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Cronologia della Vita di Gesù

Ricostruzione schematica della cronologia dei principali eventi della vita di Gesù, basata sugli studi dei Vangeli e Atti degli apostoli

  • Tra il 7 el' 1 a.C. Nascita di Gesù nella grotta di Betlemme tenendo conto della tesi ebraica che ritarda la morte di Erode all'1 c.C.

ANNO 28°

  • marzo Giovanni Battista, figlio di Elisabetta, sorella di Maria, battezza Gesù a Betania, in Perea, oltre il Giordano.
  • marzo - aprile Gesù digiuna per quaranta giorni nel deserto
  • inizio aprile Al ritorno recluta a Betania i primi discepoli nella cerchia di Giovanni Battista. Fa con loro il viaggio a Cana, poi a Cafarnao. Più tardi accompagna la famiglia a Nazareth.
  • 28 aprile - 5 maggio Prima pasqua a Gerusalemme. Incontro con Nicodemo.
  • maggio Attività battesimale in Giudea
  • inizio giugno Arresto di Giovanni Battista. Gesù si reca in Galilea attraverso la Samaria al tempo della mietitura. Comincia il suo ministero organico in Galilea a partire da Cafarnao.

ANNO 29°

  • aprile Prima moltiplicazione dei pani, poco prima di Pasqua.
    settembre?
    Festa, forse, di Rosh Hashsnah.
    13 - 20 ottobre
    Gesù è a Gerusalemme per la festa delle Capanne. La sua famiglia è partita verso il 10 ottobre e Gesù la raggiunge a metà della festività.
    ottobre - novembre
    Ritorno, probabile, il Galilea da cui riparte in dicembre.
    21 - 28 dicembre
    Gesù è a Gerusalemme per la festa della Dedicazione. Fugge sotto la minaccia di venire lapidato.
    28 dicembre soggiorno a Betania in perea, oltre il fiume Giordano.

ANNO 30°

  • metà marzo Gesù resuscita Lazzaro. Aumentano le minacce contro di lui. Parte per Efraim, città a 22 chilometri a nord di Gerusalemme e ridiscende verso la capitale passando per Gerico.
    venerdì 30 marzo Gesù si reca a Betania dove viene invitato, per l'indomani, da Simone il fariseo.
    sabato 1 aprile Unzione a Betania, (sei giorni prima di Pasqua).
    domenica 2 aprile Trionfale ingresso a Gerusalemme con corteo messianico delle palme. Gesù viene acclamato dal popolo. Secondo le cronache Romane, anche a causa della festività Pasquale, erano ad acclamarlo "...decine di migliaia di persone..."; và considerato che Gerusalemme contava abitualmente non più di 20.000 abitanti e tutta la Palestina ne contava circa due milioni.
    giovedì 6 aprile Gesù celebra la Pasqua e istituisce l'Eucarestia. Dopo la cena viene arrestato nell'orto dei Getsemani e il suo processo ha inizio presso l'ex-sommo sacerdote Hanna, che sembra farne l'istruttoria.
    venerdì 7 aprile Al mattino condanna di Caifa davanti al Sinedrio riunito. Poi, verso mezzogiorno, condanna di Pilato. Morte di Gesù verso le 15,00. La sepoltura, negoziata con Pilato, viene portata a termine in fretta, entro le ore 18,00. I sommi sacerdoti iniziano la celebrazione della Pasqua.
    domenica 9 aprile Risurrezione di Gesù all'alba. Prime apparizioni alle sante donne, a Pietro, ai discepoli di Emmaus, poi ai dieci apostoli, (Tommaso è assente).
    domenica 16 aprile Seconda apparizione agli apostoli, Tommaso compreso.
    lunedì 17 aprile Partenza degli apostoli per la Galilea, dove hanno luogo altre apparizioni.
    18 maggio Ascensione
    28 maggio Festa della Pentecoste: lo Spirito Santo inviato dal Cristo fa nascere la Chiesa in seno alla comunità dei centoventi cristiani riuniti insieme ai dodici ed alla Vergine Maria.
    30 maggio Cominciano i primi battesimi ad opera dei discepoli

La Palestina e Gerusalemme al tempo di Gesù

Un paese grande come la Bretagna, ma di enorme importanza storica, umana, culturale. Gesù non ha voluto oltrepassarne i confini, tranne che per l'esilio in Egitto, (secondo Matteo 2,15), ed una breve incursione a nord, in Sirio-Fenicia. La cartina mostra i luoghi frquentati da Gesù secondo i Vangeli. Tra la Giudea e la Galilea si trova la Samaria Scismatica, in cui Gesù fece una significativa trasferta ecumenica.


In Galilea Gesù compì il suo ministero principale e quì avvennero la maggior parte delle manifestazioni divine. Questo ministero non battesimale gravitava principalmente intorno al lago di Genezaret, detto anche mare di Galilea e aveva la sua base nella casa di Simon Pietro a Cafarnao, nella quale Gesù si era stabilito fino dal suo primo viaggio con i discepoli


Nei dintorni di Gerusalemme sono nati Giovanni Battista, (Ain-Karim), e Gesù, (Betlemme). Dopo aver ricevuto il Battesimo Gesù inizia il suo ministero battesimale in Giudea verso la Pasqua dell'anno 28 e prosegue fino all'arresto del Battista, forse in autunno. Ritornerà a Gerusalemme più volte per le feste e nella Pasqua della sua morte


Questo grande centro politico e religioso, situato a 735 metri di altezza, parla per voce del suo Tempio, dei suoi palazzi e dei suoi bastioni. Una Capitale che attira, unico luogo di culto di una Nazione soprovvissuta alla distruzione politica. I tre grandi pellegrinaggi annuali, soprattutto quello della Pasqua, quadruplicavano la popolazione richiamando una folla di oltre centomila persone che si accampava in tutti gli spazi disponibili. Gerusalemme esercitò una grande attrazione dal punto di vista umano anche su Gesù. che la conobbe e l'amò fin da bambino, fin dal suo primo pellegrinaggio, (Luca 2,41-52). Secondo il Vangelo di Giovanni, Gesù, durante il suo ministero, vi tornò per cinque volte. Questo luogo di culto era gestito con cura e rigore da un'amministrazione zelante e colta, ma soggetta alla politica e sospettosa, che si riterrà in obbligo di eliminare Gesù. Eppure Gesù amava la capitale; pianse sulla città e rilasciò un giudizio severo: "Gerusalemme che uccide i profeti".

Il Tempio di Gerusalemme all'epoca di Gesù, visto arrivando da Betania


Appellativi di Gesù

Poiché nell'antica cultura ebraica non si usava il cognome, per identificare univocamente una persona occorreva far seguire al suo nome un appellativo. Gesù viene spesso indicato nei Vangeli e negli altri testi con i seguenti appellativi:

GESU' CRISTO è il nome normalmente usato anche oggi dai cristiani. Cristo (Christós) è la traduzione greca dell'ebraico Messia (Mashìach). Ll Messia era un inviato di Dio che gli ebrei dell'epoca attendevano, il quale avrebbe liberato il popolo di Israele e ristabilito la legge di Dio. Letteralmente la parola significa "unto", con riferimento all'unzione che nel tempo dell'Antico Testamento si faceva ai re e ai sacerdoti.

GESU' IL NAZZARENO secondo l'interpretazione più diffusa (riportata anche da Matteo, 2,23) "Nazareno" significava "di Nazareth", la cittadina dove, secondo i Vangeli, Gesù visse la sua infanzia e giovinezza; è menzionata esplicitamente per un totale di undici volte. Alcuni studiosi non accettano questa interpretazione, ritenendo che Nazareth non esistesse o esistesse con un altro nome all'epoca, ed avanzano l'ipotesi che Gesù abitasse a Gamala, cittadina dell'attuale Golan che ha molti elementi corrispondenti alle descrizioni della Nazareth evangelica. Esistono tuttavia alcune evidenze archeologiche dell'esistenza di Nazareth nel I secolo.

MAESTRO Secondo una teoria, "Nazareno" è il titolo corrispondente al livello di Maestro presente all'interno della comunità degli Esseni. Tale teoria si basa sullo studio dei rotoli del Mar Morto, ritrovati presso Qumran nel 1946.

NAZIREO Secondo un'altra teoria, "Nazareno" potrebbe significare nazireo, cioè colui che ha fatto un particolare tipo di voto: tra l'altro il nazireo - contrariamente all'uso delle comunità ebraiche del tempo - si lasciava crescere i capelli e la barba, il che corrisponde all'immagine tradizionale di Gesù. D'altro canto, le testimonianze sulla vita di Gesù non sempre si adattano al comportamento di un nazireo (ad esempio il bere vino non gli sarebbe stato consentito).

RABBI . All'epoca in cui visse Gesù Rabbi, (maestro; contrazione dell'attuale Rabbino), molte sette si presentavano sulla scena politica e religiosa della palestina. I loro ispiratori e capi venivano definiti Rabbi.

Figlio di Giuseppe "Gesù figlio di Giuseppe", in ragione di colui che era, "come si credeva" (Luca 3,23), suo padre.

Figlio di Davide "Gesù figlio di Davide", in ragione della sua discendenza (tramite Giuseppe) dalla stirpe del grande re di Israele. Un elenco dei presunti antenati di Gesù è riportato all'inizio del vangelo di Matteo 1:1-17.

Figlio dell'Uomo: quì inteso nel senso escatologico, (dell’escatologia; relativo alla fine dell’uomo e del mondo). Gesù nei vangeli non chiama mai se stesso Messia, ma indica se stesso con l'appellativo di «Figlio dell'Uomo». Poiché la comunità primitiva non usò mai questo titolo per indicare Gesù, è certo che l'espressione è tipicamente gesuana. Il problema è che cosa significasse.

