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I Vangeli

Il vocabolo greco canon significa letteralmente «asta», «bastone», e in particolare «regolo per misurare». Il greco kanwn (cf. ebr. qaneh) = canna, regola di misura e, in senso metaforico, norma. Con questo significato tecnico, nel mondo ellenico serviva a indicare la «misura», quindi la «regola e norma» perfetta, sia in arte, sia in musica, sia in letteratura e anche nella sfera dell' attività morale e religiosa. Di qui è passato al cristianesimo. Nel Nuovo Testamento appare soltanto in due passi delle lettere di Paolo, in uno col valore di «misura», nell'altro col valore di «regola, norma». La patristica, (...con filosofia patristica si intende la filosofia cristiana dei primi secoli, elaborata dai Padri delle Chiesa e dagli scrittori ecclesiastici. Essa consiste nell'elaborazione dottrinale delle credenze religiose del cristianesimo e nella loro difesa contro gli attacchi dei "pagani" e contro le eresie...), lo ha accolto in questa seconda accezione. Così la Chiesa, a partire dal IV secolo, ha fissato l'elenco degli SCRITTI CANONICI riconosciuti come ispirati da Dio, quindi fondamentali per la fede e la vita cristiana. Altri scritti, nonostante l'analogo contenuto, non furono ritenuti ispirati: perciò sono esclusi dal cànone biblico e son detti APOCRIFI, cioè nascosti, incerti. La determinazione di questo cànone non è frutto della intuizione di qualche credente per quanto illuminato, ma della fede e dell'intelligenza della comunità ecclesiale,attraverso tappe che chiarirono progressivamente i reali confini della parola di Dio rivolta all'umanità.

CANONE CATTOLICO DELL'ANTICO TESTAMENTO (comprende 46 libri).

Il processo di "canonizzazione" fu lungo e laborioso: gli ebrei di Gerusalemme accettavano solo i testi scritti in ebraico; quelli di Alessandria accettavano anche sette libri scritti in greco. Al tempo di Gesù si era imposto dappertutto il cànone più lungo, codificato nella famosa Bibbia greca detta dei Settanta, frequentemente citata nel Nuovo Testamento. Per questa ragione la Chiesa cristiana la fece propria accettando anche i sette libri detti "deuterocanònici" (o del secondo cànone), posti a parte, con qualche riserva, solo dai protestanti.


CANONE CATTOLICO DEL NUOVO TESTAMENTO (comprende 27 libri).

Il processo di "canonizzazione" ebbe poche incertezze: per i Vangeli fu messa in dubbio l'autenticità di qualche brano, come quello dell'adultera (Gv 8,1-11), o le conclusioni di Marco e di Giovanni, ritenuti da alcuni un'aggiunta. Le esitazioni maggiori riguardarono alcune Lettere apostoliche (quella agli Ebrei, quella di Giacomo, la seconda di Pietro, quella di Giuda, la seconda e la terza di Giovanni) e l'Apocalisse. Una preziosa testimonianza del processo di determinazione del cànone è conservata nella Biblioteca Ambrosiana di Milano: il cosiddetto Cànone Muratoriàno (dal nome dello studioso Ludovico A.Muratori, che lo scoprì nel 1740) riporta l'elenco degli scritti del Nuovo Testamento accolti dalla Chiesa di Roma intorno all'anno 180. Mancano solo la Lettera agli Ebrei, quella di Giacomo e la seconda di Pietro. Dal sec V il cànone non ha più subito variazioni (tranne qualche riserva di alcuni protestanti), ed è lo stesso che troviamo in tutte le Bibbie

I criteri di canonicità

Dalla documentazione a disposizione possiamo ricavare che i criteri utilizzati dalle Chiese per stabilire il canone furono principalmente due: ecclesialità ed apostolicità dei libri. Nel caso poi in cui l'apostolicità non fosse certa, si ricorse al criterio sussidiario della tradizionalità.

Ecclesialità Furono scelti come "ufficiali" i libri che erano accolti e letti nella liturgia da tutte (o quasi) le comunità che li conoscevano. Furono le comunità che selezionarono i libri del Nuovo Testamento, non attraverso pronunciamenti ufficiali, ma attraverso il «sentire» dei cristiani: in quei libri essi riconoscevano fissata la fede che avevano ricevuto nella predicazione orale ed accettato. Ma perché i cristiani leggevano questi libri? Ecco il secondo criterio:

Apostolicità Furono scelti quei libri che si ritenevano prodotti direttamente o indirettamente dagli apostoli (se a torto o a ragione oggi è difficile/impossibile da stabilire: è un atto di fede nelle comunità cristiane dei primi secoli). Si può dire che il concetto di "canone", sia derivato in modo diretto da quello di apostolo. L’apostolo ha nella Chiesa una funzione unica, che non si ripete: è un testimone oculare. Per conseguenza solo gli scritti che hanno per autore un apostolo o un discepolo di un apostolo sono reputati garantire la purezza della testimonianza cristiana Quanto ai vangeli, le comunità hanno accettato quelli che avevano come autori sicuri o apostoli o diretti ascoltatori di apostoli (dopo aver valutato, per questi ultimi, che avessero raccolto bene il loro insegnamento). Per questa ragione furono rifiutati i vangeli apocrifi.

Quanto alle lettere, era compito dei destinatari garantire sul mittente. Si noti però che spesso un autore si serviva di uno scrivano-segretario che «metteva in bella» il testo. È per questa ragione che scritti come la Didaché o la lettera di Clemente di Roma, nonostante fossero dello stesso periodo e sullo stesso argomento dei libri del Nuovo Testamento, non furono accolti tra i libri ufficiali. Ne consegue che, per le comunità cristiane antiche, norma di fede non erano gli scritti, ma le testimonianze orali apostoliche che si fissarono poi in tali scritti. Valeva il principio: era canonico (= normativo) solo ciò che era apostolico.

E nel caso in cui l’apostolicità non fosse certa? Si ricorse al criterio sussidiario della

Tradizionalità Furono scelti quei libri che erano in armonia con la tradizione orale e rifiutati quelli che presentavano la figura di Gesù in modo diverso da quello tradizionale, quello cioè che i cristiani conoscevano bene per averlo ascoltato dalla viva voce degli apostoli e dei loro immediati discepoli.

Questo successe per es. per il vangelo di Pietro come dice questo documento di Eusebio di Cesarea che cita la testimonianza di Serapione: «Costui (= Serapione) ha composto anche un altro trattato sul vangelo detto secondo Pietro con l’intento di esporre la falsità degli argomenti in esso contenuti, per il bene di alcuni membri della chiesa di Rhossus (in Siria), che a causa dell’opera suddetta furono preda di dottrine non ortodosse. Sarà bene riportare qui alcune frasi del suo scritto per rilevare il suo giudizio su quel libro. Egli scrive: "Fratelli, noi accettiamo Pietro e gli altri apostoli come Cristo, ma, da uomini prudenti, respingiamo quanto è falsamente scritto sotto il loro nome, ben conoscendo che da loro non abbiamo ricevuto tali cose. Quando, infatti, io fui presso di voi, pensavo aderiste tutti alla retta fede e, non avendo letto il vangelo sotto il nome di Pietro, di cui parlavamo, dissi: Se era questo l’unico motivo del loro turbamento, leggetelo pure! Ma ora, da quanto mi è stato detto, ho compreso che nella loro mente era annidata una eresia: avrò dunque cura di venire nuovamente da voi. A presto, dunque, fratelli.
Voi sapete che genere di eresia era quella di Marcione e come egli si contraddiceva, non comprendendo quanto andava diffondendo, imparerete (la verità) da quanto ho scritto per voi. Ho infatti avuto la possibilità di avere tra le mani proprio questo vangelo da coloro che se ne servono, cioè dai successori di quelli che sono stati i suoi autori, ai quali diamo il nome di doceti, in quanto molte delle loro idee appartengono a questa scuola, di scorrerlo e di constatare che in gran parte ha sul Salvatore un insegnamento giusto, ma alcune cose sono nuove e ne ho tracciato una lista per voi". Questo è quanto si riferisce a Serapione».

Un'analisi delle testimonianze antiche ci permette di affermare che probabilmente ogni comunità cristiana locale possedeva un vangelo da essa ritenuto canonico già prima della fine del I° sec. d.C., solo intorno al 180 d.C. fu riconosciuto il cosidetto "tetraevangelo", cioè l'insieme dei 4 vangeli contenente gli attuali vangeli canonici. L'epistola agli Ebrei ebbe vicende travagliate a causa del fatto che il suo mittente non dichiarava in modo esplicito la propria identità, da qui l'essere accettata perchè considerata paolina e rifiutata perchè non riconosciuta tale. Essa ricevette un riconoscimento unanime solo intorno al IV° sec.d.C. Il più antico manoscritto delle lettere paoline, il P46 datato attorno al 200 d.C., contiene l'epistola agli Ebrei, segno che in epoca antica non vi furono dubbi circa la canonicità di tale scritto, purtroppo tale manoscritto è mutilo cosicchè non possiamo sapere se esso conteneva anche 2° Tessalonicesi, Filemone e le epistole pastorali. 2°Pietro tardò ad entrare nel canone perchè lo stile del greco del suo testo appariva molto differente da quello della 1°Pietro, per cui alcuni credettero che Pietro non ne fosse stato l'autore e pertanto fosse da ritenere un falso.
L'Apocalisse sembrava ad alcuni teologi antichi non poter vantare la paternità giovannea, anche se in generale essa fu quasi subito accettata nel canone.
Le epistole di Giuda, Giacomo, 2° e 3° Giovanni suscitavano dubbi per via del fatto che i loro autori non sembravano essere "noti" alle comunità cristiane.

