Anno
544 Giungono in occidente notizie
che ad Edessa in Turchia, (l'odierna Urfa), è conservata
una... "straordinaria immagine non
fatta da mano d'uomo"... che molti studiosi odierni
identificano con la Sindone, ripiegata in modo tale da presentare
all'osservatore il solo volto. 944 L'immagine
di Edessa viene trasferita a Costantinopoli dove, nel 1147,
è venerata da Ludovico VII re di Francia. 1204 In una lettera
un crociato dice di aver visto "La
Sindone del Signore". 1353 La Sindone
risulta in possesso di Goffredo di Charny, a Lirey, Francia.
Nè allora, nè mai fu data spiegazione di come
la famiglia Charny fosse entrata in possesso di quel manufatto
all'apparenza prodigioso.
1453
Margherita di Charny cede la Sindone al duca Ludovico I di Savoia
che la trasferisce a Chambéry.
1506
Papa Giulio II concede il culto liturgico e pubblico della Santa
Sindone.
1532
Il 4 dicembre scoppia un incendio nella cappella che custodisce
la Sindone a Chambéry. La cassetta d'argento che la contiene
fonde a causa dell'elevata temperatura ed una goccia del metallo
fuso attraversa i vari strati del Sacro Telo.
1534
Tra il 15 aprile ed il 2 maggio le Suore Clarisse di Chambéry
riparano le parti incenerite applicando quei rappezzi triangolari
che ancora oggi si vedono.
Dal
1536 al 1553
la Sindone viene trasferita a Vercelli, al seguito del tesoro
personale dei duca di Savoia, dopo l'occupazione francese del
ducato.
Nel
1553 i francesi
occupano Vercelli e la saccheggiano. La Sindone si salva grazie
al canonico di Sant'Eusebio che la sottrae nascondendola sotto
il mantello. Quando successivamente i francesi vengono scacciati
la reliquia viene esposta in piazza in occasione di ben due
ostensioni.
1578
Emanuele Filiberto di Savoia trasferisce la Sindone a Torino.
1694
Il 1° giugno la Sindone è collocata nella sontuosa
cappella annessa al Duomo costruita su disegno dell'Abate Guarino
Guarini.
1898
Tra il 25 e il 28 maggio la Sindone è fotografata per
la prima volta dall'avvocato Secondo Pia, con un apparecchio
che si era fatto appositamente costruire non per fotografare
la Sindone, bensì la grande pala che delimita l'altare
della Chiesetta della Madonna delle Grazie, a Varallo Sesia,
(Vercelli).
1973
Il 23 novembre avviene la prima ostensione televisiva.
1978
Pubblica ostensione dal 26 agosto all'8 ottobre in occasione
del 4° centenario del trasferimento a Torino.
1983
Con la morte di Umberto II di Savoia, il 18 marzo, la Sindone
passa per volontà testamentaria in proprietà della
Santa Sede.
1988
Prelievo di campioni del telo sindonico per l'esame del radio-carbonio.
Va detto che l'esame data la Sindone intorno all'anno 1400;
ma le modalità dell'operazione di prelievo, il metodo
di datazione ed i risultati forniti dai tre istituti che eseguono
l'esame vengono contestati e ritenuti insoddisfacenti da un
sempre più rilevante numero di studiosi.
1997
L'11 e 12 aprile la cappella guariniana che ospita la Sindone
viene devastata da uno spaventoso incendio. Le immagini televisive
della Sindone portata in salvo dai vigili del fuoco di Torino
fanno il giro del Mondo.
1998
Pubblica ostensione dal 18 aprile al 14 giugno.In occasione
della Sua visita il Pontefice la definì "...
provocazione all'intelligenza umana".
2000
Per decisione di Sua Santità Giovanni Paolo II avviene
la pubblica ostensione in occasione del Giubileo, dal 12 agosto
al 22 ottobre.
2007
Il telo Sindonico viene rimosso dal supporto che lo sorreggeva
dall'anno 1534 e viene sottoposto ad un'accurato lavoro di restauro
e conservativo.
2008
Sempre più Scienziati e studiosi di tutto il mondo, tra
i quali il Direttore dell'Istituto di Oxford che fu uno dei
3 incaricati di effettuare le analisi del 1988, affermano possibili
errori nella datazione
Attuale
collocazione della Sindone nel Duomo di Torino
Analisi
della Sindone
La
Sindone è un tessuto di lino a spina di pesce, lungo mt.
4,37 e largo mt. 1,11.
Secondo
la tradizione è il lenzuolo funerario nel quale Gesù
fu avvolto dopo essere stato calato dalla croce. Ciò è
suggerito dal racconto dei Vangeli, secondo i quali Giuseppe d'Arimatea
compose il corpo di Gesù nel Sepolcro dopo averlo avvolto
in una "sindone".
La
documentazione certa sulle vicende storiche della Sindone di Torino
comincia ad essere senza lacune solo a partire dalla metà
del XIV secolo. Per il periodo precedente i risultati concordanti
delle ricerche storiche, scientifiche, iconografiche ed archeologiche,
permettono di ricostruire con soddisfacente attendibilità
alcuni movimenti di questo lenzuolo.
Durante
l'ostensione del 1898, l'avvocato astigiano Secondo Pia fu autorizzato
a fotografare la Sindone e visse un momento d'intensa emozione quando
vide formarsi sul negativo fotografico la figura positiva, (cioè
come siamo abituati a vederla noi nella realtà), di un uomo
con un volto impressionante e maestoso: l'impronta sulla Sindone
si comporta quindi come un'immagine in negativo naturale. Fanno
eccezione le macchie di sangue e le impronte delle ferite.
Le
tracce impresse sulla Sindone sono di quattro tipi:
1segni di carbonizzazione
della tela: il lenzuolo,
oltre a piccoli fori bruciacchiati, presenta due linee scure parallele
longitudinali intersecate da 29 rattoppi, grossolanamente triangolari
effettuati con materiale diverso. Questi rattoppi coprono i buchi
causati da una goccia di argento fuso dell'urna che conteneva il
lenzuolo, più volte ripiegato, durante l'incendio scoppiato
nel 1532 nella cappella di chambéry.
2colature d'acqua:
aloni lasciati dall'acqua usata per spegnere l'incendio del 1532.
3
immagine in chiaroscuro di una figura umana:
nella parte mediana longitudinale della tela è evidenziata
la doppia impronta, frontale e dorsale, di un uomo; l'immagine appare
quasi in rilievo per effetto dei toni diversi della tinta bruno
chiara. La persona che ha lasciato questa impronta supera la statura
di 170 cm.
4decalcazioni:
su punti particolari quali fronte, nuca, polso, piede e costato
destro la forma e la tinta delle macchie sono diverse da quelle
del resto del corpo: tendono al carminio, sono piane e con contorni
netti; sembra che una sostanza si sia decalcata sulla tela.
Cliccare
sull'immagine per visualizzare lo schema della Sindone
Schema
del Sacro Lino della Sindone
Gli
studi e le ricerche scientifiche che da quasi un secolo si interessano
della Sindone hanno portato ai seguenti dati certi:
Non
si tratta di un dipinto.
Non può essere un artefatto perchè riporta immagini
in negativo fotografico già molti secoli prima che fosse
conosciuta la distinzione tra negativo e positivo fotografico.
Mentre l'impronta della figura umana ha tutti i caratteri di una
immagine negativa le macchie di sangue sono riprodotte sulla Sindone
come si vedrebbero nella realtà, cioè in positivo,
poiché il sangue ha colorato la tela in modo diretto.
Le analisi ematologiche hanno dimostrato con certezza che la Sindone
riporta tracce di sangue umano.
L'impronta è stata impressa da un cadavere che tuttavia non
ha lasciato tracce di putrefazione. Il corpo è rimasto avvolto
nel lenzuolo per il tempo necessario alla formazione dell'immagine
ma non fino a subire l'effetto della decomposizione del cadavere.
La trafittura delle mani non risulta in corrispondenza del palmo,
dove un falsario non avrebbe mancato di raffigurarla in ossequio
alla tradizionale iconografia, ma bensì in corrispondenza
del polso: unico posto idoneo per sostenere il peso di un corpo
umano crocefisso.
Le mani presentano solo quattro dita in quanto il pollice, in conseguenza
della trafittura del polso con un chiodo, si flette bruscamente
per la recissione dei tendini.
Il sangue ed il siero usciti dal costato sono certamente sgorgati
da una ferita post-morte dell'uomo: come si legge nel Vangelo di
Giovanni, (19, 33-34), Gesù crocefisso era veramente morto
quando fu colpito dalla lancia.
