Il
vocabolo greco canon significa letteralmente «asta»,
«bastone», e in particolare «regolo per misurare».
Il greco kanwn (cf. ebr. qaneh) = canna, regola di misura e, in
senso metaforico, norma. Con questo significato tecnico, nel mondo
ellenico serviva a indicare la «misura», quindi la
«regola e norma» perfetta, sia in arte, sia in musica,
sia in letteratura e anche nella sfera dell' attività morale
e religiosa. Di qui è passato al cristianesimo. Nel Nuovo
Testamento appare soltanto in due passi delle lettere di Paolo,
in uno col valore di «misura», nell'altro col valore
di «regola, norma». La patristica, (...con filosofia
patristica si intende la filosofia cristiana dei primi secoli,
elaborata dai Padri delle Chiesa e dagli scrittori ecclesiastici.
Essa consiste nell'elaborazione dottrinale delle credenze religiose
del cristianesimo e nella loro difesa contro gli attacchi dei
"pagani" e contro le eresie...), lo ha accolto in questa
seconda accezione. Così la Chiesa, a partire dal IV secolo,
ha fissato l'elenco degli SCRITTI CANONICI riconosciuti come ispirati
da Dio, quindi fondamentali per la fede e la vita cristiana. Altri
scritti, nonostante l'analogo contenuto, non furono ritenuti ispirati:
perciò sono esclusi dal cànone biblico e son detti
APOCRIFI, cioè nascosti, incerti. La determinazione di
questo cànone non è frutto della intuizione di qualche
credente per quanto illuminato, ma della fede e dell'intelligenza
della comunità ecclesiale,attraverso tappe che chiarirono
progressivamente i reali confini della parola di Dio rivolta all'umanità.
Il
processo di "canonizzazione" fu lungo e laborioso: gli
ebrei di Gerusalemme accettavano solo i testi scritti in ebraico;
quelli di Alessandria accettavano anche sette libri scritti in
greco. Al tempo di Gesù si era imposto dappertutto il cànone
più lungo, codificato nella famosa Bibbia greca detta dei
Settanta, frequentemente citata nel Nuovo Testamento. Per questa
ragione la Chiesa cristiana la fece propria accettando anche i
sette libri detti "deuterocanònici" (o del secondo
cànone), posti a parte, con qualche riserva, solo dai protestanti.
CANONE CATTOLICO DEL NUOVO TESTAMENTO
(comprende 27 libri).
Il
processo di "canonizzazione" ebbe poche incertezze:
per i Vangeli fu messa in dubbio l'autenticità di qualche
brano, come quello dell'adultera (Gv 8,1-11), o le conclusioni
di Marco e di Giovanni, ritenuti da alcuni un'aggiunta. Le esitazioni
maggiori riguardarono alcune Lettere apostoliche (quella agli
Ebrei, quella di Giacomo, la seconda di Pietro, quella di Giuda,
la seconda e la terza di Giovanni) e l'Apocalisse. Una preziosa
testimonianza del processo di determinazione del cànone
è conservata nella Biblioteca Ambrosiana di Milano: il
cosiddetto Cànone Muratoriàno (dal nome dello studioso
Ludovico A.Muratori, che lo scoprì nel 1740) riporta l'elenco
degli scritti del Nuovo Testamento accolti dalla Chiesa di Roma
intorno all'anno 180. Mancano solo la Lettera agli Ebrei, quella
di Giacomo e la seconda di Pietro. Dal sec V il cànone
non ha più subito variazioni (tranne qualche riserva di
alcuni protestanti), ed è lo stesso che troviamo in tutte
le Bibbie
I
criteri di canonicità
Dalla
documentazione a disposizione possiamo ricavare che i criteri
utilizzati dalle Chiese per stabilire il canone furono principalmente
due: ecclesialità ed apostolicità dei libri. Nel
caso poi in cui l'apostolicità non fosse certa, si ricorse
al criterio sussidiario della tradizionalità.
Ecclesialità
Furono scelti come "ufficiali" i libri che erano accolti
e letti nella liturgia da tutte (o quasi) le comunità che
li conoscevano. Furono le comunità che selezionarono i
libri del Nuovo Testamento, non attraverso pronunciamenti ufficiali,
ma attraverso il «sentire» dei cristiani: in quei
libri essi riconoscevano fissata la fede che avevano ricevuto
nella predicazione orale ed accettato. Ma perché i cristiani
leggevano questi libri? Ecco il secondo criterio:
Apostolicità
Furono scelti quei libri che si ritenevano prodotti direttamente
o indirettamente dagli apostoli (se a torto o a ragione oggi è
difficile/impossibile da stabilire: è un atto di fede nelle
comunità cristiane dei primi secoli). Si può dire
che il concetto di "canone", sia derivato in modo diretto
da quello di apostolo. L’apostolo ha nella Chiesa una funzione
unica, che non si ripete: è un testimone oculare. Per conseguenza
solo gli scritti che hanno per autore un apostolo o un discepolo
di un apostolo sono reputati garantire la purezza della testimonianza
cristiana Quanto ai vangeli, le comunità hanno accettato
quelli che avevano come autori sicuri o apostoli o diretti ascoltatori
di apostoli (dopo aver valutato, per questi ultimi, che avessero
raccolto bene il loro insegnamento). Per questa ragione furono
rifiutati i vangeli apocrifi.
Quanto
alle lettere, era compito dei destinatari garantire sul mittente.
Si noti però che spesso un autore si serviva di uno scrivano-segretario
che «metteva in bella» il testo. È per questa
ragione che scritti come la Didaché o la lettera di Clemente
di Roma, nonostante fossero dello stesso periodo e sullo stesso
argomento dei libri del Nuovo Testamento, non furono accolti tra
i libri ufficiali. Ne consegue che, per le comunità cristiane
antiche, norma di fede non erano gli scritti, ma le testimonianze
orali apostoliche che si fissarono poi in tali scritti. Valeva
il principio: era canonico (= normativo) solo ciò che era
apostolico.
E
nel caso in cui l’apostolicità non fosse certa? Si
ricorse al criterio sussidiario della
Tradizionalità
Furono scelti quei libri che erano in armonia con la tradizione
orale e rifiutati quelli che presentavano la figura di Gesù
in modo diverso da quello tradizionale, quello cioè che
i cristiani conoscevano bene per averlo ascoltato dalla viva voce
degli apostoli e dei loro immediati discepoli.
Questo
successe per es. per il vangelo di Pietro come dice questo documento
di Eusebio di Cesarea che cita la testimonianza di Serapione:
«Costui (= Serapione) ha composto anche un altro trattato
sul vangelo detto secondo Pietro con l’intento di esporre
la falsità degli argomenti in esso contenuti, per il bene
di alcuni membri della chiesa di Rhossus (in Siria), che a causa
dell’opera suddetta furono preda di dottrine non ortodosse.
Sarà bene riportare qui alcune frasi del suo scritto per
rilevare il suo giudizio su quel libro. Egli scrive: "Fratelli,
noi accettiamo Pietro e gli altri apostoli come Cristo, ma, da
uomini prudenti, respingiamo quanto è falsamente scritto
sotto il loro nome, ben conoscendo che da loro non abbiamo ricevuto
tali cose. Quando, infatti, io fui presso di voi, pensavo aderiste
tutti alla retta fede e, non avendo letto il vangelo sotto il
nome di Pietro, di cui parlavamo, dissi: Se era questo l’unico
motivo del loro turbamento, leggetelo pure! Ma ora, da quanto
mi è stato detto, ho compreso che nella loro mente era
annidata una eresia: avrò dunque cura di venire nuovamente
da voi. A presto, dunque, fratelli.
Voi sapete che genere di eresia era quella di Marcione e come
egli si contraddiceva, non comprendendo quanto andava diffondendo,
imparerete (la verità) da quanto ho scritto per voi. Ho
infatti avuto la possibilità di avere tra le mani proprio
questo vangelo da coloro che se ne servono, cioè dai successori
di quelli che sono stati i suoi autori, ai quali diamo il nome
di doceti, in quanto molte delle loro idee appartengono a questa
scuola, di scorrerlo e di constatare che in gran parte ha sul
Salvatore un insegnamento giusto, ma alcune cose sono nuove e
ne ho tracciato una lista per voi". Questo è quanto
si riferisce a Serapione».
Un'analisi
delle testimonianze antiche ci permette di affermare che probabilmente
ogni comunità cristiana locale possedeva un vangelo da
essa ritenuto canonico già prima della fine del I°
sec. d.C., solo intorno al 180 d.C. fu riconosciuto il cosidetto
"tetraevangelo", cioè l'insieme dei 4 vangeli
contenente gli attuali vangeli canonici. L'epistola agli Ebrei
ebbe vicende travagliate a causa del fatto che il suo mittente
non dichiarava in modo esplicito la propria identità, da
qui l'essere accettata perchè considerata paolina e rifiutata
perchè non riconosciuta tale. Essa ricevette un riconoscimento
unanime solo intorno al IV° sec.d.C. Il più antico
manoscritto delle lettere paoline, il P46 datato attorno al 200
d.C., contiene l'epistola agli Ebrei, segno che in epoca antica
non vi furono dubbi circa la canonicità di tale scritto,
purtroppo tale manoscritto è mutilo cosicchè non
possiamo sapere se esso conteneva anche 2° Tessalonicesi,
Filemone e le epistole pastorali. 2°Pietro tardò ad
entrare nel canone perchè lo stile del greco del suo testo
appariva molto differente da quello della 1°Pietro, per cui
alcuni credettero che Pietro non ne fosse stato l'autore e pertanto
fosse da ritenere un falso.
L'Apocalisse sembrava ad alcuni teologi antichi non poter vantare
la paternità giovannea, anche se in generale essa fu quasi
subito accettata nel canone.
Le epistole di Giuda, Giacomo, 2° e 3° Giovanni suscitavano
dubbi per via del fatto che i loro autori non sembravano essere
"noti" alle comunità cristiane.
Non
è possibile stabilire in modo univoco quale criterio presiedette
alla formazione del canone, nè in base a quali considerazioni
venne ad un certo punto considerato concluso.