Non è possibile stabilire in modo univoco quale criterio presiedette alla formazione del canone, nè in base a quali considerazioni venne ad un certo punto considerato concluso.
Mettendo insieme le notizie frammentarie che la tradizione ci ha trasmesso, risulta certo che le chiese non "decisero" quali testi rendere canonici, essendosi perlopiù limitate ad accettarli una volta raggiunta la convinzione che essi erano apostolici o soggetti ad approvazione apostolica o promananti da membri in qualche modo connessi al circolo apostolico. Deve essere apparso rilevante che subito dopo l'ascensione del Cristo, Pietro si fosse premurato di ricostituire il numero dei 12 apostoli, chiedendo al Signore che venisse scelto un sostituto per il posto lasciato vuoto da Giuda, ciò al fine di avere un gruppo di testimoni autorevoli in merito a tutto l'insegnamento e alle opere del Cristo (Atti 1:15-26).
Una massa considerevole di informazioni a proposito dell'origine degli scritti neo-testamentari è andata smarritta per cui siamo solo in parte consapevoli di quali circostanze spinsero i credenti ad accettare gli scritti "ispirati". Ciò che importa è che alla fine il canone venne considerato "chiuso", cioè non più passibile di essere ampliato o ridotto. Il fatto che il canone fosse stato considerato "chiuso" deve farci riflettere ad esempio sulla pretesa del cattolicesimo e del mormonismo di aggiungere ulteriore "rivelazione" a quella già esistente.

Una testimonianza antica

Con il termine "canone" si intende l'insieme degli scritti biblici considerati sacri. Non è vero che il canone del NT fosse stato sempre considerato indiscutibile dalla chiesa delle origini. Infatti epistole come 2 Pietro, 2 e 3 Giovanni, Giacomo, Giuda e Apocalisse furono accettate prima in alcune regioni della cristianità antica e solo nel IV° sec. nelle altre (Eusebio di Cesarea attesta che l'Apocalisse in quell'epoca non era ancora considerata canonica dalla chiesa orientale); addirittura furono considerati canonici testi che in seguito sarebbero stati del tutto esclusi dal canone, è il caso dell'epistola di Barnaba e del Pastore d'Erma (inclusi nel manoscritto del IV° sec. detto Sinaitico) e della 1° e 2° epistola di Clemente (incluse nel manoscritto del V° sec. detto Alessandrino). Nel III° sec. delle 7 epistole cattoliche solo 1 Pietro e 1 Giovanni erano considerate ovunque canoniche, le altre come detto dovranno attendere il IV° sec

Il canone della Bibbia è l'elenco dei libri considerati ispirati dagli ebrei e dai cristiani. La Bibbia ebraica, detta in ebraico Tanach, non considera ovviamente il Nuovo Testamento e, per quanto riguarda l'Antico Testamento, accoglie solo i libri stabiliti nel cosiddetto Concilio di Jamnia, in cui vennero respinti alcuni libri già presenti nella versione detta dei LXX, in uso presso le comunità ebraiche di lingua greca, adottando come versione normativa il Testo masoretico. La versione in lingua greca fu invece quella più usata dalle prime comunità cristiane, che pertanto hanno seguito un canone più ampio. I libri non presenti nel canone ebraico sono attualmente chiamati deuterocanonici.

In ambito cristiano la questione fu riaperta durante la Riforma protestante. Molti protestanti ritennero che i deuterocanonici (da loro chiamati apocrifi) avessero valore come letture edificanti ma non come testi dottrinali, pertanto venivano inseriti a parte fra l'Antico e il Nuovo Testamento. Alcune chiese, a partire dal XIX secolo, li hanno eliminati del tutto. Anche per il Nuovo Testamento cristiano esiste una questione deuterocanonica. Un certo numero di libri non venne accolto nei primi canoni neotestamentari. Il canone attuale venne approvato dalle chiese orientali e occidentali in diversi sinodi alla fine del IV secolo

Il periodo che va dalla fine del I° sec. alla fine del II° sec. e'; caratterizzato da una forte incertezza a proposito di quanto i credenti erano in obbligo di ritenere canonico, non è esagerato affermare che ogni comunità locale possedeva un proprio canone.
Esamineremo alcune delle testimonianze extra-bibliche che ci sono pervenute a tal proposito.
Clemente Romano scrisse intorno al 95 d.C. una epistola alla comunità di Corinto, in essa oltre a brani dell'AT, è citato anche un brano della 1Corinzi di Paolo apostolo (cap.47). Non è possibile però stabilire se citando detti ed opere del Cristo, Clemente faccia riferimento ai vangeli canonici o a qualche altra raccolta di detti ed opere del Cristo circolanti al suo tempo.
Ignazio di Antiochia scrisse intorno al 107 d.C. alle chiese dell'Asia Minore mentre era trasportato in catene a Roma per essere martirizzato (allo storico Eusebio siamo debitori della data del martirio), in una di queste epistole (Ignazio agli Efesini 12:2) è tirata in causa come testimonianza di un uomo degno di fede, l'epistola di Paolo agli Efesini. In generale anche se nelle epistole di Ignazio sono riconoscibili citazioni: dai vangeli "canonici" di Matteo (7 volte), Luca e Giovanni , e da: 1Corinzi (8 volte), 2 Corinzi (2 volte), Efesini (2 volte), Colossesi (1 volta), 1 Tessalonicesi (3 volte), 1Timoteo (5 volte), 2Timoteo (1 volta), 1 Pietro (2 volte), Apocalisse (3 volte) nessuno di tali scritti è citato per nome. Alcuni studiosi sono convinti, dato l'alto numero di citazioni dal vangelo di Matteo nelle epistole di Ignazio , che questo scritto possa aver visto la luce ad Antiochia, dove Ignazio predicava.
Policarpo scrisse intorno al 107-108 d.C. una prima (di cui non ci resta che un frammento) ed una seconda lettera ai Filippesi, in quest'ultima egli cita, senza nominarli esplicitamente: i vangeli di Matteo (5 volte), e di Luca (2 volte), Romani (1 volta), 1Corinzi (2 volte), 2Corinzi (2 volte), Galati (2 volte), 2Tessalonicesi (1 volta), 1Timoteo (2 volte), 2Timoteo (1 volta), Atti (2 volte), 1Pietro (7 volte), 2Pietro (1 volta), 1Giovanni (1 volta), non operando nell'introdurre tali citazioni alcuna distinzioni rispetto a quelle tratte dall'AT.
Papia di Gerapoli scrisse un trattato "Sulle Parole del Signore" intorno al 130-140 d.C. , di cui alcuni brani sono citati dallo storico della Chiesa Eusebio nel suo scritto dal titolo: "Storia della chiesa".
Papia documenta i motivi che spingevano le comunità cristiane del suo tempo a ritenere autorevoli (e dunque canonici) i vangeli di Matteo (la critica però ritiene che Papia non stia discutendo del vangelo che attualmente và sotto il nome di Matteo) e di Marco.
Giustino Martire scrisse intorno al 150 d.C. libri in difesa della fede cristiana. Nello scritto dal titolo "Prima Apologia" cita in modo non esplicito i vangeli dopo averli presentati come: "memorie degli apostoli" (cap.67).
Giustino riconosce come autoritativa anche l'Apocalisse e l'attribuisce all'apostolo Giovanni.
Taziano è un eretico citato da Eusebio nella sua "Storia". Taziano compose intorno al 170 d.C. un'unico vangelo (Armonia) fondendo i quattro vangeli "canonici", segno che a quel tempo i nostri attuali quattro vangeli avevano ottenuto un largo riconoscimento da parte della chiesa.
La Didachè, il Pastore d'Erma, l'Epistola di Barnaba, tutti composti verso la fine del I° sec.d.C., pur citando brani tratti da vari scritti del NT, lo fanno senza citare in modo esplicito il nome del testo da cui sono tratti.

Possediamo due antiche liste di testi considerati canonici: il cosidetto "canone di Marcione" e il "frammento muratoriano".
Il Canone di Marcione, che a quanto pare venne scritto a Roma attorno al 140 d.C., rappresenta un'aberrazione rispetto a quanto la chiesa riteneva essere canonico. Marcione era un eretico che distingueva tra il Dio-creatore dell'AT, considerato malvagio, e il Dio-Padre di Gesù del NT, tale posizione metteva capo ad un rifiuto di tutto quello che appariva possedere qualche traccia di religiosità ebraica: l'intero AT, i vangeli di Matteo, Marco, Giovanni, alcune parti del vangelo di Luca (tale vangelo essendo stato scritto dal non-ebreo Luca era considerato affidabile), le epistole pastorali.
La chiesa prese posizione contro questo tipo di "canone abbreviato", segno che essa riconosceva già un insieme di scritti dai quali non era possibile prescindere.
Il Frammento Muratori (detto anche "Canone muratoriano") risale alla fine del 2° sec. d.C., esso fu scoperto e pubblicato dal cardinale L.A. Muratori in Italia nel 1740.
Lo scritto risulta mutilato all'inizio, il vangelo di Luca è definito il 3° della raccolta, è legittimo supporre che esso fosse preceduto dai vangeli di Matteo e Marco; la lista prosegue con il vangelo di Giovanni, Atti, le 9 lettere di Paolo alle chiese e le 4 ad individui (Filemone, Tito e 1 e 2 Timoteo), 2 lettere pseudo-paoline (Laodicesi e Alessandrini che l'autore del frammento pur citando esorta a non considerare canoniche), Giuda, le due epistole di Giovanni, la Sapienza di Salomone (?), l'Apocalisse di Giovanni e quella di Pietro, il Pastore d'Erma che è solo consigliato per la lettura privata dei credenti ma non incluso tra i canonici.
Nè nel canone di Marcione nè nel "frammento muratoriano" compare l'epistola agli Ebrei, nel primo caso per la sua stretta connessione con l'AT, nel secondo caso per il rifiuto della "seconda penitenza" (Ebrei 6:4).
Ireneo di Lione (nato tra il 140-160 d.C., si ignora la data di morte) proveniva dall'Asia Minore ed era stato discepolo di Policarpo.
Ireneo nella sua opera più nota "Contro le eresie" fa riferimento al "quadruplice vangelo", segno che a quel tempo i vangeli canonici erano stati riuniti assieme; oltre ai vangeli Ireneo cita l'Apocalisse, Atti, 1Pietro, 1Giovanni, Apocalisse, e le epistole paoline ad esclusione di Filemone.
Clemente d'Alessandria (150 d.C., 215 d.C.) nel suo scritto "Miscellanea", sviluppando un'argomentazione, compie una demarcazione tra quanto contenuto in un vangelo apocrifo e quanto affermato nei 4 vangeli canonici.
Tertulliano (155 d.C., 220 d.C.), rifiuta di usare vangeli non canonici, inoltre disputando con Marcione afferma l'apostolicià e dunque l'autorevolezza di 1 e 2 Corinzi, Galati, Filippesi, 1 e 2Tessalonicesi, Efesini e Romani (Contro Marcione IV 5).
Origene (185 d.C., 253 d.C.), riconosce la canonicità di tutti gli scritti dell'attuale NT, ma afferma che al suo tempo vi erano dubbi nelle comunità cristiane in merito a 2Pietro, 2 e 3Giovanni.
Eusebio (260 d.C., 340 d.C.), da noi abbondantemente citato per la sua "Storia Ecclesiastica",afferma che nella sua epoca solo le epistole di Giacomo, Giuda, 2Pietro, 2 e 3Giovanni erano oggetto di controversia in relazione alla loro autorevolezza.
Cirillo di Gerusalemme (315 d.C., 386 d.C.), riconosce canonici tutti gli scritti del NT ad esclusione dell'Apocalisse.
Atanasio di Alessandria intorno al 367 d.C. afferma essere canonici tutti e 39 i libri del NT (Epistola n°39).
Girolamo poco prima del 400 d.C. nella sua revisione dell'Antica Versione Latina della Bibbia, detta Volgata tradusse in latino tutti e 39 i libri che compongono l'attuale NT.