L'esame dei pollini identificati sul telo sindonico conferma l'ipotesi
del passaggio della Sindone in zone palestinesi e mediorientali;
dato che è sicuro il percorso che fin dal 1353 ha compiuto
la Sindone è altamente probabile che sia stata contaminata
prima di quella data.
Le ultime analisi al computer hanno evidenziato che le fotografie
della Sindone, a differenza delle pitture e persino delle comuni
fotografie, contengono in loro stesse le informazioni della terza
dimensione, per cui è possibile ricavare dalle medesime le
stupende immagini tridimensionali che hanno consentito di individuare
particolari altrimenti non rilevabili
Nel
corso dei secoli l'immagine Sindonica ha perso parte della propria
nitidezza, non a causa di perdita di colore dell'immagine stessa
ma a causa del tessuto che si scurisce per via dell'ossidazione.
A
tutt'oggi non è stato possibile, con gli strumenti tecnici
in nostro possesso, riprodurre in laboratorio le circostanze che
hanno portato alla formazione dell'immagine Sindonica, ne spiegarne
scientificamente le cause della Sua formazione.
Un’immagine
impossibile
Tratto
da: LA SINDONE: VANGELO SCIENTIFICO DA RIVALUTARE 19 LUGLIO 2007
E’ noto che l’immagine corporea impressa sulla Sindone
non è ancora riproducibile in
tutti i suoi dettagli; ciò mette in crisi la Scienza e la
Tecnica del terzo millennio. Questa affermazione è stata
anche confermata da 24 studiosi di tutto il mondo che appartengono
al gruppo ShroudScience e che hanno pubblicato una lista di 148
caratteristiche della Sindone da considerare se si vuole costruire
un’ipotesi attendibile di formazione dell’immagine corporea
che è generata da un invecchiamento precoce del rivestimento
delle fibrille di lino spesso meno di un micrometro.
Per il momento si possono riprodurre separatamente su diversi campioni
tutte queste caratteristiche, ma non è ancora possibile
riprodurle tutte insieme su un unico lenzuolo: si possono riprodurre
molto bene le fattezze dell’immagine a livello macroscopico
se si trascurano alcuni dettagli microscopici e viceversa.
Alcuni
studiosi hanno affermato che quello che si può spiegare dal
punto di vista fisico dell’immagine corporea non è
accettabile dal punto di vista chimico e viceversa; per esempio
dal punto di vista chimico si potrebbe ipotizzare la formazione
dell’immagine tramite l’emanazione di gas di decomposizione,
ma dal punto di vista fisico la risoluzione dell’immagine
sindonica è circa 10 volte migliore di quella ottenibile
tramite diffusione di gas.
Ogni
caratteristica dell’immagine può essere riprodotta
separatamente:
per esempio la disidratazione della cellulosa può essere
riprodotta per effetto corona se si pone un tessuto di lino in un
forte campo elettrostatico, ma non si riesce ancora ad ottenere
un’immagine di una superficie corporea avvolta da un lenzuolo
che dista anche qualche centimetro dal tessuto perché il
campo elettrostatico dovrebbe raggiungere qualche milione di volt
se non si ipotizza una forte ionizzazione ambientale. La tridimensionalità
si riproduce bene con un dipinto, ma il dipinto a livello microscopico
non riproduce le caratteristiche dell’immagine sindonica che
è priva di pigmenti o sostanze di apporto.
Il
fatto che oggi non si possa riprodurre la Sindone non implica che
mai si riuscirà a farlo, ma attualmente la Scienza e la Tecnica
devono ammettere la loro limitatezza: la Sindone quindi si pone
di fronte all’Uomo ammonendolo che esiste anche qualcosa al
di là del limitato sapere umano e che quindi egli deve ammettere
umilmente la sua incapacità di conoscere e spiegare tutto.
Caratteristiche
dell’immagine corporea
L’immagine corporea ha moltissime caratteristiche
particolari che tutte insieme non sono ancora riproducibili; fra
quelle più interessanti ci sono le seguenti.
-1 L’immagine
corporea alla luce dei nostri occhi si presenta come se fosse un
negativo fotografico; tuttavia se si osserva in luce infrarossa
(8-14 micrometri) essa appare come un positivo fotografico con particolari
anatomici non del tutto corrispondenti.
-2
L’immagine ha caratteristiche tridimensionali nel
senso che i chiaroscuri dell’immagine corrispondono alla distanza
compresa fra lenzuolo e cadavere avvolto; nell’immagine corporea
è quindi codificata anche un’altra informazione relativa
alla distanza fra telo e corpo avvolto; questa caratteristica di
tridimensionalità indicherebbe quindi che il meccanismo di
formazione dell’immagine agì a distanza e che si attenuò
in conformità con le leggi dipendenti dal tipo di energia
irradiata.
-3
L’immagine è superficiale da due diversi punti di vista:
a) un filo sindonico è composto
di 80-120 fibrille di lino; se si considera un filo su cui è
impressa l’immagine, solo pochissime (10-20 fibrille) delle
fibrille più esterne sono colorate, le altre no;
b) considerando una singola fibrilla
di immagine, la cellulosa che compone più del 90% della
fibrilla di lino non è colorata; è colorato solo
uno strato superficiale che riveste la fibrilla, ed è sottile
circa 200-300 nanometri
-4 L’immagine
corporea frontale è particolarmente superficiale in corrispondenza
del volto e delle mani; nello spessore del tessuto di lino infatti
non c’è immagine, ma solo sulle due superfici esterne
del tessuto; le macchie di sangue invece, che si sono impregnate
nel tessuto, passano da parte a parte.
-5
L’immagine corporea dorsale non è invece particolarmente
superficiale, forse a causa della presenza della pietra tombale
su cui era appoggiato il cadavere.
-6
L’immagine non è stata generata da pigmenti pittorici
come acquarello o tempera, ma è stata generata da una reazione
chimica che ha interessato il sottile rivestimento superficiale
delle fibrille. Dal punto di vista chimico la colorazione è
definita come una disidratazione e ossidazione di polisaccaridi
e consiste in un invecchiamento precoce del tessuto.
-7
L’immagine non si è formata per contatto con il cadavere
avvolto perché esiste immagine anche nelle zone di non contatto
corpo-telo. Probabilmente è stata causata da una sorgente
di energia intensa ma di brevissima durata, forse inferiore al millisecondo
perché la sua azione è avvenuta solo in superficie.
Tale energia però doveva essere estremamente direzionale
per generare un’immagine con tali dettagli anatomici.
La
stoffa della Sindone presenta un sofisticato disegno a spina di
pesce, realizzato con una particolare tecnica che entrò in
Europa agli inizi del XIV secolo. Che il lenzuolo sia stato prodotto
nel I secolo d.C. non è comunque da escludere, in quanto
il lino è filato e tessuto a mano con torcitura in senso
orario, una tecnica già usata in Medio Oriente ai tempi di
Gesù. Sul lenzuolo sono state inoltre trovate fibre di cotone,
che all’epoca era coltivato in Egitto e Palestina, ma non
in Europa, e nessuna fibra di lana, in osservanza forse della legge
mosaica che nel Deuteronomio prescrive di tenere separata la lana
dal lino.
Un'ulteriore
fonte di informazione sulle origini e sulla storia della Síndone
è data da tracce di polline trattenute nelle fibre del tessuto.
Lo svizzero Max Frei-Sulzer ebbe l'idea di ricostruire
quali aree geografiche la Sindone avesse attraversato analizzando
i residui pollinici in essa depositati. Gli esami di Sulzer dimostrarono
che, nonostante la massiccia presenza di micropolveri, sul sudario
era del tutto assente il polline dell'ulivo, così presente
in Terra Santa. Tale risultato fu in seguito confermato anche da
alcuni scienziati israeliani. Scoprì però anche che
sul tessuto di lino sono presenti spore e pollini caratteristici
della Palestina. Inoltre alcune spore che aveva individuato erano
caratteristiche di una zona che andava da Gerusalemme a una zona
limitrofa nel deserto arabico. Quindi, appurato che dall'anno 544
in poi il perscorso della Sindone è conosciuto, gli studiosi
ritengono che il passaggio in Terrasanta sia per forza di cose avvenuto
prima di quella data.
Il
dibattito continuò per anni senza potersi avvalere della
prova in assoluto più importante, rifiutata perché
richiedeva la parziale distruzione della Sindone. Il ricorso all'analisi
radiocarbonica, o prova del carbonio 14, per una
«datazione al radiocarbonio» era stato più e
più volte scartato perché si poteva effettuare solo
su un campione di discrete dimensioni.
Con
l'affinarsi delle metodologie, tuttavia, il potenziale danno arrecato
al tessuto finì per ridursi entro limiti considerati accettabili.
