La Sindone
 
 
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Sito ufficiale della Sindone

 

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    Anno 544 Giungono in occidente notizie che ad Edessa in Turchia, (l'odierna Urfa), è conservata una... "straordinaria immagine non fatta da mano d'uomo"... che molti studiosi odierni identificano con la Sindone, ripiegata in modo tale da presentare all'osservatore il solo volto.
    944 L'immagine di Edessa viene trasferita a Costantinopoli dove, nel 1147, è venerata da Ludovico VII re di Francia.
    1204 In una lettera un crociato dice di aver visto "La Sindone del Signore".
    1353 La Sindone risulta in possesso di Goffredo di Charny, a Lirey, Francia. Nè allora, nè mai fu data spiegazione di come la famiglia Charny fosse entrata in possesso di quel manufatto all'apparenza prodigioso.

  • 1453 Margherita di Charny cede la Sindone al duca Ludovico I di Savoia che la trasferisce a Chambéry.
  • 1506 Papa Giulio II concede il culto liturgico e pubblico della Santa Sindone.
  • 1532 Il 4 dicembre scoppia un incendio nella cappella che custodisce la Sindone a Chambéry. La cassetta d'argento che la contiene fonde a causa dell'elevata temperatura ed una goccia del metallo fuso attraversa i vari strati del Sacro Telo.
  • 1534 Tra il 15 aprile ed il 2 maggio le Suore Clarisse di Chambéry riparano le parti incenerite applicando quei rappezzi triangolari che ancora oggi si vedono.
  • Dal 1536 al 1553 la Sindone viene trasferita a Vercelli, al seguito del tesoro personale dei duca di Savoia, dopo l'occupazione francese del ducato.
  • Nel 1553 i francesi occupano Vercelli e la saccheggiano. La Sindone si salva grazie al canonico di Sant'Eusebio che la sottrae nascondendola sotto il mantello. Quando successivamente i francesi vengono scacciati la reliquia viene esposta in piazza in occasione di ben due ostensioni.
  • 1578 Emanuele Filiberto di Savoia trasferisce la Sindone a Torino.
  • 1694 Il 1° giugno la Sindone è collocata nella sontuosa cappella annessa al Duomo costruita su disegno dell'Abate Guarino Guarini.
  • 1898 Tra il 25 e il 28 maggio la Sindone è fotografata per la prima volta dall'avvocato Secondo Pia, con un apparecchio che si era fatto appositamente costruire non per fotografare la Sindone, bensì la grande pala che delimita l'altare della Chiesetta della Madonna delle Grazie, a Varallo Sesia, (Vercelli).
  • 1973 Il 23 novembre avviene la prima ostensione televisiva.
  • 1978 Pubblica ostensione dal 26 agosto all'8 ottobre in occasione del 4° centenario del trasferimento a Torino.
  • 1983 Con la morte di Umberto II di Savoia, il 18 marzo, la Sindone passa per volontà testamentaria in proprietà della Santa Sede.
  • 1988 Prelievo di campioni del telo sindonico per l'esame del radio-carbonio. Va detto che l'esame data la Sindone intorno all'anno 1400; ma le modalità dell'operazione di prelievo, il metodo di datazione ed i risultati forniti dai tre istituti che eseguono l'esame vengono contestati e ritenuti insoddisfacenti da un sempre più rilevante numero di studiosi.
  • 1997 L'11 e 12 aprile la cappella guariniana che ospita la Sindone viene devastata da uno spaventoso incendio. Le immagini televisive della Sindone portata in salvo dai vigili del fuoco di Torino fanno il giro del Mondo.
  • 1998 Pubblica ostensione dal 18 aprile al 14 giugno.In occasione della Sua visita il Pontefice la definì "... provocazione all'intelligenza umana".
  • 2000 Per decisione di Sua Santità Giovanni Paolo II avviene la pubblica ostensione in occasione del Giubileo, dal 12 agosto al 22 ottobre.
  • 2007 Il telo Sindonico viene rimosso dal supporto che lo sorreggeva dall'anno 1534 e viene sottoposto ad un'accurato lavoro di restauro e conservativo.
  • 2008 Sempre più Scienziati e studiosi di tutto il mondo, tra i quali il Direttore dell'Istituto di Oxford che fu uno dei 3 incaricati di effettuare le analisi del 1988, affermano possibili errori nella datazione


Attuale collocazione della Sindone nel Duomo di Torino

Analisi della Sindone

La Sindone è un tessuto di lino a spina di pesce, lungo mt. 4,37 e largo mt. 1,11.

Secondo la tradizione è il lenzuolo funerario nel quale Gesù fu avvolto dopo essere stato calato dalla croce. Ciò è suggerito dal racconto dei Vangeli, secondo i quali Giuseppe d'Arimatea compose il corpo di Gesù nel Sepolcro dopo averlo avvolto in una "sindone".

La documentazione certa sulle vicende storiche della Sindone di Torino comincia ad essere senza lacune solo a partire dalla metà del XIV secolo. Per il periodo precedente i risultati concordanti delle ricerche storiche, scientifiche, iconografiche ed archeologiche, permettono di ricostruire con soddisfacente attendibilità alcuni movimenti di questo lenzuolo.

Durante l'ostensione del 1898, l'avvocato astigiano Secondo Pia fu autorizzato a fotografare la Sindone e visse un momento d'intensa emozione quando vide formarsi sul negativo fotografico la figura positiva, (cioè come siamo abituati a vederla noi nella realtà), di un uomo con un volto impressionante e maestoso: l'impronta sulla Sindone si comporta quindi come un'immagine in negativo naturale. Fanno eccezione le macchie di sangue e le impronte delle ferite.

Le tracce impresse sulla Sindone sono di quattro tipi:

1 segni di carbonizzazione della tela: il lenzuolo, oltre a piccoli fori bruciacchiati, presenta due linee scure parallele longitudinali intersecate da 29 rattoppi, grossolanamente triangolari effettuati con materiale diverso. Questi rattoppi coprono i buchi causati da una goccia di argento fuso dell'urna che conteneva il lenzuolo, più volte ripiegato, durante l'incendio scoppiato nel 1532 nella cappella di chambéry.

2 colature d'acqua: aloni lasciati dall'acqua usata per spegnere l'incendio del 1532.

3 immagine in chiaroscuro di una figura umana: nella parte mediana longitudinale della tela è evidenziata la doppia impronta, frontale e dorsale, di un uomo; l'immagine appare quasi in rilievo per effetto dei toni diversi della tinta bruno chiara. La persona che ha lasciato questa impronta supera la statura di 170 cm.

4 decalcazioni: su punti particolari quali fronte, nuca, polso, piede e costato destro la forma e la tinta delle macchie sono diverse da quelle del resto del corpo: tendono al carminio, sono piane e con contorni netti; sembra che una sostanza si sia decalcata sulla tela.

  • Cliccare sull'immagine per visualizzare lo schema della Sindone

Schema del Sacro Lino della Sindone

Gli studi e le ricerche scientifiche che da quasi un secolo si interessano della Sindone hanno portato ai seguenti dati certi:

Non si tratta di un dipinto.
Non può essere un artefatto perchè riporta immagini in negativo fotografico già molti secoli prima che fosse conosciuta la distinzione tra negativo e positivo fotografico.
Mentre l'impronta della figura umana ha tutti i caratteri di una immagine negativa le macchie di sangue sono riprodotte sulla Sindone come si vedrebbero nella realtà, cioè in positivo, poiché il sangue ha colorato la tela in modo diretto.
Le analisi ematologiche hanno dimostrato con certezza che la Sindone riporta tracce di sangue umano.
L'impronta è stata impressa da un cadavere che tuttavia non ha lasciato tracce di putrefazione. Il corpo è rimasto avvolto nel lenzuolo per il tempo necessario alla formazione dell'immagine ma non fino a subire l'effetto della decomposizione del cadavere.
La trafittura delle mani non risulta in corrispondenza del palmo, dove un falsario non avrebbe mancato di raffigurarla in ossequio alla tradizionale iconografia, ma bensì in corrispondenza del polso: unico posto idoneo per sostenere il peso di un corpo umano crocefisso.
Le mani presentano solo quattro dita in quanto il pollice, in conseguenza della trafittura del polso con un chiodo, si flette bruscamente per la recissione dei tendini.
Il sangue ed il siero usciti dal costato sono certamente sgorgati da una ferita post-morte dell'uomo: come si legge nel Vangelo di Giovanni, (19, 33-34), Gesù crocefisso era veramente morto quando fu colpito dalla lancia.
L'esame dei pollini identificati sul telo sindonico conferma l'ipotesi del passaggio della Sindone in zone palestinesi e mediorientali; dato che è sicuro il percorso che fin dal 1353 ha compiuto la Sindone è altamente probabile che sia stata contaminata prima di quella data.
Le ultime analisi al computer hanno evidenziato che le fotografie della Sindone, a differenza delle pitture e persino delle comuni fotografie, contengono in loro stesse le informazioni della terza dimensione, per cui è possibile ricavare dalle medesime le stupende immagini tridimensionali che hanno consentito di individuare particolari altrimenti non rilevabili

Nel corso dei secoli l'immagine Sindonica ha perso parte della propria nitidezza, non a causa di perdita di colore dell'immagine stessa ma a causa del tessuto che si scurisce per via dell'ossidazione.