Letteratura gnostico-cristiana

Lo gnosticismo è una concezione dualistica del mondo che si diffuse principalmente in Siria e in Egitto intorno alla metà del II secolo, la cui origine è ancora discussa. Si caratterizza per un infinito disprezzo del mondo creato, descritto come una prigione in cui gli uomini - che conservano nel loro profondo una traccia della luce celeste - sono costretti a vivere, in seguito ad una degradazione o disintegrazione della realtà celeste, un dramma cosmico che li ha allontanati dalla loro naturale dimora. Il creatore del mondo non sarebbe stato l'unico Dio onnipotente dei cristiani, ma una seconda divinità, detta demiurgo, invidiosa dell'uomo; il demiurgo è spesso identificato con il Dio dell'Antico Testamento, parte della Bibbia che per questo motivo viene rigettata come falsa e ingannevole. Di qui ne derivano un'assoluta condanna del corpo e della carne umana, viste come prigioni dalle quali occorre fuggire, e spesso un rifiuto della riproduzione ed anche della sessualità, intesa come impurità. Mezzo di salvezza è la conoscenza (“gnosi”, appunto) della propria natura fondamentalmente divina; questa conoscenza si ottiene grazie alla rivelazione da parte di un redentore celeste spesso, ma non sempre, identificato non con il Gesù terreno figlio di Maria, ma con un invisibile Cristo disceso dall'alto.

Sophia di Gesù
1) Manoscritto già noto fin dal 1896: Papyrus Berolinensis 8502 (sec V).
2) Manoscritto nel codice I della Biblioteca di Nag Hammâdi, Cairo (sec IV).
È una dissertazione dottrinale sulla vera struttura dell'universo, sull'economia della salvezza, sulla provvidenza divina, ecc.; dissertazione tenuta da Gesù, apparso dopo la resurrezione, ai dodici discepoli e a sette donne su di un monte della Galilea, rispondendo alle domande che gli pongono Filippo, Tommaso, Mattia, Bartolomeo e Maria Maddalena.

Epistola di Eugnosto
Manoscritto nel codice I della Biblioteca di Nag Hammâdi, (sec IV).
Ha l'identico contenuto della Sophia di Gesù, in forma di lettera anziché di conversazione. Eccetto W. C. Till, il quale considera l'Epistola una derivazione dalla Sophia, tutti gli altri studiosi sono dell'opinione che, al contrario, la Sophia sia una forma dialogata della Epistola.

Dialogo del Redentore
Manoscritto nel Codice I della Biblioteca di Nag Hammâdi, (sec IV).
Il testo, in cattive condizioni e mutilo in più parti, tuttora sotto studio, contiene una dissertazione di Gesù su problemi cosmologici, antropologici e soteriologici.

Pistis Sophia
Manoscritto Add. 5114 (Codice Askew), Londra, British Museum (sec IV).
È un insieme di quattro libri, di cui i primi tre costituiscono un'unica opera: il Cristo risorto, dopo aver ancora trascorso undici anni coi discepoli, nel dodicesimo appare loro in una luce abbagliante, tra canti e suoni e inni angelici, e rivela il mistero della caduta dell'anima umana nella materia, l'origine del male, la necessità del ritorno alla Luce di Dio, il destino degli Arconti (le potenze del male). Il quarto libro ripete argomenti già trattati prima, ambientando il discorso di Gesù, il giorno dopo la resurrezione, prima sulle sponde dell'Oceano (dove Gesù prega usando formule magiche) e poi in «un'aerea regione» luminosa e su di un monte della Galilea.

Libri di Jeu
Manoscritto Bruce 96, Oxford, Biblioteca Bodleiana (data incerta).
È un trattato didattico, in due libri, in cui Gesù spiega ai discepoli come da «il Vero Dio», uscito dal grembo del Padre, siano procedute ventotto emanazioni (nominate e descritte ad una ad una); poi illustra le tre forme di battesimo (coll'acqua, col fuoco, con lo Spirito Santo) e descrive l'ascesa delle anime dei discepoli, purificati e salvati, attraverso gli eoni del mondo superiore (di nuovo descritti ad uno ad uno).

Libro del Grande Spirito Invisibile
Manoscritto nel Codice I e di nuovo nel Codice VIII della Biblioteca di Nag Hammâdi.
Nel contesto è anche chiamato Vangelo degli Egiziani, ma non ha nulla a che vedere con l'omonimo Vangelo citato dai Padri. È una dissertazione sul mondo della Luce e delle entità superiori, a cui appartengono anche gli gnostici «perfetti».

Vangelo della Verità
Manoscritto nel Codice Jung, Zurigo, proveniente da Nag Hammâdi, (sec IV).
Sebbene, come tutti gli scritti sopra elencati, non sia un Vangelo, ma piuttosto un'Omelia, ne diamo la presentazione e traduzione (ringraziando Marcello Craveri e l'Einaudi) in una pagina dello spazio web.

Vangelo della perfezione
Conosciamo appena il titolo da Epifanio, Panarion XXVI 25

Vangelo dei Quattro angoli del mondo
Abbiamo di esso solo la seguente testimonianza del vescovo arabo Märutä del IV secolo: «Questi perfidi [i seguaci di Simone Mago] hanno fabbricato per se stessi un vangelo che, diviso in quattro volumi, hanno chiamato «Libro dei quattro angoli o cardini del mondo».

Vangelo di Eva
Ne fa cenno Epifanio, Adv. haeres. XXVI 2

Vangelo di Maria
1) Manoscritto copto (incompleto) nel Papyrus Berolinensis 8502 (sec. V).
2) Manoscritto greco (gli ultimi capitoli), Manchester, Cod. Rylands 463 (sec. III).
Maria Maddalena conforta i discepoli di Gesù e riferisce loro una rivelazione avuta da Gesù: che alla visione di Dio non si giunge con l'Anima, né con lo Spirito, ma con l'Intelletto. Incredulità di Pietro e di Andrea che il Salvatore abbia fatto a una donna e non a loro tale rivelazione. Levi li biasima: dovrebbero piuttosto vergognarsi di essere stati amati da Gesù meno di Maria Maddalena.

Interrogazioni di Maria
Ne fa cenno Epifanio, Adv. haeres. XXVI 8

Vangelo di Filippo
Manoscritto nel Codice III della Biblioteca di Nag Hammâdi, (sec IV).
Ringraziando Marcello Craveri e l'Einaudi, ne diamo presentazione e traduzione nello spazio web.

Vangelo di Giuda
Lo nominano Ireneo, Adv. haeres. XXXI I, ed Epifanio, Adv. haeres. XXXVIII I, attribuendolo ai cainiti, gnostici che avrebbero, a dire dei due, giustificato sia il fratricidio di Caino sia il tradimento di Giuda come atti indispensabili, e previsti da Dio, per la caduta e conseguente salvezza dell'umanità. Giuda sarebbe stato, quindi, strumento della salvezza, per cui i cainiti celebravano il mysterium proditionis.

Vangelo di Mattia
Manoscritto nel Codice III della Biblioteca di Nag Hammâdi, (sec IV).
Già citato da Origene, Hom. I in Lucam, da Eusebio, Hist. Eccl. III 25, 6-7 e dal Decretum Gelasianum, finora gli studiosi erano per lo più del parere che si dovesse identificare con le Tradizioni di Mattia, di cui si conoscevano alcune poche citazioni in Clemente Alessandrino, Stromata II 9; III 4; IV 6; VII 13,17. Il testo di Nag Hammâdi, ora allo studio, risolverà la questione.

Vangelo di Tommaso
Manoscritto nel Codice III della Biblioteca di Nag Hammâdi, (sec IV).
Ringraziando Marcello Craveri e l'Einaudi, ne diamo presentazione e traduzione nello spazio web.

Libro di Tommaso l'Atleta
Manoscritto nel Codice III della Biblioteca di Nag Hammâdi, (sec IV).
È un dialogo tra Cristo risorto e Tommaso, attualmente ancora allo studio.