Mettendo insieme le notizie frammentarie che la tradizione ci
ha trasmesso, risulta certo che le chiese non "decisero"
quali testi rendere canonici, essendosi perlopiù limitate
ad accettarli una volta raggiunta la convinzione che essi erano
apostolici o soggetti ad approvazione apostolica o promananti
da membri in qualche modo connessi al circolo apostolico. Deve
essere apparso rilevante che subito dopo l'ascensione del Cristo,
Pietro si fosse premurato di ricostituire il numero dei 12 apostoli,
chiedendo al Signore che venisse scelto un sostituto per il posto
lasciato vuoto da Giuda, ciò al fine di avere un gruppo
di testimoni autorevoli in merito a tutto l'insegnamento e alle
opere del Cristo (Atti 1:15-26).
Una massa considerevole di informazioni a proposito dell'origine
degli scritti neo-testamentari è andata smarritta per cui
siamo solo in parte consapevoli di quali circostanze spinsero
i credenti ad accettare gli scritti "ispirati". Ciò
che importa è che alla fine il canone venne considerato
"chiuso", cioè non più passibile di essere
ampliato o ridotto. Il fatto che il canone fosse stato considerato
"chiuso" deve farci riflettere ad esempio sulla pretesa
del cattolicesimo e del mormonismo di aggiungere ulteriore "rivelazione"
a quella già esistente.
Una
testimonianza antica
Con
il termine "canone" si intende l'insieme degli scritti
biblici considerati sacri. Non è vero che il canone del
NT fosse stato sempre considerato indiscutibile dalla chiesa delle
origini. Infatti epistole come 2 Pietro, 2 e 3 Giovanni, Giacomo,
Giuda e Apocalisse furono accettate prima in alcune regioni della
cristianità antica e solo nel IV° sec. nelle altre
(Eusebio di Cesarea attesta che l'Apocalisse in quell'epoca non
era ancora considerata canonica dalla chiesa orientale); addirittura
furono considerati canonici testi che in seguito sarebbero stati
del tutto esclusi dal canone, è il caso dell'epistola di
Barnaba e del Pastore d'Erma (inclusi nel manoscritto del IV°
sec. detto Sinaitico) e della 1° e 2° epistola di Clemente
(incluse nel manoscritto del V° sec. detto Alessandrino).
Nel III° sec. delle 7 epistole cattoliche solo 1 Pietro e
1 Giovanni erano considerate ovunque canoniche, le altre come
detto dovranno attendere il IV° sec
Il
canone della Bibbia è l'elenco dei libri considerati ispirati
dagli ebrei e dai cristiani. La Bibbia ebraica, detta in ebraico
Tanach, non considera ovviamente il Nuovo Testamento e, per quanto
riguarda l'Antico Testamento, accoglie solo i libri stabiliti
nel cosiddetto Concilio di Jamnia, in cui vennero respinti alcuni
libri già presenti nella versione detta dei LXX, in uso
presso le comunità ebraiche di lingua greca, adottando
come versione normativa il Testo masoretico. La versione in lingua
greca fu invece quella più usata dalle prime comunità
cristiane, che pertanto hanno seguito un canone più ampio.
I libri non presenti nel canone ebraico sono attualmente chiamati
deuterocanonici.
In
ambito cristiano la questione fu riaperta durante la Riforma protestante.
Molti protestanti ritennero che i deuterocanonici (da loro chiamati
apocrifi) avessero valore come letture edificanti ma non come
testi dottrinali, pertanto venivano inseriti a parte fra l'Antico
e il Nuovo Testamento. Alcune chiese, a partire dal XIX secolo,
li hanno eliminati del tutto. Anche per il Nuovo Testamento cristiano
esiste una questione deuterocanonica. Un certo numero di libri
non venne accolto nei primi canoni neotestamentari. Il canone
attuale venne approvato dalle chiese orientali e occidentali in
diversi sinodi alla fine del IV secolo
Il
periodo che va dalla fine del I° sec. alla fine del II°
sec. e'; caratterizzato da una forte incertezza a proposito di
quanto i credenti erano in obbligo di ritenere canonico, non è
esagerato affermare che ogni comunità locale possedeva
un proprio canone.
Esamineremo alcune delle testimonianze extra-bibliche che ci sono
pervenute a tal proposito.
Clemente Romano scrisse intorno al 95 d.C. una epistola alla comunità
di Corinto, in essa oltre a brani dell'AT, è citato anche
un brano della 1Corinzi di Paolo apostolo (cap.47). Non è
possibile però stabilire se citando detti ed opere del
Cristo, Clemente faccia riferimento ai vangeli canonici o a qualche
altra raccolta di detti ed opere del Cristo circolanti al suo
tempo.
Ignazio di Antiochia scrisse intorno al 107 d.C. alle chiese dell'Asia
Minore mentre era trasportato in catene a Roma per essere martirizzato
(allo storico Eusebio siamo debitori della data del martirio),
in una di queste epistole (Ignazio agli Efesini 12:2) è
tirata in causa come testimonianza di un uomo degno di fede, l'epistola
di Paolo agli Efesini. In generale anche se nelle epistole di
Ignazio sono riconoscibili citazioni: dai vangeli "canonici"
di Matteo (7 volte), Luca e Giovanni , e da: 1Corinzi (8 volte),
2 Corinzi (2 volte), Efesini (2 volte), Colossesi (1 volta), 1
Tessalonicesi (3 volte), 1Timoteo (5 volte), 2Timoteo (1 volta),
1 Pietro (2 volte), Apocalisse (3 volte) nessuno di tali scritti
è citato per nome. Alcuni studiosi sono convinti, dato
l'alto numero di citazioni dal vangelo di Matteo nelle epistole
di Ignazio , che questo scritto possa aver visto la luce ad Antiochia,
dove Ignazio predicava.
Policarpo scrisse intorno al 107-108 d.C. una prima (di cui non
ci resta che un frammento) ed una seconda lettera ai Filippesi,
in quest'ultima egli cita, senza nominarli esplicitamente: i vangeli
di Matteo (5 volte), e di Luca (2 volte), Romani (1 volta), 1Corinzi
(2 volte), 2Corinzi (2 volte), Galati (2 volte), 2Tessalonicesi
(1 volta), 1Timoteo (2 volte), 2Timoteo (1 volta), Atti (2 volte),
1Pietro (7 volte), 2Pietro (1 volta), 1Giovanni (1 volta), non
operando nell'introdurre tali citazioni alcuna distinzioni rispetto
a quelle tratte dall'AT.
Papia di Gerapoli scrisse un trattato "Sulle Parole del Signore"
intorno al 130-140 d.C. , di cui alcuni brani sono citati dallo
storico della Chiesa Eusebio nel suo scritto dal titolo: "Storia
della chiesa".
Papia documenta i motivi che spingevano le comunità cristiane
del suo tempo a ritenere autorevoli (e dunque canonici) i vangeli
di Matteo (la critica però ritiene che Papia non stia discutendo
del vangelo che attualmente và sotto il nome di Matteo)
e di Marco.
Giustino Martire scrisse intorno al 150 d.C. libri in difesa della
fede cristiana. Nello scritto dal titolo "Prima Apologia"
cita in modo non esplicito i vangeli dopo averli presentati come:
"memorie degli apostoli" (cap.67).
Giustino riconosce come autoritativa anche l'Apocalisse e l'attribuisce
all'apostolo Giovanni.
Taziano è un eretico citato da Eusebio nella sua "Storia".
Taziano compose intorno al 170 d.C. un'unico vangelo (Armonia)
fondendo i quattro vangeli "canonici", segno che a quel
tempo i nostri attuali quattro vangeli avevano ottenuto un largo
riconoscimento da parte della chiesa.
La Didachè, il Pastore d'Erma, l'Epistola di Barnaba, tutti
composti verso la fine del I° sec.d.C., pur citando brani
tratti da vari scritti del NT, lo fanno senza citare in modo esplicito
il nome del testo da cui sono tratti.
Possediamo
due antiche liste di testi considerati canonici: il cosidetto
"canone di Marcione" e il "frammento muratoriano".
Il Canone di Marcione, che a quanto pare venne scritto a Roma
attorno al 140 d.C., rappresenta un'aberrazione rispetto a quanto
la chiesa riteneva essere canonico. Marcione era un eretico che
distingueva tra il Dio-creatore dell'AT, considerato malvagio,
e il Dio-Padre di Gesù del NT, tale posizione metteva capo
ad un rifiuto di tutto quello che appariva possedere qualche traccia
di religiosità ebraica: l'intero AT, i vangeli di Matteo,
Marco, Giovanni, alcune parti del vangelo di Luca (tale vangelo
essendo stato scritto dal non-ebreo Luca era considerato affidabile),
le epistole pastorali.
La chiesa prese posizione contro questo tipo di "canone abbreviato",
segno che essa riconosceva già un insieme di scritti dai
quali non era possibile prescindere.
Il Frammento Muratori (detto anche "Canone muratoriano")
risale alla fine del 2° sec. d.C., esso fu scoperto e pubblicato
dal cardinale L.A. Muratori in Italia nel 1740.
Lo scritto risulta mutilato all'inizio, il vangelo di Luca è
definito il 3° della raccolta, è legittimo supporre
che esso fosse preceduto dai vangeli di Matteo e Marco; la lista
prosegue con il vangelo di Giovanni, Atti, le 9 lettere di Paolo
alle chiese e le 4 ad individui (Filemone, Tito e 1 e 2 Timoteo),
2 lettere pseudo-paoline (Laodicesi e Alessandrini che l'autore
del frammento pur citando esorta a non considerare canoniche),
Giuda, le due epistole di Giovanni, la Sapienza di Salomone (?),
l'Apocalisse di Giovanni e quella di Pietro, il Pastore d'Erma
che è solo consigliato per la lettura privata dei credenti
ma non incluso tra i canonici.
Nè nel canone di Marcione nè nel "frammento
muratoriano" compare l'epistola agli Ebrei, nel primo caso
per la sua stretta connessione con l'AT, nel secondo caso per
il rifiuto della "seconda penitenza" (Ebrei 6:4).
Ireneo di Lione (nato tra il 140-160 d.C., si ignora la data di
morte) proveniva dall'Asia Minore ed era stato discepolo di Policarpo.