A tutt'oggi non è stato possibile, con gli strumenti tecnici in nostro possesso, riprodurre in laboratorio le circostanze che hanno portato alla formazione dell'immagine Sindonica, ne spiegarne scientificamente le cause della Sua formazione.

Un’immagine impossibile

Tratto da: LA SINDONE: VANGELO SCIENTIFICO DA RIVALUTARE 19 LUGLIO 2007


E’ noto che l’immagine corporea impressa sulla Sindone non è ancora riproducibile in tutti i suoi dettagli; ciò mette in crisi la Scienza e la Tecnica del terzo millennio. Questa affermazione è stata anche confermata da 24 studiosi di tutto il mondo che appartengono al gruppo ShroudScience e che hanno pubblicato una lista di 148 caratteristiche della Sindone da considerare se si vuole costruire un’ipotesi attendibile di formazione dell’immagine corporea che è generata da un invecchiamento precoce del rivestimento delle fibrille di lino spesso meno di un micrometro.


Per il momento si possono riprodurre separatamente su diversi campioni tutte queste caratteristiche, ma non è ancora possibile
riprodurle tutte insieme su un unico lenzuolo: si possono riprodurre molto bene le fattezze dell’immagine a livello macroscopico se si trascurano alcuni dettagli microscopici e viceversa.

Alcuni studiosi hanno affermato che quello che si può spiegare dal punto di vista fisico dell’immagine corporea non è accettabile dal punto di vista chimico e viceversa; per esempio dal punto di vista chimico si potrebbe ipotizzare la formazione dell’immagine tramite l’emanazione di gas di decomposizione, ma dal punto di vista fisico la risoluzione dell’immagine sindonica è circa 10 volte migliore di quella ottenibile tramite diffusione di gas.

Ogni caratteristica dell’immagine può essere riprodotta separatamente: per esempio la disidratazione della cellulosa può essere riprodotta per effetto corona se si pone un tessuto di lino in un forte campo elettrostatico, ma non si riesce ancora ad ottenere un’immagine di una superficie corporea avvolta da un lenzuolo che dista anche qualche centimetro dal tessuto perché il campo elettrostatico dovrebbe raggiungere qualche milione di volt se non si ipotizza una forte ionizzazione ambientale. La tridimensionalità si riproduce bene con un dipinto, ma il dipinto a livello microscopico non riproduce le caratteristiche dell’immagine sindonica che è priva di pigmenti o sostanze di apporto.

Il fatto che oggi non si possa riprodurre la Sindone non implica che mai si riuscirà a farlo, ma attualmente la Scienza e la Tecnica devono ammettere la loro limitatezza: la Sindone quindi si pone di fronte all’Uomo ammonendolo che esiste anche qualcosa al di là del limitato sapere umano e che quindi egli deve ammettere umilmente la sua incapacità di conoscere e spiegare tutto.

Caratteristiche dell’immagine corporea


L’immagine corporea ha moltissime caratteristiche particolari che tutte insieme non sono ancora riproducibili; fra quelle più interessanti ci sono le seguenti.


-1 L’immagine corporea alla luce dei nostri occhi si presenta come se fosse un negativo fotografico; tuttavia se si osserva in luce infrarossa (8-14 micrometri) essa appare come un positivo fotografico con particolari anatomici non del tutto corrispondenti.

-2 L’immagine ha caratteristiche tridimensionali nel senso che i chiaroscuri dell’immagine corrispondono alla distanza compresa fra lenzuolo e cadavere avvolto; nell’immagine corporea è quindi codificata anche un’altra informazione relativa alla distanza fra telo e corpo avvolto; questa caratteristica di tridimensionalità indicherebbe quindi che il meccanismo di formazione dell’immagine agì a distanza e che si attenuò in conformità con le leggi dipendenti dal tipo di energia irradiata.

-3 L’immagine è superficiale da due diversi punti di vista:


  • a) un filo sindonico è composto di 80-120 fibrille di lino; se si considera un filo su cui è impressa l’immagine, solo pochissime (10-20 fibrille) delle fibrille più esterne sono colorate, le altre no;
    b) considerando una singola fibrilla di immagine, la cellulosa che compone più del 90% della fibrilla di lino non è colorata; è colorato solo uno strato superficiale che riveste la fibrilla, ed è sottile circa 200-300 nanometri


-4 L’immagine corporea frontale è particolarmente superficiale in corrispondenza del volto e delle mani; nello spessore del tessuto di lino infatti non c’è immagine, ma solo sulle due superfici esterne del tessuto; le macchie di sangue invece, che si sono impregnate nel tessuto, passano da parte a parte.

-5 L’immagine corporea dorsale non è invece particolarmente superficiale, forse a causa della presenza della pietra tombale su cui era appoggiato il cadavere.

-6 L’immagine non è stata generata da pigmenti pittorici come acquarello o tempera, ma è stata generata da una reazione chimica che ha interessato il sottile rivestimento superficiale delle fibrille. Dal punto di vista chimico la colorazione è definita come una disidratazione e ossidazione di polisaccaridi e consiste in un invecchiamento precoce del tessuto.

-7 L’immagine non si è formata per contatto con il cadavere avvolto perché esiste immagine anche nelle zone di non contatto corpo-telo. Probabilmente è stata causata da una sorgente di energia intensa ma di brevissima durata, forse inferiore al millisecondo perché la sua azione è avvenuta solo in superficie. Tale energia però doveva essere estremamente direzionale per generare un’immagine con tali dettagli anatomici.

-8 Le tracce rosse sono di sangue umano e si sono imbevute prima che si formasse l’immagine corporea perché sotto le tracce di sangue non c’è immagine corporea.

Scarica gli ATTI DEL CONVEGNO : “LA SINDONE: VANGELO SCIENTIFICO DA RIVALUTARE”,
LORENZAGO 19 LUGLIO 2007
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La Sindone e l'Esame al Radiocarbonio

La stoffa della Sindone presenta un sofisticato disegno a spina di pesce, realizzato con una particolare tecnica che entrò in Europa agli inizi del XIV secolo. Che il lenzuolo sia stato prodotto nel I secolo d.C. non è comunque da escludere, in quanto il lino è filato e tessuto a mano con torcitura in senso orario, una tecnica già usata in Medio Oriente ai tempi di Gesù. Sul lenzuolo sono state inoltre trovate fibre di cotone, che all’epoca era coltivato in Egitto e Palestina, ma non in Europa, e nessuna fibra di lana, in osservanza forse della legge mosaica che nel Deuteronomio prescrive di tenere separata la lana dal lino.
Un'ulteriore fonte di informazione sulle origini e sulla storia della Síndone è data da tracce di polline trattenute nelle fibre del tessuto. Lo svizzero Max Frei-Sulzer ebbe l'idea di ricostruire quali aree geografiche la Sindone avesse attraversato analizzando i residui pollinici in essa depositati. Gli esami di Sulzer dimostrarono che, nonostante la massiccia presenza di micropolveri, sul sudario era del tutto assente il polline dell'ulivo, così presente in Terra Santa. Tale risultato fu in seguito confermato anche da alcuni scienziati israeliani. Scoprì però anche che sul tessuto di lino sono presenti spore e pollini caratteristici della Palestina. Inoltre alcune spore che aveva individuato erano caratteristiche di una zona che andava da Gerusalemme a una zona limitrofa nel deserto arabico. Quindi, appurato che dall'anno 544 in poi il perscorso della Sindone è conosciuto, gli studiosi ritengono che il passaggio in Terrasanta sia per forza di cose avvenuto prima di quella data.

