Inchiesta su Gesù
 
 
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...VOI CHI DITE CHE IO SIA?...

Per comprendere chi è Gesù, dobbiamo innanzitutto interrogare il suo messaggio. Leggendo attentamente i vangeli, soprattutto i sinottici (Matteo, Marco e Luca), balza facilmente agli occhi che l'argomento preferito da Gesù nella sua predicazione consiste nell'avvisare i suoi ascoltatori che sta per accadere qualcosa di veramente nuovo e straordinario .Si tratta di un avvenimento che Dio stesso sta per compiere a favore di tutti gli uomini e che interessa ciascuno in modo così totale da richiedere subito una decisione nei suoi confronti. Questo evento che sta così a cuore a Gesù tanto da farne il tema centrale delle sue conversazioni sia con i discepoli sia con quanti si accalcano ad ascoltarlo: è l'annuncio che "il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino " (Mc 1,15).

Che cosa significa Regno di Dio?

Nei vangeli Gesù non dà mai spiegazioni al riguardo. Segno che i suoi interlocutori non ne avevano bisogno perché parlava loro di qualcosa di ben conosciuto. Israele effettivamente attendeva il " regno di Dio " come compimento dei beni promessi da Dio stesso ai suoi antenati, ossia l'instaurazione di un regno di libertà, di giustizia e di pace.
"Nella visione dell'Antico Testamento, ripresa con maggior vigore da Gesù, solo se è Dio a regnare, l'uomo non è più schiavo ma veramente libero. Solo se Dio è riconosciuto Signore, domina la giustizia, compendio di ogni virtù, e di conseguenza la pace e il benessere ". Come si sarebbe dovuta concretizzare questa comune speranza? Su questo punto esistevano tra gli ebrei profonde divergenze: chi la concepiva come liberazione politica, chi vi attribuiva un significato esclusivamente morale e chi invece la riteneva realizzabile solo in un mondo futuro. Infatti:

  • per i Farisei il regno di Dio sarebbe venuto quando Israele avesse praticato in modo perfetto la legge di Dio;
  • per gli Zeloti il regno di Dio si sarebbe manifestato nella sovranità religioso-politica di Israele, ottenuta anche con la lotta armata e con la cacciata dei romani;
  • per gli Apocalittici il regno di Dio sarebbe coinciso con la fine di questo mondo, e con la venuta dei cieli nuovi e della terra nuova, di cui si scrutavano con cura i segni premonitori.


Gesù, pur annunziando che le promesse stanno per realizzarsi, tuttavia si discosta nettamente da tutte queste interpretazioni del "regno" imprimendovi un senso che oltrepassa ogni aspettativa. Egli proclama che Dio è sceso accanto agli uomini ed ha inaugurato un modo nuovo di rapportarsi con loro, un modo fatto essenzialmente di amicizia, di solidarietà e di perdono. Tutti, nessuno escluso, sono urgentemente chiamati ad accogliere tale invito, orientando verso di esso il proprio progetto di vita. Ma c'è di più. Il "regno" non è solo alle porte, ma è già presente e operante tra gli uomini. Qui sta la novità sorprendente: Gesù non è solo l'annunciatore di un evento di per sé eccezionale, ma che sarebbe pur sempre esteriore a lui. Dalle sue parole, dai suoi gesti, da tutto il suo modo di comportarsi, egli lascia intendere che il regno di Dio si fa presente nella sua stessa persona. Di qui lo scandalo patito da tanti dei suoi uditori, i quali si trovano di fronte ad un uomo in carne ed ossa che pretende di dichiarare se stesso come la risolvente dei massimi problemi; degli altri uomini suoi simili e l'unico datore di senso (di un senso definitivo) all'esistenza umana.

Chi è dunque costui? Non solo uno che per tutta la vita parla ed agisce in nome di Dio, ma uno che si identifica con la stessa parola e lo stesso agire di Dio in mezzo agli uomini.

I MIRACOLI Dl GESÙ

Una persona la si conosce non solo da quello che dice ma molto di più da quello che fa. Per questo rivolgiamo subito l'attenzione a quel particolare agire di Gesù, così legato al suo messaggio, quali sono i miracoli. Vediamo innanzitutto di quali fatti si tratta.

Un buon numero di miracoli si riferisce a guarigioni da malattie: sono prontamente risanati lebbrosi, paralitici, ciechi, epilettici, sordomuti e altri, affetti da mali non identificabili. In tre casi si tratta addirittura di morti che tornano a vivere, morti già sepolti o di cui si sta celebrando il funerale.

Un altro gruppo si riferisce alla liberazione di alcuni indemoniati. Facilmente anche in questi casi si tratta di guarigioni da malattie le quali secondo la mentalità giudaica del tempo erano causate da spiriti maligni. Questo dato non esclude comunque che in taluni casi Gesù abbia realmente praticato l'esorcismo.

Un'ultima serie di prodigi si riferisce a interventi sulla natura: Gesù calma una tempesta sul lago, provvede il pranzo per migliaia di persone moltiplicando pochi pani, consola i discepoli con una pesca eccezionalmente abbondante dopo una notte passata inutilmente sul lago, trasforma l'acqua in vino durante un pranzo di nozze.

Perché Gesù ha operato miracoli?