Ireneo nella sua opera più nota "Contro le eresie"
fa riferimento al "quadruplice vangelo", segno che a
quel tempo i vangeli canonici erano stati riuniti assieme; oltre
ai vangeli Ireneo cita l'Apocalisse, Atti, 1Pietro, 1Giovanni,
Apocalisse, e le epistole paoline ad esclusione di Filemone.
Clemente d'Alessandria (150 d.C., 215 d.C.) nel suo scritto "Miscellanea",
sviluppando un'argomentazione, compie una demarcazione tra quanto
contenuto in un vangelo apocrifo e quanto affermato nei 4 vangeli
canonici.
Tertulliano (155 d.C., 220 d.C.), rifiuta di usare vangeli non
canonici, inoltre disputando con Marcione afferma l'apostolicià
e dunque l'autorevolezza di 1 e 2 Corinzi, Galati, Filippesi,
1 e 2Tessalonicesi, Efesini e Romani (Contro Marcione IV 5).
Origene (185 d.C., 253 d.C.), riconosce la canonicità di
tutti gli scritti dell'attuale NT, ma afferma che al suo tempo
vi erano dubbi nelle comunità cristiane in merito a 2Pietro,
2 e 3Giovanni.
Eusebio (260 d.C., 340 d.C.), da noi abbondantemente citato per
la sua "Storia Ecclesiastica",afferma che nella sua
epoca solo le epistole di Giacomo, Giuda, 2Pietro, 2 e 3Giovanni
erano oggetto di controversia in relazione alla loro autorevolezza.
Cirillo di Gerusalemme (315 d.C., 386 d.C.), riconosce canonici
tutti gli scritti del NT ad esclusione dell'Apocalisse.
Atanasio di Alessandria intorno al 367 d.C. afferma essere canonici
tutti e 39 i libri del NT (Epistola n°39).
Girolamo poco prima del 400 d.C. nella sua revisione dell'Antica
Versione Latina della Bibbia, detta Volgata tradusse in latino
tutti e 39 i libri che compongono l'attuale NT.
Letteratura
gnostico-cristiana
Lo
gnosticismo è una concezione dualistica del mondo che si
diffuse principalmente in Siria e in Egitto intorno alla metà
del II secolo, la cui origine è ancora discussa. Si caratterizza
per un infinito disprezzo del mondo creato, descritto come una
prigione in cui gli uomini - che conservano nel loro profondo
una traccia della luce celeste - sono costretti a vivere, in seguito
ad una degradazione o disintegrazione della realtà celeste,
un dramma cosmico che li ha allontanati dalla loro naturale dimora.
Il creatore del mondo non sarebbe stato l'unico Dio onnipotente
dei cristiani, ma una seconda divinità, detta demiurgo,
invidiosa dell'uomo; il demiurgo è spesso identificato
con il Dio dell'Antico Testamento, parte della Bibbia che per
questo motivo viene rigettata come falsa e ingannevole. Di qui
ne derivano un'assoluta condanna del corpo e della carne umana,
viste come prigioni dalle quali occorre fuggire, e spesso un rifiuto
della riproduzione ed anche della sessualità, intesa come
impurità. Mezzo di salvezza è la conoscenza (“gnosi”,
appunto) della propria natura fondamentalmente divina; questa
conoscenza si ottiene grazie alla rivelazione da parte di un redentore
celeste spesso, ma non sempre, identificato non con il Gesù
terreno figlio di Maria, ma con un invisibile Cristo disceso dall'alto.
Sophia
di Gesù
1) Manoscritto già noto fin dal 1896: Papyrus Berolinensis
8502 (sec V).
2) Manoscritto nel codice I della Biblioteca di Nag Hammâdi,
Cairo (sec IV).
È una dissertazione dottrinale sulla vera struttura dell'universo,
sull'economia della salvezza, sulla provvidenza divina, ecc.;
dissertazione tenuta da Gesù, apparso dopo la resurrezione,
ai dodici discepoli e a sette donne su di un monte della Galilea,
rispondendo alle domande che gli pongono Filippo, Tommaso, Mattia,
Bartolomeo e Maria Maddalena.
Epistola
di Eugnosto
Manoscritto nel codice I della Biblioteca di Nag Hammâdi,
(sec IV).
Ha l'identico contenuto della Sophia di Gesù, in forma
di lettera anziché di conversazione. Eccetto W. C. Till,
il quale considera l'Epistola una derivazione dalla Sophia, tutti
gli altri studiosi sono dell'opinione che, al contrario, la Sophia
sia una forma dialogata della Epistola.
Dialogo
del Redentore
Manoscritto nel Codice I della Biblioteca di Nag Hammâdi,
(sec IV).
Il testo, in cattive condizioni e mutilo in più parti,
tuttora sotto studio, contiene una dissertazione di Gesù
su problemi cosmologici, antropologici e soteriologici.
Pistis
Sophia
Manoscritto Add. 5114 (Codice Askew), Londra, British Museum (sec
IV).
È un insieme di quattro libri, di cui i primi tre costituiscono
un'unica opera: il Cristo risorto, dopo aver ancora trascorso
undici anni coi discepoli, nel dodicesimo appare loro in una luce
abbagliante, tra canti e suoni e inni angelici, e rivela il mistero
della caduta dell'anima umana nella materia, l'origine del male,
la necessità del ritorno alla Luce di Dio, il destino degli
Arconti (le potenze del male). Il quarto libro ripete argomenti
già trattati prima, ambientando il discorso di Gesù,
il giorno dopo la resurrezione, prima sulle sponde dell'Oceano
(dove Gesù prega usando formule magiche) e poi in «un'aerea
regione» luminosa e su di un monte della Galilea.
Libri
di Jeu
Manoscritto Bruce 96, Oxford, Biblioteca Bodleiana (data incerta).
È un trattato didattico, in due libri, in cui Gesù
spiega ai discepoli come da «il Vero Dio», uscito
dal grembo del Padre, siano procedute ventotto emanazioni (nominate
e descritte ad una ad una); poi illustra le tre forme di battesimo
(coll'acqua, col fuoco, con lo Spirito Santo) e descrive l'ascesa
delle anime dei discepoli, purificati e salvati, attraverso gli
eoni del mondo superiore (di nuovo descritti ad uno ad uno).
Libro
del Grande Spirito Invisibile
Manoscritto nel Codice I e di nuovo nel Codice VIII della Biblioteca
di Nag Hammâdi.
Nel contesto è anche chiamato Vangelo degli Egiziani, ma
non ha nulla a che vedere con l'omonimo Vangelo citato dai Padri.
È una dissertazione sul mondo della Luce e delle entità
superiori, a cui appartengono anche gli gnostici «perfetti».
Vangelo
della Verità
Manoscritto nel Codice Jung, Zurigo, proveniente da Nag Hammâdi,
(sec IV).
Sebbene, come tutti gli scritti sopra elencati, non sia un Vangelo,
ma piuttosto un'Omelia, ne diamo la presentazione e traduzione
(ringraziando Marcello Craveri e l'Einaudi) in una pagina dello
spazio web.
Vangelo
della perfezione
Conosciamo appena il titolo da Epifanio, Panarion XXVI 25
Vangelo
dei Quattro angoli del mondo
Abbiamo di esso solo la seguente testimonianza del vescovo arabo
Märutä del IV secolo: «Questi perfidi [i seguaci
di Simone Mago] hanno fabbricato per se stessi un vangelo che,
diviso in quattro volumi, hanno chiamato «Libro dei quattro
angoli o cardini del mondo».
Vangelo
di Eva
Ne fa cenno Epifanio, Adv. haeres. XXVI 2
Vangelo
di Maria
1) Manoscritto copto (incompleto) nel Papyrus Berolinensis 8502
(sec. V).
2) Manoscritto greco (gli ultimi capitoli), Manchester, Cod. Rylands
463 (sec. III).
Maria Maddalena conforta i discepoli di Gesù e riferisce
loro una rivelazione avuta da Gesù: che alla visione di
Dio non si giunge con l'Anima, né con lo Spirito, ma con
l'Intelletto. Incredulità di Pietro e di Andrea che il
Salvatore abbia fatto a una donna e non a loro tale rivelazione.
Levi li biasima: dovrebbero piuttosto vergognarsi di essere stati
amati da Gesù meno di Maria Maddalena.
Interrogazioni
di Maria
Ne fa cenno Epifanio, Adv. haeres. XXVI 8
Vangelo
di Filippo
Manoscritto nel Codice III della Biblioteca di Nag Hammâdi,
(sec IV).
Ringraziando Marcello Craveri e l'Einaudi, ne diamo presentazione
e traduzione nello spazio web.
Vangelo
di Giuda
Lo nominano Ireneo, Adv. haeres. XXXI I, ed Epifanio, Adv. haeres.
XXXVIII I, attribuendolo ai cainiti, gnostici che avrebbero, a
dire dei due, giustificato sia il fratricidio di Caino sia il
tradimento di Giuda come atti indispensabili, e previsti da Dio,
per la caduta e conseguente salvezza dell'umanità. Giuda
sarebbe stato, quindi, strumento della salvezza, per cui i cainiti
celebravano il mysterium proditionis.
Vangelo
di Mattia
Manoscritto nel Codice III della Biblioteca di Nag Hammâdi,
(sec IV).
Già citato da Origene, Hom. I in Lucam, da Eusebio, Hist.
Eccl. III 25, 6-7 e dal Decretum Gelasianum, finora gli studiosi
erano per lo più del parere che si dovesse identificare
con le Tradizioni di Mattia, di cui si conoscevano alcune poche
citazioni in Clemente Alessandrino, Stromata II 9; III 4; IV 6;
VII 13,17. Il testo di Nag Hammâdi, ora allo studio, risolverà
la questione.
Vangelo
di Tommaso
Manoscritto nel Codice III della Biblioteca di Nag Hammâdi,
(sec IV).
Ringraziando Marcello Craveri e l'Einaudi, ne diamo presentazione
e traduzione nello spazio web.
Libro
di Tommaso l'Atleta
Manoscritto nel Codice III della Biblioteca di Nag Hammâdi,
(sec IV).
È un dialogo tra Cristo risorto e Tommaso, attualmente
ancora allo studio.
Apocrifo
di Giovanni
1) Manoscritto nel Papyrus Berolinensis 8502 (sec. V).