Il dibattito continuò per anni senza potersi avvalere della prova in assoluto più importante, rifiutata perché richiedeva la parziale distruzione della Sindone. Il ricorso all'analisi radiocarbonica, o prova del carbonio 14, per una «datazione al radiocarbonio» era stato più e più volte scartato perché si poteva effettuare solo su un campione di discrete dimensioni.

Con l'affinarsi delle metodologie, tuttavia, il potenziale danno arrecato al tessuto finì per ridursi entro limiti considerati accettabili.

Nell'ottobre del 1986 un articolo apparso su «Nature», una delle riviste scientifiche più prestigiose del mondo, annunciava che il celebre telo di lino finalmente sarebbe stato datato scientificamente:


  • La Chiesa cattolica assisterà tra non molto all'esame al radiocarbonio della sua più famosa reliquia, la Sacra Sindone, che verrà condotto su alcuni pezzi del lenzuolo funebre in sette diversi laboratori del mondo. Data la sensibilità delle moderne tecniche, sono sufficienti meno di 5 milligrammi di tessuto per stabilire con una tolleranza di 60 anni, in eccesso o in difetto, l'età esatta del telo. Confrontando i risultati ottenuti nei vari laboratori si avranno dati statistici molto più precisi.


Questo metodo di datazione si basa sul fatto che la materia vivente assorbe biossido di carbonio, un gas contenente un atomo di carbonio e due atomi di ossigeno.

Il nucleo della gran parte degli atomi di carbonio è costituito da 13 protoni; questa struttura, che è la più comune, è nota come carbonio 13, ma in natura esistono anche forme diverse.

Nell'alta atmosfera, gli atomi di carbonio vengono colpiti dai raggi cosmici, neutroni e protoni che arrivano dallo spazio con altissima energia, i quali creano così una forma radioattiva di carbonio, caratterizzata dalla presenza all'interno del nucleo di 14 protoni: si tratta del carbonio 14, un radioisotopo instabile che, con il tempo, perde il protone in sovrappiù, ritornando allo stato normale del carbonio 13.

La rapidità con cui questa trasformazione si compie è oggetto di studio sin dal 1950, quando Willard Libby suggerì per primo la possibilità di utilizzare questo materiale per determinare l'età di sostanze che un tempo erano vive.


Tutte le piante a foglia verde si procurano nutrimento assorbendo la luce del sole nel corso di un processo chiamato fotosintesi, durante il quale catturano anche il biossido di carbonio, che convertono in zucchero e ossigeno. Nel biossido di carbonio assimilato sono presenti piccole quantità di radiocarbonio, ad alto livello energetico, il cui tasso rimane lo stesso finché la pianta è in vita; ma quando questa muore il carbonio 14 accumulato comincia a decadere secondo un andamento costante, che la scienza è riuscita a calcolare con esattezza.


Basandosi sul decadimento radioattivo è quindi possibile calcolare il momento in cui una pianta ha cessato, in passato, di esistere. Lo stesso calcolo si può fare sugli animali, che assimilano il carbonio 14 ingerendo piante a foglia verde. La datazione precisa si stabilisce misurando la quantità di carbonio 14 residua nel campione in esame e comparando il risultato con dei grafici standard, noti come curve di calibrazione. Con questa operazione si risale alla data in cui il reperto ha cessato di vivere.

E' tuttavia prevista una «finestra temporale» di un certo numero di anni, da scalare o aggiungere alla data ottenuta, poiché si possono verificare piccoli errori durante il processo di misurazione.


Una volta presa la decisione di applicare questo metodo di calcolo alla Sindone, venne chiesto l'aiuto del British Museum per soprintendere alla certificazione dei campioni ed elaborare l'analisi statistica dei risultati.

Alla fine vennero scelti tre laboratori a Oxford, Zurigo e Tucson, in Arizona, e, dopo un incontro nel gennaio del 1988 al British Museum, fu proposto un metodo sperimentale da seguire all'arcivescovo di Torino, Mons. Anastasio Ballestrero, che diede la sua approvazione.

I sostenitori dello studio della Sacra Sindone erano diffidenti nei confronti delle ragioni del Vaticano e questo dissenso andò via via aumentando, fino a sfociare in una lettera, inviata alla rivista "Nature" per conto del Comitato statunitense per l'indagine scientifica dei fenomeni paranormali, che sollevava la seguente questione:


  • Chi garantirà agli studiosi indipendenti che tutti i campioni inviati ai laboratori d'analisi prescelti siano davvero frammenti del lino sindonico? Ci si deve semplicemente fidare della parola del Vaticano?

Il mese successivo "Nature", pubblicò la risposta del British Museum, il quale assicurò tutti gli interessati che al museo inglese era stato riservato il compito di garantire l'osservanza delle procedure stabilite. Sul suo ruolo di osservatore imparziale dell'esperimento il dottor Tite fu decisamente inequivocabile:


  • ...Possiamo assicurare che, nell'eventualità in cui le procedure proposte fossero rettificate, dando adito a una possibile interferenza con i campioni del tessuto, il British Museurn declinerebbe il suo compito di istituzione garante.

Nell'aprile dell'anno seguente il British Museum fece pubblicare in versione integrale le procedure che sarebbero state seguite nel corso dell'esperimento e annunciò inoltre l'uscita su pubblicazioni scientifiche, a tempo debito, di un documento scientifico completo di tutti i dettagli dell'esperimento. Ciò bastò a rassicurare gran parte della comunità scientifica.


Il 21 aprile 1988, alla presenza di un certo numero di autorevoli testimoni, vennero prelevati dalla Sindone i campioni stabiliti, che furono quindi consegnati ai tre laboratori di Oxford, Zurigo e Tucson assieme a tre altri campioni di controllo, di cui non venne specificata la provenienza: questo perché si potesse valutare la precisione dei risultati confrontando i campioni con altri tessuti di cui si conosceva la data d'origine.

I campioni di controllo consistevano in due pezzetti di tessuto e in alcuni fili. Complessivamente i campioni da analizzare erano:

  • n. 1: un frammento della Sacra Sindone;
    n. 2: un frammento di lino recuperato da una tomba cristiana di Qasr Obrim, in Egitto, e datato tra 1'X1 e il XII secolo;
    n. 3: un pezzetto di lino rinvenuto in un sepolcro di Tebe, datato intorno al 75 d.C.;
    n. 4: alcuni fili presi dal piviale di san Luigi d'Angiò, custodito nella basilica di san Massimo e che si fa risalire alla metà del XIII secolo.

1 tre laboratori accordarono di non confrontare i rispettivi risultati prima di aver comunicato al British Museum quanto scoperto.

Dal momento che la Sindone, nel corso della sua esistenza, era stata esposta a un'ampia gamma di inquinanti ambientali, i laboratori fecero ricorso a diverse procedure chimiche e meccaniche di ripulitura, per ridurre il più possibile l'influsso delle contaminazioni. Una volta completate tutte le misurazioni, i dati dei cinquanta singoli esperimenti condotti nei tre laboratori furono trasmessi al British Museum, che diede avvio a un'analisi statistica delle prove.


Tutti i particolari dei calcoli e della curva di calibrazione cronologica impiegati vennero pubblicati integralmente in un articolo su "Nature", perché anche i più scettici potessero controllare la metodologia di lavoro e la precisione dei calcoli. L'esito risultò abbastanza definitivo e mostrava, con il 95% di probabilità, che la pianta del lino utilizzato per tessere la Sindone aveva cessato di essere un organismo vivente tra il 1260 e il 1390 dopo Cristo. Sottoposti agli stessi esami, gli esemplari di controllo rimossi dal piviale di San Luigi portarono ad una datazione compresa tra il 1263 e il 1283: un risultato straordinario se si considera che il Santo morì nel 1270, all'età di cinquantasei anni. Per gli altri campioni i risultati dell'analisi radiocarbonica furono altrettanto fedeli rispetto alle date rilevate con altri sistemi.

Al termine di questi esperimenti non potevano più esserci dubbi circa l'età del telo sindonico

Ma ora il dibattito si riapre, grazie anche ad un documentario trasmesso durante la Pasqua 2008 dalla Bbc. Perché la stessa Scienza, anzi la stessa tecnica del Carbonio14, dimostra oggi che quella che era stata presentata come la prova della datazione definitiva della Sindone in realtà non è cosi sicura.

Tra gli altri scienziati scettici sulla validità dell'esame sindonologico, il professor Dimitri A. Kouznetsov, del Laboratorio di ricerca fisico-chimica dell'università di Mosca, in collaborazione di un sindonologo italiano, Mario Moroni, ha preso un lino del primo secolo proveniente da En Gedi, in Israele. Per la "datazione" col C14 si è poi rivolto proprio a uno dei tre laboratori che nel 1988 avevano effettuato l'esame sul tessuto sindonico, quello di Tucson, Arizona.