Gesù aveva detto: il regno di Dio è in mezzo a voi, cioè quel nuovo rapporto tra Dio e gli uomini, ripetutamente promesso nell'Antico Testamento, ora finalmente inizia a realizzarsi. llluminante a questo proposito è l'episodio accaduto nella sinagoga di Nazaret. Gesù legge il brano di Isaia in cui veniva promessa la liberazione ai prigionieri, la vista ai ciechi, la libertà agli oppressi, e afferma che in lui si è adempiuta quella Scrittura (Lc 4,16-21). In questa prospettiva i miracoli acquistano il senso chiaro di realizzazione delle promesse. Gesù opera miracoli come segni visibili e tangibili di quel "regno" che in lui ha già cominciato a concretizzarsi. Guarire le infermità del corpo, sconfiggere le forze demoniache, eliminare il male nelle sue forme estreme quali il peccato e la morte, sono certamente opere di bene e di salvezza. Esse indicano alla piccola folla di beneficati da Gesù e nello stesso tempo a tutti coloro che si sentono apparentemente esclusi da tale privilegio (ed è tutto il resto dell'umanità) che dove Dio è accolto, l'uomo è colmato nelle sue aspirazioni più profonde. Va tuttavia precisato, a scanso di equivoci o di possibili illusioni, che i miracoli di Gesù sono i segnali anticipatori di un evento, il regno di Dio, che è in via di realizzazione. Essi indicano quali sono i destini ultimi dell'uomo e del mondo. Già quindi nella presente condizione ognuno di noi è invitato a leggere questi segni come rivelazione della potenza di Dio che già si manifesta nella nostra storia concreta e che rende così singolarmente fondata l'attesa di una vita liberata da ogni male.

Storicità dei miracoli

Non sembra inutile indagare su quanto è attestato concordemente da tutti i vangeli; in essi sono raccontati una trentina di fatti prodigiosi operati direttamente da Gesù, ma è pure detto che il loro numero effettivo è molto superiore.

Un orecchio come il nostro, avvezzo a privilegiare il metodo scientifico, si può trovare facilmente in una situazione di dubbio. Saranno storia o frutto di una mentalità primitiva portata ad esagerare e colorire i fatti?

Che la narrazione di questi episodi si riferisca sostanzialmente a una realtà storica è desumibile da una prima considerazione:
da un punto di vista letterario e contenutistico, i miracoli sono così profondamente collegati e compaginati con la trama dei Vangeli che, senza di essi, i Vangeli perderebbero la loro consistenza. Il Vangelo di Marco, ad esempio, è composto per oltre metà da racconti di miracoli. R. Latourelle ha argutamente fatto osservare che, senza miracoli, il Vangelo di Marco "sarebbe come l'Amleto di Shakespeare senza il principe di Danimarca".

Buona parte dei miracoli di Gesù hanno avuto un carattere pubblico; ora non risulta che alcuno dei suoi contemporanei abbia mai contestato la realtà di tali fatti. Inoltre essi si inseriscono in un preciso contesto storico e geografico. A favore dell'autenticità storica dei miracoli gioca pure il carattere di estrema sobrietà con la quale vengono compiuti e quindi descritti. Gesù non cede mai al gesto spettacolare o magico, né alle pressioni di chi chiede i prodigi per poter soddisfare un certo qual gusto del sorprendente. Le parole e le azioni di Gesù sono semplici, discrete, ridotte all'essenziale, volte a soccorrere l'uomo in necessità. Al lebbroso che lo supplica di guarirlo, risponde con un semplice gesto della mano e con l'espressione: "Lo voglio, guarisci" (Mc 1,42).
Ancor più sobria è la menzione della guarigione della suocera di Pietro, in preda a una forte febbre. Gesù entra nella casa del discepolo e subito viene informato dell'ammalata. Allora "egli, accostatosi, la sollevò prendendola per mano; la febbre la lasciò ed essa si mise a servirli" (Mc 1,31).

L 'autenticità dei miracoli di Gesù è ulteriormente attestata dai criteri di storicità. Facciamo qualche esempio.

Il criterio della discontinuità mette in rilievo come Gesù operi miracoli in un modo che non trova paralleli. I profeti dell'Antico Testamento compivano miracoli in nome di Jahvè, gli apostoli li compiranno in nome di Gesù Cristo (At 3,6;9,34). Solo Gesù li compie in nome proprio. Così ad esempio al paralitico di Cafarnao: " lo ti ordino, prendi il tuo lettuccio e va a casa tua" (Mc 2,11).

Con il criterio della coerenza si mostra come i miracoli siano strettamente collegati con il cuore del messaggio di Gesù ossia la venuta del regno di Dio. Essi sono segni che attestano concretamente l'agire salvifico di Dio che vuole liberare l'uomo da ogni specie di male (sofferenza fisica, peccato, morte).

Infine dal criterio di molteplice attestazione si apprende come tutte le fonti evangeliche e anche gli altri scritti del Nuovo Testamento testimonino il fatto che Gesù ha compiuto miracoli.


ALLA SCOPERTA DELLA PERSONA Dl GESÙ

Abbiamo visto come Gesù predica il regno di Dio in parole e opere al punto da identificare col messaggio la sua stessa persona.
Se stiamo alle testimonianze dei sinottici, notiamo che egli non ha rivelato chiaramente la sua identità divina. Ma allora come è potuto accadere che, immediatamente dopo la sua morte in croce e risurrezione, i discepoli abbiano predicato Gesù come Figlio di Dio e Salvatore del mondo? Come è potuto verificarsi un fatto del genere? Certamente Gesù deve aver lasciato intendere, seppure in maniera discreta, "quel di più" circa la sua persona che manifesterà con chiarezza con la sua risurrezione.

Si tratta pertanto di riuscire a individuare quelle manifestazioni "indirette", per altro discrete, della persona di Gesù che più di ogni altro concorrono ad aprire un varco verso la sua identità profonda. Possiamo sin d'ora sintetizzarle in tre proposizioni:

  • a) Gesù accampò delle pretese straordinarie nel proporre il suo messaggio a nome di Dio;
    b) Gesù manifestò col suo agire la straordinaria coscienza di essere il Salvatore inviato da Dio;
    c) Gesù ebbe con Dio una relazione filiale unica e incomparabile.