2) Manoscritto nel Codice I della Biblioteca di Nag Hammâdi,
(sec IV).
3) Manoscritto nel Codice I e di nuovo nel Codice III della Biblioteca
di Nag Hammâdi, (sec IV), in redazione più ampia
della precedente.
Gli studi attualmente in corso su questo testo gnostico appureranno
anche la questione se esso debba considerarsi il modello del Libro
di Giovanni, in uso tra i bogòmili bulgari e i càtari
francesi.
Che
cosa sono i vangeli?
I
vangeli di Marco, Matteo e Luca sono detti «sinottici»
cioè «simultaneamente visibili», perché
hanno in comune non soltanto lo schema generale, ma spesso riferiscono
con le stesse parole identici fatti. Accanto a evidenti concordanze
essi mostrano però non meno evidenti discordanze sia nell'ordine
dei racconti che all'interno di essi. Questi singolari fenomeni
pongono il problema della relazione fra i tre vangeli, la questione
sinottica, variamente risolto. Negli ultimi anni ci si interessa
particolarmente alla identificazione e alla storia del materiale
evangelico prima che esso venisse assunto negli attuali tre libri
e alla prospettiva teologica propria a ciascun evangelista, che
li ha condotti a scelte e adattamenti vari, ma tali da non alterare
la sostanza del messaggio, delle parole e dei fatti che ne costituiscono
il quadro e il fondamento. I vangeli sono testimonianze di storia
e di fede provenienti dalla primitiva comunità cristiana.
Attraverso di essi possiamo cogliere la figura storica di Gesù,
il suo insegnamento, ossia quello che egli ha detto e fatto fino
alla sua morte e risurrezione. Scritti in greco nella seconda
metà del I secolo, essi vennero attribuiti dall'antica
tradizione cristiana a quattro autori diversi: due apostoli, Matteo
e Giovanni; due discepoli di apostoli, Marco e Luca.
Uno
dei maggiori conoscitori dei manoscritti di Qumran, J. Carmignac,
sostieneche: "le date più tarde che si possono ammettere
sono verso il 50 per Marco (e la Raccolta dei discorsi), verso
il 55 per il Marco Completo, verso il 55-60 per Matteo, tra il
58 e il 60 per Luca. Ma le date più antiche sono nettamente
più probabili: Marco verso il 42, il Marco Completo verso
il 45, Matteo (ebraico) verso il 50, Luca (greco) poco dopo il
50"
I
criteri di autenticità storica
Nel
determinare la fondatezza storica dei racconti evangelici oggi
gli studiosi si avvalgono dei cosiddetti criteri di autenticità
storica.
Questi "sono norme applicate al materiale letterario, che
permettono di dimostrare la fondatezza storica dei racconti e
di emettere un giudizio sull'autenticità o sulla non autenticità
del loro contenuto". Teniamo presente come questa metodologia
non valga solo per i vangeli ma sia al servizio della ricerca
storica in generale; può infatti riguardare Cristo, come
Maometto, Napoleone o qualsiasi altro oggetto di indagine. I principali
criteri di storicità sono:
Criterio di attestazione multipla:
Può essere considerato come autentico un dato solidamente
attestato da più di una fonte. Il criterio acquista maggior
peso se il fatto è riscontrabile in forme letterarie differenti.
Questo criterio è di uso corrente nella ricerca storica.
Una testimonianza concorde, proveniente da fonti diverse e non
sospette di essere collegate intenzionalmente fra loro, merita
di essere riconosciuta come autentica"
Criterio di discontinuità:
Si può ritenere autentico tutto quanto si presenta come
un dato assolutamente singolare che non trova riscontri né
nelle concezioni precedenti né troverà in seguito
riferimento alcuno nelle idee e nella prassi successive.
Ad esempio la parola "Abbà" (papà) con
cui Gesù si rivolge al Padre era nei confronti di Dio un
appellativo del tutto impensabile per gli ebrei i quali non osavano
neppure pronunciarne il nome.
Inoltre nei vangeli vi sono altri dati sorprendenti che sono in
discontinuità con la mentalità della Chiesa primitiva.
Come avrebbe potuto infatti questa comunità inventare l'esperienza
umiliante delle tentazioni, se Gesù stesso non ne avesse
parlato? Come avrebbe potuto escogitare una fine così ingloriosa
col "supplizio degli schiavi ", come Tacito chiamava
la croce, se ciò non fosse stato nella cruda realtà
dei fatti?
Così sono da ritenere senz'altro veri quei passi che riferiscono
i difetti, l'incomprensione e perfino la defezione degli apostoli
(l'abbandono dei discepoli, la rinnegazione di Pietro) nonostante
la venerazione di cui erano circondati dalla comunità cristiana.
Inoltre il ruolo d'importanza assolutamente nuovo rivestito dalle
donne nella vicenda di Gesù. Considerando che all'epoca
le donne non erano considerate testimoni validi la scoperta della
sparizione del corpo di Cristo dal sepolcro, della quale prime
tesimoni furono appunto donne, crea una situazione della quale
non esistono precedenti. Il nome stesso di Gesù, Jeshua
Ben Josef in originale, era uno dei più comuni. Sarebbe
pensabile un'apologia di una divinità che si chiami Mario
Bianchi?
Criterio di conformità: Si
può ritenere autentico un detto o un gesto di qualcuno
qualora esso sia in stretta conformità con l'epoca e l'ambiente
linguistico, geografico, politico, sociale e culturale contemporaneo.
Ad esempio i Vangeli riflettono con chiarezza un ambiente sociale
(lavoro, abitazioni, professioni, stratificazioni sociali), linguistico
(substrato aramaico, schemi didattici orali) e religioso-politico
(rivalità Farisei-Sadducei, fanatismo e ritualismo, demonologia
ed angelologia, tensioni messianiche) fedele alla documentazione
archeologica ed extra evangelica che noi possediamo sulla Palestina
del I secolo.
Criterio di spiegazione necessaria:
Viene formulato così: "Se, di fronte ad un insieme
considerevole di fatti o di dati, che esigono una spiegazione
coerente e sufficiente, si offre una spiegazione che illumini
e disponga armonicamente tutti questi elementi (i quali, altrimenti,
rimarrebbero degli enigmi), si può concludere di trovarsi
in presenza di un dato autentico, (fatto, azione, atteggiamento,
parola).
Questo criterio, a dire il vero, non è altro che l'applicazione
nel campo del diritto o della storia del principio di ragion sufficiente.
La critica storica ritiene come accettabile l'interpretazione
che rende conto del maggior numero di fatti attestati da una documentazione
rigorosa.
Così questo criterio è in grado, tra l’altro,
di far luce su alcuni problemi difficili quali quelli della coscienza
messianica e della filiazione divina di Gesù. Infatti,
che spiegazione dare al fenomeno che, fin dall'inizio del cristianesimo,
negli Atti degli Apostoli, nelle lettere di Paolo, nelle formule
di fede più antiche, negli inni liturgici, nella predicazione
e nel nuovo comportamento degli apostoli, Gesù è
sempre presentato come il Cristo, il Signore e Figlio di Dio?
Siamo di fronte ad un accordo unanime.
Presumere che tutto ciò non sia altro che una generazione
spontanea, creazione di un'immaginazione esaltata, o frutto di
una fede senza radici, è più un "deus ex machina"
che una spiegazione vera e propria. È più economico
e più coerente pensare che tale accordo unanime della chiesa
primitiva abbia la sua ragion d'essere nell'esistenza stessa di
Gesù , ossia nelle sue parole e nelle sue opere. La conclusione
che si impone da un punto di vista di critica storica è
che l'applicazione dei criteri di storicità ai testi evangelici
prova che la quasi totalità del materiale contenuto risulta
come autenticamente appartenente alla vicenda di Gesù.
INCHIESTA
SUI VANGELI
Pochi
scritti tra tutti quelli che esistono, sono stati così
studiati, analizzati, discussi quanto i testi dei vangeli. Grazie
ad essi il messaggio cristiano si trova, dal punto di vista storico,
in una posizione di grandissimo vantaggio rispetto ad ogni altro
movimento o fatto religioso dell'antichità.
Il testo dei vangeli così come compare negli antichi codici
in nostro possesso, corrisponde a quello redatto dai quattro evangelisti?
A questo interrogativo risponde la cosiddetta critica testuale.
Di
nessun libro, sia dell'Antico che del Nuovo Testamento, possediamo
(come del resto di nessuna opera letteraria del mondo classico)
il manoscritto originale dell'autore, il cosiddetto "autografo".
Questo si spiega principalmente con il fatto che, essendo gli
scritti riportati su fragili papiri, erano soggetti ad un rapido
deterioramento).
Per di più, nessun testo profano fu perseguitato dalle
autorità civili come gli scritti cristiani, a causa della
legge imperiale che ordinava la consegna dei libri sacri. L'opera
fu così profonda da creare il termine di " traditore"
da tradere (consegnare), per coloro che avevano ceduto a questa
imposizione.
Abbiamo tuttavia copie antichissime dei manoscritti originali,
i cosiddetti "testimoni".
Tre sono i generi di testimoni che ci hanno trasmesso il testo
del N.T.: papiri e codici, citazioni, versioni. Possediamo più
di 2500 manoscritti contenenti il testo greco del N.T.
Ai fini della critica testuale sono importanti i circa 266 manoscritti
maiuscoli e gli 84 papiri. Elenchiamo i più antichi e perciò
i più importanti.
PAPIRI
P
52:
è il più antico manoscritto conosciuto del N.T.
Scoperto in Egitto, risale alla prima metà del II secolo
e contiene Giovanni 18,31-33.37-38; appartiene alla John Rylands
Library di Manchester. Esso prova che il IV vangelo, benché
scritto in Asia, era già conosciuto nella valle del Nilo
verso l'anno 120-130, e quindi non poté essere composto
più tardi della fine del I sec.
P 45 P 46 P 47:
chiamati " papiri di Chester Beatty perchè acquistati
in Egitto dall'inglese A. Chester negli anni 1930- 1931.
P 45 contiene gran parte dei Vangeli e degli Atti.
P 46 contiene gran parte delle Lettere di S. Paolo (86 fogli).
P 47 contiene parte dell'Apocalisse (10 fogli). I tre papiri
sono assai importanti per la loro antichità (prima metà
del II secolo) e per l'ampiezza dei testi in essi contenuti.