I commentatori fanno riferimento a Daniele 7,13-14. Ma dal libro di Daniele non si ricava molto per capire come Gesù interpretasse se stesso. Nel libro di Daniele la figura del Figlio dell'Uomo è manifestamente un simbolo che sta ad indicare il popolo di Israele, il popolo dei santi di Dio (Dn 7,27). Ma per Gesù il termine non è una metafora per indicare Israele, è un titolo o qualcosa del genere che egli applica a se stesso. La maggior parte dei critici ha sempre cercato di capire il valore del termine deducendolo dal contesto stesso dei vangeli e arrivando a una delle conclusioni seguenti: Gesù chiama se stesso Figlio dell'Uomo per una sorta di umiltà (cf. Bonsirven1 e Lagrange). Altri ci ha visto un'assolutizzazione dell'uso che fece di questo termine Ezechiele (Procksch). Altri (Vermes) hanno cercato di spiegare il termine come una forma dialettale giudaica che vorrebbe dire soltanto «io». Altri ancora hanno cercato addirittura nella letteratura greca - il Poimandres - (Dodd). E fa stupore che un'opera seria come quella recente di Conzelmann nelle pagine dedicate al Figlio dell'Uomo non menzioni nemmeno il Libro delle Parabole. Qualcuno (Mowinckel) ha intuito che l'opera fondamentale da tenere presente per capire che cosa significasse l’espressione «Figlio dell'Uomo» è il Libro delle Parabole, ma resta piuttosto isolato. Ora il Libro delle Parabole è datato con sicurezza a circa l'anno 30 a.C. e vi appare una figura chiamata Figlio dell'Uomo che ha le seguenti caratteristiche: è una persona, non una collettività; ha natura superumana, perché è creato prima del tempo e vive tuttora; conosce tutti i segreti della Legge e perciò ha il compito di celebrare il Grande Giudizio alla fine dei tempi.

Questa figura dotata delle funzioni di giudice escatologico doveva essere ben nota alla gente, perché nessuno domanda mai a Gesù che cosa mai sia questo Figlio dell'Uomo. Alla luce di quanto abbiamo appreso dal Libro delle Parabole leggiamo qualche passo dei vangeli a proposito del Figlio dell'Uomo. Si legge in Giovanni 5,27: «Dio ha dato a Gesù il potere di giudicare, perché è il Figlio dell'Uomo». Dunque, Giovanni sapeva, e si rivolgeva a lettori che sapevano, cosa voleva dire «Figlio dell'Uomo» (in questo caso nel greco manca l'articolo, ma si tratta di un problema di sintassi greca, perché «Figlio dell'Uomo» è predicato nominale). Un altro evangelista, Marco, mette in bocca a Gesù (2,1ss). È l'episodio della guarigione del paralitico. Gesù si trova in una casa e un gruppo di persone che trasporta un paralitico su una lettiga cerca di avvicinare Gesù, all'evidente scopo di ottenerne la guarigione. Poiché c'è troppa gente, scoperchiano il tetto e calano il paralitico davanti a Gesù, il quale, trovatosi davanti a quest'uomo, gli dice: «Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati». A questa sortita alcuni dei presenti protestano osservando che solo Dio può rimettere i peccati. Allora Gesù interviene e continua così il suo discorso col paralitico: «Che cosa è più facile? Dire "ti sono rimessi i peccati" o dire "alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina?”. Ora, perché sappiate che il Figlio dell'Uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati, io ti ordino - disse al paralitico - alzati, prendi il tuo lettuccio e va' a casa tua"». Dunque, per Gesù il Giudice escatologico (questo lo sapevano tutti) poteva rimettere i peccati al momento del Giudizio finale e questo appare ben chiaro dalla lettura del Libro delle Parabole; ma Gesù aggiunge «qui sulla terra». Se anche non si identificò col Figlio dell'Uomo delle credenze del tempo, Gesù affermò almeno di avere quei poteri che si attribuivano comunemente alla figura del Figlio dell'Uomo e li aveva già, cioè da sempre.

Iconografia di Gesù

Nei primi secoli del cristianesimo non si hanno rappresentazioni dirette di Gesù, ma piuttosto simboli o immagini allegoriche, come il pesce (il cui acronimo in greco aveva un significato religioso) o il buon pastore, derivato dalla tradizione classica.
Nel periodo tardo antico, con la legalizzazione del culto cristiano, si diffondono rappresentazioni dirette di Cristo, inizialmente raffigurato come giovane imberbe.
Successivamente questa raffigurazione scompare, e Gesù viene costantemente rappresentato fino ai giorni nostri come uomo barbuto e dai capelli lunghi. In età bizantina l'iconografia di Gesù viene codificata rigorosamente, anche a seguito della disputa sull'iconoclastia. Non di minore importanza assume, nella Iconografia sacra, il ruolo avuto e lo stupore creato dalle prime ostensioni del telo sindonico.
Dal Rinascimento si ha in Occidente un'evoluzione, rompendo la fissità delle raffigurazioni bizantine. In quest'epoca la figura di Gesù si laicizza e diventa il prototipo dell'uomo perfetto. Tale visione avrà il suo massimo esponente in Michelangelo.

  • COMPIANTO SUL CRISTO MORTO - Milano Galleria BRERA
  • Andrea Mantegna (Isola di Carturo, 1431 – Mantova, 13 settembre 1506)

Gesù secondo l'Ebraismo


Sebbene storicamente il cristianesimo sia nato in ambito ebraico, l'ebraismo non riconosce in Gesù il Messia né tantomeno le caratteristiche divine che i cristiani gli attribuiscono. L'ebraismo ritiene inoltre che le profezie e i riferimenti all'Antico Testamento che si trovano nel Nuovo Testamento (che non è considerato canonico) non siano pertinenti.
L'ebraismo ortodosso ritiene che la venuta del Messia non si sia ancora manifestata.
Interessanti riflessioni sulla figura di Gesù sono state fatte da un punto di vista ebraico da Leo Baeck in un saggio pubblicato in Germania nel 1938 (in piena dittatura hitleriana): "Il Vangelo: un documento ebraico". In esso Baeck vuole dimostrare, attraverso l'analisi filologica dei vangeli, che questi, "ripuliti" dalle sedimentazioni paoline di carattere teologicamente antigiudaico, contengono il messaggio profondamente ebraico di Gesù.
Le fonti ebraiche antiche, tranne Giuseppe Flavio, non citano Gesù. Esistono alcuni testi più tardi con ricostruzioni polemiche della sua vita (Toledot Yesu), fra le quali la nascita di Gesù come frutto della seduzione di una donna ("quaestuaria" secondo Tertulliano) di nome Myriam (Maria) da parte di un ufficiale romano di nome Pandera o Panthera. Questo trova apparente adito nel fatto che il nome Panthera era molto diffuso tra le truppe romane, ma sembrerebbe che l'equivoco trova la spiegazione che Panthera in questo caso era il gioco di parole dell'affermazione cristiana secondo cui Gesù è "figlio della Parthénos" cioè figlio della vergine.


Gesù secondo l'Islam

I seguaci dell'Islam onorano la figura di Gesù ma lo considerano un profeta. Nel Corano è ricordato con il nome di 'Isà ibn Maryam, "Gesù figlio di Maria". Lo considerano infatti nato miracolosamente dalla vergine Maria ma non credono che egli sia Dio incarnato. Per influenza forse della dottrina docetista, i musulmani credono che Gesù sia stato assunto in cielo da Dio senza perciò morire e che al suo posto i Romani abbiano crocifisso un suo simulacro. Sotto vari aspetti Gesù è considerato fra i massimi profeti inviati da Dio all'umanità e, per concessione divina, in grado di guarire gli infermi e resuscitare i morti. Una tradizione messianica islamica vuole che Gesù tornerà sulla Terra alla fine dei tempi, annunciando il "Giorno della religione" (yawm al-din), ovvero il Giorno del Giudizio finale e che sarà visibile nella sua discesa dal cielo lì dove - nella moschea degli Omayyadi di Damasco - sorge per l'appunto il cosiddetto "minareto di Gesù" (manar ‘Isà).


I Vangeli Apocrifi e Gnostici

Non esiste una esplicita condanna della Chiesa contro il complesso degli apocrifi; la sua posizione è tuttavia chiara nel condannare ciò che trasmette errori ed eresie. Il Decretum gelasiano, che avanza invece un'esclusione generalizzata degli apocrifi, ha carattere privato. Di analogo tenore è la risposta che Innocenzo I dà a Esuperio, vescovo di Tolosa (405) e della lettera di Turribio, vescovo di Astorga, a Idacio e Ceponio riguardo agli scritti in uso presso i priscillianisti in Spagna (445). Diversi scrittori ecclesiastici ribadiscono questi pareri: Girolamo vede negli apocrifi le stravaganze, le contraddizioni e le frasi di cattivo gusto, ne propone la abolizione totale non intravedendo in essi nessun profitto. Aggiunge che se qualcuno volesse leggerli, mosso dal rispetto per i prodigi narrati, deve tener conto del falso nome dell’autore e avere adeguata prudenza nel dar fiducia per ciò che è narrato; Agostino (cfr. De Civitate Dei XV 23,4) tiene la stessa posizione anche se sembra più tollerante. Ci sono autori, sia occidentali che orientali, che si valsero o non rifiutarono un compromesso con gli apocrifi: Clemente Alessandrino, Esichio, Epifanio, Andrea di Creta, Giovanni Damasceno e altri padri mostrano un'opposizione decisamente più blanda.

Nonostante alcune posizioni autorevoli che contrastavano l’uso degli apocrifi, essi continuarono ad influire in modo rilevante sia nell’arte che nella liturgia come nelle opere di scrittori e nella pietà cristiana. Molte notizie attuali hanno il loro fondamento negli apocrifi: i nomi dei genitori della Vergine, Gioacchino ed Anna; la festa della Presentazione di Maria bambina al tempio (21 novembre); la grotta, bue e asinello nella nascita di Gesù; i nomi dei magi: Gaspare, Melchiorre e Baldassarre; la Veronica; il martirio di Andrea (30 novembre), il Quo vadis tanti altri. Dal IV sec. in poi gli artisti bizantini abbelliscono le chiese di Roma con motivi tratti dagli apocrifi: il mosaico sull’arco trionfale di S. Maria Maggiore a Roma (Sisto III, 435) e la vetrata della cattedrale di Le Mans ritraggono le statue degli idoli crollate davanti a Gesù Bambino (Ps. Matteo), sulle transenne del coro di Notre-Dame (Parigi).

La lingua usata dagli autori apocrifi è la Koinè ma ben presto sorsero versioni in lingue antiche e medievali: siriaco, copto, armeno, arabo, ecc.). Nel sec. IX, grazie alla civiltà cristiana bizantina, le leggende apocrife entrarono nel mondo slavo dove sono vissute fino al XIX sec. Molte sono le versioni slave e le iconografie. A diffondere questa letteratura furono i bogomili (affini ai catari), eredi del dualismo manicheo, e il dominio turco-mongolo (che impediva la diffusione di altri libri eccetto che questi).