Nell'ottobre
del 1986 un articolo apparso su «Nature»,
una delle riviste scientifiche più prestigiose del mondo,
annunciava che il celebre telo di lino finalmente sarebbe stato
datato scientificamente:
La Chiesa cattolica assisterà tra non molto all'esame al
radiocarbonio della sua più famosa reliquia, la Sacra Sindone,
che verrà condotto su alcuni pezzi del lenzuolo funebre
in sette diversi laboratori del mondo. Data la sensibilità
delle moderne tecniche, sono sufficienti meno di 5 milligrammi
di tessuto per stabilire con una tolleranza di 60 anni, in eccesso
o in difetto, l'età esatta del telo. Confrontando i risultati
ottenuti nei vari laboratori si avranno dati statistici molto
più precisi.
Questo metodo di datazione si basa sul fatto che la materia vivente
assorbe biossido di carbonio, un gas contenente un atomo di carbonio
e due atomi di ossigeno.
Il
nucleo della gran parte degli atomi di carbonio è costituito
da 13 protoni; questa struttura, che è la più comune,
è nota come carbonio 13, ma in natura esistono anche forme
diverse.
Nell'alta
atmosfera, gli atomi di carbonio vengono colpiti dai raggi cosmici,
neutroni e protoni che arrivano dallo spazio con altissima energia,
i quali creano così una forma radioattiva di carbonio, caratterizzata
dalla presenza all'interno del nucleo di 14 protoni: si tratta del
carbonio 14, un radioisotopo instabile che, con il tempo, perde
il protone in sovrappiù, ritornando allo stato normale del
carbonio 13.
La
rapidità con cui questa trasformazione si compie è
oggetto di studio sin dal 1950, quando Willard Libby suggerì
per primo la possibilità di utilizzare questo materiale per
determinare l'età di sostanze che un tempo erano vive.
Tutte le piante a foglia verde si procurano nutrimento assorbendo
la luce del sole nel corso di un processo chiamato fotosintesi,
durante il quale catturano anche il biossido di carbonio, che convertono
in zucchero e ossigeno. Nel biossido di carbonio assimilato sono
presenti piccole quantità di radiocarbonio, ad alto livello
energetico, il cui tasso rimane lo stesso finché la pianta
è in vita; ma quando questa muore il carbonio 14 accumulato
comincia a decadere secondo un andamento costante, che la scienza
è riuscita a calcolare con esattezza.
Basandosi sul decadimento radioattivo è quindi possibile
calcolare il momento in cui una pianta ha cessato, in passato, di
esistere. Lo stesso calcolo si può fare sugli animali, che
assimilano il carbonio 14 ingerendo piante a foglia verde. La datazione
precisa si stabilisce misurando la quantità di carbonio 14
residua nel campione in esame e comparando il risultato con dei
grafici standard, noti come curve di calibrazione. Con questa operazione
si risale alla data in cui il reperto ha cessato di vivere.
E'
tuttavia prevista una «finestra temporale» di un certo
numero di anni, da scalare o aggiungere alla data ottenuta, poiché
si possono verificare piccoli errori durante il processo di misurazione.
Una volta presa la decisione di applicare questo metodo di calcolo
alla Sindone, venne chiesto l'aiuto del British Museum
per soprintendere alla certificazione dei campioni ed elaborare
l'analisi statistica dei risultati.
Alla
fine vennero scelti tre laboratori a Oxford, Zurigo
e Tucson, in Arizona, e, dopo un incontro nel gennaio
del 1988 al British Museum, fu proposto un metodo sperimentale da
seguire all'arcivescovo di Torino, Mons. Anastasio Ballestrero,
che diede la sua approvazione.
I
sostenitori dello studio della Sacra Sindone erano diffidenti nei
confronti delle ragioni del Vaticano e questo dissenso andò
via via aumentando, fino a sfociare in una lettera, inviata alla
rivista "Nature" per conto del Comitato statunitense per
l'indagine scientifica dei fenomeni paranormali, che sollevava la
seguente questione:
Chi garantirà agli studiosi indipendenti che tutti i campioni
inviati ai laboratori d'analisi prescelti siano davvero frammenti
del lino sindonico? Ci si deve semplicemente fidare della parola
del Vaticano?
Il
mese successivo "Nature", pubblicò la risposta
del British Museum, il quale assicurò tutti gli interessati
che al museo inglese era stato riservato il compito di garantire
l'osservanza delle procedure stabilite. Sul suo ruolo di osservatore
imparziale dell'esperimento il dottor Tite fu decisamente inequivocabile:
...Possiamo assicurare che, nell'eventualità
in cui le procedure proposte fossero rettificate, dando adito
a una possibile interferenza con i campioni del tessuto, il British
Museurn declinerebbe il suo compito di istituzione garante.
Nell'aprile
dell'anno seguente il British Museum fece pubblicare in versione
integrale le procedure che sarebbero state seguite nel corso dell'esperimento
e annunciò inoltre l'uscita su pubblicazioni scientifiche,
a tempo debito, di un documento scientifico completo di tutti i
dettagli dell'esperimento. Ciò bastò a rassicurare
gran parte della comunità scientifica.
Il 21 aprile 1988, alla presenza di un certo numero
di autorevoli testimoni, vennero prelevati dalla Sindone i campioni
stabiliti, che furono quindi consegnati ai tre laboratori di Oxford,
Zurigo e Tucson assieme a tre altri campioni di controllo, di cui
non venne specificata la provenienza: questo perché si potesse
valutare la precisione dei risultati confrontando i campioni con
altri tessuti di cui si conosceva la data d'origine.
I
campioni di controllo consistevano in due pezzetti di tessuto e
in alcuni fili. Complessivamente i campioni da analizzare erano:
n.
1:
un frammento della Sacra Sindone; n. 2: un frammento di lino recuperato da una
tomba cristiana di Qasr Obrim, in Egitto, e datato tra 1'X1 e
il XII secolo; n. 3: un pezzetto di lino rinvenuto in un sepolcro
di Tebe, datato intorno al 75 d.C.; n. 4: alcuni fili presi dal piviale di san Luigi
d'Angiò, custodito nella basilica di san Massimo e che
si fa risalire alla metà del XIII secolo.
1
tre laboratori accordarono di non confrontare i rispettivi risultati
prima di aver comunicato al British Museum quanto scoperto.
Dal
momento che la Sindone, nel corso della sua esistenza, era stata
esposta a un'ampia gamma di inquinanti ambientali, i laboratori
fecero ricorso a diverse procedure chimiche e meccaniche di ripulitura,
per ridurre il più possibile l'influsso delle contaminazioni.
Una volta completate tutte le misurazioni, i dati dei cinquanta
singoli esperimenti condotti nei tre laboratori furono trasmessi
al British Museum, che diede avvio a un'analisi statistica delle
prove.
Tutti i particolari dei calcoli e della curva di calibrazione cronologica
impiegati vennero pubblicati integralmente in un articolo su "Nature",
perché anche i più scettici potessero controllare
la metodologia di lavoro e la precisione dei calcoli. L'esito risultò
abbastanza definitivo e mostrava, con il 95% di probabilità,
che la pianta del lino utilizzato per tessere la Sindone aveva cessato
di essere un organismo vivente tra il 1260 e il 1390 dopo Cristo.
Sottoposti agli stessi esami, gli esemplari di controllo rimossi
dal piviale di San Luigi portarono ad una datazione compresa tra
il 1263 e il 1283: un risultato straordinario se si considera che
il Santo morì nel 1270, all'età di cinquantasei anni.
Per gli altri campioni i risultati dell'analisi radiocarbonica furono
altrettanto fedeli rispetto alle date rilevate con altri sistemi.
Al
termine di questi esperimenti non potevano più esserci dubbi
circa l'età del telo sindonico
Ma
ora il dibattito si riapre, grazie anche ad un documentario trasmesso
durante la Pasqua 2008 dalla Bbc. Perché la stessa Scienza,
anzi la stessa tecnica del Carbonio14, dimostra oggi che quella
che era stata presentata come la prova della datazione definitiva
della Sindone in realtà non è cosi sicura.
Tra
gli altri scienziati scettici sulla validità dell'esame sindonologico,
il professor Dimitri A. Kouznetsov, del Laboratorio
di ricerca fisico-chimica dell'università di Mosca, in collaborazione
di un sindonologo italiano, Mario Moroni, ha preso
un lino del primo secolo proveniente da En Gedi, in Israele. Per
la "datazione" col C14 si è poi rivolto proprio
a uno dei tre laboratori che nel 1988 avevano effettuato l'esame
sul tessuto sindonico, quello di Tucson, Arizona.
L'esito
dell'esame radiocarbonico sul tessuto di Kouznetsov
ha stabilito un periodo compreso fra il 100 a.C. e il 100 d.C.