Apocrifo di Giovanni
1) Manoscritto nel Papyrus Berolinensis 8502 (sec. V).
2) Manoscritto nel Codice I della Biblioteca di Nag Hammâdi, (sec IV).
3) Manoscritto nel Codice I e di nuovo nel Codice III della Biblioteca di Nag Hammâdi, (sec IV), in redazione più ampia della precedente.
Gli studi attualmente in corso su questo testo gnostico appureranno anche la questione se esso debba considerarsi il modello del Libro di Giovanni, in uso tra i bogòmili bulgari e i càtari francesi.


Che cosa sono i vangeli?

I vangeli di Marco, Matteo e Luca sono detti «sinottici» cioè «simultaneamente visibili», perché hanno in comune non soltanto lo schema generale, ma spesso riferiscono con le stesse parole identici fatti. Accanto a evidenti concordanze essi mostrano però non meno evidenti discordanze sia nell'ordine dei racconti che all'interno di essi. Questi singolari fenomeni pongono il problema della relazione fra i tre vangeli, la questione sinottica, variamente risolto. Negli ultimi anni ci si interessa particolarmente alla identificazione e alla storia del materiale evangelico prima che esso venisse assunto negli attuali tre libri e alla prospettiva teologica propria a ciascun evangelista, che li ha condotti a scelte e adattamenti vari, ma tali da non alterare la sostanza del messaggio, delle parole e dei fatti che ne costituiscono il quadro e il fondamento. I vangeli sono testimonianze di storia e di fede provenienti dalla primitiva comunità cristiana. Attraverso di essi possiamo cogliere la figura storica di Gesù, il suo insegnamento, ossia quello che egli ha detto e fatto fino alla sua morte e risurrezione. Scritti in greco nella seconda metà del I secolo, essi vennero attribuiti dall'antica tradizione cristiana a quattro autori diversi: due apostoli, Matteo e Giovanni; due discepoli di apostoli, Marco e Luca.

Uno dei maggiori conoscitori dei manoscritti di Qumran, J. Carmignac, sostieneche: "le date più tarde che si possono ammettere sono verso il 50 per Marco (e la Raccolta dei discorsi), verso il 55 per il Marco Completo, verso il 55-60 per Matteo, tra il 58 e il 60 per Luca. Ma le date più antiche sono nettamente più probabili: Marco verso il 42, il Marco Completo verso il 45, Matteo (ebraico) verso il 50, Luca (greco) poco dopo il 50"

I criteri di autenticità storica

Nel determinare la fondatezza storica dei racconti evangelici oggi gli studiosi si avvalgono dei cosiddetti criteri di autenticità storica.
Questi "sono norme applicate al materiale letterario, che permettono di dimostrare la fondatezza storica dei racconti e di emettere un giudizio sull'autenticità o sulla non autenticità del loro contenuto". Teniamo presente come questa metodologia non valga solo per i vangeli ma sia al servizio della ricerca storica in generale; può infatti riguardare Cristo, come Maometto, Napoleone o qualsiasi altro oggetto di indagine. I principali criteri di storicità sono:


Criterio di attestazione multipla: Può essere considerato come autentico un dato solidamente attestato da più di una fonte. Il criterio acquista maggior peso se il fatto è riscontrabile in forme letterarie differenti.
Questo criterio è di uso corrente nella ricerca storica. Una testimonianza concorde, proveniente da fonti diverse e non sospette di essere collegate intenzionalmente fra loro, merita di essere riconosciuta come autentica"


Criterio di discontinuità: Si può ritenere autentico tutto quanto si presenta come un dato assolutamente singolare che non trova riscontri né nelle concezioni precedenti né troverà in seguito riferimento alcuno nelle idee e nella prassi successive.
Ad esempio la parola "Abbà" (papà) con cui Gesù si rivolge al Padre era nei confronti di Dio un appellativo del tutto impensabile per gli ebrei i quali non osavano neppure pronunciarne il nome.
Inoltre nei vangeli vi sono altri dati sorprendenti che sono in discontinuità con la mentalità della Chiesa primitiva. Come avrebbe potuto infatti questa comunità inventare l'esperienza umiliante delle tentazioni, se Gesù stesso non ne avesse parlato? Come avrebbe potuto escogitare una fine così ingloriosa col "supplizio degli schiavi ", come Tacito chiamava la croce, se ciò non fosse stato nella cruda realtà dei fatti?
Così sono da ritenere senz'altro veri quei passi che riferiscono i difetti, l'incomprensione e perfino la defezione degli apostoli (l'abbandono dei discepoli, la rinnegazione di Pietro) nonostante la venerazione di cui erano circondati dalla comunità cristiana. Inoltre il ruolo d'importanza assolutamente nuovo rivestito dalle donne nella vicenda di Gesù. Considerando che all'epoca le donne non erano considerate testimoni validi la scoperta della sparizione del corpo di Cristo dal sepolcro, della quale prime tesimoni furono appunto donne, crea una situazione della quale non esistono precedenti. Il nome stesso di Gesù, Jeshua Ben Josef in originale, era uno dei più comuni. Sarebbe pensabile un'apologia di una divinità che si chiami Mario Bianchi?


Criterio di conformità: Si può ritenere autentico un detto o un gesto di qualcuno qualora esso sia in stretta conformità con l'epoca e l'ambiente linguistico, geografico, politico, sociale e culturale contemporaneo. Ad esempio i Vangeli riflettono con chiarezza un ambiente sociale (lavoro, abitazioni, professioni, stratificazioni sociali), linguistico (substrato aramaico, schemi didattici orali) e religioso-politico (rivalità Farisei-Sadducei, fanatismo e ritualismo, demonologia ed angelologia, tensioni messianiche) fedele alla documentazione archeologica ed extra evangelica che noi possediamo sulla Palestina del I secolo.


Criterio di spiegazione necessaria: Viene formulato così: "Se, di fronte ad un insieme considerevole di fatti o di dati, che esigono una spiegazione coerente e sufficiente, si offre una spiegazione che illumini e disponga armonicamente tutti questi elementi (i quali, altrimenti, rimarrebbero degli enigmi), si può concludere di trovarsi in presenza di un dato autentico, (fatto, azione, atteggiamento, parola).
Questo criterio, a dire il vero, non è altro che l'applicazione nel campo del diritto o della storia del principio di ragion sufficiente. La critica storica ritiene come accettabile l'interpretazione che rende conto del maggior numero di fatti attestati da una documentazione rigorosa.
Così questo criterio è in grado, tra l’altro, di far luce su alcuni problemi difficili quali quelli della coscienza messianica e della filiazione divina di Gesù. Infatti, che spiegazione dare al fenomeno che, fin dall'inizio del cristianesimo, negli Atti degli Apostoli, nelle lettere di Paolo, nelle formule di fede più antiche, negli inni liturgici, nella predicazione e nel nuovo comportamento degli apostoli, Gesù è sempre presentato come il Cristo, il Signore e Figlio di Dio? Siamo di fronte ad un accordo unanime.
Presumere che tutto ciò non sia altro che una generazione spontanea, creazione di un'immaginazione esaltata, o frutto di una fede senza radici, è più un "deus ex machina" che una spiegazione vera e propria. È più economico e più coerente pensare che tale accordo unanime della chiesa primitiva abbia la sua ragion d'essere nell'esistenza stessa di Gesù , ossia nelle sue parole e nelle sue opere. La conclusione che si impone da un punto di vista di critica storica è che l'applicazione dei criteri di storicità ai testi evangelici prova che la quasi totalità del materiale contenuto risulta come autenticamente appartenente alla vicenda di Gesù.


INCHIESTA SUI VANGELI

Pochi scritti tra tutti quelli che esistono, sono stati così studiati, analizzati, discussi quanto i testi dei vangeli. Grazie ad essi il messaggio cristiano si trova, dal punto di vista storico, in una posizione di grandissimo vantaggio rispetto ad ogni altro movimento o fatto religioso dell'antichità.
Il testo dei vangeli così come compare negli antichi codici in nostro possesso, corrisponde a quello redatto dai quattro evangelisti?
A questo interrogativo risponde la cosiddetta critica testuale.

Di nessun libro, sia dell'Antico che del Nuovo Testamento, possediamo (come del resto di nessuna opera letteraria del mondo classico) il manoscritto originale dell'autore, il cosiddetto "autografo". Questo si spiega principalmente con il fatto che, essendo gli scritti riportati su fragili papiri, erano soggetti ad un rapido deterioramento).
Per di più, nessun testo profano fu perseguitato dalle autorità civili come gli scritti cristiani, a causa della legge imperiale che ordinava la consegna dei libri sacri. L'opera fu così profonda da creare il termine di " traditore" da tradere (consegnare), per coloro che avevano ceduto a questa imposizione.
Abbiamo tuttavia copie antichissime dei manoscritti originali, i cosiddetti "testimoni".
Tre sono i generi di testimoni che ci hanno trasmesso il testo del N.T.: papiri e codici, citazioni, versioni. Possediamo più di 2500 manoscritti contenenti il testo greco del N.T.
Ai fini della critica testuale sono importanti i circa 266 manoscritti maiuscoli e gli 84 papiri. Elenchiamo i più antichi e perciò i più importanti.