In Occidente la diffusione degli apocrifi ebbe anche molto successo, soprattutto nel Medioevo. I testi veramente eretici erano quasi del tutto scomparsi; rimanevano le elaborazioni ortodosse o gli scritto apocrifi a carattere apologetico (puramente religioso , anedottico): l’arcivescovo di Genova, Giacomo da Varazze ricopiò quasi per intero il Vangelo di Nicodemo nella sua Legenda aurea; Così faceva anche Vincenzo di Beauvais nello Speculum historiale Molti artisti, come già in precedenza, abbellirono le chiese traendo spunto dagli apocrifi (Beato Angelico e Giotto) Gli scrittori fecero riferimento a scritti apocrifi o a loro elaborazioni (Dante nella Divina Commedia, Milton nel Paradiso Perduto, Klopstock nella Messiade. Nella letteratura spirituale del XVI secolo, nonostante il Concilio di Trento, fanno riferimento ad essi la vita della Vergine negli scritti di Maria di Agreda e Caterina Emmerich, o testi come la Vida de Nuestra Señora, inserita da P. de Ribadeneyra in Flos Sanctorum, Madrid 1675. Nel XVIII secolo alla pietà e alla devozione subentra la ricerca scientifica, facilitata dall’arte tipografica che rende accessibili anche testi prima raggiungibili a stento: cambia quindi il motivo della letteratura.

Il primo tentativo di una raccolta di apocrifi è quello di Federico Nausea, 1531; in quello stesso secolo abbiamo Bibliander (editio princeps del Protovangelo di Giacomo, Basilea 1552, e Neander, Basilea 1564. Nel XIX sec. ha avuto inizio lo studio critico degli scritti apocrifi, soprattutto dei vangeli. I massimi esponenti in questo campo sono Thilo, con la sua opera rimasta incompiuta codex Apocryphus Novi Testamenti; a lui segue il Tischendorf e Lipsius-Bonnet. Un corpus completo sugli apocrifi rimane ancora oggi un desiderio, lontano da una attuazione a causa dell’abbondanza dei testi e per la diversità dei tantissimi mss. e versioni. Di molti scritti si ha conoscenza solo per mezzo di elenchi o scarsi frammenti, da citazioni di scrittori ecclesiastici (soprattutto per la produzione eretica). La scoperta di nuovi mss., specie quelli di Nag Hammadi, è di valore eccezionale

Di seguito alcuni dei più controversi Vangeli apocrifi

PROTOVANGELO DI GIACOMO
Del 200 circa. L’originale greco è stato ricopiato senza soluzione di continuità fino al tardo Medioevo. Ci sono oltre 150 correzioni, (alcune anteriori al sec. XI): questo significa che c’era grande predilezione del testo sia in Oriente che in Occidente. Il Papiro Bodmer V, dell’inizio del sec. IV, riporta il testo completo. La condanna di Innocenzo I (a. 405), e probabilmente anche il decreto pseudogelasiano (500 circa), fece sparire il testo latino, anche se non completamente. In altre recensioni, come lo Pseudo Matteo e il De Nativitate Mariae, crebbe rigoglioso e libero. L’Editio princeps risale al 1564 a Neander, Basilea, però poco prima il gesuita Postel ne pubblicò una versione latina. Il testo completo ci è riportato da Tischendorf che, ha usato anche testimoni indiretti: la versione latina di Postel Ps Eustazio, comm. In Hexaem, sintesi dell’apocrifo, del sec. IV-V Omelie sulla Vergine, del patriarca di Costantinopoli Germano I (715-730) Omelie di Giorgio, Vescovo di Nicomedia (860 circa) Omelie sulla vita di Maria, dalla concezione al matrimonio, di Giacomo, monaco a Kokkinobathos (1005-1100) La versione del De Strycker completa il materiale con: frammenti del V-VI sec. frammenti del IV sec. frammenti del IX sec. Papiro Bodmer V del IV sec

FRAMMENTI DI PAPIRO Ossirinco 840
Scoperto fine secolo scorso. Il frammento descrive una controversia nel tempio e le discussioni di Gesù con un capo dei sacerdoti (Levi) a proposito delle purificazioni. IV - V sec. d.C. Papiro Egerton 2 150 d.C. Contiene quattro pericopi. E’ importante per la datazione di Giovanni : parte della prima, la seconda e la terza pericope contiene passi paralleli a Gv e ai sinottici.

CODICE ARUNDEL 404
Si tratta di uno scritto apocrifo, riguardante la nascita e l'infanzia del salvatore, risalente forse al VI secolo. In esso possiamo notare che il destinatario della persecuzione di Erode era il piccolo Giovanni Battista e che sulla sua persona incombeva la stessa predestinazione regale che riguardava Gesù


VANGELO DI PIETRO
Il Vangelo detto "di Pietro" sembra essere uno dei più antichi manoscritti che la Chiesa definisce apocrifi. Fino al 1886 era conosciuto, come oggi i Vangeli cosiddetti giudeo-cristiani, solo per le citazioni effettuate dai Padri della Chiesa in alcune loro opere.
Nel 1886, in Egitto, ad Akhmim, dentro la tomba di un monaco furono trovate delle pergamene contenenti, fra l'altro, questo testo che è stato identificato dagli studiosi come il vangelo di Pietro. Si tratta, probabilmente, di uno scritto composto nel secondo secolo da una comunità cristiana che potrebbe avere attinto a fonti giudaico-cristiane.

VANGELO DI MARIA MADDALENA
Si tratta di uno scritto gnostico che fu rinvenuto nel cosiddetto Papiro 8502 di Berlino, di cui si hanno notizie dal 1896, ma che fu pubblicato solo nel 1955. La Maria a cui è attribuito è Maria Maddalena. Questo scritto attribuisce una importanza fondamentale alla figura di Maria Maddalena, come discepolo che Gesù avrebbe anteposto persino ai suoi apostoli maschi.


VANGELO COPTO DI TOMASO
Si tratta di uno scritto gnostico che fu rinvenuto nel 1945 presso Nag Hammadi, in Egitto. In quell'occasione fu scoperta una intera collezione di scritti gnostici, in lingua copta, che erano ormai dati per scomparsi da secoli. Questo testo, le cui origini possono essere fatte risalire al II secolo, è un complesso di 114 sentenze, introdotte generalmente dalla formula "Gesù disse". I Vangeli gnostici non hanno l'impostazione biografico-narrativa tipica dei vangeli cosiddetti canonici. Quest'opera "...si rivela uno scritto esoterico contente parole che non devono essere svelate ai profani, la comprensione delle quali è apportatrice di vita. Ogni detto forma un'unità indipendente e solo raramente si osserva un piccolo raggruppamento di detti (o loghia) collegati ad un tema, da parole chiave o da riferimento dell'uno all'altro... i detti sono per lo più assai brevi e hanno la forma di prescrizioni, sentenze, aforismi; qualche volta si incontrano brevi conversazioni con i discepoli, con Simon Pietro, con Maria, con Matteo e Tomaso... Qualche detto è molto vicino a parole o parabole dei vangeli canonici..." (Luigi Moraldi, Apocrifi del Nuovo Testamento, UTET, 1975)


VANGELO DI FILIPPO
Si tratta di uno scritto gnostico che fu rinvenuto nel 1945 presso Nag Hammadi. Questo testo, le cui origini possono essere fatte risalire al II° secolo, è un complesso di 127 sentenze contenenti spesso linguaggi criptici per iniziati


VANGELO DI TOMMASO di Marcello Craveri

Fra i testi copti scoperti nel 1945 a Khenoboskion si è subito rivelato di eccezionale interesse quello contenente il così detto "Vangelo di Tommaso", di cui si conosceva l'esistenza soltanto attraverso allusioni e qualche citazione nella letteratura patristica. Sebbene scarse, tali notizie avevano creato negli studiosi l'impressione che dovesse trattarsi di un documento assai importante, e grande era quindi il rammarico di esserne all'oscuro. La scoperta ha confermato le opinioni che si avevano al riguardo, tanto che non si è esitato a considerare il Vangelo di Tommaso come il "quinto Vangelo" ed a ritenerlo degno di essere incorporato ai sinottici.

Il primo a prendere conoscenza del manoscritto e a darne traduzione, con ampio commento, è stato l'archeologo francese Jean Doresse, ma il suo lavoro presenta ancora numerose imperfezioni, che in gran parte sono state corrette da studi successivi. In una sua relazione al Convegno di Lovanio del 1961, Hans Quecke elencava già un centinaio di lavori riguardanti il Vangelo di Tommaso e questo numero è ancora notevolmente aumentato dopo tale data.

Il testo critico del Vangelo, che era accessibile soltanto in una riproduzione fotografica, è stato approntato dal noto orientalista H. C. Puech, con la collaboraziovedi altri specialisti, e fornito di una nuova traduzione che in molti punti discorda da quella del Doresse. Altre correzioni e integrazioni sono state suggerite in seguito da diversi studiosi.
Il manoscritto copto di Khenoboskion appartiene al IV secolo, ma è ormai opinione comune che l'originale debba risalire alla prima metà del II secolo. Questo fatto colloca il Vangelo di Tommaso tra i primi documenti cristiani, molto vicino alle date di composizione dei Vangeli canonici, e solleva la questione delle reciproche influenze e dell'ambiente religioso di cui esso esprimeva il pensiero.

Il Vangelo di Tommaso, infatti (che non ha nulla a che vedere con il Vangelo dell'infanzia dello Pseudo-Tommaso, con cui veniva confuso prima della scoperta di Khenoboskion), presenta una serie di oltre cento logia di Gesù, che in gran parte hanno forma identica o molto simile a quella di versetti contenuti nei quattro Vangeli canonici - soprattutto di Matteo e di Luca - o che, pur differenti nella formulazione, hanno uno stretto rapporto concettuale con passi neotestamentari. Ma molti di essi, per la loro collocazione o per l'aggiunta di qualche particolare, risultano differenti nel significato. Altri hanno una struttura e un significato che ben si accorda con lo spirito dei testi canonici, ma un contenuto assolutamente nuovo. Infine, un terzo circa dei paragrafi di cui è composto il Vangelo non ha alcuna corrispondenza, né come forma né come contenuto, con i testi canonici. Proprio questi paragrafi costituiscono l'aspetto più interessante del Vangelo di Tommaso ed anzi dànno la chiave per una interpretazione diversa, non solo delle parti che si differenziano dai testi noti, ma spesso anche di versetti formalmente identici. Essi, infatti, sono tutti chiaramente ispirati alla dottrina gnostica.