Il suo modo di parlare

Gesù a somiglianza dei rabbini del tempo ammaestra i suoi ascoltatori intorno alla legge data da Dio e contenuta nei libri sacri. Ma qui sta la prima e radicale differenza tra il modo di parlare di Gesù e quello degli altri maestri di religione.
I rabbini si limitavano a interpretare la legge data da Dio e ritenuta superiore a tutto. Gesù invece non si rifà mai ad alcuna altra autorità, né divina, né umana, ma si esprime sempre a nome proprio e in termini assoluti, ponendo così la sua parola allo stesso livello di quella di Dio. "Avete inteso che fu detto (sottintende Dio, forma caratteristica per indicare Dio senza nominarlo) agli antichi... ma io vi dico" (Mt 5,21).

La novità è colta già dalle prime battute; l’evangelista Marco raccoglie nel primo capitolo del suo vangelo le impressioni degli uditori, i quali "erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi" (1,22), e si domandavano "che è mai questo? Una dottrina nuova insegnata con autorità!" (1,27).

Tutti i vangeli riportano inoltre ripetutamente, la caratteristica locuzione "Io vi dico"; essa è usata da Gesù per annunciare una verità, compiere un miracolo o inviare i discepoli in missione. Spesso I'"io" è rafforzato dall'espressione "in verità" (amen), detta da Gesù all'inizio della frase e non al termine come nell’uso ebraico. Ciò sta ad indicare che quel che dice è vero poiché è lui che lo dice. Egli manifesta in questo modo la coscienza di essere il vero portavoce di Dio presso gli uomini, colui che è in grado di parlare di Dio all'uomo non per sentito dire, ma per una misteriosa esperienza personale e diretta.

Il suo modo di agire

Gesù riesce a destare sconcerto anche con il suo comportamento. Manifesta con frequenza un modo di agire che spetta solo a Dio e in maniera così palese da venir percepito dai presenti come una inaudita appropriazione. Ecco qualche esempio particolarmente evidente.

Si permette di compiere azioni anche di sabato, giorno di riposo per gli ebrei durante il quale è tassativamente proibito compiere alcun gesto che non sia necessario alla sopravvivenza. Egli giustifica il suo comportamento (il fatto, ad esempio, di avere guarito malati, permesso ai discepoli di cogliere alcune spighe di grano per sfamarsi) attribuendo a sé il diritto di modificare l'assolutezza del precetto divino in quanto "il Figlio dell'uomo è signore anche del sabato" (Mc 2,28).

Si attribuisce il potere di rimettere i peccati, di qui lo scandalo patito dagli uditori: "Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?" (Mc 2,7).

Scandalizza i suoi correligionari ogniqualvolta va a pranzo presso coloro che vengono giudicati peccatori, la cui compagnia è dunque accuratamente da evitare. Infatti, la comunità di mensa significava nel giudaismo comunione di vita e accettazione reciproca. In alcuni casi il pasto preso in comune aveva addirittura il significato di anticipazione del banchetto celeste. Il fatto di mangiare con i pubblicani (coloro che riscuotevano le tasse per conto dell'amministrazione romana ed erano perciò considerati dei "venduti al nemico") e con i pagani, non significa che Gesù approvi il loro comportamento, ma che anche ad essi è annunciato il perdono di Dio e la possibilità di cambiare vita. .

Lo stesso rapporto che propone di instaurare tra se stesso e coloro che lo accolgono non trova paralleli nella storia. Le richieste che Gesù propone ai discepoli appaiono veramente inaudite, tali che mai un uomo si è permesso di esigerle da un altro uomo. Così quella di far dipendere la salvezza definitiva dalla decisione pronta e incondizionata verso la sua persona. Gesù esige un amore totale ed esclusivo, superiore a quello che ognuno porta verso le persone più care: "Chi ama il padre o la madre più di me, non è degno di me" (Mt 10,37).

Giunge persino a esigere, se è necessario, il dono della stessa vita: "Chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà" (Mc 10,39). Accogliere Gesù è pertanto decisivo e determinante in rapporto alla salvezza finale (Lc 12,8 ss.).
Tutte queste richieste di Gesù pongono il problema della sua persona. In effetti, Gesù avanza delle pretese che solo Dio può accampare nei confronti degli uomini. Significativo è anche il fatto che quel Gesù, il quale invita a non giudicare mai il prossimo (Mt 7,1-5) riservi a sé il potere di giudicare tutti gli uomini, un potere che, evidentemente, spetta a Dio solo (Mt 16,27; 25, 31-46)".

La convinzione di essere in essere in grado di rivelare Dio e il suo progetto di salvezza basandosi su una esperienza diretta, pone la domanda: donde viene a Gesù questa convinzione? Nei vangeli, ogni volta che Gesù descrive il suo rapporto con Dio, questo è espresso in termini di paternità tali da non trovare paragoni nell'esperienza umana.

La sua relazione filiale con il Padre

Totalmente singolare, senza paralleli nell'ambiente ebraico, è il modo in cui Gesù si rivolge a Dio. In bocca a Gesù, Dio non è solo chiamato col nome di Padre, ma Abba (Mc 16,46), ossia papà. Il fatto che Gesù nel rivolgersi al Padre, adoperi questa espressione, apre a noi uno squarcio molto importante sulla sua relazione con Dio. E' una relazione unica, diversa da tutte quelle a noi note, una relazione fatta di fiducia totale, di piena consapevolezza di essere "il Figlio". E' pur vero che Gesù insegna ai discepoli a chiamare Dio con il nome di Padre, però distingue sempre nettamente il suo "essere figlio" da quello degli uomini. "Io salgo al Padre mio e Padre vostro" (Gv 20,17). Riferendosi a se stesso usa l'espressione "Padre mio", mentre nei confronti dei discepoli precisa sempre "Padre vostro". Mai dice quello che sembrerebbe più ovvio: Padre Nostro.