PAPIRI

  • P 52:
    è il più antico manoscritto conosciuto del N.T.
    Scoperto in Egitto, risale alla prima metà del II secolo e contiene Giovanni 18,31-33.37-38; appartiene alla John Rylands Library di Manchester. Esso prova che il IV vangelo, benché scritto in Asia, era già conosciuto nella valle del Nilo verso l'anno 120-130, e quindi non poté essere composto più tardi della fine del I sec.
    P 45 P 46 P 47:
    chiamati " papiri di Chester Beatty perchè acquistati in Egitto dall'inglese A. Chester negli anni 1930- 1931.
    P 45 contiene gran parte dei Vangeli e degli Atti.
    P 46 contiene gran parte delle Lettere di S. Paolo (86 fogli).
    P 47 contiene parte dell'Apocalisse (10 fogli). I tre papiri sono assai importanti per la loro antichità (prima metà del II secolo) e per l'ampiezza dei testi in essi contenuti.
    P 66:
    papiro " Bodmer II ", conservato alla Biblioteca Bodmeriana di Cologny (Svizzera). Scritto intorno al 200, comprende quasi per intero Giovanni 1-14 e frammenti dei capitoli seguenti.
    P 75:
    papiro "Bodmer XIV-XV". Scritto all'inizio del III sec., contiene gran parte di Luca e dei primi 15 capitoli di Giovanni.
    P 72:
    papiro "Bodmer VII-VIII". Scritto nel III-IV sec., contiene il testo più antico finora ritrovato della Lettera di Giuda e delle due Lettere di Pietro.
    CODICI (3)
    B (03):
    codice Vaticano, conservato nella Biblioteca Vaticana. Contiene il N.T. (con qualche lacuna); è del 300 circa.
    S (01):
    codice Sinaitico. Scoperto in due riprese (1844-1859) da C. von Tischendorf nel monastero di S. Caterina sul Sinai, oggi al British Museum di Londra. Contiene il N.T. completo; è del IV sec.
    A (02):
    codice Alessandrino, conservato al British Museum. Contiene il N.T. (salvo poche lacune); è del sec. V.
    C (04):
    codice palinsesto, detto "di Efrem riscritto" perché nel sec. XII vi furono riscritte, dopo raschiatura, opere di S. Efrem in greco. È conservato alla Biblioteca Nazionale di Parigi. Contiene il N.T. con lacune; è del sec. V.
    W (032):
    codice di Washington, ivi conservato. Contiene i Vangeli nell'ordine preferito dagli antichi in Occidente: Matteo, Giovanni, Luca, Marco. é del sec. V.
    D (05):
    codice di Beza che lo donò nel 1581 alla Biblioteca dell'Università di Cambridge, per cui è chiamato anche Cantabrigensis. Contiene i Vangeli e gli Atti degli Apostoli: in greco nella pagina destra e nella versione latina in quella di sinistra. È del sec. VI.
    D (06):
    codice detto Claromontano, perché per lungo tempo rimase nel monastero di Clermont; attualmente è nella Biblioteca Nazionale di Parigi. Contiene le Lettere di S. Paolo, sia in greco che nella versione latina. È del sec. VI.

CITAZIONI

Sono brani del N.T. citati dagli antichi scrittori nelle loro opere. Queste citazioni sono così numerose che unendole insieme si potrebbe ricostruire il N.T. greco. Esse testimoniano come la conoscenza dei vangeli fosse diffusa su di un'area geografica molto vasta (dalla Spagna alla Mesopotamia e dall'Inghilterra all'Egitto) e questo in un tempo in cui la divulgazione degli scritti si presentava molto lenta e laboriosa.

VERSIONI ANTICHE

Sono traduzioni del testo greco. La loro importanza deriva dal fatto che furono composte in un tempo non molto distante dalla redazione degli originali. Alcune di esse risultano addirittura anteriori ai codici più antichi. Esempio, la Vetus latina, ossia la prima versione in latino del N.T., risalente al II secolo.

Da quanto detto e da quanto verrà esposto in seguito risulta che:

  • I Vangeli risalgono al I secolo.
    Infatti sono citati da autori del I e del II secolo che riferiscono già una tradizione.
    I Vangeli contenuti nei grandi codici del 300 sono fedeli a quelli del I secolo.
    Infatti confrontando fra di loro codici, papiri, terrecotte, citazioni, versioni, ecc. (scritti in regioni ed ambienti assai diversi e distanti fra loro), non emergono varianti sostanziali. Segno dunque che derivano tutti da un'unica fonte: I'originale del I secolo. Diversamente si avrebbero delle redazioni discordi.
    Le ricerche della critica testuale hanno permesso la ricostruzione di un testo il più possibile vicino all'originale. Abbiamo così le edizioni critiche del N.T. accettate unanimemente dagli studiosi. Es. quelle di A. Merk e di K. Aland.

Testi privilegiati rispetto a tutti i libri dell'antichità

La critica testuale conferma che i più antichi manoscritti dei vangeli in nostro possesso sono di pochi decenni posteriori agli stessi originali. Ad es., tra la data di composizione del vangelo di Giovanni (95 d.C.) e il manoscritto più antico pervenutoci vi è appena la distanza di trent'anni. E tra il testo completo del Nuovo Testamento, contenuto nei grandi codici di pergamena, e gli originali vi intercorrono appena 200-250 anni mentre per i poeti e scrittori latini la distanza ammonta a 800-1100 anni. Anche nel caso più fortunato del poeta romano Virgilio l'intervallo tra la stesura dell'originale e la copia più antica che possediamo è di ben 350 anni.

LA CRITICA LUNGO I SECOLI

Se i documenti esaminati ci mettono in contatto con le testimonianze su Gesù scritte nel I secolo, resta ora da affrontare una questione essenziale. Poiché è dai vangeli in particolare che possiamo attingere non solo la realtà storica del Rabbi di Nazaret, ma soprattutto il suo straordinario messaggio, I'indagine sulla loro veridicità è di primaria importanza. Possiamo trovare in essi il vero volto di Gesù? Oppure quello che ci descrivono è un Gesù ricostruito dalla fantasia e dall'entusiasmo dei discepoli?
La domanda non è oziosa. Di fatto ci fu lungo i secoli chi dichiarò inaccettabile la figura di Gesù così come emerge dai vangeli.
Accenniamo molto brevemente alla storia di questa critica.

La discussione sulla storicità di Gesù

Episodi sporadici di rifiuto e di critica nei confronti di Cristo e dei vangeli si verificarono già nel secolo Il e III per opera dei filosofi pagani Celso e Porfirio. Questi denigrarono la figura di Cristo considerandolo un impostore e contestarono i vangeli ritenendoli un'invenzione priva di fondamento storico. Vigorosa fu la replica cristiana specialmente per opera di Origene e di Eusebio di Cesarea i quali confutarono tutte le accuse dei due filosofi pagani.

A questi primi attacchi seguì un lungo periodo di quiete. Per 17 secoli si continuò a ritenere come veritieri e attendibili i vangeli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni.
Fu con l'avvento dell'llluminismo che questi testi cominciarono ad essere forte oggetto di critica. Sappiamo che per la mentalità illuministica la ragione umana era l'unico criterio di verità. In base a tale presupposto non era dunque più possibile accettare il lato soprannaturale dei vangeli e cioè la divinità di Gesù, i miracoli e la risurrezione.

Questo metodo razionalistico applicato ai vangeli sorse e si sviluppò in campo protestante per opera di H.S. Reimarus (1694-1768). Egli introdusse una chiara e netta separazione tra il Gesù umano e storico e l'elemento divino e soprannaturale. Considerò Gesù un semplice uomo, anzi un agitatore politico che voleva liberare Israele dal giogo dei Romani; fallito il tentativo morì miseramente in croce. Furono i suoi seguaci ad attribuirgli falsamente dimensioni divine e come Dio lo proclamarono e predicarono.

Nel secolo scorso sorse la cosiddetta " scuola mitica " il cui massimo esponente fu D.G. Strauss (1808/1874).
Secondo questa corrente non è necessario ricorrere al soprannaturale, alla frode o alla soluzione naturalistica per spiegare la vita di Gesù, perché essa è tutta radicata nel " mito ". Gesù fu solamente un uomo il quale ad un certo punto si autoconvinse di essere il Messia atteso dal popolo ebreo e trasmise questa sua convinzione a un gruppo di fedeli. Dopo la sua tragica fine i discepoli avrebbero continuato a sostenere tale idea creandogli attorno tutta una serie di " miti " e di racconti meravigliosi, trasformando l'uomo di Nazaret in Figlio di Dio.

Di poco posteriore fu la "scuola liberale" sorta ad opera di A. Von Harnack, E. Renan e altri.
Essa considerò Gesù ed il suo messaggio di eccezionale levatura morale, anzi il meglio di ciò che vi si può trovare nella natura umana. Ma anche qui ci troviamo di fronte alla negazione di quanto sfugge alI'ordine naturale: i miracoli ad esempio furono considerati come racconti di valore simbolico senza alcun fondamento storico.

Dobbiamo anche ricordare la " scuola escatologica" sorta verso la fine del secolo scorso i cui rappresentanti di rilievo, Wrede, A. Schweitzer e Loisy, ridussero il vangelo ad un annuncio degli ultimi tempi. Secondo costoro, Gesù sarebbe stato coinvolto assieme ai Giudei del suo tempo, nell'attesa impaziente di un grande cambiamento di cose, ossia la fine del mondo e l'inizio di un mondo nuovo. Visto che la promessa di Gesù non si avverava, i suoi discepoli avrebbero creato la Chiesa come istituzione gerarchica con riti e dottrine fisse.

Accanto a coloro che riducevano Gesù a semplice uomo, ci furono altri studiosi che accettarono solo il Cristo annunciato e predicato dai vangeli, disinteressandosi completamente del Gesù storico.
Esponente massimo di questa corrente fu R. Bultmann (1884-1976).