L'esito dell'esame radiocarbonico sul tessuto di Kouznetsov ha stabilito un periodo compreso fra il 100 a.C. e il 100 d.C.

Quindi Kouznetsov ha sottoposto il lino a un incendio identico a quello che la Sindone subì il 4 dicembre 1532 a Chambéry.

Di quell’incendio, la Sindone porta ancor oggi i segni: due lunghe striscie scure provocate dalla fusione della cassetta d’argento in cui era rinchiuso quando fu aggredita dalle fiamme. L’argento fa da catalizzatore per la carbossidazione della cellulosa, arricchendo la tela di carbonio. E infatti, dopo l’esperimento di Kouznetsov, il lino di En Gedi è stato nuovamente datato col sistema del C.14.

E, sorpresa, a causa della presenza di argento fuso, è risultato più giovane proprio di tredici secoli... La Sindone di Torino riapre dunque il suo mistero


IL SUDARIO DI OVIEDO

Nella Cattedrale di Oviedo, nella Spagna settentrionale, è custodito uno scrigno d'argento contenente un sudario che si ritiene essere quello che Pietro trovò piegato in un luogo a parte nel sepolcro di Gesù, "il suda­rio che gli era stato posto sul capo". Questo reperto poco noto - chiamato "Sudario di Oviedo", "Volto Santo" o "Sudario" - potrebbe essere la chiave di lettura per svelare il mistero della ben più nota Sindone di Torino, offrendo da un lato una prova a sostegno dell'autenticità della Sindone e dall'altro nuove e det­tagliate informazioni sulla passione, la morte e la sepoltura di Gesù. La storia del Sudario di Oviedo è ancora in corso di svolgimento, dopo aver recentemente ricevuto nuovo vigore dalle ricerche storiche e scientifiche effettuate dal Centro Spagno­lo di Sindonologia che avviò nel 1989 un approfondito studio inter­disciplinare del Sudario e ha ora cominciato a pubblicare i risultati.

Come il Sudario è arrivato a Oviedo


Si pensa che, dopo aver trovato il sudario nella tomba, S. Pietro lo prese in custodia, forse utilizzandolo come mezzo di guarigione durante le preghiere. Successivamente fu nascosto in una grotta per proteggerlo e, più tardi ancora, riposto in uno scrigno d'argento con altri reperti e venerato dai primi cristiani. Questo "scrigno sacro" restò a Gerusalemme, o perlomeno in Palestina, per quasi seicento anni. Quando Gerusalemme fu invasa dai persiani nel 614 d.C., i cristiani si diedero alla fuga portando lo scrigno ad Alessandria, quindi nel Nord Africa e infine in Spagna, giungendo a Cartagena. Da lì fu portato a Siviglia e consegnato a S. Isidoro, quindi, poco dopo la sua morte, trasferito a Toledo.
Nel 711 i mori invasero la Spagna, devastando in breve tempo tutto il territorio.

I cristiani in fuga portarono per sicurezza ciò che essi chiamavano l'Arca Santa (lo scrigno sacro) verso nord, sulle montagne asturiane, nascondendolo in un eremitaggio sul Monsacro, una montagna a 10 chilometri da Oviedo. Nel 840 il re Alfonso li lo fece trasportare da Monsacro alla Camara Santa (la Camera Sacra), una cappella appositamente costruita per salvaguardare lo scrigno e i reperti in esso contenuti. Nel corso degli anni i vari re asturiani che si succedettero donarono alla cappella numerosi altri reperti e oggetti preziosi, tra cui la Croce della Vittoria che Don Pelayo fece elevare dopo la vittoria di Covadonga, il luogo della sconfitta dei Mori e punto di partenza per la riconquista cristiana della Spagna.

Una data chiave nella storia del Sudario è il 13 marzo 1075. Nello stesso giorno l'Arca Santa fu ufficialmente aperta alla presenza di re Alfonso VI, sua sorella, alcuni vescovi e di El Cid, il leggendario eroe militare spagnolo. Fu fatto un inventario del contenuto dello scrigno, del quale resta una copia risalente al XIII seco­lo conservata negli archivi della Cattedrale di Oviedo. Successivamente Alfonso VI fece rivestire d'argento lo scrigno di legno, facendo inoltre incidere in latino sul margine attorno al coperchio l'elenco delle principali reliquie custodite all'interno. In quell'elenco si legge chiaramente: "Del Sepolcro del Signore e del Suo Sudario e del Suo Santissimo Sangue".

In seguito a questa dichiarazione ufficiale delle reliquie custodite nel Sacro Scrigno, Oviedo divenne un'importante meta per i pellegrini sulla strada per Santiago de Compostela. Nel XIV secolo, quando fu eretta la grande cattedrale gotica di San Salvador di Oviedo, la Camara Santa fu inglobata al suo interno e lì rimase anche lo scrigno, chiuso, con i pellegrini che dovevano accontentarsi di toccarlo o di baciarlo.

A metà del XVIII secolo, quando Filippo II commissionò un inventario delle reliquie di Oviedo, lo scrigno venne aperto ufficialmente e i suoi preziosi contenuti visionati. Qualche tempo dopo, ebbe inizio la tradizione di esporre pubblicamente il Sudario nella cattedrale tre volte all'anno.

Nel 1965 il sacerdote italiano e studioso della sindone, padre Giulio Ricci, intraprese uno studio scientifico del Sudario per cercare di stabilirne il legame con la Sindone di Torino. Ne derivarono altre ricerche finché, alla fine degli anni Ottanta, si giunse alla fondazione del Centro Spagnolo di Sindonologia (CES), dove studi approfonditi effettuati sul Sudario stanno dando risultati affascinanti.

Cosa rivela il Sudario di Oviedo


Utilizzando gli strumenti della moderna medicina legale, gli scienziati del CES sono riusciti ad estrapolare rivelazioni sorprendenti da questo piccolo pezzo di stoffa: l'età, il percorso seguito per giungere in Spagna, la causa della morte della persona di cui aveva coperto il volto, il fatto che è stata avvolta e successivamente riavvolta per due volte attorno al capo del cadavere. Il panno è di lino con trama a taffettà, della dimensione di circa cm 53 x 86, un tempo bianco ma ora macchiato, sporco e sgualcito. I soli segni visibili ad occhio nudo sono delle macchie marroncino chiaro di varia intensità. Al microscopio, ovviamente, si può vedere molto di più: macchie più confuse, granelli di polline, tracce di aloe e mirra, ecc.

Gli scienziati del CES hanno accertato che il panno era stato posto sul viso di un defunto di sesso maschile, ripiegato, ma non nel mezzo, e appuntato dietro alla testa. Il panno non era stato avvolto interamente attorno alla testa perché la guancia destra era quasi appoggiata sulla spalla destra, il che lascia supporre che il corpo fosse ancora sulla croce.

Vi è poi una quadruplice serie di macchie (ovvero macchie speculari su entrambi i lati del panno ripiegato) composte da una parte di sangue e da sei parti di liquido edematico polmonare, una sostanza che si accumula nei polmoni quando una persona crocefissa muore di asfissia e che, se il corpo viene mosso o scosso, può fuoriuscire dalle narici. Alcune macchie risultano essere sovrapposte ad altre, i cui margini restano chiaramente individuabili, a significare che la prima macchia era già asciutta quando si è formata quella successiva.

Alcune di queste macchie sono a forma di dita, chiaramente disposte nella parte attorno alla bocca e al naso. Sono state individuate sei posizioni diverse di varie dita di mano sinistra, probabilmente determinati da qualcuno che stava cercando di arrestare il flusso di sangue dal naso dopo che il panno era stato avvolto sulla testa della vittima.

La disposizione e la successione delle macchie suggeriscono una probabile cronologia dei fatti. Il cadavere deve essere rimasto sulla croce per circa un'ora dopo la morte, con il braccio destro piegato in alto e la testa inclinata in avanti riversa sulla destra. Il corpo, con il capo ancora piegato verso destra, è poi stato spostato e adagiato in posizione orizzontale sul fianco destro per circa 45 minuti. Quindi è stato spostato di nuovo, mentre qualcuno cercava di arginare con la mano il flusso di liquido che fuoriusciva dal naso. Infine è stato disteso supino.

Oltre alle macchie di liquido edematico ve ne sono di altri tipi, tra cui puntini di sangue causati da piccoli corpi appuntiti, che si ritengono essere stati spine.