Quindi
Kouznetsov ha sottoposto il lino a un incendio identico a quello
che la Sindone subì il 4 dicembre 1532 a Chambéry.
Di
quell’incendio, la Sindone porta ancor oggi i segni: due lunghe
striscie scure provocate dalla fusione della cassetta d’argento
in cui era rinchiuso quando fu aggredita dalle fiamme. L’argento
fa da catalizzatore per la carbossidazione della cellulosa, arricchendo
la tela di carbonio. E infatti, dopo l’esperimento di Kouznetsov,
il lino di En Gedi è stato nuovamente datato col sistema
del C.14.
E,
sorpresa, a causa della presenza di argento fuso, è risultato
più giovane proprio di tredici secoli...
La Sindone di Torino riapre dunque il suo mistero
IL
SUDARIO DI OVIEDO
Nella
Cattedrale di Oviedo, nella Spagna settentrionale, è custodito
uno scrigno d'argento contenente un sudario che si ritiene essere
quello che Pietro trovò piegato in un luogo a parte nel sepolcro
di Gesù, "il sudario che gli era stato posto sul
capo". Questo reperto poco noto - chiamato "Sudario di
Oviedo", "Volto Santo" o "Sudario" - potrebbe
essere la chiave di lettura per svelare il mistero della ben più
nota Sindone di Torino, offrendo da un lato una prova a sostegno
dell'autenticità della Sindone e dall'altro nuove e dettagliate
informazioni sulla passione, la morte e la sepoltura di Gesù.
La
storia del Sudario di Oviedo è ancora in corso di svolgimento,
dopo aver recentemente ricevuto nuovo vigore dalle ricerche storiche
e scientifiche effettuate dal Centro Spagnolo di Sindonologia
che avviò nel 1989 un approfondito studio interdisciplinare
del Sudario e ha ora cominciato a pubblicare i risultati.
Come
il Sudario è arrivato a Oviedo
Si pensa che, dopo aver trovato il sudario nella tomba, S. Pietro
lo prese in custodia, forse utilizzandolo come mezzo di guarigione
durante le preghiere. Successivamente fu nascosto in una grotta
per proteggerlo e, più tardi ancora, riposto in uno scrigno
d'argento con altri reperti e venerato dai primi cristiani. Questo
"scrigno sacro" restò a Gerusalemme, o perlomeno
in Palestina, per quasi seicento anni. Quando Gerusalemme fu invasa
dai persiani nel 614 d.C., i cristiani si diedero alla fuga portando
lo scrigno ad Alessandria, quindi nel Nord Africa e infine in Spagna,
giungendo a Cartagena. Da lì fu portato a Siviglia e consegnato
a S. Isidoro, quindi, poco dopo la sua morte, trasferito a Toledo.
Nel
711 i mori invasero la Spagna, devastando in breve tempo tutto il
territorio.
I
cristiani in fuga portarono per sicurezza ciò che essi chiamavano
l'Arca Santa (lo scrigno sacro) verso nord, sulle montagne asturiane,
nascondendolo in un eremitaggio sul Monsacro, una montagna a 10
chilometri da Oviedo. Nel 840 il re Alfonso li lo fece trasportare
da Monsacro alla Camara Santa (la Camera Sacra), una cappella appositamente
costruita per salvaguardare lo scrigno e i reperti in esso contenuti.
Nel corso degli anni i vari re asturiani che si succedettero donarono
alla cappella numerosi altri reperti e oggetti preziosi, tra cui
la Croce della Vittoria che Don Pelayo fece elevare dopo la vittoria
di Covadonga, il luogo della sconfitta dei Mori e punto di partenza
per la riconquista cristiana della Spagna.
Una
data chiave nella storia del Sudario è il 13 marzo 1075.
Nello stesso giorno l'Arca Santa fu ufficialmente aperta alla presenza
di re Alfonso VI, sua sorella, alcuni vescovi e di El Cid, il leggendario
eroe militare spagnolo. Fu fatto un inventario del contenuto dello
scrigno, del quale resta una copia risalente al XIII secolo
conservata negli archivi della Cattedrale di Oviedo. Successivamente
Alfonso VI fece rivestire d'argento lo scrigno di legno, facendo
inoltre incidere in latino sul margine attorno al coperchio l'elenco
delle principali reliquie custodite all'interno. In quell'elenco
si legge chiaramente: "Del Sepolcro
del Signore e del Suo Sudario e del Suo Santissimo Sangue".
In
seguito a questa dichiarazione ufficiale delle reliquie custodite
nel Sacro Scrigno, Oviedo divenne un'importante meta per i pellegrini
sulla strada per Santiago de Compostela. Nel XIV secolo, quando
fu eretta la grande cattedrale gotica di San Salvador di Oviedo,
la Camara Santa fu inglobata al suo interno e lì rimase anche
lo scrigno, chiuso, con i pellegrini che dovevano accontentarsi
di toccarlo o di baciarlo.
A
metà del XVIII secolo, quando Filippo II commissionò
un inventario delle reliquie di Oviedo, lo scrigno venne aperto
ufficialmente e i suoi preziosi contenuti visionati. Qualche tempo
dopo, ebbe inizio la tradizione di esporre pubblicamente il Sudario
nella cattedrale tre volte all'anno.
Nel
1965 il sacerdote italiano e studioso della sindone, padre Giulio
Ricci, intraprese uno studio scientifico del Sudario per cercare
di stabilirne il legame con la Sindone di Torino. Ne derivarono
altre ricerche finché, alla fine degli anni Ottanta, si giunse
alla fondazione del Centro Spagnolo di Sindonologia (CES), dove
studi approfonditi effettuati sul Sudario stanno dando risultati
affascinanti.
Cosa
rivela il Sudario di Oviedo
Utilizzando gli strumenti della moderna medicina legale, gli scienziati
del CES sono riusciti ad estrapolare rivelazioni sorprendenti da
questo piccolo pezzo di stoffa: l'età, il percorso seguito
per giungere in Spagna, la causa della morte della persona di cui
aveva coperto il volto, il fatto che è stata avvolta e successivamente
riavvolta per due volte attorno al capo del cadavere. Il panno è
di lino con trama a taffettà, della dimensione di circa cm
53 x 86, un tempo bianco ma ora macchiato, sporco e sgualcito. I
soli segni visibili ad occhio nudo sono delle macchie marroncino
chiaro di varia intensità. Al microscopio, ovviamente, si
può vedere molto di più: macchie più confuse,
granelli di polline, tracce di aloe e mirra, ecc.
Gli
scienziati del CES hanno accertato che il panno era stato posto
sul viso di un defunto di sesso maschile, ripiegato, ma non nel
mezzo, e appuntato dietro alla testa. Il panno non era stato avvolto
interamente attorno alla testa perché la guancia destra era
quasi appoggiata sulla spalla destra, il che lascia supporre che
il corpo fosse ancora sulla croce.
Vi
è poi una quadruplice serie di macchie (ovvero macchie speculari
su entrambi i lati del panno ripiegato) composte da una parte di
sangue e da sei parti di liquido edematico polmonare, una sostanza
che si accumula nei polmoni quando una persona crocefissa muore
di asfissia e che, se il corpo viene mosso o scosso, può
fuoriuscire dalle narici. Alcune macchie risultano essere sovrapposte
ad altre, i cui margini restano chiaramente individuabili, a significare
che la prima macchia era già asciutta quando si è
formata quella successiva.
Alcune
di queste macchie sono a forma di dita, chiaramente disposte nella
parte attorno alla bocca e al naso. Sono state individuate sei posizioni
diverse di varie dita di mano sinistra, probabilmente determinati
da qualcuno che stava cercando di arrestare il flusso di sangue
dal naso dopo che il panno era stato avvolto sulla testa della vittima.
La
disposizione e la successione delle macchie suggeriscono una probabile
cronologia dei fatti. Il cadavere deve essere rimasto sulla croce
per circa un'ora dopo la morte, con il braccio destro piegato in
alto e la testa inclinata in avanti riversa sulla destra. Il corpo,
con il capo ancora piegato verso destra, è poi stato spostato
e adagiato in posizione orizzontale sul fianco destro per circa
45 minuti. Quindi è stato spostato di nuovo, mentre qualcuno
cercava di arginare con la mano il flusso di liquido che fuoriusciva
dal naso. Infine è stato disteso supino.
Oltre
alle macchie di liquido edematico ve ne sono di altri tipi, tra
cui puntini di sangue causati da piccoli corpi appuntiti, che si
ritengono essere stati spine.