Questa constatazione propone agli studiosi un grave quesito: ci troviamo di fronte ad una modificazione, in senso gnostico, del kerygma tramandato dai Vangeli canonici o ad un'interpretazione gnostica di una fonte comune, interpretazione contemporanea e indipendente dalla redazione dei Vangeli canonici? Se il Vangelo di Tommaso come è indubitabilmente accertato, pur presentando notevoli legami con i canonici, non deriva da essi, si deve senz'altro supporre una fonte comune, (o una collezione scritta di detti o una tradizione orale), da cui abbiano preso le mosse tanto i Vangeli canonici quanto il Vangelo di Tommaso.

A scagionarlo dalla grave accusa di «eresia» dovrebbe bastare il fatto che molte affermazioni di esso, ispirate allo gnosticismo, trovano esatta rispondenza in passi di Giovanni e delle lettere paoline. La conclusione può essere che, al momento della primitiva stesura dei Vangeli di Tommaso e di Giovanni e delle lettere di Paolo, la tendenza all'interpretazione gnostica era ancora perfettamente legittima, ma che in Giovanni e in Paolo essa è rimasta in parte soverchiata da altri motivi, mentre in Tommaso essa appare prevalente, anzi esclusiva.
Difficile da stabilire se la comunità da cui è sorto il Vangelo di Tommaso fosse quella dei naasseni o dei basilidiani, per la scarsa conoscenza che abbiamo della vita di questi gruppi.
Piuttosto, la scoperta del Vangelo di Tommaso ha anche permesso di risolvere il problema di una buona parte dei Papiri di Ossirinco. Si tratta di un piccolo gruppo di frammenti greci che, scoperti tra il 1897 e il 1908 a Behnesa, (antica Oxyrhynchus), contengono passi evangelici assai mutili, di difficile integrazione; ora è possibile anche la lettura esatta di alcuni di essi, poiché è risultato che altro non sono se non il testo greco di paragrafi del Vangelo di Tommaso.

Quanto alla suddivisione del Vangelo stesso in paragrafi (che non è data dal testo copto): poiché nella maggior parte dei casi i Iogia sono introdotti dall'intercalare: « Gesù disse...», tanto il Doresse, quanto il Puech e i suoi collaboratori sono partiti col proposito di dare una numerazione progressiva ogni volta che si presenta questo intercalare; ma, oltre al fatto che in alcuni casi sono stati costretti a fare eccezione a questa regola, la loro suddivisione (diversa l'una dall'altra) non sempre rispetta il senso compiuto dei vari passi, anzi talvolta trascina gli autori ad accostamenti arbitrari e quindi ad interpretazioni errate. Io ho preferito invece separare I paragrafi secondo l'argomento, anche quando non iniziano con l'intercalare «Gesù disse... » Il Vangelo mi risulta così composto di 121 paragrafi, mentre il Doresse ne conta 118 e il Puech 114.
E' vero che, per il suo carattere di collezione di logia, di parabole e, raramente, di dialoghi tra Gesù e i discepoli, il Vangelo di Tommaso ha un aspetto assai meno affascinante dei Vangeli canonici, con la loro cornice narrativa, e appare frammentario e disordinato; ma in realtà - a parte alcune ripetizioni e riprese - esso segue una certa linea logica riunendo a gruppi esortazioni alla gnosi, parabole ed esposizioni dottrinali.
Qualunque sia la disposizione di chi legge ad accettare l'interpretazione del cristianesimo in chiave gnostica, non si può rimanere insensibili di fronte al fascino di o un così ardente misticismo.

IL VANGELO DI GIUDA di Andrea Nicolotti

Risale all'aprile del 2006 la pubblicazione di un nuovo vangelo apocrifo, attribuito all'apostolo Giuda, ritrovato nel deserto dell'Egitto. I mezzi di comunicazione di massa hanno già dato ampia risonanza all'avvenimento, solleticando l'interesse del pubblico.

Il codice all'interno del quale è stato ritrovato il testo del vangelo di Giuda è denominato Codex Tchacos, dal nome di Dimaratos Tchacos, il padre di colei che nel 2000 ha acquistato il codice. Esso contiene, oltre al vangelo di Giuda, una recensione della Prima Apocalisse di Giacomo e della Lettera di Pietro a Filippo e alcuni frammenti di un testo provvisoriamente denominato Libro di Allogene. Il codice risale al 400 d.C. circa.

Il Codex Tchacos era stato scoperto negli anni '70 presso El Minya, in Egitto, e di lì fu trasportato prima in Europa e successivamente negli Stati Uniti. Qui vi rimase per sedici anni, conservato in una cassetta di sicurezza di una banca di Long Island; il brusco abbandono del clima desertico che lo aveva preservato per quasi due millenni ne ha causato un grave e veloce deterioramento, ben rappresentato da questa immagine:

Acquistato da Frieda Nussberger-Tchacos nell'aprile del 2000, fu trasportato nel febbraio del 2001 alla Maecenas Foundation for Ancient Art di Basilea, in Svizzera, per essere restaurato ed esaminato, in vista di una sua futura e definitiva collocazione al Museo Copto del Cairo.

A Basilea il documento è stato sottoposto ad un restauro conservativo, accompagnato da accurate verifiche. La National Geographic Society ha finanziato l'opera di restauro e le indagini sul manoscritto: datazione con il radiocarbonio, analisi dell'inchiostro, indagine multispettrale, esame paleografico e contenutistico. Una volta arrestato il processo di deterioramento, ogni frammento è stato ricollocato al proprio posto. Le pagine del codice così ricomposte sono state quindi collocate tra due lastre di vetro in modo da permetterne la definitiva conservazione e l'esposizione. In soli cinque anni il documento è stato reso pubblico. Sono oggi disponibili la trascrizione del testo copto e la traduzione inglese di questo vangelo, sulla base dell'edizione curata dal gruppo di studiosi capeggiati dall'insigne coptologo Rudolph Kasser (l'ultimo a destra nell'immagine qui sotto). Un volume contenente la traduzione del testo (senza originale copto) accompaganta da alcuni saggi di commento è appena uscito in traduzione italiana: Rodolphe Kasser, Marvin Meyer, Gregor Wurst, Bart D. Ehrman (a cura di), Il Vangelo di Giuda, Vercelli, National Geographic Society - White Star, 2006 (18 euro).


L'esistenza del vangelo di Giuda era già nota; Ireneo vescovo di Lione nel suo trattato Contro le eresie (180 circa) ci informa che la setta gnostica dei Cainiti "ha prodotto una composizione da loro chiamata Vangelo di Giuda" (I,31,1). Si sapeva dell'esistenza di questo testo, dunque, ma fino ad oggi non se ne conosceva il contenuto.
L'originale fu scritto in greco, ma il codice ce ne restituisce solamente una traduzione in lingua copta (cioè egiziana). L'autore di questo Vangelo rimane ignoto, ma non si tratta certamente dell'apostolo Giuda: nell'antichità era abbastanza diffusa l'usanza di attribuire i propri scritti all'autorità di un apostolo, per conferire ad essi una maggiore credibilità. D'altra parte la provenienza gnostica di questo scritto e il suo contenuto ci suggeriscono di datare la stesura dell'originale non più tardi del 180 d.C. (epoca in cui Ireneo già ne testimonia l'esistenza) ma certamente non prima dell'inizio del II secolo. Una datazione probabile si aggira verso la metà del secolo.

Il contenuto del vangelo conferma le notizie di Ireneo. La setta gnostica dei Cainiti forniva una diversa interpretazione dell'episodio del tradimento di Giuda, descrivendolo e spiegandolo come un espediente che aveva procurato la salvezza dell'umanità.
Due altri scrittori dell'antichità, Epifanio e lo pseudo-Tertulliano, avevano accennato all'esistenza di due gruppi di Cainiti, entrambi accomunati dalla positiva considerazione della figura di Giuda ma divisi sull’interpretazione di quella di Gesù, che una delle due sette non avrebbe avuto in grande stima. Secondo alcuni Cainiti il gesto di Giuda sarebbe servito per favorire la redenzione del genere umano, provocando quella crocifissione che le potenze malvagie avrebbero voluto ostacolare. Secondo altri, invece, Giuda sarebbe stato indotto a tradire Gesù dopo essersi accorto che questi aveva intenzione di pervertire la verità. Se in un caso la figura di Gesù ne risulta oscurata rispetto alla tradizione, in entrambi i casi Giuda riveste un luogo positivo e provvidenziale.

Il vangelo di Giuda, come altri Vangeli gnostici, parla di una rivelazione privata sui "misteri del regno" che Giuda avrebbe ricevuto da Gesù; egli soltanto, non gli altri discepoli.
La figura di Gesù risulta molto evanescente, probabilmente non del tutto umana; egli proviene, secondo Giuda, dal "regno immortale di Barbelo" (gnostico eone femminile). Il vangelo contiene il racconto di una celebrazione eucaristica, una visione del Tempio e un’interpretazione della generazione umana, il tutto accompagnato da evidenti accenni alla cosmologia gnostica. Conclude l’opera il racconto del tradimento di Gesù da parte di Giuda, che è comunque ormai stato elevato da Gesù stesso ad una condizione superiore rispetto a quella degli altri discepoli.

Il vangelo di Giuda costituisce un'importante testimonianza della dottrina gnostico-cainita del II secolo. Negli anni a venire gli studiosi avranno modo di collocare meglio questo documento all'interno di quanto già si conosce dell'ideologia gnostica[1]. Trattasi comunque di un documento che non apporta modificazioni alla nostra conoscenza del Gesù storico: siamo di fronte a elaborazioni gnostiche, non a una nuova testimonianza storica da paragonarsi o contrapporsi efficacemente a quella delle fonti tradizionali, in particolare i quattro vangeli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni. Gli avvenimenti raccontati in questo vangelo, pertanto, vanno ricondotti all'ambiente in cui questo vangelo è sorto, come già è stato fatto con gli altri testi gnostici finora ritrovati e già da tempo disponibili



Gli Apostoli

Secondo i racconti dei vangeli sinottici gli apostoli erano dodici:


« Chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede il nome di apostoli »

* Simone, chiamato in seguito Cefa, (Pietra)
* Andrea, fratello di Pietro
* Giacomo, figlio di Zebedeo
* Giovanni, fratello di Giacomo, tradizionalmente identificato con l'autore del vangelo di Giovanni
* Filippo
* Bartolomeo
* Tommaso
* Matteo, tradizionalmente identificato con l'autore del vangelo di Matteo
* Giacomo il Minore o Giacomo di Alfeo
* Giuda Taddeo, il vangelo di Luca riporta al suo posto Giuda di Giacomo
* Simone il Cananeo; "Simone, chiamato Zelota"
* Giuda Iscariota,

Negli "Atti degli Apostoli" dopo la morte e l'Ascensione di Gesù viene nominato apostolo, Mattia, in sostituzione di Giuda, in modo da ricomporre il numero di dodici apostoli

Vedi Wikipedia Apostoli


I rotoli di Nag Hammadi


Nel testo bibblico emergono grandi lacune nella storia della vita di gesù. La Chiesa ha scelto i quattro vangeli che la raccontano nel nuovo testamento, ma ci sono altri vangeli. Altre storie sono state scritte su di Lui. La Chiesa ha voluto che fossero distrutti e così è stato. Con l'eccezione di un corpus di opere rimaste nascoste in Egitto fino ad appena 50 anni fa.