Una parabola raccontata da Gesù risulta a questo riguardo particolarmente illuminante. E' quella dei cattivi vignaioli (Mc 12,1-12) dove si parla del padrone di una vigna (Dio) il quale invia ripetutamente e invano i servi (i profeti) a ritirare quanto gli spetta del raccolto. Da ultimo manda il figlio prediletto, l'erede (Gesù) che i vignaioli uccideranno senza scrupoli. Gesù distingue dunque chiaramente i profeti da se stesso: egli è il figlio.

E' significativo l'atteggiamento di Gesù davanti al Sinedrio. Alla domanda del Sommo Sacerdote: "Sei tu il figlio del Benedetto?" egli risponde: "Io lo sono" (Mc 14,61-62). Tale affermazione viene intesa come una dichiarazione di divinità tanto da procurargli la condanna a morte.

Riscontriamo nel vangelo di Giovanni, dichiarazioni molto esplicite da parte di Gesù sulla sua figliolanza divina, che gli procureranno una precisa accusa da parte dei giudei: "Non ti lapidiamo per un'opera buona, ma per la bestemmia e perché tu, che sei uomo, ti fai Dio" (Gv 10,32).

La coscienza della propria filiazione divina s’intravede anche in altre espressioni di Gesù quali: "sono venuto", "sono stato inviato", "sono uscito". Ciò significa che Gesù concepisce primariamente se stesso come venuto da Dio e non come semplice uomo proveniente da una naturale generazione. Le allusioni all'identità divina di Gesù contenute nei vangeli sono veramente numerose. Tuttavia la sua persona rimane adombrata da un alone di mistero. Come si spiega tanta discrezione proprio dove sarebbe auspicabile la più lampante chiarezza?

La coscienza che Gesù ha di sé

L'autorevolezza eccezionale che Gesù presenta nelle sue parole e nel suo agire, le pretese quasi incredibili che avanza nei confronti dei suoi discepoli, la sicurezza con cui pretende di offrire l'interpretazione definitiva della volontà di Dio, suppongono in lui una coscienza chiara di se stesso. Con tutto ciò si deve prendere atto dell'estremo riserbo di Gesù nel parlare di sé. Scorrendo i vangeli sinottici è difficile trovare qualche punto in cui Gesù dia una definizione di sé. Non si è proclamato apertamente Cristo ovvero Messia, I'inviato di Dio, atteso da Israele.

Questo atteggiamento reticente si spiega anche con la situazione politica del tempo che vedeva la Palestina sotto il giogo romano. Infatti parecchi in Israele ritenevano che il messia annunciato dai profeti sarebbe stato colui che avrebbe restituito al popolo l'antica libertà. Gesù ha cura dunque di evitare che la sua missione possa venire interpretata in chiave politico-nazionale.
Secondo il parere di molti studiosi, l’unico titolo che Gesù applica a se stesso è quello di Figlio dell'uomo.
Questo titolo è documentato da tutte le fonti evangeliche e appare sempre e soltanto in bocca a Gesù. Oggi la convinzione generale dei critici è "che, ispirandosi al linguaggio della letteratura apocalittica, anzitutto a quella classica di Daniele 7,13-14, e quindi a quella del suo tempo (Enoc etiopico 48,10; 52,4; Apocalisse di Esdra o 4 Esdra 13), Gesù abbia inteso presentarsi, con questo titolo, semplice e carico di mistero, come "l’uomo" escatologico che avrebbe portato a compimento la realizzazione del Regno. Tantomeno Gesù avrebbe potuto proclamare ai suoi uditori di essere il Figlio di Dio e Dio lui stesso, senza un'adeguata preparazione. Questo concetto doveva riuscire particolarmente inaccettabile ad un popolo rigidamente monoteista, al quale Mosè e i profeti avevano vietato persino ogni raffigurazione della divinità.

Nonostante la reticenza di Gesù nell'esplicitare la propria identità, la coscienza di sé appare in modo efficace dal suo insegnamento e da tutto il suo comportamento. Era impossibile per la gente di allora, come per chi legge oggi il vangelo, non rendersi conto con quanta determinazione Gesù collocasse se stesso al centro di tutto.

LA TESTIMONIANZA DEL QUARTO VANGELO

In questa ricerca sulla persona di Gesù ci siamo fin qui attenuti unicamente alle testimonianze di Matteo, Marco e Luca. Ma non possiamo ignorare il vangelo di Giovanni il quale, benché redatto nella forma attuale verso la fine del primo secolo, è anch'esso interessato a trasmettere la realtà storica come i sinottici, pur avendo maggiormente di mira gli aspetti e l'approfondimento teologico. In questo vangelo le affermazioni sulla divinità di Cristo e sulla coscienza che egli ne aveva, sono numerose ed esplicite:
"lo e il Padre siamo una cosa sola". "Prima che Abramo fosse, io sono". "Non che alcuno abbia visto il Padre, ma solo colui che viene da Dio ha visto il Padre". "Padre, glorificami davanti a te con quella gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse" (Gv 10,30; 8,58; 6,46; 17,5).

F. Dreyfus in un suo recente studio, fondandosi sul vangelo di Giovanni, sostiene che la rivelazione della divinità di Gesù avrebbe origine da dichiarazioni esplicite di Gesù stesso, da collocarsi prima della Pasqua. Egli avrebbe confidato il mistero della sua persona a una piccola cerchia privilegiata di discepoli scelti all’interno del Gruppo dei Dodici. Costoro, già sufficientemente maturi per accogliere una dottrina cosi sublime, avrebbero dovuto a loro volta annunciarla ad altri.