II Sudario e la Sindone di Torino


La storia del Sudario di Oviedo è ben documentata e molto più chiara di quella della Sindone di Torino. Molte delle informazioni al riguardo derivano dalle opere storiche di Pelagio, vescovo a Oviedo nel XII secolo, che ha ricostruito l'itinerario del Sudario dalla Palestina attraverso il Nord Africa fino in Spagna, un itinerario che è stato corroborato dagli attuali studi sui pollini. Esistono inoltre numerosi altri documenti ed attestano che la reliquia è sempre rimasta in Spagna a partire dal XVII secolo.

Se i dati scientifici sui due paramenti funebri, il Sudario e la Sindone, riuscissero dimostrare che entrambi sono stati in contatto con lo stesso uomo, ciò rafforzerebbe l'autenticità della seconda, che ha un'origine controversa e molto meno ben documentata.

La prima e più evidente coincidenza è che il sangue del Sudario e della Sindone appartengono allo stesso gruppo, l'AB, un gruppo molto comune in Medio Oriente, ma raro in Europa. Ancora più affascinante è il fatto che le macchie di sangue sul Sudario mostrano una notevole corrispondenza con quelle della Sindone. Ci sono oltre settanta macchie di sangue corrispondenti nella zona del volto e oltre cinquanta sulla nuca e sul collo.

Le macchie del Sudario sono più estese, soprattutto nella parte corrispondente alla bocca e al naso, il che indica che il Sudario è stato posto sul corpo la prima volta quando il sangue era ancora più fluido. Ciò è conforme alla pratica ebraica di coprire il volto del deceduto con una piccola pezza, in segno di rispetto, durante i preparativi per la sepoltura, nel caso il viso fosse sfigurato o ferito. Il panno veniva poi tolto prima di avvolgere il corpo, ma veniva comunque messo nella tomba perché intriso di sangue (nella tradizione ebraica si riteneva che la vita fosse contenuta nel sangue e quindi qualsiasi cosa che ne contenesse veniva sepolta con il corpo).

Sul Sudario le macchie nella zona del viso sono disposte senza interruzione da una parte all'altra dell'attaccatura laterale dei capelli, diversamente dalle macchie del volto impresso sulla Sindone, che presenta zone prive di macchie su ciascun lato del viso in corrispondenza del bendaggio sottomento che incorniciava la faccia. Sappiamo pertanto che, in conformità con le usanze ebraiche, il Sudario è stato prima appoggiato sul capo e poi tolto prima di legare il bendaggio sottomento al suo posto. Infine, poiché sul Sudario non ci sono impresse immagini del corpo, sappiamo che non è stato rimesso sul viso, ma è invece stato depositato nella tomba separatamente.

Il naso visibile sia sulla Sindone che sul Sudario ha, secondo le misurazioni effettuate, una lunghezza di otto centimetri. Su entrambi i panni il naso è gonfio e un po' spostato verso destra e le cavità nasali contengono un'elevata quantità di sporcizia e polvere. Questo è plausibile nel caso in cui la vittima, già indebolita, avesse avuto le braccia legate ai pesanti bracci orizzontali della croce e quindi, cadendo sotto questo peso, non avrebbe potuto proteggersi il viso nella caduta.

Tratto dal sito http://www.preghiereagesuemaria.it


L'Enigma della Sindone

 

Su una superficie piatta le mani non possono arrivare così in basso come risulta nell'impronta sindonica

Su una superficie morbida le mani si posizionano come nell'impronta sindonica

Su una superficie morbida i capelli si posizionano come nell'impronta sindonica

Larghezza apparente del viso: immagine per contatto: se il telo fosse stato a contatto con il corpo, come normalmente avviene, stendendolo si avrebbe un'immagine sproporzionata

Larghezza apparente del viso: immagine per convezione: nell'immagine sindonica le proporzioni sono corrette, come se si trattasse di una proiezione fotografica

Altezza apparente: immagine per contatto

Altezza apparente: immagine per convezione

L'impronta della Sindone presenta alcune peculiarità che una eventuale teoria della sua creazione deve poter spiegare.
La figura decalcata sul lino è quella di un uomo nudo, con la barba ed i capelli lunghi alle spalle, apparentemente morto o che comunque doveva essere in uno stato di incoscienza e di assoluta immobilità nel momento della formazione dell'immagine. Le ferite che presenta sembrano essere inflitte da un torturatore di professione. Noi, (cit. autori), decidemmo che l'unico modo per comprendere a fondo la Sindone fosse di provare a riprodurne una copia.
  • ..."Innanzi tutto stendemmo un bianco lenzuolo di lino sul pavimento, dopodiché cospargemmo il corpo nudo di un uomo di vernice nera e dopo averlo fatto stendere sul telo lo avvolgemmo da capo a piedi nel tessuto."...

Sulla parte riproducente il dorso della figura e risultata praticamente assente l'impronta delle gambe tra le natiche ed i polpacci
La zona della schiena subito sotto le spalle non ha lasciato traccia.
La mano destra dell'uomo risulta posizionata circa 15 cm. più in alto rispetto alla Sindone. Salvo che per la punta del tallone l'impronta del piede è completamente assente.
A differenza della Sindone, le spalle risultano alla stessa altezza.
La traccia dorsale dimostra che il corpo tocca il telo in soli cinque punti: il capo, le spalle, le natiche, i polpacci e i talloni. Nelle zone intermedie, nonostante la grande quantità di vernice utilizzata, non si rileva niente. Se un metodo di formazione dell'immagine a convezione potrebbe spiegare l'impronta frontale, nessun processo simile potrebbe spiegare quella posteriore, che si ottiene solamente per contatto.

L'unica possibile conclusione è che l'uomo della Sindone non è stato adagiato su una superficie dura e piatta, ma probabilmente su un materasso morbido che ne sorreggeva il corpo. La teoria del "letto soffice" può spiegare anche la lunghezza all'apparenza spropositata delle braccia, che arrivano troppo in basso lungo il corpo. Ripetendo l'esperimento utilizzando un materasso si sono potute dedurre importanti conclusioni:

E' possibile ottenere una impronta dorsale di tutto il corpo soltanto se questo poggia su una superficie morbida.
Le piante dei piedi lasciano una traccia solamente se poggiano su un cuscino.
Sollevando le spalle di circa 15 cm. rispetto alle anche le mani scivolano nella stessa posizione impressa sulla Sindone, purchè anche la parte superiore del braccio sia sorretta da cuscini.
L'angolo formato dalla posizione della testa rispetto al torace è immateriale; poichè la Sindone segue i contorni del corpo, il viso apparirà sempre quadrato all'osservatore. Più il capo è rovesciato all'indietro più il collo appare lungo.
Se il corpo poggiasse su una superficie piatta i capelli tenderebbero a cadere verso il basso, mentre rimarrebbero ad incorniciare il viso se la testa poggiasse su di un cuscino.
La sola conclusione logica, quindi, sembra essere che, deposto dalla croce, l'uomo deve essere stato coricato su un supporto soffice. Ma a questo punto è legittimo chiedersi perchè qualcuno avrebbe dovuto fustigare quell'uomo e crocifiggerlo per poi stenderlo su un letto, avvolto in un lenzuolo funebre?

Immagini e testo tratti da "il secondo Messia" di KNIGHT & LOMAS - Mondadori 1998


...SE LA SINDONE E' VERA I VANGELI MENTONO?


Supponiamo che la Sindone di Torino sia effettivamente il lenzuolo che ha avvolto il corpo di Gesù: in che modo dovrebbero essere riletti i raccolti evangelici che parlano della sua sepoltura e della scoperta della tomba vuota?