P 66:
papiro " Bodmer II ", conservato alla Biblioteca Bodmeriana
di Cologny (Svizzera). Scritto intorno al 200, comprende quasi
per intero Giovanni 1-14 e frammenti dei capitoli seguenti.
P 75:
papiro "Bodmer XIV-XV". Scritto all'inizio del III
sec., contiene gran parte di Luca e dei primi 15 capitoli di
Giovanni.
P 72:
papiro "Bodmer VII-VIII". Scritto nel III-IV sec.,
contiene il testo più antico finora ritrovato della Lettera
di Giuda e delle due Lettere di Pietro.
CODICI (3)
B (03):
codice Vaticano, conservato nella Biblioteca Vaticana. Contiene
il N.T. (con qualche lacuna); è del 300 circa.
S (01):
codice Sinaitico. Scoperto in due riprese (1844-1859) da C.
von Tischendorf nel monastero di S. Caterina sul Sinai, oggi
al British Museum di Londra. Contiene il N.T. completo; è
del IV sec.
A (02):
codice Alessandrino, conservato al British Museum. Contiene
il N.T. (salvo poche lacune); è del sec. V.
C (04):
codice palinsesto, detto "di Efrem riscritto" perché
nel sec. XII vi furono riscritte, dopo raschiatura, opere di
S. Efrem in greco. È conservato alla Biblioteca Nazionale
di Parigi. Contiene il N.T. con lacune; è del sec. V.
W (032):
codice di Washington, ivi conservato. Contiene i Vangeli nell'ordine
preferito dagli antichi in Occidente: Matteo, Giovanni, Luca,
Marco. é del sec. V.
D (05):
codice di Beza che lo donò nel 1581 alla Biblioteca dell'Università
di Cambridge, per cui è chiamato anche Cantabrigensis.
Contiene i Vangeli e gli Atti degli Apostoli: in greco nella
pagina destra e nella versione latina in quella di sinistra.
È del sec. VI.
D (06):
codice detto Claromontano, perché per lungo tempo rimase
nel monastero di Clermont; attualmente è nella Biblioteca
Nazionale di Parigi. Contiene le Lettere di S. Paolo, sia in
greco che nella versione latina. È del sec. VI.
CITAZIONI
Sono
brani del N.T. citati dagli antichi scrittori nelle loro opere.
Queste citazioni sono così numerose che unendole insieme
si potrebbe ricostruire il N.T. greco. Esse testimoniano come
la conoscenza dei vangeli fosse diffusa su di un'area geografica
molto vasta (dalla Spagna alla Mesopotamia e dall'Inghilterra
all'Egitto) e questo in un tempo in cui la divulgazione degli
scritti si presentava molto lenta e laboriosa.
VERSIONI
ANTICHE
Sono
traduzioni del testo greco. La loro importanza deriva dal fatto
che furono composte in un tempo non molto distante dalla redazione
degli originali. Alcune di esse risultano addirittura anteriori
ai codici più antichi. Esempio, la Vetus latina, ossia
la prima versione in latino del N.T., risalente al II secolo.
Da
quanto detto e da quanto verrà esposto in seguito risulta
che:
I
Vangeli risalgono al I secolo.
Infatti sono citati da autori del I e del II secolo che riferiscono
già una tradizione.
I Vangeli contenuti nei grandi codici del 300 sono fedeli a
quelli del I secolo.
Infatti confrontando fra di loro codici, papiri, terrecotte,
citazioni, versioni, ecc. (scritti in regioni ed ambienti assai
diversi e distanti fra loro), non emergono varianti sostanziali.
Segno dunque che derivano tutti da un'unica fonte: I'originale
del I secolo. Diversamente si avrebbero delle redazioni discordi.
Le ricerche della critica testuale hanno permesso la ricostruzione
di un testo il più possibile vicino all'originale. Abbiamo
così le edizioni critiche del N.T. accettate unanimemente
dagli studiosi. Es. quelle di A. Merk e di K. Aland.
Testi
privilegiati rispetto a tutti i libri dell'antichità
La
critica testuale conferma che i più antichi manoscritti
dei vangeli in nostro possesso sono di pochi decenni posteriori
agli stessi originali. Ad es., tra la data di composizione del
vangelo di Giovanni (95 d.C.) e il manoscritto più antico
pervenutoci vi è appena la distanza di trent'anni. E tra
il testo completo del Nuovo Testamento, contenuto nei grandi codici
di pergamena, e gli originali vi intercorrono appena 200-250 anni
mentre per i poeti e scrittori latini la distanza ammonta a 800-1100
anni. Anche nel caso più fortunato del poeta romano Virgilio
l'intervallo tra la stesura dell'originale e la copia più
antica che possediamo è di ben 350 anni.
LA
CRITICA LUNGO I SECOLI
Se
i documenti esaminati ci mettono in contatto con le testimonianze
su Gesù scritte nel I secolo, resta ora da affrontare una
questione essenziale. Poiché è dai vangeli in particolare
che possiamo attingere non solo la realtà storica del Rabbi
di Nazaret, ma soprattutto il suo straordinario messaggio, I'indagine
sulla loro veridicità è di primaria importanza.
Possiamo trovare in essi il vero volto di Gesù? Oppure
quello che ci descrivono è un Gesù ricostruito dalla
fantasia e dall'entusiasmo dei discepoli?
La domanda non è oziosa. Di fatto ci fu lungo i secoli
chi dichiarò inaccettabile la figura di Gesù così
come emerge dai vangeli.
Accenniamo molto brevemente alla storia di questa critica.
La
discussione sulla storicità di Gesù
Episodi
sporadici di rifiuto e di critica nei confronti di Cristo e dei
vangeli si verificarono già nel secolo Il e III per opera
dei filosofi pagani Celso e Porfirio. Questi denigrarono la figura
di Cristo considerandolo un impostore e contestarono i vangeli
ritenendoli un'invenzione priva di fondamento storico. Vigorosa
fu la replica cristiana specialmente per opera di Origene e di
Eusebio di Cesarea i quali confutarono tutte le accuse dei due
filosofi pagani.
A
questi primi attacchi seguì un lungo periodo di quiete.
Per 17 secoli si continuò a ritenere come veritieri e attendibili
i vangeli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni.
Fu con l'avvento dell'llluminismo che questi testi cominciarono
ad essere forte oggetto di critica. Sappiamo che per la mentalità
illuministica la ragione umana era l'unico criterio di verità.
In base a tale presupposto non era dunque più possibile
accettare il lato soprannaturale dei vangeli e cioè la
divinità di Gesù, i miracoli e la risurrezione.
Questo
metodo razionalistico applicato ai vangeli sorse e si sviluppò
in campo protestante per opera di H.S. Reimarus (1694-1768). Egli
introdusse una chiara e netta separazione tra il Gesù umano
e storico e l'elemento divino e soprannaturale. Considerò
Gesù un semplice uomo, anzi un agitatore politico che voleva
liberare Israele dal giogo dei Romani; fallito il tentativo morì
miseramente in croce. Furono i suoi seguaci ad attribuirgli falsamente
dimensioni divine e come Dio lo proclamarono e predicarono.
Nel
secolo scorso sorse la cosiddetta " scuola mitica "
il cui massimo esponente fu D.G. Strauss (1808/1874).
Secondo questa corrente non è necessario ricorrere al soprannaturale,
alla frode o alla soluzione naturalistica per spiegare la vita
di Gesù, perché essa è tutta radicata nel
" mito ". Gesù fu solamente un uomo il quale
ad un certo punto si autoconvinse di essere il Messia atteso dal
popolo ebreo e trasmise questa sua convinzione a un gruppo di
fedeli. Dopo la sua tragica fine i discepoli avrebbero continuato
a sostenere tale idea creandogli attorno tutta una serie di "
miti " e di racconti meravigliosi, trasformando l'uomo di
Nazaret in Figlio di Dio.
Di
poco posteriore fu la "scuola liberale" sorta ad opera
di A. Von Harnack, E. Renan e altri.
Essa considerò Gesù ed il suo messaggio di eccezionale
levatura morale, anzi il meglio di ciò che vi si può
trovare nella natura umana. Ma anche qui ci troviamo di fronte
alla negazione di quanto sfugge alI'ordine naturale: i miracoli
ad esempio furono considerati come racconti di valore simbolico
senza alcun fondamento storico.
Dobbiamo
anche ricordare la " scuola escatologica" sorta verso
la fine del secolo scorso i cui rappresentanti di rilievo, Wrede,
A. Schweitzer e Loisy, ridussero il vangelo ad un annuncio degli
ultimi tempi. Secondo costoro, Gesù sarebbe stato coinvolto
assieme ai Giudei del suo tempo, nell'attesa impaziente di un
grande cambiamento di cose, ossia la fine del mondo e l'inizio
di un mondo nuovo. Visto che la promessa di Gesù non si
avverava, i suoi discepoli avrebbero creato la Chiesa come istituzione
gerarchica con riti e dottrine fisse.
Accanto
a coloro che riducevano Gesù a semplice uomo, ci furono
altri studiosi che accettarono solo il Cristo annunciato e predicato
dai vangeli, disinteressandosi completamente del Gesù storico.
Esponente massimo di questa corrente fu R. Bultmann (1884-1976).
Quantunque
la maggior parte delle sue tesi fossero già presenti nei
lavori della critica precedente, egli le ha portate nella prospettiva
più radicale, affermando che i vangeli non sarebbero libri
storici, ma opere di catechesi e di predicazione create dalla
comunità cristiana primitiva. Gli evangelisti avrebbero
semplicemente raccolto le notizie formatesi riguardo a Cristo
inquadrandole in uno schema storico attraverso una manipolazione
marginale. Gli elementi storici e mitici si mescolerebbero in
modo tale da rendere impossibile la conoscenza del Gesù
storico. Infatti sarebbe stata la stessa comunità primitiva
a creare la tradizione su Gesù, alterandone irrimediabilmente
il volto e il pensiero tanto che appena se ne conoscerebbe con
certezza l'esistenza, la morte in croce e poco più.