LA RISURREZIONE DI GESÙ

La risurrezione di Gesù si rivela l'elemento fondante di tutta la fede cristiana. Senza di essa il cristianesimo perde il suo centro vitale Già Paolo, perfettamente consapevole di ciò, scriveva ai cristiani di Corinto: "Se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede" (I Cor 15,14)
" Se Gesù non fosse risorto, egli sarebbe solo un uomo in più assassinato dall'ingiustizia umana",.
Forse oggi sarebbe ancora ricordato di lui il suo alto insegnamento morale, ma la sua misera fine in croce continuerebbe a screditare la sua pretesa di essere il Figlio di Dio, considerandola il semplice frutto di una mente esaltata.
Ma poiché Dio stesso è intervenuto risuscitandolo dai morti, ecco che la chiesa primitiva ha visto in questo evento straordinario la conferma della sua missione divina. Si comprende allora perché il primo annuncio diffuso dai discepoli sia incentrato proprio sul Cristo risorto. Dice Pietro: "Dio l'ha risuscitato, e noi tutti ne siamo testimoni" (At 2,38). Tutti gli scritti del Nuovo Testamento hanno come centro di interesse vitale la vicenda del Cristo che muore e risorge per noi [...]. Il messaggio e la prassi di Gesù di Nazaret vanno ricordate e narrate per le future generazioni proprio perché la persona di Gesù ha trionfato sulla morte.
"Non è mai esistito -scrive C. M. Martini- un cristianesimo primitivo che abbia affermato come primo messaggio: amiamoci gli uni gli altri, siamo fratelli, Dio è Padre di tutti, ecc Dal messaggio Gesù è veramente risorto, derivano tutti gli altri".

Tutti e quattro i vangeli raccontano negli ultimi capitoli il triste epilogo della vicenda terrena di Gesù, la morte in croce, cui fa seguito la narrazione di un evento mai capitato prima: quel Gesù, ucciso e già sepolto il venerdì, la domenica seguente si mostra vino a un gruppo di donne e poi ai discepoli, mentre il suo cadavere è scomparso dal sepolcro. Come giudicare accettabile una testimonianza tanto singolare? La risurrezione non è un evento che appartiene alle normali esperienze degli uomini. Per questo motivo è sempre stato difficile parlarne. Negli ultimi due secoli queste difficoltà si sono trasformate in vere e proprie teorie che negano esplicitamente la realtà dell'evento stesso Si accenna qui ad alcune.

Le negazioni della risurrezione

La teoria della frode o dell'inganno (S. Reimarus) sostiene che i racconti evangelici sulla risurrezione sarebbero un inganno, una falsificazione volutamente perseguita dai discepoli i quali, delusi dalla morte di Gesù, e frustrati nelle loro speranze, ne avrebbero rubato il cadavere, mettendo poi in circolazione la falsa notizia della sua risurrezione, appellandosi al sepolcro vuoto.

La teoria della sottrazione, che si presenta con diverse varianti, afferma che tutto ebbe inizio dal fatto che i discepoli non trovarono più nel sepolcro il cadavere di Gesù. L'inspiegabile scomparsa del cadavere (che secondo costoro andrebbe spiegata come trafugamento da parte degli ebrei, o come trasferimento in un altro luogo da parte di Giuseppe di Arimatea, o ancora come sparizione in una voragine a causa di un terremoto) avrebbe fatto sorgere nei discepoli l'idea della risurrezione.

La teoria della morte apparente (G. Paulus) sostiene che Gesù non era morto quando venne rinchiuso nel sepolcro, ma si trovava in stato di catalessi. Grazie alla tonificante frescura del sepolcro, Gesù si sarebbe ripreso, sarebbe uscito di nascosto dalla tomba, presentandosi poi ai suoi discepoli ora come ortolano, ora come pellegrino, inducendoli in tal modo a credere che fosse risorto.

Per la teoria dell'evoluzione, dopo la tragica fine di Gesù, i discepoli si sarebbero a poco a poco ripresi dallo shock, avrebbero riscoperto la validità del suo messaggio in un clima di entusiasmo religioso, giungendo ad affermare la risurrezione del Maestro in base alle promesse dell'Antico Testamento, e sotto l'influsso di altre religioni, in particolare di quelle misteriche, con le loro credenze negli dèi che muoiono e risorgono.

Infine, secondo la teoria delle visioni (D.F. Strauss), la risurrezione di Gesù sarebbe il frutto di visioni soggettive e del pensiero mitico.

Anche ai nostri giorni l'accettazione della risurrezione di Gesù incontra resistenze e provoca dei tentativi più o meno ingegnosi di spiegazione. Chi ha una visione secolarista della storia, vede nella risurrezione il simbolo di un nuovo mondo e l'espressione del bisogno di un rinnovamento radicale.

Occorre pertanto verificare se quanto è narrato dai vangeli è storicamente avvenuto, e vagliare l'attendibilità dei testimoni. Prima però è necessario chiarire il significato dei termini in questione. Quando ci si interroga sulla storicità della risurrezione di Gesù, molte ambiguità derivano dal fatto che non si è chiarito a sufficienza il significato dei termini "risurrezione" e "storia".

Innanzitutto vediamo come nel Nuovo Testamento è intesa la risurrezione di Gesù.
Le immagini usate per esprimerla sono tratte dall'esperienza umana; ad esempio la risurrezione è presentata come uno svegliarsi dal sonno della morte. Ma essendo questa una immagine, siamo nel genere della metafora, occorre perciò andare al di là di essa.