Quantunque la maggior parte delle sue tesi fossero già presenti nei lavori della critica precedente, egli le ha portate nella prospettiva più radicale, affermando che i vangeli non sarebbero libri storici, ma opere di catechesi e di predicazione create dalla comunità cristiana primitiva. Gli evangelisti avrebbero semplicemente raccolto le notizie formatesi riguardo a Cristo inquadrandole in uno schema storico attraverso una manipolazione marginale. Gli elementi storici e mitici si mescolerebbero in modo tale da rendere impossibile la conoscenza del Gesù storico. Infatti sarebbe stata la stessa comunità primitiva a creare la tradizione su Gesù, alterandone irrimediabilmente il volto e il pensiero tanto che appena se ne conoscerebbe con certezza l'esistenza, la morte in croce e poco più.
Essa avrebbe circonfuso la figura di Gesù dell'aureo nimbo della divinità. Nella memoria dei suoi fedeli, Gesù sarebbe stato esaltato fino a diventare un Messia, un Redentore e un Salvatore.
Occorrerebbe dunque, secondo Bultmann, eliminare questo rivestimento mitico-letterario ormai superato in modo da reinterpretare e riscoprire i racconti evangelici in termini adatti all'uomo moderno.
In ultima analisi l'unico e solo fattore determinante, secondo Bultmann, sarebbe l'annuncio di salvezza contenuto nel vangelo e per il quale l'esistenza storica di Gesù non avrebbe alcuna importanza. A questa posizione è soggiacente il concetto luterano di fede secondo il quale l'atto del "credere" non deve appoggiarsi su motivi di ordine storico perché altrimenti perderebbe il carattere di pura adesione a Dio.

A partire dagli anni cinquanta un gruppo di discepoli di Bultmann mise in discussione il sistema del maestro.
Soprattutto si deve a Käsemann l'avvio di un processo di revisione che porterà a restituire, con dati critici più precisi, I'originale continuità tra il Gesù vissuto in Palestina e il Cristo annunciato dai vangeli.
D'altra parte non tutti gli studiosi si sono riconosciuti in quelle posizioni estreme (che pure hanno dato notevoli contributi positivi), ma parte della critica protestante e molta di quella cattolica si sono mantenute su posizioni più moderate. Tuttavia il dialogo tra le parti e la serietà dei rispettivi apporti sono stati fecondi di risultati e hanno permesso di mostrare dove si trovi la vera risposta al problema della storicità dei vangeli. Questi scritti si presentano a noi, sí come un annuncio di fede, ma di una fede che si esprime appunto nel ricordo di quei fatti storici precisi, quelli riguardanti Gesù di Nazaret.
Nelle pagine seguenti si vedrà come i risultati degli studi più recenti mostrino che la fiducia nella veridicità dei vangeli è solidamente fondata.

Come sono nati i vangeli

Lo studio critico dei vangeli richiede che si affrontino almeno nelle linee essenziali la questione della loro formazione per poi passare a delinearne le caratteristiche letterarie e infine saggiarne la credibilità storica. Sappiamo infatti che il messaggio di Gesù è arrivato ai primi cristiani attraverso la viva voce dei testimoni diretti. In seguito, la vita e l'insegnamento del Maestro furono messi per iscritto affinché si tramandassero di generazione in generazione.

Nella formazione dei vangeli si distinguono tre momenti:

  • 1 Gesù, la sorgente, la sua parola viva pronunciata in una lingua medio-orientale (l'aramaico), la sua vita, il suo insegnamento.
  • 2 La predicazione orale nella Chiesa primitiva iniziata dagli apostoli per esplicito comando di Gesù.
  • 3 La redazione dei vangeli, preceduta da scritti parziali ai quali fa riferimento Luca nel prologo al suo vangelo.
  • L'esistenza di questi tre momenti è stata riconosciuta dal magistero della Chiesa in importanti documenti quali l'lstruzione della Commissione Biblica (1964) e la Costituzione Dei Verbum del Vaticano II.

1. Gesù, la sorgente

Gesù predica il Regno di Dio in parole ed opere. Non insegna solo nelle sinagoghe come i rabbini, ma predica per le strade, percorrendo i villaggi prima della Galilea e poi della Giudea. Sceglie ed organizza un gruppo, i 12 apostoli i quali restando sempre con lui, diventano i principali testimoni della sua vita e del suo insegnamento.
Ad essi affida in modo particolare la missione di continuare la sua opera con la guida e l'assistenza dello Spirito Santo.

2. La predicazione orale nella Chiesa primitiva

La predicazione orale fu una necessità impellente per la comunità cristiana primitiva, il cui scopo era quello di far accogliere l'evento Gesù, provocando e irrobustendo la fede.
Ammettere come fa Bultmann che una collettività anonima possa creare e inventare liberamente il messaggio è contrario alla realtà.
Infatti una collettività anonima non è in grado da se stessa di creare una tradizione dottrinale e letteraria. "La folla può imporre a una dottrina i suoi modi di espressione popolare, ma è necessario che essa riceva questa dottrina, e non è capace di crearla" .
All'origine di tutti i grandi movimenti di pensiero e di azione c'è sempre un iniziatore (che sarà Platone, Maometto, Budda o Marx, ecc.). Inoltre, sempre secondo Bultmann, si darebbe per scontata la scomparsa dei testimoni.
"E allora, in questi primissimi tempi, non c'era più nessuno tra i cristiani che avesse conosciuto Gesù? E gli Apostoli? e i discepoli? e i numerosi anonimi della folla che lo avevano veduto, lo avevano sentito, dov'erano andati? ... nulla autorizza a credere che essi siano scomparsi tutti come per incanto nei 5 o 10 anni che hanno seguito la dipartita del Maestro ... Fin verso l'anno 60 Paolo incontra a Gerusalemme Giacomo, fratello del Signore, e con lui altri discepoli. E a Damasco e ad Antiochia, in queste comunità ellenistiche nelle quali viene trasportata la tradizione per farla proliferare più facilmente, non sono stati dei cristiani di Palestina a predicare la fede?".
È ancora Paolo che ci informa, nella I a lettera ai Corinzi (15,6) scritta verso il 56, che la maggior parte dei testimoni della risurrezione di Gesù è ancora vivente.
In realtà la comunità cristiana primitiva si presenta come un gruppo ben strutturato che ha le proprie guide religiose perfettamente identificate: gli apostoli e i loro inviati. Essi, in quanto custodi dell'integrità della dottrina, intervengono nella vita della comunità stessa e nelle idee riguardo a Cristo, approfondendo ma anche correggendo. Quanto ad essa viene trasmesso risale dunque agli apostoli quali testimoni diretti della vita di Gesù.
Questi ultimi, già riuniti in gruppo prima della Pasqua, sono stati formati direttamente da Gesù e sono stati testimoni della sua vita e della sua risurrezione. "Noi, dice Pietro, siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme" (Atti 10,39).
Così nell'elezione del successore di Giuda: "''Bisogna dunque che tra coloro che ci furono compagni per tutto il tempo in cui il Signore Gesù ha vissuto in mezzo a noi, incominciando dal battesimo di Giovanni fino al giorno in cui è stato di tra noi assunto in cielo, uno divenga, insieme a noi, testimone della sua risurrezione". Ne furono proposti due ... Gettarono quindi le sorti su di loro e la sorte cadde su Mattia, che fu associato agli undici apostoli" (Atti I ,21 .23.26).
La trasmissione del messaggio in seno alla Chiesa primitiva venne effettuata mediante tre attività fondamentali: la liturgia, preghiera comunitaria; la catechesi o l'approfondimento della fede stessa per i cristiani; il kerigma, la predicazione, ossia il primo annuncio della fede ai non cristiani. A queste tre attività corrispondono tre ambienti vitali diversi: il culto, la catechesi, la missione.
Fu in essi che la tradizione evangelica venne formandosi e da essi ricevette le sue diverse colorazioni. Inoltre, a seconda degli ambienti, giudaico o pagano cui era indirizzato, I'annuncio si diversificò al fine di favorirne la comprensione. Così ai giudei era necessario ricordare i legami di Cristo con l'A.T., ai pagani la dottrina di Dio uno e Padre di tutti.
Inoltre il messaggio venne espresso in modo facile a tramandarsi a memoria. Non dimentichiamo che per gli antichi orientali era molto più importante la parola che lo scritto. La comunicazione avveniva mediante lo stile " mnemotecnico " così chiamato perché destinato ad aiutare il ricordo della parola pronunciata. Anche Gesù come gli altri rabbi ha usato questo metodo per trasmettere il suo messaggio.
Nei vangeli si riscontrano pertanto certi procedimenti ritmici della trasmissione orale quali: la ripetizione in forme diverse di una stessa idea, I'articolazione di un discorso mediante ritornelli, parole chiave, sentenze, parallelismi che facilitano l'apprendimento mnemonico.
Esempio: "Ogni albero buono produce frutti buoni, ogni albero cattivo produce frutti cattivi. Un albero buono non può produrre frutti cattivi, un albero cattivo non può produrre frutti buoni" (Mt 7,17-18). Un altro esempio è offerto da brano del "giudizio finale" contenuto nel vangelo di Matteo (25,31-46) la cui struttura letteraria può dare al lettore moderno un senso di monotonia.
Le due lunghe liste delle opere di misericordia vengono messe in contrapposizione nel senso che la seconda è costituita dalla inadempienza della prima: "ebbi fame e mi deste da mangiare. . . ebbi fame e non mi deste da mangiare... ".
Notiamo qui una specie di rima non esteriore ma interiore, è il parallelismo, tecnica frequentissima che favorisce il ricordo.

La redazione dei vangeli

Accanto alla predicazione orale cominciarono a formarsi brevi testi scritti: detti di Gesù (logia), parabole, narrazione di miracoli, dispute, risposte a quesiti, ecc.
Prima della Pasqua Gesù formulò e insegnò i "detti " ai suoi discepoli i quali li raccolsero poi in appunti scritti.
Anche Luca nella prefazione al suo vangelo fa riferimento a vari tentativi di scritti evangelici fatti prima di lui: "Poiché molti han posto mano a stendere un racconto degli avvenimenti successi tra noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni fin da principio e divennero ministri della parola, così ho deciso anch'io di fare ricerche accurate su ogni circostanza fin dagli inizi e di scriverne per te un resoconto ordinato, illustre Teofilo, perché ti possa rendere conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto" (Lc I,1-4).

