7), da Eusebio (Hist. Eccl. II 3), dai Philosophumena
V 7, e, naturalmente, dai testi gnostici..."
* Marco IX 34 "...ed essi tacquero, perché
per via avevano discusso intorno a chi fra di loro fosse il più
grande..."
Luca IX 46 "...poi cominciarono a discutere su chi di loro
fosse il più grande...."
Luca XXII 24 "...Fra di loro nacque anche una contesa: chi
di essi fosse considerato il più grande..."
Galati II 9 "...Giacomo, Cefa e Giovanni, che sono considerati
i più autorevoli, riconobbero che Dio m'aveva dato quest'incarico
fu cosìdeciso che noi saremmo andati fra i pagani ed essi
fra gli ebrei..."
Galati II 11 "...quando Pietro venne ad Antiochia lo rimproverai
perché aveva torto [...] giunsero quelli che stavano dalla
parte di Giacomo..."
Un
primato assoluto di Pietro è effettivamente discutibile poiché
oltretutto in Marco VIII 33 troviamo: "...Ma
Gesù si voltò e, guardando i suoi discepoli, rimproverò
Pietro dicendo: Vattene via da me, Satana! Tu non hai il senso delle
cose di Dio, ma delle cose degli uomini..." che Matteo
ribadisce in XVI 23 "...egli, voltatosi,
disse a Pietro: Vattene via da me, Satana! Tu mi sei di scandalo,
perché non hai il senso delle cose di Dio, ma delle cose
degli uomini..."
Ponzio
Pilato
Pilato
fu nominato procuratore della provincia della Giudea dall' imperatore
romano Tiberio nel 26 DC. Questo tipo di incarico veniva affidato
a membri della classe equestre, il ceto medio-alto, in contrapposizione
agli aristocratici dell'ordine senatorio. Con tutta probabilità
Pilato si arruolò nell'esercito come tribuno militare, poi
fece carriera e non ancora trentenne tu nominato procuratore.
Quand'era
in uniforme Pilato indossava probabilmente una tunica di cuoio e
una corazza di metallo, ma la sua veste ufficiale era una toga bianca
bordata di porpora. Secondo le usanze dell’ epoca portava
i capelli corti e non avrà avuto la barba. Qualcuno ha ipotizzato
che venisse dalla Spagna, ma il suo nome fa pensare che appartenesse
alla famiglia dei Ponzi, nobili sanniti dell'Italia meridionale.
I
funzionari del rango di Pilato in genere venivano mandati in territori
barbari, e tale era infatti la Giudea agli occhi dei romani. Oltre
a mantenere l'ordine, Pilato era preposto alla riscossione delle
imposte indirette e delle tasse. Dell' amministrazione della giustizia
nelle questioni quotidiane si occupavano i tribunali ebrei, ma i
casi che richiedevano la pena di morte evidentemente venivano sottoposti
all'attenzione del procuratore, che era l'autorità suprema
in campo giudiziario.
Pilato
e sua moglie vivevano a Cesarea, una città portuale, con
un piccolo seguito di scribi, servitori e messaggeri.
Pilato
disponeva di cinque coorti di fanteria di 500-1.000 uomini l' una
nonché di un reggimento di cavalleria, probabilmente costituito
da 500 uomini. Per i suoi soldati era normale mettere a morte i
trasgressori. In tempo di pace le esecuzioni capitali avvenivano
dopo processi sommari, ma in caso di insurrezione i ribelli venivano
messi a morte lì per lì e in massa. Ad esempio, per
domare la rivolta capeggiata da Spartaco i romani giustiziarono
6.000 schiavi. Se in Giudea si profilava un pericolo, in genere
il procuratore si poteva rivolgere al legato imperiale in Siria,
che aveva al suo comando delle legioni. Per buona parte del mandato
di Pilato, però, il legato fu assente; Pilato doveva perciò
porre fine rapidamente ai disordini. I procuratori comunicavano
regolarmente con lImperatore. Nelle questioni che riguardavano l'onore
di quest'ultimo o qualche minaccia all' autorità di Roma
dovevano stilare dei rapporti, in base ai quali l'imperatore decideva
il da farsi. Quando in una provincia succedeva qualcosa, non era
insolito che un procuratore cercasse di far arrivare all'imperatore
la sua versione dei fatti prima che altri potessero presentare le
proprie lamentele. Visto che in Giudea c'era molto fermento, questo
genere di preoccupazioni erano molto concrete per Pilato.