Giuseppe d'Arimatea si decise a chiedere il corpo di Gesù a Pilato solo dopo che questi aveva acconsentito, su esplicita richiesta dei capi ebrei, di togliere i tre giustiziati dalla croce, evitando così di trasgredire la "sacralità" del sabato pasquale.
Giuseppe non andò a chiedere il corpo subito dopo che Gesù era morto, ma solo dopo aver appreso la notizia che i giudei volevano seppellire i tre crocifissi in una fossa comune prima che giungesse il sabato.
Se avesse chiesto il corpo subito dopo il decesso, (il Cristo morì circa alle tre del pomeriggio e gli altri due zeloti vennero finiti con la rottura delle gambe), la sepoltura sarebbe stata regolare e non affrettata. La salma, se non unta e profumata, sarebbe stata almeno lavata.
Giuseppe quindi non dovette avere alcun particolare "coraggio" (come invece dice Marco), anche perché i romani non si curavano affatto della sepoltura dei giustiziati, e comunque non avevano difficoltà a concedere la salma ai parenti o ai conoscenti che la richiedevano. Erano gli ebrei che non concedevano il diritto a un condannato a morte d'essere sepolto in una tomba privata.
Forse un po' di coraggio Giuseppe dovette mostrarlo nei confronti degli ebrei, ma Giovanni fa capire che quel tipo di coraggio fu poca cosa a confronto di quello che egli avrebbe dovuto manifestare all'interno del Sinedrio, dove peraltro era già noto che non tutti erano favorevoli alla condanna di Gesù.
Grazie tuttavia al "poco coraggio" di Giuseppe oggi noi possiamo ammirare la Sindone.
Dice Mc 15,25: "Erano le nove del mattino quando lo crocifissero", cioè era "l'ora terza". Ma l'ora terza include il tempo dalle nove a mezzogiorno. Tradurre "nove del mattino", come fa la Bibbia di Gerusalemme, è un assurdo, poiché contraddice sia la versione di Gv 19,14, che pone la crocifissione "verso mezzogiorno", dopo un lungo e tortuoso processo pubblico, in cui non si dava affatto per scontata la morte di Gesù (e Giovanni, in questi dettagli, è sempre più preciso di Marco); sia la stessa affermazione di Mc 15,44, secondo cui Pilato, al momento in cui Giuseppe di Arimatea gli chiese il cadavere di Gesù, "si meravigliò che fosse già morto e, chiamato il centurione, lo interrogò se fosse morto da tempo". (Si badi: l'imprevedibilità della morte di Gesù non dipese dal fatto che "Pilato cercava di liberarlo" (Gv 19,12), poiché questo non costituisce un "fatto", ma una semplice opinione di stampo apologetico della chiesa primitiva. In realtà Pilato voleva essere sicuro, nel giustiziare un leader politico molto popolare, di avere il consenso necessario da parte di un certo numero di giudei.)
Gesù mori nel primo pomeriggio (secondo Mc 15,34 alle tre, e questo coincide con la versione di Giovanni. Dal momento in cui Giuseppe chiese la salma al momento in cui la ottenne, passarono sicuramente un paio d'ore. Peraltro Giuseppe - come già detto nella nota precedente - si decise a chiederla solo dopo che i Giudei avevano intenzione di far seppellire i cadaveri in una fossa comune, essendo per loro "indecoroso" tenerli appesi nella festività della Pasqua.
Considerando poi che Giuseppe dovette cercare la tomba (se non era già sua, come dice il solo Matteo) e comprare il lenzuolo per avvolgere il cadavere, si spiega il motivo per cui tutti gli evangelisti dicono che al momento della sepoltura ormai era "sera", cioè in pratica "sabato", stando al modo ebraico di contare le ore. Ma se la Pasqua fosse caduta di venerdì, come vuole Marco, Giuseppe, di venerdì sera, cioè in sostanza di sabato, avrebbe potuto acquistare il telo di lino? Probabilmente il telo era già suo.
Insomma se il Cristo fosse stato crocifisso alle nove dei mattino, avrebbe ricevuto una sepoltura regolare e non affrettata. Ma a questo punto è evidente che prima si anticipa la condanna, l'esecuzione e la morte del Cristo e meglio le si toglie la sua motivazione politica; solo che in questo modo si giustifica sempre meno l'idea di una sepoltura affrettata.
Luca aveva capito perfettamente che quando seppellirono Gesù nessuno ebbe il coraggio di trasgredire il sabato (e la Pasqua) e di compiere una inumazione degna di quel personaggio.
Conformemente alla versione che la chiesa, ad un certo punto, volle considerare come "ortodossa", Lc 23,54 sostiene che nel sepolcro nessuno ebbe quel coraggio perché "già splendevano le luci del sabato" (e quel sabato era per giunta "santo" in quanto "pasquale").
Tuttavia l'evangelista deve aver provato qualche difficoltà ad accettare integralmente la tesi di Mc 16,1 s., secondo cui le donne che avevano osservato dove era stato sepolto Gesù l'avevano fatto con l'intenzione di imbalsamarlo, alla maniera ebraica, "il giorno dopo il sabato".
Luca infatti, in quanto di origine pagana, doveva essersi chiesto il motivo di tutti quegli scrupoli al momento della sepoltura, visto e considerato che il Cristo aveva sempre violato il sabato. Per cercare di risolvere questo problema, egli, nella sua ignoranza del costume ebraico relativo all'inumazione, è caduto in una contraddizione non meno insostenibile di quella di Mc 16,1, che manda le donne a comprare gli aromi "al sorgere dei sole". Luca infatti afferma che le donne, visto il luogo ove Gesù era stato sepolto, "tornarono indietro a preparare aromi e oli profumati" (23,56).
Le fa lavorare proprio nel giorno proibito e nella convinzione che aromi e oli profumati si possano preparare in un solo giorno!
Qualcuno, di origine ebraica, successivamente aggiunse la precisazione che il giorno di sabato esse osservarono il riposo secondo il comandamento"(Lc 23,56). Così addirittura si arriva a credere che le donne obbedirono al precetto del sabato non tanto per timore dei giudei quanto per convinzione: loro che erano state seguaci del Cristo sin dall'inizio, per il quale il sabato non aveva più alcun vero significato!
Luca in sostanza aveva capito che per timore dei giudei i pochi seguaci di Gesù rimasti sul Golgota non lavarono né unsero il suo corpo, e cercò, sulla scia di Marco, di giustificare tale atteggiamento mettendo in evidenza la buona volontà delle donne, anche a costo di farle compiere cose impossibili (non hanno il coraggio di lavare il cadavere di Gesù, però hanno il coraggio di preparare gli aromi).
Rendendosi cioè conto della difficoltà di far accettare al lettore una falsità come quella riportata nel vangelo di Marco, Luca cercò di condirla con motivazioni che toccassero i sentimenti.
Le donne non imbalsamarono subito Gesù - questa è la sua tesi - non tanto perché era il giorno della Parasceve, quanto perché non avevano pronto il materiale necessario.
Singolare, in tal senso, il fatto che Mt 28,1, pur essendosi inventato cose incredibili riguardo alla sepoltura e alla scomparsa del corpo di Gesù, non dice nulla sulla presunta intenzione delle donne di imbalsamarlo. Esattamente come Giovanni, nonostante che qui i versetti aggiunti su Nicodemo lascino apparire il contrario.
Matteo doveva aver capito (e Giovanni confermerà questa sua intuizione, riportando la versione esatta dei fatti) che non avrebbe avuto senso mandare delle donne a imbalsamare il cadavere di Gesù quando nessuna di loro sarebbe riuscita a smuovere di un millimetro la pietra che occludeva l'accesso al sepolcro. Meglio sarebbe stato (finzione per finzione) far accadere "un gran terremoto" con tanto di "angelo del Signore" che, con la propria spada, fa rotolare la pietra per poi sedercisi sopra (Mt 28,2).
Da notare che mentre in Mc 15,47 le donne sono due, in Mc 16,1 sono tre e di queste solo la Maddalena è la stessa. Mc 15,40 riporta tre nomi: la Maddalena; Maria madre di Giacomo e di Joses, moglie di Cleofa e sorella della madre di Gesù; Salome, madre di Giacomo e Giovanni (che viene ricordata anche in Mc 16, 1). Lc 24, 10 è il solo che cita il nome di Giovanna, moglie di Cuza, che certamente in quel momento non poteva essere lì. Risulta ben strano che i Sinottici, a differenza di Giovanni, non abbiano mai citato il nome della madre di Gesù.
Da notare che sarebbe stato quanto mai problematico imbalsamare un uomo, in quei territori caldi già nel mese di Aprile, due giorni dopo il suo decesso. Per poterlo fare le donne avrebbero dovuto aspettare tutto il venerdì e tutto il sabato fino al tramonto e sarebbero dovute andare la domenica mattina. Questo per dire che parlare anche di "resurrezione" al terzo giorno dopo la morte non ha davvero senso. Di fatto nessuno poté mai indicare il momento preciso in cui la tomba si svuotò del cadavere.

Vediamo cosa dicono i testi biblici.

Il primo problema che salta agli occhi, mettendo a confronto, nei racconti evangelici della sepoltura, le versioni dei sinottici (Marco, Matteo e Luca, in ordine d'importanza) con quella di Giovanni, è che ci si trova di fronte a tradizioni abbastanza diverse.