Essa avrebbe circonfuso la figura di Gesù dell'aureo nimbo
della divinità. Nella memoria dei suoi fedeli, Gesù
sarebbe stato esaltato fino a diventare un Messia, un Redentore
e un Salvatore.
Occorrerebbe dunque, secondo Bultmann, eliminare questo rivestimento
mitico-letterario ormai superato in modo da reinterpretare e riscoprire
i racconti evangelici in termini adatti all'uomo moderno.
In ultima analisi l'unico e solo fattore determinante, secondo
Bultmann, sarebbe l'annuncio di salvezza contenuto nel vangelo
e per il quale l'esistenza storica di Gesù non avrebbe
alcuna importanza. A questa posizione è soggiacente il
concetto luterano di fede secondo il quale l'atto del "credere"
non deve appoggiarsi su motivi di ordine storico perché
altrimenti perderebbe il carattere di pura adesione a Dio.
A
partire dagli anni cinquanta un gruppo di discepoli di Bultmann
mise in discussione il sistema del maestro.
Soprattutto si deve a Käsemann l'avvio di un processo di
revisione che porterà a restituire, con dati critici più
precisi, I'originale continuità tra il Gesù vissuto
in Palestina e il Cristo annunciato dai vangeli.
D'altra parte non tutti gli studiosi si sono riconosciuti in quelle
posizioni estreme (che pure hanno dato notevoli contributi positivi),
ma parte della critica protestante e molta di quella cattolica
si sono mantenute su posizioni più moderate. Tuttavia il
dialogo tra le parti e la serietà dei rispettivi apporti
sono stati fecondi di risultati e hanno permesso di mostrare dove
si trovi la vera risposta al problema della storicità dei
vangeli. Questi scritti si presentano a noi, sí come un
annuncio di fede, ma di una fede che si esprime appunto nel ricordo
di quei fatti storici precisi, quelli riguardanti Gesù
di Nazaret.
Nelle pagine seguenti si vedrà come i risultati degli studi
più recenti mostrino che la fiducia nella veridicità
dei vangeli è solidamente fondata.
Come
sono nati i vangeli
Lo
studio critico dei vangeli richiede che si affrontino almeno nelle
linee essenziali la questione della loro formazione per poi passare
a delinearne le caratteristiche letterarie e infine saggiarne
la credibilità storica. Sappiamo infatti che il messaggio
di Gesù è arrivato ai primi cristiani attraverso
la viva voce dei testimoni diretti. In seguito, la vita e l'insegnamento
del Maestro furono messi per iscritto affinché si tramandassero
di generazione in generazione.
Nella
formazione dei vangeli si distinguono tre momenti:
1
Gesù, la sorgente, la sua parola viva pronunciata in
una lingua medio-orientale (l'aramaico), la sua vita, il suo
insegnamento.
2
La predicazione orale nella Chiesa primitiva iniziata dagli
apostoli per esplicito comando di Gesù.
3
La redazione dei vangeli, preceduta da scritti parziali ai quali
fa riferimento Luca nel prologo al suo vangelo.
L'esistenza
di questi tre momenti è stata riconosciuta dal magistero
della Chiesa in importanti documenti quali l'lstruzione della
Commissione Biblica (1964) e la Costituzione Dei Verbum del
Vaticano II.
1.
Gesù, la sorgente
Gesù
predica il Regno di Dio in parole ed opere. Non insegna solo nelle
sinagoghe come i rabbini, ma predica per le strade, percorrendo
i villaggi prima della Galilea e poi della Giudea. Sceglie ed
organizza un gruppo, i 12 apostoli i quali restando sempre con
lui, diventano i principali testimoni della sua vita e del suo
insegnamento.
Ad essi affida in modo particolare la missione di continuare la
sua opera con la guida e l'assistenza dello Spirito Santo.
2.
La predicazione orale nella Chiesa primitiva
La
predicazione orale fu una necessità impellente per la comunità
cristiana primitiva, il cui scopo era quello di far accogliere
l'evento Gesù, provocando e irrobustendo la fede.
Ammettere come fa Bultmann che una collettività anonima
possa creare e inventare liberamente il messaggio è contrario
alla realtà.
Infatti una collettività anonima non è in grado
da se stessa di creare una tradizione dottrinale e letteraria.
"La folla può imporre a una dottrina i suoi modi di
espressione popolare, ma è necessario che essa riceva questa
dottrina, e non è capace di crearla" .
All'origine di tutti i grandi movimenti di pensiero e di azione
c'è sempre un iniziatore (che sarà Platone, Maometto,
Budda o Marx, ecc.). Inoltre, sempre secondo Bultmann, si darebbe
per scontata la scomparsa dei testimoni.
"E allora, in questi primissimi tempi, non c'era più
nessuno tra i cristiani che avesse conosciuto Gesù? E gli
Apostoli? e i discepoli? e i numerosi anonimi della folla che
lo avevano veduto, lo avevano sentito, dov'erano andati? ... nulla
autorizza a credere che essi siano scomparsi tutti come per incanto
nei 5 o 10 anni che hanno seguito la dipartita del Maestro ...
Fin verso l'anno 60 Paolo incontra a Gerusalemme Giacomo, fratello
del Signore, e con lui altri discepoli. E a Damasco e ad Antiochia,
in queste comunità ellenistiche nelle quali viene trasportata
la tradizione per farla proliferare più facilmente, non
sono stati dei cristiani di Palestina a predicare la fede?".
È ancora Paolo che ci informa, nella I a lettera ai Corinzi
(15,6) scritta verso il 56, che la maggior parte dei testimoni
della risurrezione di Gesù è ancora vivente.
In realtà la comunità cristiana primitiva si presenta
come un gruppo ben strutturato che ha le proprie guide religiose
perfettamente identificate: gli apostoli e i loro inviati. Essi,
in quanto custodi dell'integrità della dottrina, intervengono
nella vita della comunità stessa e nelle idee riguardo
a Cristo, approfondendo ma anche correggendo. Quanto ad essa viene
trasmesso risale dunque agli apostoli quali testimoni diretti
della vita di Gesù.
Questi ultimi, già riuniti in gruppo prima della Pasqua,
sono stati formati direttamente da Gesù e sono stati testimoni
della sua vita e della sua risurrezione. "Noi, dice Pietro,
siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione
dei Giudei e in Gerusalemme" (Atti 10,39).
Così nell'elezione del successore di Giuda: "''Bisogna
dunque che tra coloro che ci furono compagni per tutto il tempo
in cui il Signore Gesù ha vissuto in mezzo a noi, incominciando
dal battesimo di Giovanni fino al giorno in cui è stato
di tra noi assunto in cielo, uno divenga, insieme a noi, testimone
della sua risurrezione". Ne furono proposti due ... Gettarono
quindi le sorti su di loro e la sorte cadde su Mattia, che fu
associato agli undici apostoli" (Atti I ,21 .23.26).
La trasmissione del messaggio in seno alla Chiesa primitiva venne
effettuata mediante tre attività fondamentali: la liturgia,
preghiera comunitaria; la catechesi o l'approfondimento della
fede stessa per i cristiani; il kerigma, la predicazione, ossia
il primo annuncio della fede ai non cristiani. A queste tre attività
corrispondono tre ambienti vitali diversi: il culto, la catechesi,
la missione.
Fu in essi che la tradizione evangelica venne formandosi e da
essi ricevette le sue diverse colorazioni. Inoltre, a seconda
degli ambienti, giudaico o pagano cui era indirizzato, I'annuncio
si diversificò al fine di favorirne la comprensione. Così
ai giudei era necessario ricordare i legami di Cristo con l'A.T.,
ai pagani la dottrina di Dio uno e Padre di tutti.
Inoltre il messaggio venne espresso in modo facile a tramandarsi
a memoria. Non dimentichiamo che per gli antichi orientali era
molto più importante la parola che lo scritto. La comunicazione
avveniva mediante lo stile " mnemotecnico " così
chiamato perché destinato ad aiutare il ricordo della parola
pronunciata. Anche Gesù come gli altri rabbi ha usato questo
metodo per trasmettere il suo messaggio.
Nei vangeli si riscontrano pertanto certi procedimenti ritmici
della trasmissione orale quali: la ripetizione in forme diverse
di una stessa idea, I'articolazione di un discorso mediante ritornelli,
parole chiave, sentenze, parallelismi che facilitano l'apprendimento
mnemonico.
Esempio: "Ogni albero buono produce frutti buoni, ogni albero
cattivo produce frutti cattivi. Un albero buono non può
produrre frutti cattivi, un albero cattivo non può produrre
frutti buoni" (Mt 7,17-18). Un altro esempio è offerto
da brano del "giudizio finale" contenuto nel vangelo
di Matteo (25,31-46) la cui struttura letteraria può dare
al lettore moderno un senso di monotonia.
Le due lunghe liste delle opere di misericordia vengono messe
in contrapposizione nel senso che la seconda è costituita
dalla inadempienza della prima: "ebbi fame e mi deste da
mangiare. . . ebbi fame e non mi deste da mangiare... ".
Notiamo qui una specie di rima non esteriore ma interiore, è
il parallelismo, tecnica frequentissima che favorisce il ricordo.
La
redazione dei vangeli
Accanto
alla predicazione orale cominciarono a formarsi brevi testi scritti:
detti di Gesù (logia), parabole, narrazione di miracoli,
dispute, risposte a quesiti, ecc.
Prima della Pasqua Gesù formulò e insegnò
i "detti " ai suoi discepoli i quali li raccolsero poi
in appunti scritti.
Anche Luca nella prefazione al suo vangelo fa riferimento a vari
tentativi di scritti evangelici fatti prima di lui: "Poiché
molti han posto mano a stendere un racconto degli avvenimenti
successi tra noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono
testimoni fin da principio e divennero ministri della parola,
così ho deciso anch'io di fare ricerche accurate su ogni
circostanza fin dagli inizi e di scriverne per te un resoconto
ordinato, illustre Teofilo, perché ti possa rendere conto
della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto"
(Lc I,1-4).