A
parte i Vangeli, le principali fonti di informazione su Pilato sono
gli storici Giuseppe Flavio e Filone. Anche lo storico latino Tacito
afferma che Pilato giustiziò "Christus", da cui
ebbe origine il nome "cristiani".
Giuseppe
Flavio afferma che i procuratori romani precedenti, per rispetto
verso gli scrupoli degli ebrei nei confronti delle immagini, avevano
evitato di portare a Gerusalemme gli stendardi militari con l'effigie
imperiale. Visto che Pilato non aveva usato questa delicatezza,
gli ebrei indignati si precipitarono a Cesarea per protestare. Per
cinque giorni Pilato non fece nulla poi il sesto giorno ordinò
ai soldati di circondare i dimostranti e minacciarli di morte se
non si fossero dispersi. Quando gli ebrei risposero che preferivano
morire piuttosto che veder violata la loro Legge, Pilato cedette
e ordinò di togliere quelle immagini.
Fonti
Evangeliche
Pilato
sapeva anche usare la forza. Stando a Giuseppe Flavio, il procuratore
diede inizio ai lavori per un acquedotto che doveva rifornire d'acqua
Gerusalemme e finanziò questi lavori con fondi provenienti
dal tesoro del tempio. Pilato non confiscò quel denaro, perché
sapeva bene che saccheggiare il tempio era un atto sacrilego e avrebbe
suscitato le ire degli ebrei, inducendoli a chiedere a Tiberio la
sua destituzione.
Sembra
perciò che Pilato potesse contare sulla collaborazione delle
autorità del tempio. I fondi dedicati, detti corbàn,
si potevano utilizzare legittimamente per opere pubbliche per la
città. Ad ogni modo migliaia di ebrei si radunarono per esprimere
il proprio sdegno. Pilato comandò ai soldati di mescolarsi
alla folla con l'ordine di non usare le spade ma di picchiare i
dimostranti con randelli. Probabilmente voleva tenere sotto controllo
la folla senza provocare un massacro. A quanto pare il piano funzionò,
anche se ci furono dei morti. Coloro che dissero a Gesù che
Pilato aveva mescolato il sangue di certi galileì con i loro
sacrifici forse alludevano a questo episodio. - Luca 13:1.
A
rendere Pilato tristemente famoso fu il modo in cui agi quando i
capi sacerdoti e gli anziani degli ebrei accusarono Gesù
di definirsi Re. Udendo che la missione di Gesù era quella
di rendere testimonianza alla verità, Pilato capì
che il prigioniero non rappresentava una minaccia per Roma. "Che
cos'è la verità?", chiese, pensando evidentemente
che la verità fosse un concetto troppo elusivo per dedicarvi
molta attenzione. La sua conclusione? "Non trovo nessun delitto
in quest'uomo". - Giovanni 18: 37, 38; Luca 23:4.
Il
processo a Gesù sarebbe dovuto finire li, ma gli ebrei insistettero
dicendo che sovvertiva la nazione. I capi sacerdoti avevano consegnato
Gesù per invidia, e Pilato lo sapeva. Sapeva anche che liberando
Gesù avrebbe provocato dei disordini, cosa che voleva evitare.
Di disordini ce n'erano stati fin troppi: Barabba e altri erano
in prigione proprio per sedizione e assassinio. Marco 15:7, 10;
Luca 212 Inoltre, precedenti dispute con gli ebrei avevano macchiato
la reputazione di Pilato presso Tiberio, il quale era notoriamente
molto severo con i governatori incapaci. D'altra parte, cedere agli
ebrei sarebbe stato un segno di debolezza. Pilato si trovava davanti
a un dilemma. Quando seppe che Gesù era galileo, Pilato tentò
di passare il caso a Erode Antipa, tetrarca della Galilea. Fallito
questo tentativo, Pilato cercò di fare in modo che la folla
radunata davanti al suo palazzo chiedesse la liberazione di Gesù,
secondo la consuetudine di rimettere in libertà un prigioniero
in occasione della Pasqua. La folla chiese a gran voce la liberazione
di Barabba. - Luca 23:5-19.