In realtà Cristo non è tornato alla vita di questo mondo, caratterizzata dalla dimensione spazio-temporale, ma "è passato da questo mondo al Padre" ossia è entrato in quel "mondo futuro" che per la speranza cristiana si situa alla fine dei tempi. Del tutto diversa è dunque la risurrezione di Gesù da quella che lui stesso aveva operato durante la sua vita terrena, ad esempio nei confronti di Lazzaro, del figlio della vedova di Nain, ecc. Per costoro infatti si era trattato di un evidente ritorno alla vita terrestre, una vita nuovamente soggetta alla morte. Scrive Paolo: "Cristo risorto dai morti non muore più " (Rm 6,9). La risurrezione di Cristo è un atto definitivo che oltrepassa il mondo e la storia presente. Tocca integralmente la sua persona, sia nel suo essere fisico come in quello spirituale. Per questo il vangelo ha cura di far notare come il Risorto sia il medesimo Gesù che è stato crocifisso: "Voi cercate - dice l'angelo alle donne - Gesù il Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui" (Mc 16,6).

Ora veniamo al termine "storia". Nell'antichità un fatto storico veniva espresso utilizzando varie forme letterarie. La narrazione che ne seguiva, mirava non tanto a descrivere l'avvenimento in questione, a modo di cronaca, ma piuttosto a coglierne e illustrarne il significato profondo. D'altronde anche oggi si riconosce che nella storia una pura registrazione di eventi, è una pretesa ingenua. Non ha senso infatti staccare l'oggetto dalla interpretazione data da chi ne ha fatto l'esperienza diretta o dai suoi testimoni .
Per tale motivo la storia è insieme narrazione di eventi oggettivi ed evocazione e interpretazione del loro senso. È "fatto" e "senso del fatto". "Ogni fatto umano, in pratica, si rivela allo stesso tempo fatto e interpretazione, che si traduce in giudizio [...]. L'obiettività, nei confronti di un fatto storico, consiste quindi nel penetrare dentro l'orizzonte di una coscienza che lo percepisce e lo giudica.

Come possiamo rispondere alla domanda sulla storicità della risurrezione di Gesù? Occorre chiarire che essa è un fatto unico, fa parte della storia e nello stesso tempo la supera. Per sua natura, la risurrezione non può essere oggetto di "storia", perché è il passaggio dal "mondo presente", che è l'unico ambito della storia, al "mondo futuro", che sfugge a ogni presa di questa. Perciò, la risurrezione non è attingibile col metodo storico [nessuno ha visto Gesù risorgere], essendo un avvenimento trans-storico o meta-storico. Essa è, però, un avvenimento "reale", che ha riguardato un uomo storico, Gesù di Nazaret.

Storico e reale

Comprenderemo meglio queste cose riflettendo sulla nostra esperienza umana nei suoi aspetti più profondi. "C'è tutta una serie di realtà che è difficile toccare, vedere o scandagliare servendosi dei metodi storici.
Pensiamo, ad esempio, all'amore fra due persone. Il sentimento tra due creature è qualcosa di molto reale che fa parte della loro storia. Ma è storico, visibile, misurabile? Certo, ci sono segni storici di questo amore, tracce visibili, il loro abbracciarsi, il vivere insieme... Ma queste tracce storiche sono, in sé, ambigue. Bisogna interpretarle rifacendosi alla realtà invisibile .
Ecco allora l'opportunità di distinguere fra "storico" e "reale" .Se la risurrezione non è un fatto storico nel senso " scientifico " essa ha però lasciato tracce e segni nella storia. Il primo segno che si potrebbe chiamare "negativo" è il sepolcro vuoto, infatti, se preso da solo, il sepolcro vuoto può dar adito ad interpretazioni diverse.
Segni " positivi " sono invece le apparizioni di Gesù ai discepoli, la loro trasformazione radicale e la nascita del cristianesimo.
Questi fatti, storici nel pieno senso della parola, sono tracce che la risurrezione ha lasciato nella storia. Esaminati senza pregiudizi ossia con la sola preoccupazione di accedere alla verità, rendono sommamente ragionevole l'atto di fede del credente nella risurrezione di Gesù.

Il sepolcro vuoto

Certamente è storica la menzione che la tomba fu trovata vuota. Per l'attendibilità storica di tale racconto valgano i seguenti motivi:


  • I) corrispondeva all'uso di quel tempo che le donne visitassero la tomba di un morto, tanto più che, stando alla narrazione della sepoltura di Gesù, la sua tomba era conosciuta;
    2) la scoperta del sepolcro vuoto da parte delle donne non può essere fatta risalire ad una invenzione della Chiesa primitiva, perché le donne, a quel tempo, non erano considerate testimoni attendibili;
    3) i nemici di Gesù non contestano che la sua tomba fosse vuota, ma solo cercano di spiegare il fatto diversamente [ossia il furto del cadavere da parte dei discepoli].

Tuttavia questa non è la "prova" della risurrezione. D'altronde i vangeli non sottintendono mai questo ragionamento: la tomba è stata trovata vuota, dunque Gesù è risorto. Il sepolcro vuoto è piuttosto un segno che suscita una domanda ed esige una risposta. Questa verrà dalle apparizioni. Vedendo il Risorto i discepoli sapranno perché la tomba era vuota.

Le apparizioni

Il segno più importante e convincente della risurrezione è costituito dalle apparizioni di Gesù risorto.
Le troviamo nei vangeli e prima ancora in Paolo nella prima lettera ai cristiani di Corinto. Ed è quest'ultima la testimonianza più antica in nostro possesso. Paolo, dopo aver esortato i cristiani a restare saldi nella fede, aggiunge:

"Vi ho trasmesso, dunque, anzitutto, quello che anch'io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa [Pietro] e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli Apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto" (I Cor 15, 3-8).