II
Sudario e la Sindone di Torino
La storia del Sudario di Oviedo è ben documentata e molto
più chiara di quella della Sindone di Torino. Molte delle
informazioni al riguardo derivano dalle opere storiche di Pelagio,
vescovo a Oviedo nel XII secolo, che ha ricostruito l'itinerario
del Sudario dalla Palestina attraverso il Nord Africa fino in Spagna,
un itinerario che è stato corroborato dagli attuali studi
sui pollini. Esistono inoltre numerosi altri documenti ed attestano
che la reliquia è sempre rimasta in Spagna a partire dal
XVII secolo.
Se
i dati scientifici sui due paramenti funebri, il Sudario e la Sindone,
riuscissero dimostrare che entrambi sono stati in contatto con lo
stesso uomo, ciò rafforzerebbe l'autenticità della
seconda, che ha un'origine controversa e molto meno ben documentata.
La
prima e più evidente coincidenza è che il sangue del
Sudario e della Sindone appartengono allo stesso gruppo, l'AB,
un gruppo molto comune in Medio Oriente, ma raro in Europa. Ancora
più affascinante è il fatto che le macchie di sangue
sul Sudario mostrano una notevole corrispondenza con quelle della
Sindone. Ci sono oltre settanta macchie di sangue corrispondenti
nella zona del volto e oltre cinquanta sulla nuca e sul collo.
Le
macchie del Sudario sono più estese, soprattutto nella parte
corrispondente alla bocca e al naso, il che indica che il Sudario
è stato posto sul corpo la prima volta quando il sangue era
ancora più fluido. Ciò è conforme alla pratica
ebraica di coprire il volto del deceduto con una piccola pezza,
in segno di rispetto, durante i preparativi per la sepoltura, nel
caso il viso fosse sfigurato o ferito. Il panno veniva poi tolto
prima di avvolgere il corpo, ma veniva comunque messo nella tomba
perché intriso di sangue (nella tradizione ebraica si riteneva
che la vita fosse contenuta nel sangue e quindi qualsiasi cosa che
ne contenesse veniva sepolta con il corpo).
Sul
Sudario le macchie nella zona del viso sono disposte senza interruzione
da una parte all'altra dell'attaccatura laterale dei capelli, diversamente
dalle macchie del volto impresso sulla Sindone, che presenta zone
prive di macchie su ciascun lato del viso in corrispondenza del
bendaggio sottomento che incorniciava la faccia. Sappiamo pertanto
che, in conformità con le usanze ebraiche, il Sudario è
stato prima appoggiato sul capo e poi tolto prima di legare il bendaggio
sottomento al suo posto. Infine, poiché sul Sudario non ci
sono impresse immagini
del corpo, sappiamo che non è stato rimesso sul viso, ma
è invece stato depositato nella tomba separatamente.
Il
naso visibile sia sulla Sindone che sul Sudario ha, secondo le misurazioni
effettuate, una lunghezza di otto centimetri. Su entrambi i panni
il naso è gonfio e un po' spostato verso destra e le cavità
nasali contengono un'elevata quantità di sporcizia e polvere.
Questo è plausibile nel caso in cui la vittima, già
indebolita, avesse avuto le braccia legate ai pesanti bracci orizzontali
della croce e quindi, cadendo sotto questo peso, non avrebbe potuto
proteggersi il viso nella caduta.
Su
una superficie piatta le mani non possono
arrivare così in basso come risulta nell'impronta
sindonica
Su
una superficie morbida le mani si posizionano
come nell'impronta sindonica
Su
una superficie morbida i capelli si posizionano
come nell'impronta sindonica
Larghezza
apparente del viso: immagine per contatto:
se il telo fosse stato a contatto con il corpo, come normalmente
avviene, stendendolo si avrebbe un'immagine sproporzionata
Larghezza
apparente del viso: immagine per convezione:
nell'immagine sindonica le proporzioni sono corrette,
come se si trattasse di una proiezione fotografica
Altezza
apparente: immagine per contatto
Altezza
apparente: immagine per convezione
L'impronta
della Sindone presenta alcune peculiarità che una eventuale
teoria della sua creazione deve poter spiegare.
La figura decalcata sul lino è quella di un uomo nudo, con
la barba ed i capelli lunghi alle spalle, apparentemente morto o
che comunque doveva essere in uno stato di incoscienza e di assoluta
immobilità nel momento della formazione dell'immagine. Le
ferite che presenta sembrano essere inflitte da un torturatore di
professione. Noi, (cit. autori), decidemmo che l'unico modo per
comprendere a fondo la Sindone fosse di provare a riprodurne una
copia.
..."Innanzi
tutto stendemmo un bianco lenzuolo di lino sul pavimento, dopodiché
cospargemmo il corpo nudo di un uomo di vernice nera e dopo
averlo fatto stendere sul telo lo avvolgemmo da capo a piedi
nel tessuto."...
Sulla
parte riproducente il dorso della figura e risultata praticamente
assente l'impronta delle gambe tra le natiche ed i polpacci
La zona della schiena subito sotto le spalle non ha lasciato traccia.
La mano destra dell'uomo risulta posizionata circa 15 cm. più
in alto rispetto alla Sindone. Salvo che per la punta del tallone
l'impronta del piede è completamente assente.
A differenza della Sindone, le spalle risultano alla stessa altezza.
La traccia dorsale dimostra che il corpo tocca il telo in soli cinque
punti: il capo, le spalle, le natiche, i polpacci e i talloni. Nelle
zone intermedie, nonostante la grande quantità di vernice
utilizzata, non si rileva niente. Se un metodo di formazione dell'immagine
a convezione potrebbe spiegare l'impronta frontale, nessun processo
simile potrebbe spiegare quella posteriore, che si ottiene solamente
per contatto.
L'unica
possibile conclusione è che l'uomo della Sindone non è
stato adagiato su una superficie dura e piatta, ma probabilmente
su un materasso morbido che ne sorreggeva il corpo. La teoria del
"letto soffice" può spiegare anche la lunghezza
all'apparenza spropositata delle braccia, che arrivano troppo in
basso lungo il corpo. Ripetendo l'esperimento utilizzando un materasso
si sono potute dedurre importanti conclusioni:
E'
possibile ottenere una impronta dorsale di tutto il corpo soltanto
se questo poggia su una superficie morbida.
Le piante dei piedi lasciano una traccia solamente se poggiano su
un cuscino.
Sollevando le spalle di circa 15 cm. rispetto alle anche le mani
scivolano nella stessa posizione impressa sulla Sindone, purchè
anche la parte superiore del braccio sia sorretta da cuscini.
L'angolo formato dalla posizione della testa rispetto al torace
è immateriale; poichè la Sindone segue i contorni
del corpo, il viso apparirà sempre quadrato all'osservatore.
Più il capo è rovesciato all'indietro più il
collo appare lungo.
Se il corpo poggiasse su una superficie piatta i capelli tenderebbero
a cadere verso il basso, mentre rimarrebbero ad incorniciare il
viso se la testa poggiasse su di un cuscino.
La sola conclusione logica, quindi, sembra essere che, deposto dalla
croce, l'uomo deve essere stato coricato su un supporto soffice.
Ma a questo punto è legittimo chiedersi perchè qualcuno
avrebbe dovuto fustigare quell'uomo e crocifiggerlo per poi stenderlo
su un letto, avvolto in un lenzuolo funebre?
Immagini
e testo tratti da "il secondo Messia" di KNIGHT &
LOMAS - Mondadori 1998
...SE
LA SINDONE E' VERA I VANGELI MENTONO?
Supponiamo che la Sindone di Torino sia effettivamente il lenzuolo
che ha avvolto il corpo di Gesù: in che modo dovrebbero
essere riletti i raccolti evangelici che parlano della sua sepoltura
e della scoperta della tomba vuota?
Giuseppe
d'Arimatea si decise a chiedere il corpo di Gesù a Pilato
solo dopo che questi aveva acconsentito, su esplicita richiesta
dei capi ebrei, di togliere i tre giustiziati dalla croce, evitando
così di trasgredire la "sacralità" del
sabato pasquale.
Giuseppe non andò a chiedere il corpo subito dopo che Gesù
era morto, ma solo dopo aver appreso la notizia che i giudei volevano
seppellire i tre crocifissi in una fossa comune prima che giungesse
il sabato.
Se avesse chiesto il corpo subito dopo il decesso, (il Cristo
morì circa alle tre del pomeriggio e gli altri due zeloti
vennero finiti con la rottura delle gambe), la sepoltura sarebbe
stata regolare e non affrettata. La salma, se non unta e profumata,
sarebbe stata almeno lavata.
Giuseppe quindi non dovette avere alcun particolare "coraggio"
(come invece dice Marco), anche perché i romani non si
curavano affatto della sepoltura dei giustiziati, e comunque non
avevano difficoltà a concedere la salma ai parenti o ai
conoscenti che la richiedevano. Erano gli ebrei che non concedevano
il diritto a un condannato a morte d'essere sepolto in una tomba
privata.