Può
darsi che Pilato volesse fare ciò che era giusto, ma voleva
anche tutelarsi e accontentare la folla. Alla fine mise la carriera
al di sopra della coscienza e della giustizia. Si fece portare dell'acqua
e si lavò le mani, dichiarandosi innocente del sangue dell'uomo
che mandava a morte.* Pur essendo convinto che Gesù era innocente,
Pilato lo fece fustigare e permise ai soldati di schernirlo, picchiarlo
e sputargli addosso. - Matteo 27:24-31. Pilato fece un ultimo tentativo
per liberare Gesù, ma la folla gridò che se lo liberava
non era amico di Cesare. Giovanni 19:12
A
questo punto Pilato cedette.
Commentando
la sua decisione, uno studioso ha detto: 'la soluzione era semplice:
mettere a morte quell'uomo. Non ci sarebbe stato altro da perdere
che la vita di un ebreo apparentemente insignificante; era da sciocchi
mettersi nei guai a motivo suo".
L’
ultimo episodio che la storia ci tramanda riguardo a Pilato è
un altro scontro. Giuseppe Flavio scrive che un folto gruppo di
samaritani armati si raccolse sul monte Gherizim sperando di mettere
le mani su certi tesori che secondo loro Mosè vi aveva seppellito.
Pilato intervenne, e i suoi soldati ne uccisero diversi. i samaritani
si lamentarono con l'immediato superiore di Pilato, Lucio Vitellio,
legato di Siria. Non sappiamo se Vitellio ritenesse che Pilato aveva
calcato troppo la mano. Comunque sia, gli ordinò di recarsi
a Roma per rispondere del suo operato all'imperatore. Quando Pilato
arrivò a Roma, però, Tiberio era già morto.
A
questo punto Pìlato esce dalla storia ed entra nella leggenda.
Molti
hanno cercato di fornire particolari che le fonti storiche non menzionano.
C'è chi ha detto che Pilato si converfi al cristianesimo.
La Chiesa Etiopica ne ha fatto un "santo". Fusebio, che
scrisse alla fine del 111 secolo e all'inizio del IV, fu il primo
ad affermare che Pilato, come Giuda Iscariota, mori suicida; dopo
di lui molti sostennero la stessa cosa. Altri sostengono la tesi
di una prosecuzione della carriera militare di Pilato come legato
in Spagna. Ad ogni modo, nessuno può dire con certezza che
ne fu di Pilato.
Pilato
rimase in carica dieci anni, molto più della maggioranza
dei procuratori della Giudea. Dal punto di vista di Roma, si può
supporre, Pilato fu un uomo capace.
Il
DISCORSO DELLA MONTAGNA o DELLE BEATITUDINI
tratto da Josef Blank
Quando
si parla del Discorso della Montagna in un senso
più ampio e si intende l'intera "etica di Gesù".
In questo senso è considerato il compendio del peculiare
contenuto etico del messaggio di Gesù.
L'espressione
"Discorso della Montagna"
indica quei testi che si trovano nel Vangelo di Matteo
al quinto, sesto e settimo capitolo e che cominciano nella maniera
seguente: "Vedendo le folle, Gesù
sali sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi
discepoli. Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo...".
A ciò seguono immediatamente le otto beatitudini. Sulla base
di questa introduzione si è dato all'intera composizione
il nome di "Discorso della Montagna".
Il
COLLE DELLE BEATITUDINI oggi, con il Lago di TIBERIADE
sullo sfondo
Per
farci un'idea più chiara di questo testo, dobbiamo considerare
più da vicino il suo specifico carattere letterario. Se si
prende in mano il Nuovo Testamento e si legge il testo del Vangelo
di Matteo, si può subito notare che, per quanto riguarda
il Discorso della Montagna, non si tratta di una predica o di un
discorso continuo, bensì di un testo composto di innumerevoli
scritti più brevi. Il che diventa ancora più evidente
se si consulta un'edizione sinottica dei Vangeli e si confronta
il testo di Matteo con quello di Marco o di Luca. Perciò,
si considera il Discorso della Montagna una collezione di altri
discorsi.