Questa testimonianza è di grandissimo valore storico per vari motivi, soprattutto per la vicinanza ai fatti. La lettera risale infatti all'anno 56, ma il messaggio che Paolo trasmette lo ha ricevuto al tempo della sua conversione (intorno all'anno 35-36), quindi risale a 5-6 anni dalla morte di Gesù.

Inoltre è importante in quanto segnala le apparizioni molteplici avvenute in luoghi e circostanze diverse e a numerose persone sia singolarmente che in gruppo. Quando Paolo scrive molte di esse sono ancora in vita e possono testimoniare la loro esperienza.

Infine va notata la forma delle apparizioni. Non sono i discepoli che " vedono " Gesù - non si tratta di un'esperienza puramente soggettiva - ma è Gesù che "si fa vedere". Infatti come risulta chiaramente dai vangeli, essi appaiono sfiduciati e tutt'altro che intenti ad aspettare il ritorno di Gesù, tanto che, quando egli appare loro, fanno fatica a riconoscerlo. Non è quindi la loro attesa, il loro desiderio ad ingannarli facendo credere loro di averlo visto, ma è Gesù stesso che si manifesta imponendosi alla loro delusione. Ora però essendo egli sottratto alle condizioni della vita terrena, il suo corpo è un corpo glorificato che sfida ogni tentativo di descrizione. Infatti a noi uomini non è possibile in nessun modo esprimere alcun evento senza usare le categorie di spazio e tempo.

Un capovolgimento straordinario

La realtà storica delle apparizioni di Gesù da una spiegazione plausibile della profonda e improvvisa trasformazione che l'incontro con il Risorto opera nei discepoli. Nonostante le difficoltà oggettive di espressione è certo che dev'essere accaduto qualcosa di veramente straordinario se all'indomani della crocifissione quel gruppo di ebrei osservanti, che erano i discepoli, hanno potuto riconoscere Dio in un uomo appeso al patibolo. Per la loro mentalità secondo la quale ogni male era segno del castigo di Dio, la morte di Gesù appariva come una chiara sconfessione divina nei confronti del rabbi di Nazaret.

Giustamente è stato fatto osservare che anche se non avessimo alcuna testimonianza sulla risurrezione, dovremmo supporre che tra la morte di Gesù e la nascita del Cristianesimo dev'essere intervenuto un avvenimento capace di trasfigurare la storia tragica della sua fine sulla croce. Dev'essere intervenuto qualcosa capace di far sì che il "totale, assoluto fallimento" della croce non solo non costituisse un ostacolo alla propaganda della nuova fede, ma diventasse addirittura un elemento basilare di questa fede e del suo annuncio. La risurrezione di Gesù è stata perciò un esito del tutto inatteso. Nell'incontro con il Risorto i discepoli percepiscono per prima cosa la piena approvazione divina nei confronti di Gesù e della sua opera. Per di più, la certezza che Gesù è vivo e rimane con loro, li spinge coraggiosamente a dire e testimoniare le cose incredibili che essi stessi hanno sperimentato.
Annunciano non più il regno di Dio (oggetto della predicazione del Gesù terreno) ma Cristo stesso la cui persona costituisce ormai chiaramente il centro del messaggio.

GESÙ FIGLIO DI DIO?

La luce del Risorto ha illuminato tanto profondamente la storia terrena di Gesù appena conclusa, da svelarne finalmente il mistero. "Con la risurrezione, Gesù viene riconosciuto come colui col quale Dio si identifica Gesù è proclamato Signore (il titolo che l'ebreo riservava a Jahvè per non pronunciarne il nome) e Figlio di Dio. Questa certezza, che non sta per nulla sulla linea dell’ebraismo, anzi vi si oppone, è essenzialmente un dono dello Spirito e come tale ricevuto nella fede. Eppure non è una fede priva di fondamento. Infatti i discepoli che erano vissuti col Maestro ora scoprono nella pienezza del loro significato quel parlare e quell'agire.

Come già si è fatto rilevare nelle pagine precedenti, Gesù, durante i tre anni della sua vita pubblica, ha parlato agli uomini con una autorità eccezionale, che non ha appoggiato a nulla, nemmeno a Dio, di cui pure ha sempre realizzato con ubbidiente umiltà i voleri, e nemmeno alle divine Scritture, di fronte alle quali anzi si è sempre comportato con sovrana libertà e padronanza; ha manifestato netta la convinzione di dire l'ultima, decisiva parola sull'uomo, sulla salvezza, su Dio; ha rivelato Dio all'uomo in modo radicalmente nuovo, basandosi soltanto sulla sua diretta esperienza; e nello stesso tempo ha manifestato la sua autorità di annuncio e di attuazione del Regno con gesti straordinari di potenza taumaturgica [i miracoli]. Solo con la risurrezione e l'esperienza delle apparizioni è stato possibile agli stessi discepoli superare la disillusione causata dalla morte in croce e riconoscere in Gesù il Figlio di Dio, Dio lui stesso.

L'ipotesi secondo cui il sorgere della fede in Gesù Figlio di Dio fu il risultato di un processo di divinizzazione dovuto all'entusiasmo dei discepoli non trova giustificazioni oggettive. Innanzitutto perché un esame dei testi del Nuovo Testamento dimostra come la primitiva comunità cristiana ha riconosciuto subito Gesù quale Figlio di Dio. Lo attesta ad esempio la lettera di Paolo ai Filippesi scritta intorno all'anno 60: " Gesù Cristo, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo, e divenendo simile agli uomini" (Fil 2,6-7).