Come noto, il principale artefice della sepoltura di Gesù non fu alcun apostolo, bensì Giuseppe d'Arimatea, definito da Giovanni "discepolo occulto", cioè favorevole in privato alla causa di Gesù, ma titubante in pubblico.

Già sulla figura di questo ambiguo personaggio i sinottici divergono fortemente. Marco infatti lo esalta dicendo che pur essendo Giuseppe un membro autorevole del Sinedrio, aspettava anche lui "il regno di Dio"; inoltre afferma ch'egli "andò coraggiosamente da Pilato" per chiedere il corpo di Gesù.

Giovanni invece, a tale proposito, sembra lasci intendere proprio l'opposto, e cioè che sarebbe stata opera ben più meritoria esporsi pubblicamente quando Gesù era in vita (ma non ne fa una questione personale, perché Giovanni sa che anche i discepoli diretti di Gesù ebbero le loro responsabilità nella sua morte).

Peraltro un sinedrita come Giuseppe aveva ben poco da temere dalle ire appena placate di un despota come Pilato, il quale infatti, pur potendo evitarlo, non ebbe alcuna difficoltà a concedergli la salma.

Generalmente i crocifissi venivano sepolti in fosse comuni (anche come forma di disprezzo della loro causa politica), in quanto nemici dello Stato romano, ma, conoscendo la popolarità del messia-Gesù, Pilato, da esperto fantoccio qual era nelle mani di Tiberio, poteva facilmente intuire che il rifiuto gli avrebbe procurato delle noie più che non il consenso.

Dal canto loro, Luca e Matteo, che qui come altrove copiano da Marco, si rendono conto di quanto sia ostico conciliare l'appartenenza di Giuseppe al Sinedrio (il tribunale giudaico che osteggiava fortemente tutto l'operato di Gesù) col fatto che fosse un filocristiano, per cui entrambi decidono di modificare, più o meno radicalmente la versione del loro prototipo.

Luca, che tende sempre a sdrammatizzare, accentua il carattere "buono e giusto" di Giuseppe, specificando che "non aveva aderito alla decisione e all'operato degli altri [sinedriti]" e che anche lui aspettava il regno di Dio. Poi prosegue mandando Giuseppe da Pilato a chiedere il corpo di Gesù, come se fosse un suo diritto averlo (appunto perché lui era "buono e giusto").

Matteo invece, coerente coi suoi metodi sbrigativi, preferisce tagliare corto sull'appartenenza di Giuseppe al Sinedrio, limitandosi a notare ch'egli era un ricco discepolo del Nazareno. Ciò che, a ben guardare, costituisce un esempio senza precedenti nei vangeli. In altri casi, infatti (si pensi a Zaccheo e allo stesso Matteo, ma anche al giovane ricco o al funzionario di Erode), mai si era visto un ricco incontrare Gesù e rimanere come prima. Generalmente la richiesta, da parte di Gesù, era quella di cambiare vita e nel miglior modo possibile, altrimenti non si poteva diventare discepoli.

Insomma, si può ben dire che la contraddizione principale si pone nei seguenti termini: per i Sinottici Giuseppe era un discepolo esplicito di Gesù (cioè più di un semplice simpatizzante), e poté esserlo pur appartenendo al Sinedrio (o pur essendo ricco, come vuole Matteo); secondo Giovanni invece egli non poté essere esplicito proprio perché apparteneva in maniera attiva al Sinedrio. Quale delle due tesi sia la più convincente, è facile capirlo.

Ma procediamo. Giuseppe -dice Marco- compra un lenzuolo (sindòn nel testo greco) per avvolgere il corpo di Gesù (si tratta di un lenzuolo adatto proprio allo scopo), che depone in un sepolcro scavato nella roccia, successivamente chiuso da un grosso masso rotolante.

La salma non venne né lavata né unta: Marco lo lascia chiaramente intendere spiegando che due donne stavano ad osservare dove veniva deposta (saranno poi le stesse che, in compagnia di un'altra donna, andranno -sempre secondo la versione marciana- a completare l'inumazione, passato il sabato).

Questa versione dei fatti fu praticamente accettata sia da Luca che da Matteo. Le differenze sono minime: Luca dice che la tomba era nuova, benché trovata frettolosamente (ma su questo anche Giovanni è d'accordo); Matteo dice che la tomba apparteneva a Giuseppe (che però era di Arimatea).

Luca dice che anche la Sindone era nuova; Matteo invece ch'era "candida" (ma il significato è equivalente: lenzuoli del genere non potevano essere riciclati).

Gli elementi più importanti che i sinottici hanno in comune sono che Giuseppe è unico protagonista attivo (per lo schiodamento e il trasporto del cadavere alla tomba saranno però occorsi almeno altri due uomini); c'è un lenzuolo acquistato dallo stesso Giuseppe e la tomba è scavata nella roccia.

Le donne, dal canto loro, stanno a guardare senza intervenire, poiché era venerdì sera, cioè già sabato, stando al computo ebraico. Luca non le elenca secondo i loro nomi (però in 24,10 parla di Maria di Màgdala, Giovanna e Maria di Giacomo): forse gli era apparsa strana l'assenza della madre di Gesù; in ogni caso, contraddicendosi sul precetto del sabato, le fa tornare a casa a preparare aromi e oli profumati per la domenica mattina.

E ora vediamo Giovanni. I vv. 39 e 40 del c. 19 contengono due grosse novità. La prima è che insieme a Giuseppe c'era anche il fariseo Nicodemo, pure lui discepolo occulto di Gesù (stando almeno a Gv 3,1ss.). Costui avrebbe portato per la sepoltura qualcosa come 32 kg di sostanze aromatiche! Fino a poco tempo fa s'era pensato a un errore di trascrizione di qualche copista; oggi invece si è propensi a considerare falsi entrambi i versetti.

Per quale motivo? Anzitutto perché se veramente Nicodemo fosse stato presente, anche gli altri evangelisti avrebbe dovuto ricordare una persona così importante; in secondo luogo, perché se la Sindone di Torino ha veramente avvolto il corpo di Gesù, questo -come vogliono anche i sinottici- non venne né lavato né unto; in terzo luogo, perché l'inserimento di Nicodemo acquista un chiaro valore apologetico e diplomatico: molti farisei, dopo la morte di Gesù e della sua ideologia rivoluzionaria, divennero cristiani (il più importante dei quali fu senza dubbio Saulo di Tarso); in quarto e ultimo luogo, perché la falsificazione è servita a giustificare il motivo per cui nel racconto tradizionale della tomba vuota, l'apostolo Giovanni non parla di donne intenzionate a ungere Gesù.

Tuttavia, se entrambi i versetti sono un'interpolazione, allora va rifiutata anche la tesi da essi sostenuta secondo cui i necrofori fecero una sepoltura tradizionale (o legale), con tanto di unguenti, profumi e panni di lino.

Anzi, a proposito di questi versetti, E. Haenchen sostiene che non solo essi sono falsi, ma anche che il redattore non conosceva minimamente la prassi giudaica di seppellimento, né era ben informato circa l'imbalsamazione.

Giovanni dunque non usa la parola "sindone" o perché è stata depennata da qualche manipolatore del testo originale (sostituita con le parole "panni di lino"?), oppure perché non riteneva il lenzuolo, al momento della sepoltura, un elemento importante (nei sinottici sembra sia servito per dimostrare la magnanimità di Giuseppe).

Ma se Giovanni è stato oggetto di censure e manipolazioni lo vedremo più avanti. Qui si può rilevare come nel suo racconto appaia chiaramente come la sepoltura sia stata compiuta in gran fretta: il sepolcro scelto, infatti, era vicinissimo al Golghota (il che peraltro contribuisce a smentire l'attendibilità dei vv. 39 e 40, per i quali si aveva tutto il tempo necessario per fare una sepoltura regolare).

Giovanni giustifica la fretta lasciando capire che, a causa della Parasceve, non avevano alternative: o una fossa comune o una tomba privata senza unzione (di sabato infatti non si poteva lavorare né entrare nei sepolcri, meno che mai il sabato di Pasqua).

Tuttavia, proprio questa irregolarità dovette risultare inaccettabile alla comunità cristiana primitiva, la quale, negli episodi della tomba vuota, ad un certo punto ha deciso di introdurre la figura di alcune donne intenzionate a completare la sepoltura.