La
stesura
del Discorso della Montagna, quale si presenta nella sua redazione
definitiva, è opera dell'evangelista Matteo; non si tratta
quindi di un discorso che Gesù avrebbe tenuto cosi come lo
conosciamo adesso. Allora, nel Discorso della Montagna non abbiamo
a che fare direttamente con l’"etica di Gesù",
ma con un compendio abbastanza sistematico degli insegnamenti etici
di Gesù, collegato a tutta una serie di aggiunte ulteriori
dovute alla comunità o all'evangelista stesso. Sicuramente,
Matteo ha utilizzato testi della tradizione che dovevano originariamente
risalire a Gesù stesso.
Ma
per quale scopo Matteo ha redatto questa versione del discorso?
L'evangelista
Matteo appartiene senza dubbio alle grandi figure dei maestri della
Chiesa primitiva. Ha una capacità considerevole di riassumere
in maniera chiara e semplice il materiale che gli era stato tramandato
e di elaborarlo didatticamente per la sua cerchia di discepoli.
Gli interessava soprattutto comunicare l'"insegnamento di Gesù"
agli uomini che volevano diventare ed essere discepoli di Gesù.
Come è noto, la conclusione del Vangelo di Matteo suona:
"Andate dunque e ammaestrate tutte le
nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito
Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato.
Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo"
(Mt 28, 19-20). Queste parole conclusive del Gesù
risorto contengono anche il programma teologico del Vangelo di Matteo.
Si tratta di far diventare possibilmente "tutte le nazioni"
seguaci di Gesù, soprattutto trasmettendo ai nuovi discepoli
gli insegnamenti e le massime di Gesù, oltre al battesimo.
Il Vangelo di Matteo è nato probabilmente in una cerchia
di persone, in una comunità o in un gruppo in cui si era
interessati ad un insegnamento regolare, a lezioni sistematiche.
Per questo tipo di insegnamento protocristiano ci si poteva attenere
al modello delle scuole ebraiche degli scribi. Perciò, non
a torto l'evangelista Matteo è stato detto un "Rabbi
cristiano". Ma in queste lezioni non si trattava solo di un
apprendimento puramente teoretico, di una mera trasmissione del
sapere, bensì si trattava al tempo stesso di mettere in pratica
insieme ciò che si aveva appena ascoltato. Secondo la concezione
giudaica e protocristiana, l'ascoltare e il mettere in pratica erano
inscindibilmente connessi.
Il
Discorso della Montagna serve appunto a questo scopo. È,
per così dire, una sorta di "scuola di base" per
i discepoli di Gesù, un'esercitazione elementare che introduce
al cristianesimo, per come lo intende l'evangelista Matteo. Oltre
a ciò, questo evangelista teneva molto ad un "cristianesimo
pratico dell'azione". Questo non significa che non
tenesse anche alla professione di fede in Gesù Cristo, al
"dogma cristologico". In lui si trova la famosa professione
di fede di Pietro: "Tu sei il Cristo,
il Figlio del Dio vivente" (Mt 16, 16). Ma a questa
professione di fede cristiana deve aggiungersi incondizionatamente
la messa in pratica degli insegnamenti di Gesù; solo la professione
di fede non basta. Una fede che non si manifesti e dimostri in opere
è per Matteo una fede molto insufficiente, che non basta
affatto per dirsi cristiani. In Matteo, l'accento decisivo è
posto sulla "prassi di Gesù";
in questo si mostra la forte influenza dell'eredità ebraica.
Si
deve considerare ancora un altro punto. Nel Vangelo di Luca
(Lc 6, 20-49) si trova un testo, il cosiddetto Discorso
del Campo, che si può confrontare molto bene con
il Discorso della Montagna. Se li si analizza, risulta che il Discorso
della Montagna di Matteo e il Discorso del Campo di Luca hanno molti
passi in comune. Entrambi i discorsi cominciano con le beatitudini;
entrambi contengono una parte abbastanza lunga sull'amore per il
nemico; a questo segue nei due testi il divieto di giudicare gli
altri; e poi la metafora dell'albero buono che dà buoni frutti.