Studi recenti hanno fatto rilevare, in particolare in riferimento ai vangeli di Matteo, Marco e Luca, come da queste piccole e brevi unità letterarie se ne dovettero sviluppare altre più ampie con l'accostamento e l'aggiunta di elementi nuovi. Alcuni detti di Gesù potevano infatti essere riuniti per formare un discorso, altri ancora richiedevano una parte narrativa che ne sottolineasse il significato e la comprensione. Si ritiene concordemente che il primo nucleo dei vangeli fu il racconto della Passione-Morte-Risurrezione di Gesù. Questo perché la prima necessità degli apostoli fu quella di testimoniare che Gesù dopo la sua morte era veramente risorto.

"Poco alla volta nacquero delle unità letterarie che è ancora possibile, almeno in parte, identificare. Le parole di Gesù vennero raggruppate in composizioni sempre più ampie ... altre sentenze furono trasmesse, "inquadrate" in un breve racconto, ove l'importanza non è il fatto, ridotto quasi a semplice cornice, ma il detto.
È naturale che, sempre a scopo catechetico, anche i miracoli siano stati raggruppati in unità, ancor oggi riscontrabili (Mc 4,35-5,43; Mt 8,1-9,34), analoghe a quelle che conservarono e tramandarono le parabole, soprattutto le più diffuse, le più conosciute e sfruttate della catechesi (Mc 4,1-34; Mt 13,1-51)". Quando poi queste raccolte parziali furono riunite nella più vasta narrazione evangelica, esse finirono col trovare una diversa collocazione nei diversi vangeli, e questo spiega, in parte, le imprecisioni e le divergenze esistenti nelle indicazioni di tempo e di luogo.

La redazione scritta dei vangeli fu oggetto di esame specifico da parte di un gruppo di studiosi verso il 1950, i quali diedero origine ad un nuovo metodo di indagine chiamato " Storia della Redazione". Questa disciplina sottopone al vaglio la redazione dei vangeli partendo dall'opera scritta nella sua forma attuale e ne ripercorre le fasi di composizione.
Attraverso questo metodo si è giunti a dimostrare come priva di fondamento la visione riduttiva della Scuola delle Forme che relegava gli evangelisti al ruolo di semplici compilatori.

Si è potuto rilevare come ogni evangelista abbia dato alla propria opera un'impronta teologico-pastorale dovuta alla personale esperienza di Cristo, alle possibilità filologiche e al materiale orale e scritto di cui disponeva. Inoltre ciascun scrittore ha adattato il proprio vangelo alle esigenze delle comunità cui era indirizzato.
Questa libertà redazionale appare tuttavia moderata e motivata e comunque sempre all'insegna della fedeltà al messaggio e alla vita di Gesù (6).
Gli evangelisti infatti hanno riferito nelle loro opere quanto hanno ricevuto senza cercare di accordare tra loro le singole affermazioni, cosa che avrebbero fatto se fossero stati loro gli inventori del testo.
Inoltre si è già fatto rilevare come nella comunità primitiva gli apostoli abbiano sempre esercitato un controllo affinché il messaggio di Gesù fosse trasmesso fedelmente.

Un altro fattore di fedeltà si ricava dall'arcaicità del contenuto. I vangeli sinottici, anche se redatti circa trenta, quarant'anni dopo la morte di Cristo, contengono, in parte, materiale molto antico che non riflette la situazione esistente al momento della loro redazione, ma quella dei tempi di Gesù. Se si confrontano i Vangeli con le Lettere di Paolo e si ricorda che questi, scritti successivamente, riflettono un mondo precedente al 70 e una teologia anteriore agli approfondimenti della speculazione paolina, si elimina il dubbio di una ricostruzione posteriore di questo quadro d'insieme.


I quattro vangeli

I detti e i fatti di Gesù, tramandati oralmente e già parzialmente scritti, formarono il materiale a cui gli evangelisti attinsero per comporre i loro vangeli.
Mentre il vangelo di Giovanni sta a sé per la singolarità della struttura e del contenuto, i vangeli di Matteo, Marco e Luca hanno un particolare rapporto di somiglianza, per questo sono detti sinottici. In greco syn-opsis = sinossi, vuol dire con-visione; infatti se disponiamo i loro testi su colonne parallele e li leggiamo confrontandoli tra loro, constatiamo che essi hanno molto di comune e insieme molto di diverso. Questa concordia-discorde segnala l'esistenza di dipendenze letterarie e di fonti comuni e proprie di ciascun vangelo.
Tra le teorie che cercano di spiegare le somiglianzediscordanze dei sinottici, una delle più diffuse è la "teoria delle due fonti".
Secondo questa ipotesi, il vangelo di Marco (il più antico dei vangeli pervenutici) sarebbe stato utilizzato da Matteo e Luca come fonte principale della loro narrazione. Essi inoltre avrebbero attinto da un'altra fonte comune, la " fonte dei logia" (la cossidetta " Fonte Q ", forse identificabile con la prima edizione del vangelo di Matteo in lingua aramaica). Ogni evangelista, infine, farebbe capo a fonti proprie dovute in parte alla tradizione catechetica della Chiesa primitiva già saldamente costituita.

MATTEO. La tradizione della Chiesa antica ha attribuito a Matteo la redazione di un vangelo in lingua aramaica, il quale però non ci è pervenuto. Questo scritto ci è noto dalle testimonianze di Papia, Ireneo e Origene (cit. da Eusebio in St. Eccl. Ill, 39,15-16; V, 8,2-4; Vl, 25,3). Afferma Papia, il più antico dei tre: "Matteo dunque ordinò i detti (di Gesù) in lingua ebraica".
Invece il testo che possediamo risulta redatto in greco, dopo il 70 e si può considerare una rielaborazione dello scritto aramaico con aggiunte provenienti da altre fonti. È un vangelo che ha alla radice elementi palestinesi facilmente riconoscibili, scritti in ambiente ebraico per ebrei. Lo attesta la presenza di un gran numero di citazioni dell'Antico Testamento, volte a provare che Gesù è il Messia preannunciato dai profeti. Quanto al contenuto, Matteo ha il quadro narrativo di Marco, nel quale inserisce i celebri cinque discorsi: il "discorso della montagna" (cap. 5-7); il "discorso missionario" (cap. 10); il "discorso in parabole" (cap. 13); il "discorso ecclesiale" (cap. 18); il "discorso escatologico" (capp. 24-25).

MARCO. Prima dell'anno 70 Marco scrive con tutta probabilità a Roma per una comunità cristiana convertitasi dal paganesimo. Il suo vangelo che secondo l'antica tradizione dipende dalla predicazione di Pietro, è il più antico e il più breve dei vangeli che possediamo. Volendo presentare il messaggio e la figura di Gesù ai cristiani di Roma ha cura di riportare numerosi miracoli confidando nella loro capacità di esprimere il dinamismo dell'opera di Gesù, ossia di sottolineare che dove passa Gesù l'umanità cambia. In sintesi, il contenuto di questo vangelo si può ritenere una presentazione narrativa della vita di Gesù dal Battesimo di Giovanni sino agli eventi della Passione.

LUCA. Compagno di Paolo e medico secondo l'antica tradizione, scrive anch'egli per una comunità di cristiani provenienti dal paganesimo. La datazione del suo vangelo si può collocare intorno all'anno 75. Egli presenta Gesù come il salvatore misericordioso delI'umanità. Nel suo vangelo trovano un posto privilegiato i poveri e i peccatori. Sono sue le toccanti parabole della misericordia e gli episodi di perdono: la peccatrice innominata (7,36-50), il figlio prodigo (15,11-32), la conversione di Zaccheo (19,1-10), il buon ladrone (23,39-43). Inoltre Luca al pari di Paolo sottolinea l'universalità della salvezza, destinata a tutti e non ai soli Giudei.

GIOVANNI. Il quarto vangelo contiene la parola di Gesù secondo l'approfondimento e la presentazione basata sulla testimonianza del "discepolo che Gesù amava", identificato dalla antica tradizione nell'apostolo Giovanni.
"L'aspetto che maggiormente caratterizza il quarto vangelo sta forse nei discorsi di Gesù, nel modo con cui egli parla di se stesso, del Padre e della sua missione ... [Qui si svela] la vera realtà di Gesù, presentata gradualmente negli altri Vangeli ... e balza nettamente in primo piano: che Gesù è il Figlio di Dio venuto nel mondo per rivelare il Padre. Chi vede lui vede il Padre; chi non crede a lui non crede al Padre. Egli è la vera luce del mondo, il buon pastore, la vera vite, il pane disceso dal cielo...".
Si pensa comunemente che questo vangelo sia stato scritto nella zona di Efeso in Asia Minore. Certo è rivolto ad una comunità cristiana già matura nella fede che si doveva misurare con le prime eresie.
La data di composizione risale verso gli anni 90-100. La critica del secolo scorso che aveva voluto relegare il vangelo di Giovanni al II o addirittura al III secolo e farlo dipendere da ambienti gnostici a motivo del linguaggio singolarmente elevato, è ormai completamente superata.
Infatti "malgrado la distanza di circa 60 anni, che separa la redazione di questo Vangelo dalla vita storica di Gesù, la sua narrazione diffonde un gran senso di veridicità e di autenticità". Quanto più la si legge, tanto più ci si conferma nell'opinione di trovarsi vicini alla realtà storica proprio come nel caso dei sinottici, sebbene questi siano stati scritti in un'epoca anteriore.

Il rinvenimento di papiri egiziani del II sec. contenenti testi di Giovanni, ha dimostrato che a quell'epoca il quarto vangelo era già diffuso nel Medio Egitto, per cui l'originale dovette aver visto la luce tra il I e il Il secolo.
Nella biblioteca di John Ryland, a Manchester, si è scoperto nel 1935 un papiro scritto su ambedue i lati con un brano del cap. 18 di Giovanni. Il foglio scritto in Egitto intorno agli anni 125 era evidentemente una pagina completa del vangelo di Giovanni. Nel 1955-56 fu scoperto nella biblioteca di Bodmer a Cologny-Genève un manoscritto con i primi 14 capitoli del medesimo vangelo, risalente alla fine del II secolo.