Studi
recenti hanno fatto rilevare, in particolare in riferimento ai
vangeli di Matteo, Marco e Luca, come da queste piccole e brevi
unità letterarie se ne dovettero sviluppare altre più
ampie con l'accostamento e l'aggiunta di elementi nuovi. Alcuni
detti di Gesù potevano infatti essere riuniti per formare
un discorso, altri ancora richiedevano una parte narrativa che
ne sottolineasse il significato e la comprensione. Si ritiene
concordemente che il primo nucleo dei vangeli fu il racconto della
Passione-Morte-Risurrezione di Gesù. Questo perché
la prima necessità degli apostoli fu quella di testimoniare
che Gesù dopo la sua morte era veramente risorto.
"Poco
alla volta nacquero delle unità letterarie che è
ancora possibile, almeno in parte, identificare. Le parole di
Gesù vennero raggruppate in composizioni sempre più
ampie ... altre sentenze furono trasmesse, "inquadrate"
in un breve racconto, ove l'importanza non è il fatto,
ridotto quasi a semplice cornice, ma il detto.
È naturale che, sempre a scopo catechetico, anche i miracoli
siano stati raggruppati in unità, ancor oggi riscontrabili
(Mc 4,35-5,43; Mt 8,1-9,34), analoghe a quelle che conservarono
e tramandarono le parabole, soprattutto le più diffuse,
le più conosciute e sfruttate della catechesi (Mc 4,1-34;
Mt 13,1-51)". Quando poi queste raccolte parziali furono
riunite nella più vasta narrazione evangelica, esse finirono
col trovare una diversa collocazione nei diversi vangeli, e questo
spiega, in parte, le imprecisioni e le divergenze esistenti nelle
indicazioni di tempo e di luogo.
La
redazione scritta dei vangeli fu oggetto di esame specifico da
parte di un gruppo di studiosi verso il 1950, i quali diedero
origine ad un nuovo metodo di indagine chiamato " Storia
della Redazione". Questa disciplina sottopone al vaglio la
redazione dei vangeli partendo dall'opera scritta nella sua forma
attuale e ne ripercorre le fasi di composizione.
Attraverso questo metodo si è giunti a dimostrare come
priva di fondamento la visione riduttiva della Scuola delle Forme
che relegava gli evangelisti al ruolo di semplici compilatori.
Si
è potuto rilevare come ogni evangelista abbia dato alla
propria opera un'impronta teologico-pastorale dovuta alla personale
esperienza di Cristo, alle possibilità filologiche e al
materiale orale e scritto di cui disponeva. Inoltre ciascun scrittore
ha adattato il proprio vangelo alle esigenze delle comunità
cui era indirizzato.
Questa libertà redazionale appare tuttavia moderata e motivata
e comunque sempre all'insegna della fedeltà al messaggio
e alla vita di Gesù (6).
Gli evangelisti infatti hanno riferito nelle loro opere quanto
hanno ricevuto senza cercare di accordare tra loro le singole
affermazioni, cosa che avrebbero fatto se fossero stati loro gli
inventori del testo.
Inoltre si è già fatto rilevare come nella comunità
primitiva gli apostoli abbiano sempre esercitato un controllo
affinché il messaggio di Gesù fosse trasmesso fedelmente.
Un
altro fattore di fedeltà si ricava dall'arcaicità
del contenuto. I vangeli sinottici, anche se redatti circa trenta,
quarant'anni dopo la morte di Cristo, contengono, in parte, materiale
molto antico che non riflette la situazione esistente al momento
della loro redazione, ma quella dei tempi di Gesù. Se si
confrontano i Vangeli con le Lettere di Paolo e si ricorda che
questi, scritti successivamente, riflettono un mondo precedente
al 70 e una teologia anteriore agli approfondimenti della speculazione
paolina, si elimina il dubbio di una ricostruzione posteriore
di questo quadro d'insieme.
I
quattro vangeli
I
detti e i fatti di Gesù, tramandati oralmente e già
parzialmente scritti, formarono il materiale a cui gli evangelisti
attinsero per comporre i loro vangeli.
Mentre il vangelo di Giovanni sta a sé per la singolarità
della struttura e del contenuto, i vangeli di Matteo, Marco e
Luca hanno un particolare rapporto di somiglianza, per questo
sono detti sinottici. In greco syn-opsis = sinossi, vuol dire
con-visione; infatti se disponiamo i loro testi su colonne parallele
e li leggiamo confrontandoli tra loro, constatiamo che essi hanno
molto di comune e insieme molto di diverso. Questa concordia-discorde
segnala l'esistenza di dipendenze letterarie e di fonti comuni
e proprie di ciascun vangelo.
Tra le teorie che cercano di spiegare le somiglianzediscordanze
dei sinottici, una delle più diffuse è la "teoria
delle due fonti".
Secondo questa ipotesi, il vangelo di Marco (il più antico
dei vangeli pervenutici) sarebbe stato utilizzato da Matteo e
Luca come fonte principale della loro narrazione. Essi inoltre
avrebbero attinto da un'altra fonte comune, la " fonte dei
logia" (la cossidetta " Fonte Q ", forse identificabile
con la prima edizione del vangelo di Matteo in lingua aramaica).
Ogni evangelista, infine, farebbe capo a fonti proprie dovute
in parte alla tradizione catechetica della Chiesa primitiva già
saldamente costituita.
MATTEO.
La tradizione della Chiesa antica ha attribuito a Matteo la redazione
di un vangelo in lingua aramaica, il quale però non ci
è pervenuto. Questo scritto ci è noto dalle testimonianze
di Papia, Ireneo e Origene (cit. da Eusebio in St. Eccl. Ill,
39,15-16; V, 8,2-4; Vl, 25,3). Afferma Papia, il più antico
dei tre: "Matteo dunque ordinò i detti (di Gesù)
in lingua ebraica".
Invece il testo che possediamo risulta redatto in greco, dopo
il 70 e si può considerare una rielaborazione dello scritto
aramaico con aggiunte provenienti da altre fonti. È un
vangelo che ha alla radice elementi palestinesi facilmente riconoscibili,
scritti in ambiente ebraico per ebrei. Lo attesta la presenza
di un gran numero di citazioni dell'Antico Testamento, volte a
provare che Gesù è il Messia preannunciato dai profeti.
Quanto al contenuto, Matteo ha il quadro narrativo di Marco, nel
quale inserisce i celebri cinque discorsi: il "discorso della
montagna" (cap. 5-7); il "discorso missionario"
(cap. 10); il "discorso in parabole" (cap. 13); il "discorso
ecclesiale" (cap. 18); il "discorso escatologico"
(capp. 24-25).
MARCO.
Prima dell'anno 70 Marco scrive con tutta probabilità a
Roma per una comunità cristiana convertitasi dal paganesimo.
Il suo vangelo che secondo l'antica tradizione dipende dalla predicazione
di Pietro, è il più antico e il più breve
dei vangeli che possediamo. Volendo presentare il messaggio e
la figura di Gesù ai cristiani di Roma ha cura di riportare
numerosi miracoli confidando nella loro capacità di esprimere
il dinamismo dell'opera di Gesù, ossia di sottolineare
che dove passa Gesù l'umanità cambia. In sintesi,
il contenuto di questo vangelo si può ritenere una presentazione
narrativa della vita di Gesù dal Battesimo di Giovanni
sino agli eventi della Passione.
LUCA.
Compagno di Paolo e medico secondo l'antica tradizione, scrive
anch'egli per una comunità di cristiani provenienti dal
paganesimo. La datazione del suo vangelo si può collocare
intorno all'anno 75. Egli presenta Gesù come il salvatore
misericordioso delI'umanità. Nel suo vangelo trovano un
posto privilegiato i poveri e i peccatori. Sono sue le toccanti
parabole della misericordia e gli episodi di perdono: la peccatrice
innominata (7,36-50), il figlio prodigo (15,11-32), la conversione
di Zaccheo (19,1-10), il buon ladrone (23,39-43). Inoltre Luca
al pari di Paolo sottolinea l'universalità della salvezza,
destinata a tutti e non ai soli Giudei.
GIOVANNI.
Il quarto vangelo contiene la parola di Gesù secondo l'approfondimento
e la presentazione basata sulla testimonianza del "discepolo
che Gesù amava", identificato dalla antica tradizione
nell'apostolo Giovanni.
"L'aspetto che maggiormente caratterizza il quarto vangelo
sta forse nei discorsi di Gesù, nel modo con cui egli parla
di se stesso, del Padre e della sua missione ... [Qui si svela]
la vera realtà di Gesù, presentata gradualmente
negli altri Vangeli ... e balza nettamente in primo piano: che
Gesù è il Figlio di Dio venuto nel mondo per rivelare
il Padre. Chi vede lui vede il Padre; chi non crede a lui non
crede al Padre. Egli è la vera luce del mondo, il buon
pastore, la vera vite, il pane disceso dal cielo...".
Si pensa comunemente che questo vangelo sia stato scritto nella
zona di Efeso in Asia Minore. Certo è rivolto ad una comunità
cristiana già matura nella fede che si doveva misurare
con le prime eresie.
La data di composizione risale verso gli anni 90-100. La critica
del secolo scorso che aveva voluto relegare il vangelo di Giovanni
al II o addirittura al III secolo e farlo dipendere da ambienti
gnostici a motivo del linguaggio singolarmente elevato, è
ormai completamente superata.
Infatti "malgrado la distanza di circa 60 anni, che separa
la redazione di questo Vangelo dalla vita storica di Gesù,
la sua narrazione diffonde un gran senso di veridicità
e di autenticità". Quanto più la si legge,
tanto più ci si conferma nell'opinione di trovarsi vicini
alla realtà storica proprio come nel caso dei sinottici,
sebbene questi siano stati scritti in un'epoca anteriore.
Il
rinvenimento di papiri egiziani del II sec. contenenti testi di
Giovanni, ha dimostrato che a quell'epoca il quarto vangelo era
già diffuso nel Medio Egitto, per cui l'originale dovette
aver visto la luce tra il I e il Il secolo.
Nella biblioteca di John Ryland, a Manchester, si è scoperto
nel 1935 un papiro scritto su ambedue i lati con un brano del
cap. 18 di Giovanni. Il foglio scritto in Egitto intorno agli
anni 125 era evidentemente una pagina completa del vangelo di
Giovanni. Nel 1955-56 fu scoperto nella biblioteca di Bodmer a
Cologny-Genève un manoscritto con i primi 14 capitoli del
medesimo vangelo, risalente alla fine del II secolo.