Forse un po' di coraggio Giuseppe dovette mostrarlo nei confronti
degli ebrei, ma Giovanni fa capire che quel tipo di coraggio fu
poca cosa a confronto di quello che egli avrebbe dovuto manifestare
all'interno del Sinedrio, dove peraltro era già noto che
non tutti erano favorevoli alla condanna di Gesù.
Grazie tuttavia al "poco coraggio" di Giuseppe oggi
noi possiamo ammirare la Sindone.
Dice Mc 15,25: "Erano le nove del mattino quando lo crocifissero",
cioè era "l'ora terza". Ma l'ora terza include
il tempo dalle nove a mezzogiorno. Tradurre "nove del mattino",
come fa la Bibbia di Gerusalemme, è un assurdo, poiché
contraddice sia la versione di Gv 19,14, che pone la crocifissione
"verso mezzogiorno", dopo un lungo e tortuoso processo
pubblico, in cui non si dava affatto per scontata la morte di
Gesù (e Giovanni, in questi dettagli, è sempre più
preciso di Marco); sia la stessa affermazione di Mc 15,44, secondo
cui Pilato, al momento in cui Giuseppe di Arimatea gli chiese
il cadavere di Gesù, "si meravigliò che fosse
già morto e, chiamato il centurione, lo interrogò
se fosse morto da tempo". (Si badi: l'imprevedibilità
della morte di Gesù non dipese dal fatto che "Pilato
cercava di liberarlo" (Gv 19,12), poiché questo non
costituisce un "fatto", ma una semplice opinione di
stampo apologetico della chiesa primitiva. In realtà Pilato
voleva essere sicuro, nel giustiziare un leader politico molto
popolare, di avere il consenso necessario da parte di un certo
numero di giudei.)
Gesù mori nel primo pomeriggio (secondo Mc 15,34 alle tre,
e questo coincide con la versione di Giovanni. Dal momento in
cui Giuseppe chiese la salma al momento in cui la ottenne, passarono
sicuramente un paio d'ore. Peraltro Giuseppe - come già
detto nella nota precedente - si decise a chiederla solo dopo
che i Giudei avevano intenzione di far seppellire i cadaveri in
una fossa comune, essendo per loro "indecoroso" tenerli
appesi nella festività della Pasqua.
Considerando poi che Giuseppe dovette cercare la tomba (se non
era già sua, come dice il solo Matteo) e comprare il lenzuolo
per avvolgere il cadavere, si spiega il motivo per cui tutti gli
evangelisti dicono che al momento della sepoltura ormai era "sera",
cioè in pratica "sabato", stando al modo ebraico
di contare le ore. Ma se la Pasqua fosse caduta di venerdì,
come vuole Marco, Giuseppe, di venerdì sera, cioè
in sostanza di sabato, avrebbe potuto acquistare il telo di lino?
Probabilmente il telo era già suo.
Insomma se il Cristo fosse stato crocifisso alle nove dei mattino,
avrebbe ricevuto una sepoltura regolare e non affrettata. Ma a
questo punto è evidente che prima si anticipa la condanna,
l'esecuzione e la morte del Cristo e meglio le si toglie la sua
motivazione politica; solo che in questo modo si giustifica sempre
meno l'idea di una sepoltura affrettata.
Luca aveva capito perfettamente che quando seppellirono Gesù
nessuno ebbe il coraggio di trasgredire il sabato (e la Pasqua)
e di compiere una inumazione degna di quel personaggio.
Conformemente alla versione che la chiesa, ad un certo punto,
volle considerare come "ortodossa", Lc 23,54 sostiene
che nel sepolcro nessuno ebbe quel coraggio perché "già
splendevano le luci del sabato" (e quel sabato era per giunta
"santo" in quanto "pasquale").
Tuttavia l'evangelista deve aver provato qualche difficoltà
ad accettare integralmente la tesi di Mc 16,1 s., secondo cui
le donne che avevano osservato dove era stato sepolto Gesù
l'avevano fatto con l'intenzione di imbalsamarlo, alla maniera
ebraica, "il giorno dopo il sabato".
Luca infatti, in quanto di origine pagana, doveva essersi chiesto
il motivo di tutti quegli scrupoli al momento della sepoltura,
visto e considerato che il Cristo aveva sempre violato il sabato.
Per cercare di risolvere questo problema, egli, nella sua ignoranza
del costume ebraico relativo all'inumazione, è caduto in
una contraddizione non meno insostenibile di quella di Mc 16,1,
che manda le donne a comprare gli aromi "al sorgere dei sole".
Luca infatti afferma che le donne, visto il luogo ove Gesù
era stato sepolto, "tornarono indietro a preparare aromi
e oli profumati" (23,56).
Le fa lavorare proprio nel giorno proibito e nella convinzione
che aromi e oli profumati si possano preparare in un solo giorno!
Qualcuno, di origine ebraica, successivamente aggiunse la precisazione
che il giorno di sabato esse osservarono il riposo secondo il
comandamento"(Lc 23,56). Così addirittura si arriva
a credere che le donne obbedirono al precetto del sabato non tanto
per timore dei giudei quanto per convinzione: loro che erano state
seguaci del Cristo sin dall'inizio, per il quale il sabato non
aveva più alcun vero significato!
Luca in sostanza aveva capito che per timore dei giudei i pochi
seguaci di Gesù rimasti sul Golgota non lavarono né
unsero il suo corpo, e cercò, sulla scia di Marco, di giustificare
tale atteggiamento mettendo in evidenza la buona volontà
delle donne, anche a costo di farle compiere cose impossibili
(non hanno il coraggio di lavare il cadavere di Gesù, però
hanno il coraggio di preparare gli aromi).
Rendendosi cioè conto della difficoltà di far accettare
al lettore una falsità come quella riportata nel vangelo
di Marco, Luca cercò di condirla con motivazioni che toccassero
i sentimenti.
Le donne non imbalsamarono subito Gesù - questa è
la sua tesi - non tanto perché era il giorno della Parasceve,
quanto perché non avevano pronto il materiale necessario.
Singolare, in tal senso, il fatto che Mt 28,1, pur essendosi inventato
cose incredibili riguardo alla sepoltura e alla scomparsa del
corpo di Gesù, non dice nulla sulla presunta intenzione
delle donne di imbalsamarlo. Esattamente come Giovanni, nonostante
che qui i versetti aggiunti su Nicodemo lascino apparire il contrario.
Matteo doveva aver capito (e Giovanni confermerà questa
sua intuizione, riportando la versione esatta dei fatti) che non
avrebbe avuto senso mandare delle donne a imbalsamare il cadavere
di Gesù quando nessuna di loro sarebbe riuscita a smuovere
di un millimetro la pietra che occludeva l'accesso al sepolcro.
Meglio sarebbe stato (finzione per finzione) far accadere "un
gran terremoto" con tanto di "angelo del Signore"
che, con la propria spada, fa rotolare la pietra per poi sedercisi
sopra (Mt 28,2).
Da notare che mentre in Mc 15,47 le donne sono due, in Mc 16,1
sono tre e di queste solo la Maddalena è la stessa. Mc
15,40 riporta tre nomi: la Maddalena; Maria madre di Giacomo e
di Joses, moglie di Cleofa e sorella della madre di Gesù;
Salome, madre di Giacomo e Giovanni (che viene ricordata anche
in Mc 16, 1). Lc 24, 10 è il solo che cita il nome di Giovanna,
moglie di Cuza, che certamente in quel momento non poteva essere
lì. Risulta ben strano che i Sinottici, a differenza di
Giovanni, non abbiano mai citato il nome della madre di Gesù.
Da notare che sarebbe stato quanto mai problematico imbalsamare
un uomo, in quei territori caldi già nel mese di Aprile,
due giorni dopo il suo decesso. Per poterlo fare le donne avrebbero
dovuto aspettare tutto il venerdì e tutto il sabato fino
al tramonto e sarebbero dovute andare la domenica mattina. Questo
per dire che parlare anche di "resurrezione" al terzo
giorno dopo la morte non ha davvero senso. Di fatto nessuno poté
mai indicare il momento preciso in cui la tomba si svuotò
del cadavere.
Vediamo
cosa dicono i testi biblici.
Il
primo problema che salta agli occhi, mettendo a confronto, nei racconti
evangelici della sepoltura, le versioni dei sinottici (Marco, Matteo
e Luca, in ordine d'importanza) con quella di Giovanni, è
che ci si trova di fronte a tradizioni abbastanza diverse.
Come
noto, il principale artefice della sepoltura di Gesù non
fu alcun apostolo, bensì Giuseppe d'Arimatea, definito da
Giovanni "discepolo occulto", cioè favorevole in
privato alla causa di Gesù, ma titubante in pubblico.