Entrambi i discorsi terminano con la metafora della giusta costruzione
di una casa. Da questi elementi comuni si deduce che il Discorso
della Montagna e il Discorso del Campo risalgono ad una tradizione
e ad una fonte comuni che si può considerare la fonte dei
due discorsi, visto che si tratta probabilmente di una raccolta
molto antica di parole di Gesù. Tutto il testo del Discorso
del Campo di Luca si trova anche in Matteo e per di più nello
stesso ordine. Solo, Matteo ha distanziato questi testi tra di loro
ed ha inserito molti altri passi negli spazi intermedi così
ottenuti. Attraverso questo procedimento letterario, Matteo è
riuscito a trasmettere un'immagine insolitamente efficace degli
"insegnamenti etici di Gesù", il cui fascino è
rimasto inalterato fino ad oggi.
Come
si deve intendere il Discorso della Montagna, che cosa significa?
Questo è il problema più complicato posto dal Discorso
della Montagna, e la sua soluzione è ancora oggi controversa.
Non deve meravigliare che ci siano diverse interpretazioni sia nella
valutazione delle singole parti che nella comprensione dell'intero
Discorso della Montagna. Del resto, questo è connesso alla
particolarità di questi testi che non intendono presentare
né semplici ricette di comportamento, né un "sistema
etico" completo e naturalmente nemmeno un programma politico
diretto. Ma questo non significa che in questi testi si tratti solo
di un determinato modo di pensare e non anche di una prassi concreta.
Alcune
interpretazioni tratte dalla tradizione cristiana ci aiuteranno
a vedere più chiaramente il problema.
Secondo
la versione più antica, e cioè quella dello stesso
Vangelo di Matteo, si tratta di insegnamenti che riguardano tutti
coloro che vogliono essere veri discepoli di Gesù, e cioè
tutti i cristiani. In fondo, gli insegnamenti del Discorso della
Montagna valgono per tutti. Certamente, già in Matteo si
trova il problema che la prassi umana rimane in gran lunga indietro
rispetto alla radicalità e all'incondizionatezza delle richieste
di Gesù. È palese questa tensione tra la sfida radicale
del Discorso della Montagna da una parte e la limitatezza ed insufficienza
umana dall'altra, che si rivelano nella messa in pratica di quella
sfida; ma questo non è un motivo per temperare la richiesta
o per rinunciare alla sua realizzazione nel mondo. Si chiarisce
piuttosto che l'agire cristiano si muove proprio in questo campo
di tensione, da cui trae anche la sua dinamica peculiare.
Anche
la Chiesa antica ha ritenuto in generale che gli insegnamenti del
Discorso della Montagna valessero per tutti i cristiani. Eppure,
con l'aumento del numero di questi si diffuse relativamente presto
l'opinione che la 'provocazione' radicale del Discorso della Montagna
valesse solo per i 'perfetti', per gli asceti ed i monaci, mentre
al cristiano medio potevano bastare i dieci comandamenti del Vecchio
Testamento. Così, si giunse alla distinzione tra i 'comandamenti',
praecepta, che valgono senza eccezione per tutti i cristiani, ed
i 'consigli evangelici', conszlia, che erano in questione solo per
i cristiani che avessero la nobile esigenza di perfezionare se stessi.
Questa distinzione tra i comandamenti per i cristiani medi e le
alte richieste fatte ai monaci era la concezione cattolica tradizionale
nel Medioevo, rimasta tale fino agli inizi del nostro secolo. Si
può dire che questa concezione corrispondeva ad un realismo
pastorale che teneva ampiamente conto della situazione effettiva
della società cristiana e della natura umana. Del resto,
il rovescio della medaglia è che, attraverso questa ripartizione,
la messa in pratica del Discorso della Montagna è stata più
o meno rimessa alla devozione privata, ai monaci e ai conventi,
mentre si è ampiamente rinunciato ad una cristallizzazione
del mondo, il che ha degli effetti negativi ancora oggi. Certamente
non si può negare che ci siano stati in ogni tempo cristiani
che hanno voluto vivere secondo gli insegnamenti del Discorso della
Montagna; una delle testimonianze più considerevoli in proposito
è il Movimento Francescano, con la sua grande diffusione.