Altri
ritrovamenti di manoscritti appartenenti alla comunità
degli Esseni e rinvenuti a Qumran presso il Mar Morto hanno dimostrato
inoltre che il linguaggio di questo vangelo era effettivamente
in uso in alcuni ambienti giudaici del I secolo.
Nelle grotte di Qumran sono stati trovati, a partire dal 1947,
resti di circa seicento manoscritti databili dal II sec. a.C.
al I d.C. Verosimilmente vi furono trasportati e nascosti dagli
stessi monaci all'approssimarsi dei Romani che nel 68 d.C. distrussero
il loro monastero. Alcuni di questi manoscritti riproducono libri
interi o brani dell'Antico Testamento, mentre altri riguardano
la vita e le convinzioni religiose della setta degli Esseni. Da
questi scritti trapela il pensiero escatologico della comunità,
dominato da un'attesa imminente di un urto finale tra la verità
e la menzogna. Inoltre vi si riscontrano molte affinità
letterarie con il linguaggio del quarto vangelo come i dualismi:
"luce e tenebre", "verità e menzogna",
"spirito e carne".
Non si può tuttavia sostenere - come alcuni hanno tentato
di fare - una dipendenza del cristianesimo dall'essenismo. Ipotesi
ampiamente rinnegata in quanto l'esame attento dei testi ha fatto
emergere differenze enormi e sostanziali, mentre le somiglianze
sono puramente esteriori. L'essenismo è la fede di un gruppo
di eletti che si isola dal mondo esterno, che aborrisce ogni contatto
con gli estranei. Il cristianesimo è radicalmente il suo
contrario: Gesù non ha estranei, mangia e beve con i peccatori,
offre la nuova alleanza a tutti gli uomini di buona volontà.
Per
comprendere meglio i vangeli è necessario fare un accenno
alla questione del genere letterario.
"In ogni tempo e in tutte le letterature, ci si è
resi conto più o meno confusamente della diversità
dei generi letterari. Un'arringa, un dramma, un poema lirico,
un testo legislativo, un capitolo di Tito Livio esigono commenti
differenti".
Anche
nella Bibbia ci sono i generi letterari più disparati.
Accanto a narrazioni storiche si trovano testi di leggi, proverbi,
racconti edificanti. "Lo studioso e il divulgatore della
verità biblica dovrà quindi indagare accuratamente
e coscienziosamente il genere letterario di un racconto e cercare
inoltre di conoscere con esattezza anche il particolare modo di
pensare e di scrivere, il modo di esprinersi figurativo-simbolico
della corrispondente "forma letteraria"... Solo quando
riuscirà a penetrare attraverso la parete non sempre trasparente
delle immagini scritturistiche [data dallo stile sublime e immaginoso
degli scrittori orientali ], egli giungerà alla conoscenza
della verità biblica".
Cerchiamo
ora di precisare in che cosa i vangeli costituiscono un genere
letterario "specifico". Infatti "non si possono
identificare con nessuno dei generi letterari antichi... Nel Nuovo
Testamento, i vangeli rappresentano un caso unico. Gli altri scritti
fanno capire che non sono privi di informazioni sulla vita di
Cristo; in fondo, però, è l'evento della croce e
della resurrezione che richiama la loro attenzione, mentre il
resto dell'attività del Cristo è appena accennato.
Solo i vangeli manifestano un chiaro interesse all'attività
terrena del Cristo. D'altro canto, i redattori dei vangeli non
sono degli scrittori che lavorano al tavolino, in base a documenti
di archivio e con la preoccupazione di scrivere una vita completa
di Gesù, dalla nascita alla morte. È un fatto che,
nei vangeli, non ci si dilunghi sulle origini di Gesù,
sulla sua formazione, il suo carattere e la sua personalità.
Non è reperibile una cronologia precisa e neppure una topografia,
dati che sono, tuttavia, fondamentali in storia. Le indicazioni
di tempo e di luogo rimangono nel vago, nel generico: "in
seguito, in quel tempo, poi, a casa, sul lago, per istrada, sulla
montagna".
Queste ed altre espressioni simili per lo più sono da prendere
come formule di transizione.
Dunque
i vangeli, pur non essendo dei protocolli storici nel senso della
storiografia moderna (non sono opere di storia come la si scriverebbe
oggi), tuttavia rientrano nel genere storico ossia nel genere
della narrativa di fatti realmente accaduti. Vogliono raccontare
ciò che Gesù ha detto e fatto, ma il loro genere
letterario è del tutto particolare perché hanno
un carattere di annuncio e di confessione e il loro scopo è
di provocare la decisione alla fede.
Nella loro qualità di scrittori e di uomini, la cui esistenza
è stata afferrata da Cristo, "gli Evangelisti non
hanno redatto i loro vangeli senza una partecipazione religiosa.
ll loro genere letterario, il loro temperamento religioso, il
loro entusiasmo per Cristo hanno formato il mezzo attraverso il
quale Dio voleva che il messaggio di Cristo si propagasse ed assumesse
la sua configurazione letteraria con un accento tutto particolare".
Poiché,
come si è detto, "i vangeli assumono di proposito
la forma narrativa propria della storia per descrivere l'attività
terrena di Gesù di Nazaret, agli esordi, nel ministero
pubblico e nella tragica fine, vanno incontro alla conseguenza
di esporre il genere letterario "vangelo" al condizionamento
e agli interrogativi della storia. Riconoscendo la storicità
come dimensione della salvezza in Gesù Cristo, i vangeli
si sottomettono ai criteri dell'indagine storica".
CHI È GESÙ RACCONTATO
DAI VANGELI
Nel
corso di questa breve indagine abbiamo visto come ci fu chi volle
relegare Gesù tra le figure della leggenda. Ora, invece,
gli esperti con i nuovi criteri di indagine hanno rafforzato la
fiducia nella storicità dei vangeli.
Dallo
studio critico dei vangeli l'immagine che di Cristo emerge non
è solo quella di un personaggio appartenuto alla storia
e di cui è stato trasmesso fedelmente il messaggio. Gesù
non compare semplicemente come un grande uomo, un grande maestro
di morale e neppure come la figura umana più affascinante
che sia mai apparsa sulla terra. Nelle sue parole e nelle sue
opere egli fa intravvedere l'identità misteriosa della
sua persona. Chi è dunque?
L'asserto
della critica razionalistica che vorrebbe porre all'origine della
divinità di Gesù l'entusiasmo dei discepoli, si
rivela infondato. Un esame spassionato del Nuovo Testamento approda
alla conclusione che in esso la Divinità di Cristo è
vigorosamente attestata nella varietà dei modelli, schemi
e titoli cristologici. È anche possibile documentare che
la fede in Gesù, Figlio di Dio, non è il frutto
della progressiva divinizzazione di colui che originariamente
sarebbe stato un semplice uomo. Né questa divinizzazione
sarebbe stata possibile tenendo presenti le circostanze storiche
e geografiche nelle quali si sviluppò la fede cristiana.
L'ambiente ebraico, nel quale si formò la prima cristologia,
era assolutamente refrattario all'idea dell'attribuzione della
divinità a qualcun altro al di fuori di Jahvé. Il
processo di divinizzazione inoltre richiede un certo periodo di
tempo, necessario per il formarsi di tradizioni leggendarie e
mitiche. Ora, questo lasso di tempo non sussiste in riferimento
al formarsi della professione di fede nella divinità di
Cristo. Essa è attestata, almeno generalmente, dalle antichissime
professioni di fede, dal kerigma primitivo e dagli inni della
prima liturgia cristiana. D'altra parte, quanto afferma la più
antica tradizione su Gesù Cristo non è niente altro
che il legittimo e omogeneo sviluppo di quanto era contenuto in
maniera embrionale nel messaggio e nell'azione del Gesù
storico".
Già durante la vita terrena Gesù ha fatto trasparire
dal suo atteggiamento e comportamento la propria identità
divina.
A
differenza dei rabbini, che si limitavano a interpretare la Legge
ritenuta vincolante e assoluta, Gesù colloca, accanto alla
parola della Legge, la sua parola, alla quale attribuisce la stessa
autorità divina: "Avete inteso che fu detto... ma
io vi dico" (Mt 5,21 ss.) ... Gli uditori percepirono che
nelle parole di Gesù sulla Legge c'era qualcosa di nuovo:
"Una dottrina nuova insegnata con autorità (exousia)"
(Mc 1,27)".
Opera
miracoli: guarisce il paralitico di Cafarnao, il cieco di Gerico,
restituisce la vita a Lazzaro, ecc. Si attribuisce esplicitamente
il potere di perdonare i peccati tanto da far dire: "Costui
bestemmia!" (Mc 2,7). Occorre considerare attentamente anche
il significato dei miracoli nel contesto della predicazione e
dell'azione di Gesù. Essi significano, in maniera tangibile,
la signoria di Dio che irrompe in questo mondo per risanare l'uomo
integralmente.
"Ora, perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il
potere sulla terra di rimettere i peccati, ti ordino - disse al
paralitico - alzati, prendi il tuo lettuccio e va' a casa tua"
(Mc 2,10-11). Agisce in giorno di sabato lasciando intendere di
essere superiore alla Legge e ai Profeti. "ll Figlio dell
'uomo è signore anche del sabato" (Mc 2,28).
Sa
di essere il Figlio di Dio? Ciò appare soprattutto dal
modo in cui si rivolge a Lui chiamandolo con il nome di Abbà
(papà), espressione assolutamente esclusiva di Gesù
e mai usata da nessun altro.
Inoltre Gesù distingue sempre la sua filiazione divina
da quella degli altri uomini: Padre mio e Padre vostro. Particolarmente
eloquente è al riguardo la parabola dei cattivi vignaiuoli
(Mc 12,1 ss). Dopo aver inviato ripetutamente dei servi (= i profeti),
il padrone della vigna (= Dio) invia il figlio prediletto, unico
erede (= Gesù). Paragonati a Gesù, i profeti sono
dei servi. Lui solo è il Figlio. Davanti al Sinedrio alla
domanda del Sommo Sacerdote: "Sei tu il figlio del Benedetto?"
Gesù risponde: "Io lo sono" (Mc 14,61-62). Tale
risposta viene intesa come aperta dichiarazione di divinità
tanto da procurargli la condanna a morte.