Già
sulla figura di questo ambiguo personaggio i sinottici divergono
fortemente. Marco infatti lo esalta dicendo che pur essendo Giuseppe
un membro autorevole del Sinedrio, aspettava anche lui "il
regno di Dio"; inoltre afferma ch'egli "andò coraggiosamente
da Pilato" per chiedere il corpo di Gesù.
Giovanni
invece, a tale proposito, sembra lasci intendere proprio l'opposto,
e cioè che sarebbe stata opera ben più meritoria esporsi
pubblicamente quando Gesù era in vita (ma non ne fa una questione
personale, perché Giovanni sa che anche i discepoli diretti
di Gesù ebbero le loro responsabilità nella sua morte).
Peraltro
un sinedrita come Giuseppe aveva ben poco da temere dalle ire appena
placate di un despota come Pilato, il quale infatti, pur potendo
evitarlo, non ebbe alcuna difficoltà a concedergli la salma.
Generalmente
i crocifissi venivano sepolti in fosse comuni (anche come forma
di disprezzo della loro causa politica), in quanto nemici dello
Stato romano, ma, conoscendo la popolarità del messia-Gesù,
Pilato, da esperto fantoccio qual era nelle mani di Tiberio, poteva
facilmente intuire che il rifiuto gli avrebbe procurato delle noie
più che non il consenso.
Dal
canto loro, Luca e Matteo, che qui come altrove copiano da Marco,
si rendono conto di quanto sia ostico conciliare l'appartenenza
di Giuseppe al Sinedrio (il tribunale giudaico che osteggiava fortemente
tutto l'operato di Gesù) col fatto che fosse un filocristiano,
per cui entrambi decidono di modificare, più o meno radicalmente
la versione del loro prototipo.
Luca,
che tende sempre a sdrammatizzare, accentua il carattere "buono
e giusto" di Giuseppe, specificando che "non aveva aderito
alla decisione e all'operato degli altri [sinedriti]" e che
anche lui aspettava il regno di Dio. Poi prosegue mandando Giuseppe
da Pilato a chiedere il corpo di Gesù, come se fosse un suo
diritto averlo (appunto perché lui era "buono e giusto").
Matteo
invece, coerente coi suoi metodi sbrigativi, preferisce tagliare
corto sull'appartenenza di Giuseppe al Sinedrio, limitandosi a notare
ch'egli era un ricco discepolo del Nazareno. Ciò che, a ben
guardare, costituisce un esempio senza precedenti nei vangeli. In
altri casi, infatti (si pensi a Zaccheo e allo stesso Matteo, ma
anche al giovane ricco o al funzionario di Erode), mai si era visto
un ricco incontrare Gesù e rimanere come prima. Generalmente
la richiesta, da parte di Gesù, era quella di cambiare vita
e nel miglior modo possibile, altrimenti non si poteva diventare
discepoli.
Insomma,
si può ben dire che la contraddizione principale si pone
nei seguenti termini: per i Sinottici Giuseppe era un discepolo
esplicito di Gesù (cioè più di un semplice
simpatizzante), e poté esserlo pur appartenendo al Sinedrio
(o pur essendo ricco, come vuole Matteo); secondo Giovanni invece
egli non poté essere esplicito proprio perché apparteneva
in maniera attiva al Sinedrio. Quale delle due tesi sia la più
convincente, è facile capirlo.
Ma
procediamo. Giuseppe -dice Marco- compra un lenzuolo (sindòn
nel testo greco) per avvolgere il corpo di Gesù (si tratta
di un lenzuolo adatto proprio allo scopo), che depone in un sepolcro
scavato nella roccia, successivamente chiuso da un grosso masso
rotolante.
La
salma non venne né lavata né unta: Marco lo lascia
chiaramente intendere spiegando che due donne stavano ad osservare
dove veniva deposta (saranno poi le stesse che, in compagnia di
un'altra donna, andranno -sempre secondo la versione marciana- a
completare l'inumazione, passato il sabato).
Questa
versione dei fatti fu praticamente accettata sia da Luca che da
Matteo. Le differenze sono minime: Luca dice che la tomba era nuova,
benché trovata frettolosamente (ma su questo anche Giovanni
è d'accordo); Matteo dice che la tomba apparteneva a Giuseppe
(che però era di Arimatea).
Luca
dice che anche la Sindone era nuova; Matteo invece ch'era "candida"
(ma il significato è equivalente: lenzuoli del genere non
potevano essere riciclati).
Gli
elementi più importanti che i sinottici hanno in comune sono
che Giuseppe è unico protagonista attivo (per lo schiodamento
e il trasporto del cadavere alla tomba saranno però occorsi
almeno altri due uomini); c'è un lenzuolo acquistato dallo
stesso Giuseppe e la tomba è scavata nella roccia.
Le
donne, dal canto loro, stanno a guardare senza intervenire, poiché
era venerdì sera, cioè già sabato, stando al
computo ebraico. Luca non le elenca secondo i loro nomi (però
in 24,10 parla di Maria di Màgdala, Giovanna e Maria di Giacomo):
forse gli era apparsa strana l'assenza della madre di Gesù;
in ogni caso, contraddicendosi sul precetto del sabato, le fa tornare
a casa a preparare aromi e oli profumati per la domenica mattina.
E
ora vediamo Giovanni. I vv. 39 e 40 del c. 19 contengono due grosse
novità. La prima è che insieme a Giuseppe c'era anche
il fariseo Nicodemo, pure lui discepolo occulto di Gesù (stando
almeno a Gv 3,1ss.). Costui avrebbe portato per la sepoltura qualcosa
come 32 kg di sostanze aromatiche! Fino a poco tempo fa s'era pensato
a un errore di trascrizione di qualche copista; oggi invece si è
propensi a considerare falsi entrambi i versetti.
Per
quale motivo? Anzitutto perché se veramente Nicodemo fosse
stato presente, anche gli altri evangelisti avrebbe dovuto ricordare
una persona così importante; in secondo luogo, perché
se la Sindone di Torino ha veramente avvolto il corpo di Gesù,
questo -come vogliono anche i sinottici- non venne né lavato
né unto; in terzo luogo, perché l'inserimento di Nicodemo
acquista un chiaro valore apologetico e diplomatico: molti farisei,
dopo la morte di Gesù e della sua ideologia rivoluzionaria,
divennero cristiani (il più importante dei quali fu senza
dubbio Saulo di Tarso); in quarto e ultimo luogo, perché
la falsificazione è servita a giustificare il motivo per
cui nel racconto tradizionale della tomba vuota, l'apostolo Giovanni
non parla di donne intenzionate a ungere Gesù.
Tuttavia,
se entrambi i versetti sono un'interpolazione, allora va rifiutata
anche la tesi da essi sostenuta secondo cui i necrofori fecero una
sepoltura tradizionale (o legale), con tanto di unguenti, profumi
e panni di lino.
Anzi,
a proposito di questi versetti, E. Haenchen sostiene che non solo
essi sono falsi, ma anche che il redattore non conosceva minimamente
la prassi giudaica di seppellimento, né era ben informato
circa l'imbalsamazione.
Giovanni
dunque non usa la parola "sindone" o perché è
stata depennata da qualche manipolatore del testo originale (sostituita
con le parole "panni di lino"?), oppure perché
non riteneva il lenzuolo, al momento della sepoltura, un elemento
importante (nei sinottici sembra sia servito per dimostrare la magnanimità
di Giuseppe).
Ma
se Giovanni è stato oggetto di censure e manipolazioni lo
vedremo più avanti. Qui si può rilevare come nel suo
racconto appaia chiaramente come la sepoltura sia stata compiuta
in gran fretta: il sepolcro scelto, infatti, era vicinissimo al
Golghota (il che peraltro contribuisce a smentire l'attendibilità
dei vv. 39 e 40, per i quali si aveva tutto il tempo necessario
per fare una sepoltura regolare).
Giovanni
giustifica la fretta lasciando capire che, a causa della Parasceve,
non avevano alternative: o una fossa comune o una tomba privata
senza unzione (di sabato infatti non si poteva lavorare né
entrare nei sepolcri, meno che mai il sabato di Pasqua).
Tuttavia,
proprio questa irregolarità dovette risultare inaccettabile
alla comunità cristiana primitiva, la quale, negli episodi
della tomba vuota, ad un certo punto ha deciso di introdurre la
figura di alcune donne intenzionate a completare la sepoltura.
Ci
si accorse subito che i discepoli (quanti erano rimasti a Gerusalemme
dopo la cattura di Gesù? Solo Pietro e Giovanni?) avrebbero
dovuto avere più coraggio a violare il sabato, soprattutto
in considerazione del fatto che il Cristo, con le sue guarigioni,
lo aveva trasgredito più di una volta, rischiando la sentenza
capitale.