Gli storici ritengono che questi documenti siano stati originariamente nascosti da un monaco di un monastero vicino a Nag Hamadi, verso la fine del quarto secolo. Nello stesso periodo il vescovo di Alessandria ne ordinò la distruzione.

Si tratta del Vangelo di Tommaso, del Vangelo della verità e di quello di Filippo. Un altro frammento è stato chiamato Vangelo di Maria Maddalena. Sono i "Vangeli gnostici": significa che coloro che li hanno redatti affermano di avere una speciale conoscenza che riguarda Gesù. In questi Vangeli si afferma, tra l'altro, un particolare legame esistente tra Gesù e Maria Maddalena.


Scoperta la Tomba di Giacomo il Giusto


L'annuncio della eccezionale scoperta è stato dato a Washington il 21 ottobre 2002 in una conferenza stampa organizzata dalla "Biblical Archeology Review".
Un 'urna funebre è stata rinvenuta in Israele e sembra offrire una traccia materiale dell'esistenza di Gesù di Nazareth. L' ossario di pietra calcarea che gli archeologi hanno datato al 63 dopo Cristo riporta una sorprendente iscrizione in lingua aramaica:

y’ qwb br ywsp ‘hw ywsw’

“ Giacomo, figlio di Giuseppe, fratello di Gesù ”

E' doveroso ricordare che recentemente l ’Autorità Israeliana per le Antichità ha dichiarato che l’Iscrizione è un falso, in quanto sembra risultare che la scritta sia posteriore all'urna, ciò perchè anche la patina che ricopre il manufatto sembra essere interessata dall'incisione del testo: sembra quindi che qualcuno avrebbe inciso l'epigrafe in un secondo tempo su un manufatto realmente molto più antico.

In ogni caso l'autenticità del reperto era già stata verificata dai più qualificati esperti del settore tramite test effettuati sia sulla pietra calcarea dell'ossario che sui residui di terra e altri elementi in esso rinvenuti. Andrè Lemaire , professore di Filologia ed Epigrafia ebraica alla Sorbona di Parigi, infatti spiega : “Ho analizzato l’ iscrizione e l’ossario e non ho trovato nulla che potesse farmi pensare ad un falso..".
Le lettere sono state incise con un carattere corsivo usato solo dal 10 al 70 d.C.”. Tutto ciò avvalora la scoperta in quanto la morte di Giacomo è datata nell’anno 62 d.C. Per quanto riguarda l’urna, è uguale a quelle usate dagli ebrei per i riti funebri tra il 20 a.C. e il 70 d. C. . Si tratta di una scatola in pietra calcarea larga 25 centimetri , alta 30,5 e lunga 50,5 in cui venivano riposte le ossa del defunto un anno dopo la sua morte. L’urna di Giacomo è stata trovata nei pressi del Monte degli Ulivi , una zona ad est di Gerusalemme in cui si trovano molte antiche tombe ebraiche.

Nessun manufatto ricollegabile direttamente a Gesù di Nazareth era stato mai rinvenuto, le testimonianze storiche in nostro possesso erano fino ad oggi connesse esclusivamente agli scritti evangelici, questo fattore conferisce all'ossario di Giacomo grande importanza culturale, a ogni livello, storiografico, cristologico, archeologico, teologico o religioso in genere.

Lo strettissimo legame di parentela con Gesù Cristo e l’importanza di Giacomo, ( Iácobos Minor, detto “...il Giusto, figlio di Maria e Giuseppe, fratello del Signore il quale si spegnerà nella morte, ma verrà trovato vivo...”) nell'ambito della chiesa primitiva sono da decenni oggetto di prolungate controversie politico-religiose, ciononostante trovano conferma in numerosi documenti...

eccone alcuni qui di seguito

  • Giuseppe Flavio, 'Antichità Giudaiche' XX, 9, 1
    "...convocò una sessione del sinedrio e vi fece comparire quel fratello di Gesù, detto Cristo, che si chiamava Giacomo..."
    Paolo Epistola ai Galati I 19 (lettera alle Chiese della Galazia, controversia sul giudaismo)
    "...e non vidi nessun altro degli apostoli; ma solo Giacomo, il fratello del Signore..."
    Marco VI 2-3 "...si mise ad insegnare nella sinagoga. E molti, udendolo dicevano: non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di
    Giacomo... e le sue sorelle non sono qui fra noi?..."
    Matteo XIII 55 "...Non è questi il figlio del falegname? Sua madre non si chiama Maria e i suoi fratelli, Giacomo ...? E le sue sorelle non sono tutte tra di noi?..."
    1Corinzi IX 5 "...non abbiamo noi il diritto di condurre attorno una moglie, che sia una sorella in fede, come fanno anche gli altri apostoli, i fratelli del Signore e Cefa?..."
    Matteo XXVII 56 "...fra di loro c'era Maria Maddalena. Maria madre di Giacomo..."
    Marco XV 40 "...tra di loro vi erano anche Maria Maddalena, Maria madre di Giacomo il minore..."
    Marco XVI 1 "...passato il sabato, Maria Maddalena e Maria madre di Giacomo..."
    Luca XXIV 10 "...Or quelle che riferirono queste cose agli apostoli erano Maria Maddalena, Giovanna, Maria madre di Giacomo e le altre donne..."
    un legame molto particolare, evidentemente fraterno, fra Giacomo e Gesù si evince anche nel loghion 12 del Vangelo di Tommaso (altro documento ritenuto scottante dalla Chiese Istituzionalizzate) che riporta:
    I discepoli dissero a Gesù: “Sappiamo che ti allontanerai da noi. Dopo di te chi ci farà da guida?”
    Gesù rispose loro: «Giunti a quel punto andrete da Giacomo, il Giusto, a cui spettano le cose che riguardano il cielo e la terra» questo brano del Vangelo di Tommaso mostra chiaramente che nelle volontà di Gesù il primato nell'avvicendamento spettava al fratello Giacomo e non a Pietro come alcuni, erroneamente, continuano a credere. Inoltre in numerosi documenti, ivi compresi il Libro degli Atti e le Epistole di Paolo, Giacomo era a capo della Chiesa di Gerusalemme.

Ecco infine ulteriori brevi informazioni sulla figura di Giacomo, il fratello di Gesù, sulla sua importanza nella primitiva comunità cristiana e alcuni pareri degli studiosi

Epistola di Giacomo
A Giacomo il Giusto, fratello del Signore — che ricordo fu lapidato nel 62, su istigazione del sommo sacerdote Anano II e denominato "il Minore" per distinzione da Giacomo "il Maggiore", martirizzato invece nel 44 sotto Erode Agrippa — viene anche attribuita una Epistola, scritta intorno all'anno 60, la quale si compone di cinque capitoli.
In essa sono presenti inizialmente esortazioni alla costanza e all'importanza di accompagnare la fede con le opere e più avanti riflessioni sulla vera e falsa sapienza, sulla pace, la concordia, nonché numerosi ammonimenti ai ricchi senza cuore.
in Atti XII 17 nel punto in cui si legge "...riferite questo a Giacomo..." è chiaro che Pietro sente il dovere di informare Giacomo per primo della propria scarcerazione, a riprova della supremazia del fratello di Gesù sulla comunità cristiana.
Inoltre sempre a proposito di Giacomo, Saulo e Pietro, così si esprimono gli autori de "La Chiave di Hiram", Robert Lomas e Christopher Knight:
«...la pretesa avanzata da Paolo di godere del sostegno di Simone Pietro era soltanto una componente dell'impalcatura di menzogne che egli andava innalzando, perchè fu lo stesso Pietro ad ammonire i discepoli contro l'emergere di un' autorità altra da quella nazorea: "Pertanto siate assolutamente prudenti verso qualsivoglia maestro, ché solo si deve prestar fede a chi rechi con sé la raccomandazione di Giacomo, fratello del Signore, in Gerusalemme".. ..Le interpretazioni dei manoscritti del Mar Morto attribuite a Robert Eisenman soccorrono l'ipotesi dell'identità di Paolo con la "fonte di menzogne" che si scontrò con Giacomo, il "Maestro di Giustizia".. ..Il manoscritto intitolato Pesher su Abacuc accenna a un individuo che "fece versare su Israele acque di menzogna" e "allontana i fedeli dalla retta via, conducendoli in un deserto senza strada", dove il gioco di parole costruito sul termine "strada" allude alla "trasgressione dei termini di confine" della legge. Noi diamo credito all'ipotesi che individua in Paolo il nemico di Giacomo. Paolo è il "Menzognero" che pronunciò il falso riguardo alla propria educazione fariseista, che inventò la missione di Cristo, che predicò la funzione provvisoria della Legge e autorizzò l'accesso alla chiesa agli individui incirconcisi...».

Luigi Moraldi annota: "...da sottolineare il rilievo straordinario dato alla persona di Giacomo, uno dei «fratelli del Signore»..."

Marcello Craveri così scrive interpretando il loghion 12 del Vangelo di Tommaso:
"...il passo ricorda le discussioni tra gli apostoli, su chi di loro fosse da considerare il più grande * [...] La tradizione di un primato di Giacomo, fratello del Signore Gesù, o almeno di una sua autorità pari a quella di Pietro, è confermata dagli Atti, dalle Lettere Paoline, dal Vangelo degli Ebrei, da Gerolamo (Comm. in Mich. VII 7), da Eusebio (Hist. Eccl. II 3), dai Philosophumena V 7, e, naturalmente, dai testi gnostici..."