Qui Paolo riconosce chiaramente la divinità di Gesù attribuendogli la stessa dignità di Dio Padre.

È inoltre ampiamente provato come questa divinizzazione non sarebbe stata possibile tenendo presenti le circostanze storiche, geografiche, religiose e culturali nelle quali si sviluppò la fede cristiana. I discepoli infatti provenivano tutti dal popolo ebraico che professava da secoli un rigido monoteismo. Anzi l'ebreo non doveva addirittura pronunciare il nome di Dio che sostituiva con attributi (l’Altissimo, il Benedetto) né lo rappresentava con statue o immagini allo scopo di evitare ogni parvenza di idolatria.

Anche sotto la dominazione straniera il fedele israelita mantenne ferme queste caratteristiche sostanziali della religione, sopportando persecuzioni e reagendo anche con la lotta armata quando la fede e i costumi venivano seriamente minacciati o impediti (come si verificò nella rivolta dei Maccabei nel 167 a.C.).

Dunque è storicamente impossibile che un ebreo abbia potuto adorare come Dio un altro ebreo. Né Abramo, né Mosé, né alcuna delle personalità più prestigiose di Israele furono divinizzate. Perché mai allora questo si sarebbe dovuto verificare per un oscuro falegname di Nazaret finito sul patibolo? In tutta la storia di Israele non è mai avvenuto che qualcuno dei discepoli dei tanti Messia, pur nell'entusiasmo iniziale, abbia pensato di equiparare, anche solo in parte, anche solo per un momento, il suo Cristo a Jahvè. Rispetto ai tanti altri pretendenti messianici ebraici, infatti, Gesù non è soltanto l'unico che sopravviva allo scacco della morte. È anche (e soprattutto) l'unico per cui si osi l'identificazione divina. Mai prima e mai dopo, in quaranta secoli di vicenda religiosa d’Israele: Gesù è il solo ebreo che ebrei abbiano mai adorato.

Inoltre i primi cristiani hanno proclamato Gesù "Figlio di Dio " all'indomani della sua morte e per giunta di una morte infamante. Sappiamo invece che per divinizzare Budda, principe indiano, occorsero alcuni secoli.

Tra i vari tentativi di spiegare il sorgere di questa fede vi è anche quello di farla risalire a una trovata di san Paolo. Anche questa ipotesi però non è storicamente sostenibile. Paolo stesso si dichiara " fariseo figlio di farisei" (At 23,6), "formato alla scuola di Gamaliele nelle più rigide norme della legge" (At 22,3) e della dottrina giudaica. In più risulta chiaramente che Paolo non inventò nulla, ma ebbe due preoccupazioni principali nella sua opera di evangelizzatore: non trasmettere un vangelo diverso da quello degli altri apostoli e della comunità di Gerusalemme e non trasmettere come vincolante per la fede se non ciò che lui stesso aveva a sua volta ricevuto. Basti ricordare qui due testi famosi al riguardo:

"Dopo quattordici anni, andai di nuovo a Gerusalemme ... Esposi loro il vangelo che io predico tra i pagani, ma lo esposi privatamente alle persone più ragguardevoli, per non trovarmi nel rischio di correre o di aver corso invano" (Gal 2,1-2).

E nella I Cor 15 scrive: "Vi rendo noto, fratelli, il vangelo che vi ho annunciato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi, e dal quale anche ricevete salvezza, se lo mantenete in quella forma in cui ve l'ho annunciato. Altrimenti, avreste creduto invano! Vi ho trasmesso dunque anzitutto quello che anch'io ho ricevuto..." (I Cor 15,1-3)"

Infine resta da spiegare come mai un'idea così inconsueta e ripugnante sia in ambiente ebraico sia pagano abbia potuto tranquillamente affermarsi in tutta la Chiesa. Sappiamo infatti che tra i primi cristiani non mancavano divisioni (I Cor 1,11-12), divergenze d'idee e anche forti tensioni, ma nessun contrasto s'incontra sul fatto che Gesù sia il Figlio di Dio. Questa appare come una verità ammessa da tutti. Eppure tale pretesa rendeva ancor più arduo l'annuncio del vangelo: è una circostanza che non va trascurata. Era già difficile annunciare un Messia religioso e non politico, un Salvatore di tutti e non dei soli Giudei, senza aggiungere la pretesa "assurda" e "irriverente" ch'egli fosse anche divino. Dunque, quanto la prima comunità cristiana ha espresso con piena consapevolezza circa l'identità divina di Gesù, non è nient'altro che l'esplicita presa di coscienza di quello che Gesù stesso aveva fatto trasparire durante la sua vita terrena.

La fede in Gesù

Con questa breve indagine si è cercato di giustificare come l'affermazione della divinità di Gesù è solidamente fondata. Ma per arrivare ad accettare Gesù in questa sua identità profonda e misteriosa che sconvolge tutti i nostri concetti e le nostre rappresentazioni, non sono sufficienti le argomentazioni. È necessaria la fede.
Tutto ciò a cui può approdare l'itinerario che abbiamo percorso è di rendere possibile la fede. La ricerca storica in quanto tale non dà la fede e non la costringe. D'altra parte perché l'uomo aderisca a Cristo bisogna prima che sappia che egli è esistito, che cosa ha detto, che cosa ha fatto, che cosa è stato. Ha anche bisogno di sapere che il suo messaggio lo " riguarda" e può essere la chiave della sua esistenza. Ma sarà la fede che gli farà riconoscere Gesù come Figlio di Dio che si rivolge all'uomo per salvarlo. E questo per il motivo semplicissimo che il Gesù della "storia" si è presentato all'uomo chiedendogli un atto di fede nella sua persona, unica e incomunicabile di Figlio di Dio.


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