La
comunità cristiana, dunque, rimedia alla pusillanimità
dei discepoli -peraltro inevitabile in quel momento di tragica sconfitta-
inviando delle donne (!) a togliere l'enorme masso posto davanti
all'ingresso della tomba (a una contraddizione si rimedia aggiungendone
un'altra ancora più grossa).
È
curioso notare come nel vangelo di Marco queste donne siano ben
consapevoli della difficoltà che devono superare e come,
nonostante ciò, decidano lo stesso di andare al sepolcro
per completare la sepoltura. Naturalmente la provvidenza le toglierà
dall'imbarazzante situazione facendo loro trovare la pietra già
spostata.
Giovanni
non cade in questa incongruenza e scrive che soltanto Maria Maddalena
si recò al sepolcro (a piangere? a pregare? Comunque andò
senza profumi, e più avanti si scoprirà ch'era in
compagnia di un'altra donna).
Trovatolo
vuoto, Maria e l'anonima amica si recano da Pietro e Giovanni, rimasti
nascosti in città.
Questi
corrono a vedere se le donne dicono il vero e Giovanni, il primo
che arriva, si china e nota per terra i lini coi quali il lenzuolo
che avvolgeva il corpo di Gesù era stato in più punti
legato, per tenerlo fermo.
Al
pari di Maria, Giovanni sospetta che il corpo sia stato trafugato
da qualcuno, ma non entra. Attende l'arrivo di Pietro, più
lento perché più anziano. Una volta entrati si guardano
attorno e cosa vedono? Non solo le bende per terra, ma anche la
Sindone piegata e riposta da una parte, come se dovesse essere conservata.
Cosa pensano? Pensano che il corpo non può essere stato rubato:
i ladri l'avrebbero portato via così com'era, oppure non
avrebbero perso tempo a piegare il lenzuolo. Dunque era successo
qualcosa di strano. Ma cosa? La prima menzogna è nata lì,
in quel momento. Pietro avrà guardato in faccia Giovanni,
che nel suo vangelo dice di se stesso, dopo aver costatato la Sindone
piegata: "e vide e credette", e gli avrà chiesto
d'inventare con lui un'altra storia…
Quale
storia s'inventò Pietro? La storia di un giovane dentro il
sepolcro che, seduto sulla destra e vestito di un abito bianco,
destava sgomento alle donne recatesi per ungere Gesù, e alle
quali disse in tono rassicurante: "Non abbiate paura. Voi cercate
Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è
qui. Ora egli vi precede in Galilea":
In
altre parole, per l'apostolo Pietro sarebbe stato meglio sostenere
che Gesù era risorto perché un angelo lo aveva rivelato
alle donne (donne che poi in Marco fuggono spaventate, senza raccontare
niente a nessuno, cosicché -lascia intuire l'evangelista-
nessuno poté interpellarle o contestarle).
Questa
la versione che, secondo Pietro, avrebbe dovuto accettare una comunità
da lui ritenuta troppo immatura per poter credere alla versione
di Giovanni e continuare a battersi per la causa rivoluzionaria
del Cristo. E così infatti sarà.
Luca,
in seguito, arriverà addirittura a parlare di due uomini
sfolgoranti e del loro annuncio pasquale a tutti gli apostoli e
discepoli vicini e lontani.
Matteo
è ancora più fantasioso: pur avendo detto che le donne
si recarono al sepolcro senza portare gli unguenti, parla esplicitamente
di un "angelo del Signore" disceso dal cielo, lucente
come la folgore (o come la neve!), di una pietra che rotola da sola,
di terremoti d'ogni genere, di guardie tramortite… insomma,
siamo ben oltre i limiti dell'apocrifo.
Ma
come metterla con la versione di Giovanni che, essendo stata scritta
per ultima, capitò questa sì!- come un fulmine a ciel
sereno?
Qui
le manipolazioni, oltre a quelle viste in precedenza, sono state
di due tipi. La prima è l'aggiunta dei vv. 9 e 10 del c.
20, secondo cui i discepoli Pietro e Giovanni, entrando nella tomba,
non avevano capito che la Scrittura prevedeva la resurrezione del
messia. Un'aggiunta, questa, davvero strana: sia perché non
c'è alcun passo del V.T. che profetizzi questo; sia perché,
proprio osservando la Sindone piegata, Giovanni poté scrivere
di sé "e credette" (evidentemente per il falsario
la Sindone non costituiva alcuna prova e gli apostoli avrebbero
potuto credere nella resurrezione di Gesù solo dopo averlo
rivisto sulla terra: di qui i racconti di resurrezione).
La
seconda manipolazione sta, presumibilmente, nella sostituzione della
parola "Sindone" con la parola "Sudario", già
usata da Giovanni per indicare non un intero lenzuolo, ma solo la
mentoniera che nel racconto di Lazzaro era servita per tener chiusa
la bocca al cadavere di quest'ultimo.
Grazie
a tale sostituzione, con la quale peraltro si poteva confermare
il racconto interpolato di Giovanni sulla sepoltura, la Sindone
risulta praticamente scomparsa e di essa per molto tempo non si
parlerà più. Giovanni insomma, ufficialmente, vide
piegato soltanto il sudario.
Oltre
a queste due falsificazioni ve n'è un'altra, extratestuale
ma molto significativa, al v.12 del c. 24 di Luca, laddove si afferma
che al sepolcro corse solo Pietro (e non anche Giovanni) e ch'egli
vide solo delle bende (e non anche la Sindone) e che di ciò
egli stupì (ma senza credere come Giovanni).Questo è
un versetto che la stragrande maggioranza degli esegeti considera
spurio.
Col
passare del tempo (i vangeli, come noto, non sono stati scritti
"di getto", né da una persona sola) i teologi della
comunità cristiana s'inventarono, sulla scia della versione
di Pietro riportata nel testo di Marco, tutti i racconti di apparizione
di Gesù redivivo, nei quali egli più che altro dà
delle direttive di ordine ecclesiale. Luca addirittura supera abbondantemente
l'apocrifo descrivendo l'ascensione di Gesù in cielo (per
molto meno altri testi sono stati esclusi dal canone). Come noto,
le versioni più antiche di chiusura del vangelo sia di Marco
che di Giovanni non riportavano alcun racconto di apparizione.
Per
concludere, proprio la Sindone attesta che non esiste alcuna prova,
se non la Sindone stessa (che però non prova nulla al 100%),
circa la presunta resurrezione del corpo di Gesù.
Gesù
non è mai riapparso, non c'è stata alcuna angelofania,
il concetto stesso di "resurrezione" non ha senso, poiché
il corpo non è mai stato trovato (al massimo lo si può
applicare a Lazzaro o alla figlia di Giairo, per restare ai racconti
evangelici). Il concetto di "resurrezione" è un'interpretazione
teologica a un fatto storico: la scomparsa di un cadavere. Nel caso
in questione ci si dovrebbe limitare a parlare, al massimo, di trasformazione
della materia in energia, un processo che con gli studi sull'atomo
abbiamo appena cominciato a decifrare.
Un'altra
conclusione che infine si può trarre è la seguente.
I sinottici raccontano una verità "tecnica", "formale"
(si usò un lenzuolo), ma mentono sulle cose "sostanziali",
cioè sul fatto che oltre al lenzuolo non esiste alcuna altra
prova della presunta resurrezione di Gesù. Viceversa, il
testo originale di Giovanni diceva molto probabilmente la verità
sia sulle questioni "tecniche" (la sepoltura fu affrettata
e non ci fu alcuna intenzione di completarla), sia sulle questioni
"sostanziali" (l'unico indizio a disposizione era la Sindone).
Solo che il testo è stato verosibilmente manomesso da chi
voleva far credere due cose:
che
il crocifisso aveva ottenuto una sepoltura in piena regola (cosa
che nei sinottici doveva avvenire la domenica mattina) e
che la fede nella misteriosa scomparsa del corpo di Gesù
non dipese dalla constatazione della tomba vuota e quindi della
Sindone riposta e piegata, bensì dall'annuncio serafico dell'angelo
di Dio.
Nel vangelo di Marco, infatti, l'angelo non dice alle donne: "Non
è più qui...", ma specifica: "è
risorto, non è qui". A tale dichiarazione
apodittica, incontrovertibile, fa da pendant nel vangelo di Giovanni
il dialogo del messia risorto con la Maddalena, che inspiegabilmente
era tornata a piangere sulla tomba vuota. Alla donna un evidente
secondo redattore del vangelo, già consapevole che la tomba
era situata in un "orto", in quanto l'aveva precisato
lo stesso Giovanni, farà dire: "Non
sei tu l'ortolano? Dimmi dove l'hanno messo!