Altri ritrovamenti di manoscritti appartenenti alla comunità degli Esseni e rinvenuti a Qumran presso il Mar Morto hanno dimostrato inoltre che il linguaggio di questo vangelo era effettivamente in uso in alcuni ambienti giudaici del I secolo.
Nelle grotte di Qumran sono stati trovati, a partire dal 1947, resti di circa seicento manoscritti databili dal II sec. a.C. al I d.C. Verosimilmente vi furono trasportati e nascosti dagli stessi monaci all'approssimarsi dei Romani che nel 68 d.C. distrussero il loro monastero. Alcuni di questi manoscritti riproducono libri interi o brani dell'Antico Testamento, mentre altri riguardano la vita e le convinzioni religiose della setta degli Esseni. Da questi scritti trapela il pensiero escatologico della comunità, dominato da un'attesa imminente di un urto finale tra la verità e la menzogna. Inoltre vi si riscontrano molte affinità letterarie con il linguaggio del quarto vangelo come i dualismi: "luce e tenebre", "verità e menzogna", "spirito e carne".
Non si può tuttavia sostenere - come alcuni hanno tentato di fare - una dipendenza del cristianesimo dall'essenismo. Ipotesi ampiamente rinnegata in quanto l'esame attento dei testi ha fatto emergere differenze enormi e sostanziali, mentre le somiglianze sono puramente esteriori. L'essenismo è la fede di un gruppo di eletti che si isola dal mondo esterno, che aborrisce ogni contatto con gli estranei. Il cristianesimo è radicalmente il suo contrario: Gesù non ha estranei, mangia e beve con i peccatori, offre la nuova alleanza a tutti gli uomini di buona volontà.

Per comprendere meglio i vangeli è necessario fare un accenno alla questione del genere letterario.
"In ogni tempo e in tutte le letterature, ci si è resi conto più o meno confusamente della diversità dei generi letterari. Un'arringa, un dramma, un poema lirico, un testo legislativo, un capitolo di Tito Livio esigono commenti differenti".

Anche nella Bibbia ci sono i generi letterari più disparati. Accanto a narrazioni storiche si trovano testi di leggi, proverbi, racconti edificanti. "Lo studioso e il divulgatore della verità biblica dovrà quindi indagare accuratamente e coscienziosamente il genere letterario di un racconto e cercare inoltre di conoscere con esattezza anche il particolare modo di pensare e di scrivere, il modo di esprinersi figurativo-simbolico della corrispondente "forma letteraria"... Solo quando riuscirà a penetrare attraverso la parete non sempre trasparente delle immagini scritturistiche [data dallo stile sublime e immaginoso degli scrittori orientali ], egli giungerà alla conoscenza della verità biblica".

Cerchiamo ora di precisare in che cosa i vangeli costituiscono un genere letterario "specifico". Infatti "non si possono identificare con nessuno dei generi letterari antichi... Nel Nuovo Testamento, i vangeli rappresentano un caso unico. Gli altri scritti fanno capire che non sono privi di informazioni sulla vita di Cristo; in fondo, però, è l'evento della croce e della resurrezione che richiama la loro attenzione, mentre il resto dell'attività del Cristo è appena accennato. Solo i vangeli manifestano un chiaro interesse all'attività terrena del Cristo. D'altro canto, i redattori dei vangeli non sono degli scrittori che lavorano al tavolino, in base a documenti di archivio e con la preoccupazione di scrivere una vita completa di Gesù, dalla nascita alla morte. È un fatto che, nei vangeli, non ci si dilunghi sulle origini di Gesù, sulla sua formazione, il suo carattere e la sua personalità. Non è reperibile una cronologia precisa e neppure una topografia, dati che sono, tuttavia, fondamentali in storia. Le indicazioni di tempo e di luogo rimangono nel vago, nel generico: "in seguito, in quel tempo, poi, a casa, sul lago, per istrada, sulla montagna".
Queste ed altre espressioni simili per lo più sono da prendere come formule di transizione.

Dunque i vangeli, pur non essendo dei protocolli storici nel senso della storiografia moderna (non sono opere di storia come la si scriverebbe oggi), tuttavia rientrano nel genere storico ossia nel genere della narrativa di fatti realmente accaduti. Vogliono raccontare ciò che Gesù ha detto e fatto, ma il loro genere letterario è del tutto particolare perché hanno un carattere di annuncio e di confessione e il loro scopo è di provocare la decisione alla fede.
Nella loro qualità di scrittori e di uomini, la cui esistenza è stata afferrata da Cristo, "gli Evangelisti non hanno redatto i loro vangeli senza una partecipazione religiosa. ll loro genere letterario, il loro temperamento religioso, il loro entusiasmo per Cristo hanno formato il mezzo attraverso il quale Dio voleva che il messaggio di Cristo si propagasse ed assumesse la sua configurazione letteraria con un accento tutto particolare".

Poiché, come si è detto, "i vangeli assumono di proposito la forma narrativa propria della storia per descrivere l'attività terrena di Gesù di Nazaret, agli esordi, nel ministero pubblico e nella tragica fine, vanno incontro alla conseguenza di esporre il genere letterario "vangelo" al condizionamento e agli interrogativi della storia. Riconoscendo la storicità come dimensione della salvezza in Gesù Cristo, i vangeli si sottomettono ai criteri dell'indagine storica".


CHI È GESÙ RACCONTATO DAI VANGELI

Nel corso di questa breve indagine abbiamo visto come ci fu chi volle relegare Gesù tra le figure della leggenda. Ora, invece, gli esperti con i nuovi criteri di indagine hanno rafforzato la fiducia nella storicità dei vangeli.

Dallo studio critico dei vangeli l'immagine che di Cristo emerge non è solo quella di un personaggio appartenuto alla storia e di cui è stato trasmesso fedelmente il messaggio. Gesù non compare semplicemente come un grande uomo, un grande maestro di morale e neppure come la figura umana più affascinante che sia mai apparsa sulla terra. Nelle sue parole e nelle sue opere egli fa intravvedere l'identità misteriosa della sua persona. Chi è dunque?

L'asserto della critica razionalistica che vorrebbe porre all'origine della divinità di Gesù l'entusiasmo dei discepoli, si rivela infondato. Un esame spassionato del Nuovo Testamento approda alla conclusione che in esso la Divinità di Cristo è vigorosamente attestata nella varietà dei modelli, schemi e titoli cristologici. È anche possibile documentare che la fede in Gesù, Figlio di Dio, non è il frutto della progressiva divinizzazione di colui che originariamente sarebbe stato un semplice uomo. Né questa divinizzazione sarebbe stata possibile tenendo presenti le circostanze storiche e geografiche nelle quali si sviluppò la fede cristiana.
L'ambiente ebraico, nel quale si formò la prima cristologia, era assolutamente refrattario all'idea dell'attribuzione della divinità a qualcun altro al di fuori di Jahvé. Il processo di divinizzazione inoltre richiede un certo periodo di tempo, necessario per il formarsi di tradizioni leggendarie e mitiche. Ora, questo lasso di tempo non sussiste in riferimento al formarsi della professione di fede nella divinità di Cristo. Essa è attestata, almeno generalmente, dalle antichissime professioni di fede, dal kerigma primitivo e dagli inni della prima liturgia cristiana. D'altra parte, quanto afferma la più antica tradizione su Gesù Cristo non è niente altro che il legittimo e omogeneo sviluppo di quanto era contenuto in maniera embrionale nel messaggio e nell'azione del Gesù storico".
Già durante la vita terrena Gesù ha fatto trasparire dal suo atteggiamento e comportamento la propria identità divina.

A differenza dei rabbini, che si limitavano a interpretare la Legge ritenuta vincolante e assoluta, Gesù colloca, accanto alla parola della Legge, la sua parola, alla quale attribuisce la stessa autorità divina: "Avete inteso che fu detto... ma io vi dico" (Mt 5,21 ss.) ... Gli uditori percepirono che nelle parole di Gesù sulla Legge c'era qualcosa di nuovo: "Una dottrina nuova insegnata con autorità (exousia)" (Mc 1,27)".

Opera miracoli: guarisce il paralitico di Cafarnao, il cieco di Gerico, restituisce la vita a Lazzaro, ecc. Si attribuisce esplicitamente il potere di perdonare i peccati tanto da far dire: "Costui bestemmia!" (Mc 2,7). Occorre considerare attentamente anche il significato dei miracoli nel contesto della predicazione e dell'azione di Gesù. Essi significano, in maniera tangibile, la signoria di Dio che irrompe in questo mondo per risanare l'uomo integralmente.
"Ora, perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati, ti ordino - disse al paralitico - alzati, prendi il tuo lettuccio e va' a casa tua" (Mc 2,10-11). Agisce in giorno di sabato lasciando intendere di essere superiore alla Legge e ai Profeti. "ll Figlio dell 'uomo è signore anche del sabato" (Mc 2,28).

Sa di essere il Figlio di Dio? Ciò appare soprattutto dal modo in cui si rivolge a Lui chiamandolo con il nome di Abbà (papà), espressione assolutamente esclusiva di Gesù e mai usata da nessun altro.
Inoltre Gesù distingue sempre la sua filiazione divina da quella degli altri uomini: Padre mio e Padre vostro. Particolarmente eloquente è al riguardo la parabola dei cattivi vignaiuoli (Mc 12,1 ss). Dopo aver inviato ripetutamente dei servi (= i profeti), il padrone della vigna (= Dio) invia il figlio prediletto, unico erede (= Gesù). Paragonati a Gesù, i profeti sono dei servi. Lui solo è il Figlio. Davanti al Sinedrio alla domanda del Sommo Sacerdote: "Sei tu il figlio del Benedetto?" Gesù risponde: "Io lo sono" (Mc 14,61-62). Tale risposta viene intesa come aperta dichiarazione di divinità tanto da procurargli la condanna a morte.


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