Ci si accorse subito che i discepoli (quanti erano rimasti a Gerusalemme dopo la cattura di Gesù? Solo Pietro e Giovanni?) avrebbero dovuto avere più coraggio a violare il sabato, soprattutto in considerazione del fatto che il Cristo, con le sue guarigioni, lo aveva trasgredito più di una volta, rischiando la sentenza capitale.

La comunità cristiana, dunque, rimedia alla pusillanimità dei discepoli -peraltro inevitabile in quel momento di tragica sconfitta- inviando delle donne (!) a togliere l'enorme masso posto davanti all'ingresso della tomba (a una contraddizione si rimedia aggiungendone un'altra ancora più grossa).

È curioso notare come nel vangelo di Marco queste donne siano ben consapevoli della difficoltà che devono superare e come, nonostante ciò, decidano lo stesso di andare al sepolcro per completare la sepoltura. Naturalmente la provvidenza le toglierà dall'imbarazzante situazione facendo loro trovare la pietra già spostata.

Giovanni non cade in questa incongruenza e scrive che soltanto Maria Maddalena si recò al sepolcro (a piangere? a pregare? Comunque andò senza profumi, e più avanti si scoprirà ch'era in compagnia di un'altra donna).

Trovatolo vuoto, Maria e l'anonima amica si recano da Pietro e Giovanni, rimasti nascosti in città.

Questi corrono a vedere se le donne dicono il vero e Giovanni, il primo che arriva, si china e nota per terra i lini coi quali il lenzuolo che avvolgeva il corpo di Gesù era stato in più punti legato, per tenerlo fermo.

Al pari di Maria, Giovanni sospetta che il corpo sia stato trafugato da qualcuno, ma non entra. Attende l'arrivo di Pietro, più lento perché più anziano. Una volta entrati si guardano attorno e cosa vedono? Non solo le bende per terra, ma anche la Sindone piegata e riposta da una parte, come se dovesse essere conservata. Cosa pensano? Pensano che il corpo non può essere stato rubato: i ladri l'avrebbero portato via così com'era, oppure non avrebbero perso tempo a piegare il lenzuolo. Dunque era successo qualcosa di strano. Ma cosa? La prima menzogna è nata lì, in quel momento. Pietro avrà guardato in faccia Giovanni, che nel suo vangelo dice di se stesso, dopo aver costatato la Sindone piegata: "e vide e credette", e gli avrà chiesto d'inventare con lui un'altra storia…

Quale storia s'inventò Pietro? La storia di un giovane dentro il sepolcro che, seduto sulla destra e vestito di un abito bianco, destava sgomento alle donne recatesi per ungere Gesù, e alle quali disse in tono rassicurante: "Non abbiate paura. Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ora egli vi precede in Galilea":

In altre parole, per l'apostolo Pietro sarebbe stato meglio sostenere che Gesù era risorto perché un angelo lo aveva rivelato alle donne (donne che poi in Marco fuggono spaventate, senza raccontare niente a nessuno, cosicché -lascia intuire l'evangelista- nessuno poté interpellarle o contestarle).

Questa la versione che, secondo Pietro, avrebbe dovuto accettare una comunità da lui ritenuta troppo immatura per poter credere alla versione di Giovanni e continuare a battersi per la causa rivoluzionaria del Cristo. E così infatti sarà.

Luca, in seguito, arriverà addirittura a parlare di due uomini sfolgoranti e del loro annuncio pasquale a tutti gli apostoli e discepoli vicini e lontani.

Matteo è ancora più fantasioso: pur avendo detto che le donne si recarono al sepolcro senza portare gli unguenti, parla esplicitamente di un "angelo del Signore" disceso dal cielo, lucente come la folgore (o come la neve!), di una pietra che rotola da sola, di terremoti d'ogni genere, di guardie tramortite… insomma, siamo ben oltre i limiti dell'apocrifo.

Ma come metterla con la versione di Giovanni che, essendo stata scritta per ultima, capitò questa sì!- come un fulmine a ciel sereno?

Qui le manipolazioni, oltre a quelle viste in precedenza, sono state di due tipi. La prima è l'aggiunta dei vv. 9 e 10 del c. 20, secondo cui i discepoli Pietro e Giovanni, entrando nella tomba, non avevano capito che la Scrittura prevedeva la resurrezione del messia. Un'aggiunta, questa, davvero strana: sia perché non c'è alcun passo del V.T. che profetizzi questo; sia perché, proprio osservando la Sindone piegata, Giovanni poté scrivere di sé "e credette" (evidentemente per il falsario la Sindone non costituiva alcuna prova e gli apostoli avrebbero potuto credere nella resurrezione di Gesù solo dopo averlo rivisto sulla terra: di qui i racconti di resurrezione).

La seconda manipolazione sta, presumibilmente, nella sostituzione della parola "Sindone" con la parola "Sudario", già usata da Giovanni per indicare non un intero lenzuolo, ma solo la mentoniera che nel racconto di Lazzaro era servita per tener chiusa la bocca al cadavere di quest'ultimo.

Grazie a tale sostituzione, con la quale peraltro si poteva confermare il racconto interpolato di Giovanni sulla sepoltura, la Sindone risulta praticamente scomparsa e di essa per molto tempo non si parlerà più. Giovanni insomma, ufficialmente, vide piegato soltanto il sudario.

Oltre a queste due falsificazioni ve n'è un'altra, extratestuale ma molto significativa, al v.12 del c. 24 di Luca, laddove si afferma che al sepolcro corse solo Pietro (e non anche Giovanni) e ch'egli vide solo delle bende (e non anche la Sindone) e che di ciò egli stupì (ma senza credere come Giovanni).Questo è un versetto che la stragrande maggioranza degli esegeti considera spurio.

Col passare del tempo (i vangeli, come noto, non sono stati scritti "di getto", né da una persona sola) i teologi della comunità cristiana s'inventarono, sulla scia della versione di Pietro riportata nel testo di Marco, tutti i racconti di apparizione di Gesù redivivo, nei quali egli più che altro dà delle direttive di ordine ecclesiale. Luca addirittura supera abbondantemente l'apocrifo descrivendo l'ascensione di Gesù in cielo (per molto meno altri testi sono stati esclusi dal canone). Come noto, le versioni più antiche di chiusura del vangelo sia di Marco che di Giovanni non riportavano alcun racconto di apparizione.

Per concludere, proprio la Sindone attesta che non esiste alcuna prova, se non la Sindone stessa (che però non prova nulla al 100%), circa la presunta resurrezione del corpo di Gesù.

Gesù non è mai riapparso, non c'è stata alcuna angelofania, il concetto stesso di "resurrezione" non ha senso, poiché il corpo non è mai stato trovato (al massimo lo si può applicare a Lazzaro o alla figlia di Giairo, per restare ai racconti evangelici). Il concetto di "resurrezione" è un'interpretazione teologica a un fatto storico: la scomparsa di un cadavere. Nel caso in questione ci si dovrebbe limitare a parlare, al massimo, di trasformazione della materia in energia, un processo che con gli studi sull'atomo abbiamo appena cominciato a decifrare.

Un'altra conclusione che infine si può trarre è la seguente. I sinottici raccontano una verità "tecnica", "formale" (si usò un lenzuolo), ma mentono sulle cose "sostanziali", cioè sul fatto che oltre al lenzuolo non esiste alcuna altra prova della presunta resurrezione di Gesù. Viceversa, il testo originale di Giovanni diceva molto probabilmente la verità sia sulle questioni "tecniche" (la sepoltura fu affrettata e non ci fu alcuna intenzione di completarla), sia sulle questioni "sostanziali" (l'unico indizio a disposizione era la Sindone). Solo che il testo è stato verosibilmente manomesso da chi voleva far credere due cose:

che il crocifisso aveva ottenuto una sepoltura in piena regola (cosa che nei sinottici doveva avvenire la domenica mattina) e
che la fede nella misteriosa scomparsa del corpo di Gesù non dipese dalla constatazione della tomba vuota e quindi della Sindone riposta e piegata, bensì dall'annuncio serafico dell'angelo di Dio.


Nel vangelo di Marco, infatti, l'angelo non dice alle donne: "Non è più qui...", ma specifica: "è risorto, non è qui". A tale dichiarazione apodittica, incontrovertibile, fa da pendant nel vangelo di Giovanni il dialogo del messia risorto con la Maddalena, che inspiegabilmente era tornata a piangere sulla tomba vuota. Alla donna un evidente secondo redattore del vangelo, già consapevole che la tomba era situata in un "orto", in quanto l'aveva precisato lo stesso Giovanni, farà dire: "Non sei tu l'ortolano? Dimmi dove l'hanno messo!


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