Tuttavia, valeva come regola generale che il "laico",
il cristiano medio, non avesse bisogno di mettere in pratica il
Discorso della Montagna, con la conseguenza che fino al ventesimo
secolo la voce "Discorso della Montagna" restò
ampiamente sconosciuta nella teologia morale cattolica.
La
soluzione di Martin Lutero è strettamente connessa con la
cosiddetta dottrina dei due regni. Per Lutero e per i riformatori,
il Discorso della Montagna vale in linea di principio per tutti
i cristiani, ma soltanto, o soprattutto, in quanto riguarda il comportamento
personale e fintantoché non comporta alcun danno per il prossimo.
Il singolo cristiano è messo alla prova dagli insegnamenti
di Gesù nel suo comportamento personale; ma non può
mettere in pratica i suoi precetti semplicemente a spese del prossimo;
I'amore del prossimo può rendere necessario un altro tipo
di comportamento. Soprattutto per quanto riguarda faccende pubbliche,
nello Stato e nella società, anche il cristiano deve opporre
resistenza al male e non si può semplicemente tirare indietro
sulla base del rifiuto della violenza presente nel Discorso della
Montagna. Perciò, secondo Lutero si deve distinguere tra
il "cristiano" e il "cittadino del mondo".
Esiste
infine una terza risposta radicale che emerge prevalentemente in
gruppi cristiani radicali, nei cosiddetti "eretici". In
questo caso, si tratta di mettere in pratica la 'provocazione' del
Discorso della Montagna senza limitazioni né tagli, di farlo
valere anche nell'ambito sociale e politico, di farlo diventare
diritto vigente. Gli esempi più noti di questa posizione
sono Tommaso Muntzer e gli anabattisti al tempo della Riforma ;
oggi potrebbero essere i quaccheri e alcune altre sette. Il pericolo
che si corre consiste nel fatto che questa comprensione 'statutaria'
del Discorso della Montagna può capovolgersi in un falso
radicalismo che contraddice profondamente il radicalismo peculiare
del Discorso della Montagna, che è in fondo un radicalismo
dell'amore e della libertà.
La
situazione presente è caratterizzata da una nuova stringente
discussione sul messaggio e sull'ambito di validità del Discorso
della Montagna. Si è chiarita una cosa: non si può
comprendere il Discorso della Montagna nel suo insieme né
nei suoi dettagli se non si richiama il quadro completo e lo sfondo
dell'annuncio di Gesú. Ma questa cornice generale è
l'annuncio che fa Gesú della prossima venuta del Regno di
Dio, la buona novella che esso è vicino. Con ciò entra
in gioco lo specifico messaggio di salvezza di Gesú e la
connessa comprensione della fede e della salvezza, e cioè
che si tratta di agire e vivere a partire dalla incondizionata volontà
di salvezza di Dio, a partire dalla certezza di una salvezza che
proviene dall'amore di un Dio che libera. La formulazione programmatica:
"Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino:
convertitevi e credete al vangelo" (Mc 1, 15) è anche
la premessa fondamentale per la comprensione e la messa in pratica
del Discorso della Montagna. Il movimento di conversione, espiazione
e fede, questa trasformazione radicale dell'uomo, del suo pensare
ed agire, si articola negli insegnamenti del Discorso della Montagna;
e viceversa, la prassi etica del Discorso della Montagna è
sempre in qualche modo connessa con la conversione e la fede. Perciò,
nella sua impostazione di fondo, il Discorso della Montagna non
è "legge" ma "evangelo"; non è
semplicemente comandamento apodittico ma dono, grazia, nuova possibilità
di vita, vita nella certezza salvifica della salvezza e nel compimento
dell'uomo. A questo punto, anche la nozione di un'"etica di
Gesú" diventa problematica. Se per etica si intende
il complesso dei doveri umani sotto il segno di un imperativo categorico,
allora in base a questo modello si potrebbe a malapena considerare
il Discorso della Montagna come un'"etica". E questo perché
nel Discorso della Montagna non c'è un "tu devi"
all'inizio, ma una promessa, un impegno, le "beatitudini"
appunto. Passiamo ora a queste.
Sia
il Discorso del Campo di Luca che il Discorso della Montagna di
Matteo cominciano con una serie di versetti che si indicano come
beatitudini a causa del ripetersi della formula introduttiva "beati...".