  • * Marco IX 34 "...ed essi tacquero, perché per via avevano discusso intorno a chi fra di loro fosse il più grande..."
    Luca IX 46 "...poi cominciarono a discutere su chi di loro fosse il più grande...."
    Luca XXII 24 "...Fra di loro nacque anche una contesa: chi di essi fosse considerato il più grande..."
    Galati II 9 "...Giacomo, Cefa e Giovanni, che sono considerati i più autorevoli, riconobbero che Dio m'aveva dato quest'incarico fu cosìdeciso che noi saremmo andati fra i pagani ed essi fra gli ebrei..."
    Galati II 11 "...quando Pietro venne ad Antiochia lo rimproverai perché aveva torto [...] giunsero quelli che stavano dalla parte di Giacomo..."

Un primato assoluto di Pietro è effettivamente discutibile poiché oltretutto in Marco VIII 33 troviamo: "...Ma Gesù si voltò e, guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro dicendo: Vattene via da me, Satana! Tu non hai il senso delle cose di Dio, ma delle cose degli uomini..." che Matteo ribadisce in XVI 23 "...egli, voltatosi, disse a Pietro: Vattene via da me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non hai il senso delle cose di Dio, ma delle cose degli uomini..."


Ponzio Pilato

Pilato fu nominato procuratore della provincia della Giudea dall' imperatore romano Tiberio nel 26 DC. Questo tipo di incarico veniva affidato a membri della classe equestre, il ceto medio-alto, in contrapposizione agli aristocratici dell'ordine senatorio. Con tutta probabilità Pilato si arruolò nell'esercito come tribuno militare, poi fece carriera e non ancora trentenne tu nominato procuratore.

Quand'era in uniforme Pilato indossava probabilmente una tunica di cuoio e una corazza di metallo, ma la sua veste ufficiale era una toga bianca bordata di porpora. Secondo le usanze dell’ epoca portava i capelli corti e non avrà avuto la barba. Qualcuno ha ipotizzato che venisse dalla Spagna, ma il suo nome fa pensare che appartenesse alla famiglia dei Ponzi, nobili sanniti dell'Italia meridionale.

I funzionari del rango di Pilato in genere venivano mandati in territori barbari, e tale era infatti la Giudea agli occhi dei romani. Oltre a mantenere l'ordine, Pilato era preposto alla riscossione delle imposte indirette e delle tasse. Dell' amministrazione della giustizia nelle questioni quotidiane si occupavano i tribunali ebrei, ma i casi che richiedevano la pena di morte evidentemente venivano sottoposti all'attenzione del procuratore, che era l'autorità suprema in campo giudiziario.

Pilato e sua moglie vivevano a Cesarea, una città portuale, con un piccolo seguito di scribi, servitori e messaggeri.

Pilato disponeva di cinque coorti di fanteria di 500-1.000 uomini l' una nonché di un reggimento di cavalleria, probabilmente costituito da 500 uomini. Per i suoi soldati era normale mettere a morte i trasgressori. In tempo di pace le esecuzioni capitali avvenivano dopo processi sommari, ma in caso di insurrezione i ribelli venivano messi a morte lì per lì e in massa. Ad esempio, per domare la rivolta capeggiata da Spartaco i romani giustiziarono 6.000 schiavi. Se in Giudea si profilava un pericolo, in genere il procuratore si poteva rivolgere al legato imperiale in Siria, che aveva al suo comando delle legioni. Per buona parte del mandato di Pilato, però, il legato fu assente; Pilato doveva perciò porre fine rapidamente ai disordini. I procuratori comunicavano regolarmente con lImperatore. Nelle questioni che riguardavano l'onore di quest'ultimo o qualche minaccia all' autorità di Roma dovevano stilare dei rapporti, in base ai quali l'imperatore decideva il da farsi. Quando in una provincia succedeva qualcosa, non era insolito che un procuratore cercasse di far arrivare all'imperatore la sua versione dei fatti prima che altri potessero presentare le proprie lamentele. Visto che in Giudea c'era molto fermento, questo genere di preoccupazioni erano molto concrete per Pilato.

A parte i Vangeli, le principali fonti di informazione su Pilato sono gli storici Giuseppe Flavio e Filone. Anche lo storico latino Tacito afferma che Pilato giustiziò "Christus", da cui ebbe origine il nome "cristiani".

Giuseppe Flavio afferma che i procuratori romani precedenti, per rispetto verso gli scrupoli degli ebrei nei confronti delle immagini, avevano evitato di portare a Gerusalemme gli stendardi militari con l'effigie imperiale. Visto che Pilato non aveva usato questa delicatezza, gli ebrei indignati si precipitarono a Cesarea per protestare. Per cinque giorni Pilato non fece nulla poi il sesto giorno ordinò ai soldati di circondare i dimostranti e minacciarli di morte se non si fossero dispersi. Quando gli ebrei risposero che preferivano morire piuttosto che veder violata la loro Legge, Pilato cedette e ordinò di togliere quelle immagini.

Fonti Evangeliche

Pilato sapeva anche usare la forza. Stando a Giuseppe Flavio, il procuratore diede inizio ai lavori per un acquedotto che doveva rifornire d'acqua Gerusalemme e finanziò questi lavori con fondi provenienti dal tesoro del tempio. Pilato non confiscò quel denaro, perché sapeva bene che saccheggiare il tempio era un atto sacrilego e avrebbe suscitato le ire degli ebrei, inducendoli a chiedere a Tiberio la sua destituzione.

Sembra perciò che Pilato potesse contare sulla collaborazione delle autorità del tempio. I fondi dedicati, detti corbàn, si potevano utilizzare legittimamente per opere pubbliche per la città. Ad ogni modo migliaia di ebrei si radunarono per esprimere il proprio sdegno. Pilato comandò ai soldati di mescolarsi alla folla con l'ordine di non usare le spade ma di picchiare i dimostranti con randelli. Probabilmente voleva tenere sotto controllo la folla senza provocare un massacro. A quanto pare il piano funzionò, anche se ci furono dei morti. Coloro che dissero a Gesù che Pilato aveva mescolato il sangue di certi galileì con i loro sacrifici forse alludevano a questo episodio. - Luca 13:1.

A rendere Pilato tristemente famoso fu il modo in cui agi quando i capi sacerdoti e gli anziani degli ebrei accusarono Gesù di definirsi Re. Udendo che la missione di Gesù era quella di rendere testimonianza alla verità, Pilato capì che il prigioniero non rappresentava una minaccia per Roma. "Che cos'è la verità?", chiese, pensando evidentemente che la verità fosse un concetto troppo elusivo per dedicarvi molta attenzione. La sua conclusione? "Non trovo nessun delitto in quest'uomo". - Giovanni 18: 37, 38; Luca 23:4.

Il processo a Gesù sarebbe dovuto finire li, ma gli ebrei insistettero dicendo che sovvertiva la nazione. I capi sacerdoti avevano consegnato Gesù per invidia, e Pilato lo sapeva. Sapeva anche che liberando Gesù avrebbe provocato dei disordini, cosa che voleva evitare. Di disordini ce n'erano stati fin troppi: Barabba e altri erano in prigione proprio per sedizione e assassinio. Marco 15:7, 10; Luca 212 Inoltre, precedenti dispute con gli ebrei avevano macchiato la reputazione di Pilato presso Tiberio, il quale era notoriamente molto severo con i governatori incapaci. D'altra parte, cedere agli ebrei sarebbe stato un segno di debolezza. Pilato si trovava davanti a un dilemma. Quando seppe che Gesù era galileo, Pilato tentò di passare il caso a Erode Antipa, tetrarca della Galilea. Fallito questo tentativo, Pilato cercò di fare in modo che la folla radunata davanti al suo palazzo chiedesse la liberazione di Gesù, secondo la consuetudine di rimettere in libertà un prigioniero in occasione della Pasqua. La folla chiese a gran voce la liberazione di Barabba. - Luca 23:5-19.

Può darsi che Pilato volesse fare ciò che era giusto, ma voleva anche tutelarsi e accontentare la folla. Alla fine mise la carriera al di sopra della coscienza e della giustizia. Si fece portare dell'acqua e si lavò le mani, dichiarandosi innocente del sangue dell'uomo che mandava a morte.* Pur essendo convinto che Gesù era innocente, Pilato lo fece fustigare e permise ai soldati di schernirlo, picchiarlo e sputargli addosso. - Matteo 27:24-31. Pilato fece un ultimo tentativo per liberare Gesù, ma la folla gridò che se lo liberava non era amico di Cesare. Giovanni 19:12

A questo punto Pilato cedette.

Commentando la sua decisione, uno studioso ha detto: 'la soluzione era semplice: mettere a morte quell'uomo. Non ci sarebbe stato altro da perdere che la vita di un ebreo apparentemente insignificante; era da sciocchi mettersi nei guai a motivo suo".

L’ ultimo episodio che la storia ci tramanda riguardo a Pilato è un altro scontro. Giuseppe Flavio scrive che un folto gruppo di samaritani armati si raccolse sul monte Gherizim sperando di mettere le mani su certi tesori che secondo loro Mosè vi aveva seppellito. Pilato intervenne, e i suoi soldati ne uccisero diversi. i samaritani si lamentarono con l'immediato superiore di Pilato, Lucio Vitellio, legato di Siria. Non sappiamo se Vitellio ritenesse che Pilato aveva calcato troppo la mano. Comunque sia, gli ordinò di recarsi a Roma per rispondere del suo operato all'imperatore. Quando Pilato arrivò a Roma, però, Tiberio era già morto.

A questo punto Pìlato esce dalla storia ed entra nella leggenda.

Molti hanno cercato di fornire particolari che le fonti storiche non menzionano. C'è chi ha detto che Pilato si converfi al cristianesimo. La Chiesa Etiopica ne ha fatto un "santo". Fusebio, che scrisse alla fine del 111 secolo e all'inizio del IV, fu il primo ad affermare che Pilato, come Giuda Iscariota, mori suicida; dopo di lui molti sostennero la stessa cosa. Altri sostengono la tesi di una prosecuzione della carriera militare di Pilato come legato in Spagna. Ad ogni modo, nessuno può dire con certezza che ne fu di Pilato.

Pilato rimase in carica dieci anni, molto più della maggioranza dei procuratori della Giudea. Dal punto di vista di Roma, si può supporre, Pilato fu un uomo capace.


Il DISCORSO DELLA MONTAGNA o DELLE BEATITUDINI
tratto da Josef Blank

Quando si parla del Discorso della Montagna in un senso più ampio e si intende l'intera "etica di Gesù". In questo senso è considerato il compendio del peculiare contenuto etico del messaggio di Gesù.