La
versione di Luca è piú corta ed è
formulata nello stile del discorso diretto (Lc 6, 20-23):
"Alzati gli occhi verso i suoi discepoli, Gesú diceva:
Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati
Beati voi che ora piangete, perché riderete.
Beati voi quando gli uomini vi odieranno
e quando vi metteranno al bando e v'insulteranno
e respingeranno il vostro nome come scellerato, a causa del Figlio
dell'uomo.
Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco,
la vostra ricompensa è grande nei cieli.
Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i profeti".
In
Luca, alle beatitudini, e quasi in opposizione
ad esse, seguono le condanne (Lc 6, 24-26):
"Ma guai a voi, ricchi, perché
avete già la vostra consolazione.
Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame.
Guai a voi che ora ridete, perché sarete afflitti e piangerete.
Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi
Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i falsi profeti".
Mentre la forma delle beatitudini di Luca sembra piú diretta
ed originaria rispetto alla forma di Matteo, le condanne in Luca
non dovrebbero essere originali ma dovrebbero risalire all'evangelista
di Luca.
La
versione di Matteo delle beatitudini (Mt 5, 3-12),
che normalmente viene citata, ha al contrario un effetto piú
solenne e maestoso Inoltre, contiene quattro beatitudini in piú:
"Beati i poveri in spirito, perché
di essi è il regno dei cieli.
Beati gli afflitti, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché erediteranno la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché
saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli
di Dio.
Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché
di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno
e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa
mia.
Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra
ricompensa nei cieli.
Cosí infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi".
Si è spesso riflettuto recentemente se la traduzione "beati"
sia ancora adeguata all'uso linguistico odierno. L'ormai invecchiata
tradizione unitaria aveva così reso il termine greco makàrios,
"beato": "Felici quelli che
sono poveri davanti a Dio... (wobl denen)". Oppure,
la "Buona Novella": "Si rallegrino
tutti coloro che stanno davanti a Dio a mani vuote... (Freuen
durfen sich alle)".
Ma
basta ascoltare attentamente per accorgersi che queste innovazioni
non raggiungono nemmeno da lontano la piena risonanza della parola
"beati", con il suo voler significare una beatitudine
piena ed insuperabile. Inoltre, anche la "beatitudine"
appartiene ad un particolare genere letterario che si trova soprattutto
nella letteratura sapienziale e nei testi apocalittici. Si vedano
in proposito due esempi.
Nel
salmo 1 si dice:
"Beato l'uomo che non segue il consiglio
degli empi, non indugia nella via dei peccatori e non siede in
compagnia degli stolti;
ma si compiace della legge del Signore, la sua legge medita giorno
e notte".
Qui, si dice beato l'uomo religioso che dedica tutta la sua vita
allo studio della torah e alla sua messa in pratica.
E
nei cosiddetti Salmi di Salomone (17,44) scritti
nel primo secolo avanti Cristo, si dice:
"Beato chi vivrà in quei giorni
e potrà vedere la salvezza d'Israele
nell'unità delle tribù, quale sarà operata
da Dio!".
In questo caso, si dicono beati gli ebrei religiosi che saranno
testimoni della salvezza messianica finale.
La
differenza decisiva delle beatitudini del Discorso della Montagna
risiede soprattutto nel fatto che Gesú promette da subito
a certi uomini la salvezza finale del Regno di Dio, e quindi la
pienezza salvifica dell'amore di Dio in tutta la sua potenza. Soprattutto
Nietzsche ha sentito in modo particolarmente intenso che cosa accade
qui, allorché dice:
"Sono
stati gli ebrei, e Gesú era uno di loro, ad aver osato
capovolgere con una conseguenza terrificante lo schema aristocratico
dei valori buono = nobile = potente = bello = felice =
amato da Dio e ad aver difeso con i denti dell'odio piú
abissale... che solo i miseri sono buoni, i poveri, gli
impotenti; gli umili soltanto sono buoni; i sofferenti, gli sfruttati,
i malati, i deformi sono i soli religiosi, i soli fedeli; per
loro soltanto c'è beatitudine, "
È
chiaro che Nietzsche pensa qui soprattutto al Discorso della Montagna,
al qui proposto "capovolgimento dei valori"; qui ha luogo
la vera e propria "rivolta degli schiavi nella morale".
Le beatitudini hanno il carattere di una violenta 'provocazione';
e se non lo cogliamo piú è solo perché l'abitudine
o l'indifferenza ci hanno intorpidito.
Le
prime tre di queste beatitudini risalgono certamente a Gesú
stesso (secondo Luca).
Al
primo posto, la beatitudine dei "poveri". A questi poveri,
viene incondizionatamente promessa la salvezza del Regno di Dio,
la salvezza in tutta la sua inesauribile pienezza. Ma chi sono questi
poveri, o, come dice Matteo, questi "poveri in spirito"?
Naturalmente, non si intendono gli stupidi, anche se certo essi
non sono neanche da escludere.
Nella
tradizione ebraica vetero-testamentaria, il concetto "i poveri"
ha sia una componente sociale che una componente religiosa, non
si può sottovalutare nessuno dei due aspetti. "I poveri"
sono quindi veramente i nullatenenti, la gente che non possiede
nulla, quelli che vivono alla giornata, quelli che per la loro miseria
sociale appartengono alla classe dei subordinati, degli oppressi,
degli impotenti. Questi poveri sono però anche i privi di
diritti, quelli che nessuno aiuta, che possono fare affidamento
solo su Dio; quelli che sono piú coscienti di dipendere da
Dio. Secondo l'insegnamento dei profeti e dei salmi, è Dio
stesso che si prende particolarmente cura proprio di questi poveri.
A loro, va la particolare premura di Dio; a loro, Dio dona tutta
la salvezza. Mentre in Luca è posto piú fortemente
in risalto l'accento sociale della povertà, Matteo sottolinea
piuttosto l'accento religioso con l'espressione "i poveri in
spirito", perciò la traduzione unitaria dice: "Beati
quelli che sono poveri davanti a Dio". Di nuovo, ciò
non può far dimenticare il riferimento sociale.
Alcune
altre beatitudini si trovano solo in Matteo.
I
"miti" sono probabilmente i non violenti
che rinunciano a voler instaurare il Regno di Dio con la violenza,
a differenza dei ribelli zeloti e dei rivoluzionari di ogni sorta.
I
"misericordiosi" sono gli uomini che
hanno pietà e sanno perdonare, i generosi.
I
"puri di cuore" sono gli uomini trasparenti,
onesti, leali, che non conoscono né inganno, ne ipocrisia,
né menzogna.
Gli
"operatori di pace" sono persone che
si impegnano attivamente per la pace, che risolvono i conflitti
e promuovono la riconciliazione.
La
serie si chiude in Luca e in Matteo con la beatificazione dei perseguitati
ingiustamente, e allora entrambi gli evangelisti pensano soprattutto
ai discepoli di Gesú perseguitati nel loro tempo. Ma ciò
non esclude che si possa pensare, in questo caso, a tutti coloro
che sono oppressi ingiustamente da un qualsiasi regime.
Per
queste ultime beatitudini di cui si è parlato, occorre dire
che esprimono intenzioni che stavano particolarmente a cuore all'evangelista
Matteo. Costituiscono una sorta di parentesi rispetto all'intero
Vangelo di Matteo. Mentre le prime tre beatitudini pongono l'accento
soprattutto su particolari atteggiamenti di fondo, le altre beatitudini
aggiunte da Matteo sottolineano piuttosto le virtù attive
e il tipo di condotta del cristiano. Per Matteo, entram6i i lati
sono importanti: la grazia e la promessa divina, ma anche il comportamento
umano che da queste scaturisce, la nuova prassi dei discepoli di
Gesú.
Resta
sempre il compito di vedere e stabilire l'intrinseca connessione
tra intenzione ed azione; evidentemente, un'interpretazione puramente
privatistica del Discorso della Montagna non è sufficiente.
Del resto, per la messa in pratica del Discorso della Montagna non
ci sono neanche limiti esterni. Una fede viva si sforzerà
sempre di agire secondo l'insegnamento di Gesú, per quanto
sarà in grado di farlo, in tutte le sfere della vita, e comunque
a partire da un radicalismo dell'amore e della libertà connesso
ad una saggia ragion pratica.