L'espressione "Discorso della Montagna" indica quei testi che si trovano nel Vangelo di Matteo al quinto, sesto e settimo capitolo e che cominciano nella maniera seguente: "Vedendo le folle, Gesù sali sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo...". A ciò seguono immediatamente le otto beatitudini. Sulla base di questa introduzione si è dato all'intera composizione il nome di "Discorso della Montagna".

Il COLLE DELLE BEATITUDINI oggi, con il Lago di TIBERIADE sullo sfondo

Per farci un'idea più chiara di questo testo, dobbiamo considerare più da vicino il suo specifico carattere letterario. Se si prende in mano il Nuovo Testamento e si legge il testo del Vangelo di Matteo, si può subito notare che, per quanto riguarda il Discorso della Montagna, non si tratta di una predica o di un discorso continuo, bensì di un testo composto di innumerevoli scritti più brevi. Il che diventa ancora più evidente se si consulta un'edizione sinottica dei Vangeli e si confronta il testo di Matteo con quello di Marco o di Luca. Perciò, si considera il Discorso della Montagna una collezione di altri discorsi.

La stesura del Discorso della Montagna, quale si presenta nella sua redazione definitiva, è opera dell'evangelista Matteo; non si tratta quindi di un discorso che Gesù avrebbe tenuto cosi come lo conosciamo adesso. Allora, nel Discorso della Montagna non abbiamo a che fare direttamente con l’"etica di Gesù", ma con un compendio abbastanza sistematico degli insegnamenti etici di Gesù, collegato a tutta una serie di aggiunte ulteriori dovute alla comunità o all'evangelista stesso. Sicuramente, Matteo ha utilizzato testi della tradizione che dovevano originariamente risalire a Gesù stesso.

Ma per quale scopo Matteo ha redatto questa versione del discorso?

L'evangelista Matteo appartiene senza dubbio alle grandi figure dei maestri della Chiesa primitiva. Ha una capacità considerevole di riassumere in maniera chiara e semplice il materiale che gli era stato tramandato e di elaborarlo didatticamente per la sua cerchia di discepoli. Gli interessava soprattutto comunicare l'"insegnamento di Gesù" agli uomini che volevano diventare ed essere discepoli di Gesù. Come è noto, la conclusione del Vangelo di Matteo suona: "Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo" (Mt 28, 19-20). Queste parole conclusive del Gesù risorto contengono anche il programma teologico del Vangelo di Matteo. Si tratta di far diventare possibilmente "tutte le nazioni" seguaci di Gesù, soprattutto trasmettendo ai nuovi discepoli gli insegnamenti e le massime di Gesù, oltre al battesimo. Il Vangelo di Matteo è nato probabilmente in una cerchia di persone, in una comunità o in un gruppo in cui si era interessati ad un insegnamento regolare, a lezioni sistematiche. Per questo tipo di insegnamento protocristiano ci si poteva attenere al modello delle scuole ebraiche degli scribi. Perciò, non a torto l'evangelista Matteo è stato detto un "Rabbi cristiano". Ma in queste lezioni non si trattava solo di un apprendimento puramente teoretico, di una mera trasmissione del sapere, bensì si trattava al tempo stesso di mettere in pratica insieme ciò che si aveva appena ascoltato. Secondo la concezione giudaica e protocristiana, l'ascoltare e il mettere in pratica erano inscindibilmente connessi.

Il Discorso della Montagna serve appunto a questo scopo. È, per così dire, una sorta di "scuola di base" per i discepoli di Gesù, un'esercitazione elementare che introduce al cristianesimo, per come lo intende l'evangelista Matteo. Oltre a ciò, questo evangelista teneva molto ad un "cristianesimo pratico dell'azione". Questo non significa che non tenesse anche alla professione di fede in Gesù Cristo, al "dogma cristologico". In lui si trova la famosa professione di fede di Pietro: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente" (Mt 16, 16). Ma a questa professione di fede cristiana deve aggiungersi incondizionatamente la messa in pratica degli insegnamenti di Gesù; solo la professione di fede non basta. Una fede che non si manifesti e dimostri in opere è per Matteo una fede molto insufficiente, che non basta affatto per dirsi cristiani. In Matteo, l'accento decisivo è posto sulla "prassi di Gesù"; in questo si mostra la forte influenza dell'eredità ebraica.

Si deve considerare ancora un altro punto. Nel Vangelo di Luca (Lc 6, 20-49) si trova un testo, il cosiddetto Discorso del Campo, che si può confrontare molto bene con il Discorso della Montagna. Se li si analizza, risulta che il Discorso della Montagna di Matteo e il Discorso del Campo di Luca hanno molti passi in comune. Entrambi i discorsi cominciano con le beatitudini; entrambi contengono una parte abbastanza lunga sull'amore per il nemico; a questo segue nei due testi il divieto di giudicare gli altri; e poi la metafora dell'albero buono che dà buoni frutti. Entrambi i discorsi terminano con la metafora della giusta costruzione di una casa. Da questi elementi comuni si deduce che il Discorso della Montagna e il Discorso del Campo risalgono ad una tradizione e ad una fonte comuni che si può considerare la fonte dei due discorsi, visto che si tratta probabilmente di una raccolta molto antica di parole di Gesù. Tutto il testo del Discorso del Campo di Luca si trova anche in Matteo e per di più nello stesso ordine. Solo, Matteo ha distanziato questi testi tra di loro ed ha inserito molti altri passi negli spazi intermedi così ottenuti. Attraverso questo procedimento letterario, Matteo è riuscito a trasmettere un'immagine insolitamente efficace degli "insegnamenti etici di Gesù", il cui fascino è rimasto inalterato fino ad oggi.

Come si deve intendere il Discorso della Montagna, che cosa significa? Questo è il problema più complicato posto dal Discorso della Montagna, e la sua soluzione è ancora oggi controversa. Non deve meravigliare che ci siano diverse interpretazioni sia nella valutazione delle singole parti che nella comprensione dell'intero Discorso della Montagna. Del resto, questo è connesso alla particolarità di questi testi che non intendono presentare né semplici ricette di comportamento, né un "sistema etico" completo e naturalmente nemmeno un programma politico diretto. Ma questo non significa che in questi testi si tratti solo di un determinato modo di pensare e non anche di una prassi concreta.

Alcune interpretazioni tratte dalla tradizione cristiana ci aiuteranno a vedere più chiaramente il problema.

Secondo la versione più antica, e cioè quella dello stesso Vangelo di Matteo, si tratta di insegnamenti che riguardano tutti coloro che vogliono essere veri discepoli di Gesù, e cioè tutti i cristiani. In fondo, gli insegnamenti del Discorso della Montagna valgono per tutti. Certamente, già in Matteo si trova il problema che la prassi umana rimane in gran lunga indietro rispetto alla radicalità e all'incondizionatezza delle richieste di Gesù. È palese questa tensione tra la sfida radicale del Discorso della Montagna da una parte e la limitatezza ed insufficienza umana dall'altra, che si rivelano nella messa in pratica di quella sfida; ma questo non è un motivo per temperare la richiesta o per rinunciare alla sua realizzazione nel mondo. Si chiarisce piuttosto che l'agire cristiano si muove proprio in questo campo di tensione, da cui trae anche la sua dinamica peculiare.

Anche la Chiesa antica ha ritenuto in generale che gli insegnamenti del Discorso della Montagna valessero per tutti i cristiani. Eppure, con l'aumento del numero di questi si diffuse relativamente presto l'opinione che la 'provocazione' radicale del Discorso della Montagna valesse solo per i 'perfetti', per gli asceti ed i monaci, mentre al cristiano medio potevano bastare i dieci comandamenti del Vecchio Testamento. Così, si giunse alla distinzione tra i 'comandamenti', praecepta, che valgono senza eccezione per tutti i cristiani, ed i 'consigli evangelici', conszlia, che erano in questione solo per i cristiani che avessero la nobile esigenza di perfezionare se stessi. Questa distinzione tra i comandamenti per i cristiani medi e le alte richieste fatte ai monaci era la concezione cattolica tradizionale nel Medioevo, rimasta tale fino agli inizi del nostro secolo. Si può dire che questa concezione corrispondeva ad un realismo pastorale che teneva ampiamente conto della situazione effettiva della società cristiana e della natura umana. Del resto, il rovescio della medaglia è che, attraverso questa ripartizione, la messa in pratica del Discorso della Montagna è stata più o meno rimessa alla devozione privata, ai monaci e ai conventi, mentre si è ampiamente rinunciato ad una cristallizzazione del mondo, il che ha degli effetti negativi ancora oggi. Certamente non si può negare che ci siano stati in ogni tempo cristiani che hanno voluto vivere secondo gli insegnamenti del Discorso della Montagna; una delle testimonianze più considerevoli in proposito è il Movimento Francescano, con la sua grande diffusione. Tuttavia, valeva come regola generale che il "laico", il cristiano medio, non avesse bisogno di mettere in pratica il Discorso della Montagna, con la conseguenza che fino al ventesimo secolo la voce "Discorso della Montagna" restò ampiamente sconosciuta nella teologia morale cattolica.

La soluzione di Martin Lutero è strettamente connessa con la cosiddetta dottrina dei due regni. Per Lutero e per i riformatori, il Discorso della Montagna vale in linea di principio per tutti i cristiani, ma soltanto, o soprattutto, in quanto riguarda il comportamento personale e fintantoché non comporta alcun danno per il prossimo. Il singolo cristiano è messo alla prova dagli insegnamenti di Gesù nel suo comportamento personale; ma non può mettere in pratica i suoi precetti semplicemente a spese del prossimo; I'amore del prossimo può rendere necessario un altro tipo di comportamento. Soprattutto per quanto riguarda faccende pubbliche, nello Stato e nella società, anche il cristiano deve opporre resistenza al male e non si può semplicemente tirare indietro sulla base del rifiuto della violenza presente nel Discorso della Montagna. Perciò, secondo Lutero si deve distinguere tra il "cristiano" e il "cittadino del mondo".

Esiste infine una terza risposta radicale che emerge prevalentemente in gruppi cristiani radicali, nei cosiddetti "eretici". In questo caso, si tratta di mettere in pratica la 'provocazione' del Discorso della Montagna senza limitazioni né tagli, di farlo valere anche nell'ambito sociale e politico, di farlo diventare diritto vigente. Gli esempi più noti di questa posizione sono Tommaso Muntzer e gli anabattisti al tempo della Riforma ; oggi potrebbero essere i quaccheri e alcune altre sette. Il pericolo che si corre consiste nel fatto che questa comprensione 'statutaria' del Discorso della Montagna può capovolgersi in un falso radicalismo che contraddice profondamente il radicalismo peculiare del Discorso della Montagna, che è in fondo un radicalismo dell'amore e della libertà.

La situazione presente è caratterizzata da una nuova stringente discussione sul messaggio e sull'ambito di validità del Discorso della Montagna. Si è chiarita una cosa: non si può comprendere il Discorso della Montagna nel suo insieme né nei suoi dettagli se non si richiama il quadro completo e lo sfondo dell'annuncio di Gesú. Ma questa cornice generale è l'annuncio che fa Gesú della prossima venuta del Regno di Dio, la buona novella che esso è vicino. Con ciò entra in gioco lo specifico messaggio di salvezza di Gesú e la connessa comprensione della fede e della salvezza, e cioè che si tratta di agire e vivere a partire dalla incondizionata volontà di salvezza di Dio, a partire dalla certezza di una salvezza che proviene dall'amore di un Dio che libera. La formulazione programmatica: "Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino: convertitevi e credete al vangelo" (Mc 1, 15) è anche la premessa fondamentale per la comprensione e la messa in pratica del Discorso della Montagna. Il movimento di conversione, espiazione e fede, questa trasformazione radicale dell'uomo, del suo pensare ed agire, si articola negli insegnamenti del Discorso della Montagna; e viceversa, la prassi etica del Discorso della Montagna è sempre in qualche modo connessa con la conversione e la fede. Perciò, nella sua impostazione di fondo, il Discorso della Montagna non è "legge" ma "evangelo"; non è semplicemente comandamento apodittico ma dono, grazia, nuova possibilità di vita, vita nella certezza salvifica della salvezza e nel compimento dell'uomo. A questo punto, anche la nozione di un'"etica di Gesú" diventa problematica. Se per etica si intende il complesso dei doveri umani sotto il segno di un imperativo categorico, allora in base a questo modello si potrebbe a malapena considerare il Discorso della Montagna come un'"etica". E questo perché nel Discorso della Montagna non c'è un "tu devi" all'inizio, ma una promessa, un impegno, le "beatitudini" appunto. Passiamo ora a queste.

Sia il Discorso del Campo di Luca che il Discorso della Montagna di Matteo cominciano con una serie di versetti che si indicano come beatitudini a causa del ripetersi della formula introduttiva "beati...".

La versione di Luca è piú corta ed è formulata nello stile del discorso diretto (Lc 6, 20-23):


  • "Alzati gli occhi verso i suoi discepoli, Gesú diceva:
    Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio.
    Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati
    Beati voi che ora piangete, perché riderete.
    Beati voi quando gli uomini vi odieranno
    e quando vi metteranno al bando e v'insulteranno
    e respingeranno il vostro nome come scellerato, a causa del Figlio dell'uomo.
    Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli.
    Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i profeti".

In Luca, alle beatitudini, e quasi in opposizione ad esse, seguono le condanne (Lc 6, 24-26):


  • "Ma guai a voi, ricchi, perché avete già la vostra consolazione.
    Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame.
    Guai a voi che ora ridete, perché sarete afflitti e piangerete.
    Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi
    Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i falsi profeti".


Mentre la forma delle beatitudini di Luca sembra piú diretta ed originaria rispetto alla forma di Matteo, le condanne in Luca non dovrebbero essere originali ma dovrebbero risalire all'evangelista di Luca.

La versione di Matteo delle beatitudini (Mt 5, 3-12), che normalmente viene citata, ha al contrario un effetto piú solenne e maestoso Inoltre, contiene quattro beatitudini in piú:


  • "Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
    Beati gli afflitti, perché saranno consolati.
    Beati i miti, perché erediteranno la terra.
    Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
    Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
    Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
    Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
    Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
    Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno
    e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.
    Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli.
    Cosí infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi".


Si è spesso riflettuto recentemente se la traduzione "beati" sia ancora adeguata all'uso linguistico odierno. L'ormai invecchiata tradizione unitaria aveva così reso il termine greco makàrios, "beato": "Felici quelli che sono poveri davanti a Dio... (wobl denen)". Oppure, la "Buona Novella": "Si rallegrino tutti coloro che stanno davanti a Dio a mani vuote... (Freuen durfen sich alle)".

Ma basta ascoltare attentamente per accorgersi che queste innovazioni non raggiungono nemmeno da lontano la piena risonanza della parola "beati", con il suo voler significare una beatitudine piena ed insuperabile. Inoltre, anche la "beatitudine" appartiene ad un particolare genere letterario che si trova soprattutto nella letteratura sapienziale e nei testi apocalittici. Si vedano in proposito due esempi.

Nel salmo 1 si dice:


  • "Beato l'uomo che non segue il consiglio degli empi, non indugia nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli stolti;
    ma si compiace della legge del Signore, la sua legge medita giorno e notte".


Qui, si dice beato l'uomo religioso che dedica tutta la sua vita allo studio della torah e alla sua messa in pratica.

E nei cosiddetti Salmi di Salomone (17,44) scritti nel primo secolo avanti Cristo, si dice:


  • "Beato chi vivrà in quei giorni e potrà vedere la salvezza d'Israele
    nell'unità delle tribù, quale sarà operata da Dio!".


In questo caso, si dicono beati gli ebrei religiosi che saranno testimoni della salvezza messianica finale.

La differenza decisiva delle beatitudini del Discorso della Montagna risiede soprattutto nel fatto che Gesú promette da subito a certi uomini la salvezza finale del Regno di Dio, e quindi la pienezza salvifica dell'amore di Dio in tutta la sua potenza. Soprattutto Nietzsche ha sentito in modo particolarmente intenso che cosa accade qui, allorché dice:

  • "Sono stati gli ebrei, e Gesú era uno di loro, ad aver osato capovolgere con una conseguenza terrificante lo schema aristocratico dei valori buono = nobile = potente = bello = felice = amato da Dio e ad aver difeso con i denti dell'odio piú abissale... che solo i miseri sono buoni, i poveri, gli impotenti; gli umili soltanto sono buoni; i sofferenti, gli sfruttati, i malati, i deformi sono i soli religiosi, i soli fedeli; per loro soltanto c'è beatitudine, "

È chiaro che Nietzsche pensa qui soprattutto al Discorso della Montagna, al qui proposto "capovolgimento dei valori"; qui ha luogo la vera e propria "rivolta degli schiavi nella morale". Le beatitudini hanno il carattere di una violenta 'provocazione'; e se non lo cogliamo piú è solo perché l'abitudine o l'indifferenza ci hanno intorpidito.

Le prime tre di queste beatitudini risalgono certamente a Gesú stesso (secondo Luca).

Al primo posto, la beatitudine dei "poveri". A questi poveri, viene incondizionatamente promessa la salvezza del Regno di Dio, la salvezza in tutta la sua inesauribile pienezza. Ma chi sono questi poveri, o, come dice Matteo, questi "poveri in spirito"? Naturalmente, non si intendono gli stupidi, anche se certo essi non sono neanche da escludere.

Nella tradizione ebraica vetero-testamentaria, il concetto "i poveri" ha sia una componente sociale che una componente religiosa, non si può sottovalutare nessuno dei due aspetti. "I poveri" sono quindi veramente i nullatenenti, la gente che non possiede nulla, quelli che vivono alla giornata, quelli che per la loro miseria sociale appartengono alla classe dei subordinati, degli oppressi, degli impotenti. Questi poveri sono però anche i privi di diritti, quelli che nessuno aiuta, che possono fare affidamento solo su Dio; quelli che sono piú coscienti di dipendere da Dio. Secondo l'insegnamento dei profeti e dei salmi, è Dio stesso che si prende particolarmente cura proprio di questi poveri. A loro, va la particolare premura di Dio; a loro, Dio dona tutta la salvezza. Mentre in Luca è posto piú fortemente in risalto l'accento sociale della povertà, Matteo sottolinea piuttosto l'accento religioso con l'espressione "i poveri in spirito", perciò la traduzione unitaria dice: "Beati quelli che sono poveri davanti a Dio". Di nuovo, ciò non può far dimenticare il riferimento sociale.

Alcune altre beatitudini si trovano solo in Matteo.

  • I "miti" sono probabilmente i non violenti che rinunciano a voler instaurare il Regno di Dio con la violenza, a differenza dei ribelli zeloti e dei rivoluzionari di ogni sorta.
  • I "misericordiosi" sono gli uomini che hanno pietà e sanno perdonare, i generosi.
  • I "puri di cuore" sono gli uomini trasparenti, onesti, leali, che non conoscono né inganno, ne ipocrisia, né menzogna.
  • Gli "operatori di pace" sono persone che si impegnano attivamente per la pace, che risolvono i conflitti e promuovono la riconciliazione.

La serie si chiude in Luca e in Matteo con la beatificazione dei perseguitati ingiustamente, e allora entrambi gli evangelisti pensano soprattutto ai discepoli di Gesú perseguitati nel loro tempo. Ma ciò non esclude che si possa pensare, in questo caso, a tutti coloro che sono oppressi ingiustamente da un qualsiasi regime.

Per queste ultime beatitudini di cui si è parlato, occorre dire che esprimono intenzioni che stavano particolarmente a cuore all'evangelista Matteo. Costituiscono una sorta di parentesi rispetto all'intero Vangelo di Matteo. Mentre le prime tre beatitudini pongono l'accento soprattutto su particolari atteggiamenti di fondo, le altre beatitudini aggiunte da Matteo sottolineano piuttosto le virtù attive e il tipo di condotta del cristiano. Per Matteo, entram6i i lati sono importanti: la grazia e la promessa divina, ma anche il comportamento umano che da queste scaturisce, la nuova prassi dei discepoli di Gesú.

Resta sempre il compito di vedere e stabilire l'intrinseca connessione tra intenzione ed azione; evidentemente, un'interpretazione puramente privatistica del Discorso della Montagna non è sufficiente. Del resto, per la messa in pratica del Discorso della Montagna non ci sono neanche limiti esterni. Una fede viva si sforzerà sempre di agire secondo l'insegnamento di Gesú, per quanto sarà in grado di farlo, in tutte le sfere della vita, e comunque a partire da un radicalismo dell'amore e della libertà connesso ad una saggia ragion pratica.


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